Minime. 839



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 839 del 2 giugno 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Elezioni europee, il piacere dell'onesta'
2. Stefano Rodota': Un paese senza
3. Giulio Vittorangeli: Nella crisi, resistere
4. Alcuni estratti da "Autoritratto di un reporter" di Ryszard Kapuscinski
5. Riletture: Shulamith Firestone, La dialettica dei sessi
6. Riletture: Germaine Greer, L'eunuco femmina
7. Riletture: Germaine Greer, La donna intera
8. Riletture: Adrienne Rich, Nato di donna
9. Riletture: Sheila Rowbotham, Donne, resistenza e rivoluzione
10. Riletture: Sheila Rowbotham, Esclusa dalla storia
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: ELEZIONI EUROPEE, IL PIACERE DELL'ONESTA'

Si puo' votare alle elezioni europee anche solo per opporsi al golpe
berlusconiano.
Ed e' un ottimo motivo, e sufficiente.
E forse qualche lista e qualche candidatura che si oppone in qualche modo e
misura al golpe berlusconiano la persona elettrice dotata d'ingegno e
coscienza sulla scheda elettorale la trova.
Poi si puo' fare anche una scelta piu' esigente: non solo votare contro il
golpe berlusconiano, ma votare anche contro il razzismo.
Che e' urgenza tale che merita un impegno che si esprima anche in un voto
(non solo, ma anche).
E forse qualche lista e qualche candidatura che si oppone in qualche modo e
misura al razzismo la persona elettrice che nutre rispetto per se stessa e
per gli altri esseri umani sulla scheda elettorale la trova.
Infine si puo' fare una scelta ancora piu' caratterizzata: non solo votare
contro il golpe berlusconiano e contro il razzismo, ma votare anche contro
la guerra, ed in particolare contro l'illegale e criminale partecipazione
italiana alla guerra terrorista e stragista, mafiosa e totalitaria,
imperialista e razzista in corso in Afghanistan.
E almeno chi redige questo foglio alla guerra e' contrario, e non vuole
votare per gli assassini responsabili e complici della guerra.
E forse - forse - qualche lista o qualche candidatura che si oppone in
qualche modo e misura alla guerra la persona elettrice che aguzza la vista e
stringe i denti sulla scheda elettorale la trova.
Poi, ma qui ci fermiamo, occorrerebbe votare anche contro il regime della
corruzione; contro il modo di produzione dello sfruttamento che esseri umani
opprime, mercifica e fin disumanizza; e contro la devastazione della
biosfera.
E infine, occorrerebbe votare contro il maschilismo, e quindi solo per
candidate donne, e candidate donne contro il maschilismo impegnate.
E chi ci legge s'adoperi - ciascuna persona con la propria testa e il
proprio cuore - a trovare il modo di votare contro il golpe berlusconiano,
contro il razzismo, contro la guerra, contro corruzione, sfruttamento e
inquinamento, contro il maschilismo.
Con molta buona volonta', e uno stomaco forte, qualche lista e qualche
candidatura votabile si dovrebbe pur trovare.
Dinanzi al golpe razzista in corso, votare contro il golpe e' un dovere
oltre che un diritto e - se ci e' concesso dirlo - un piacere: il piacere
dell'onesta'.

2. RIFLESSIONE. STEFANO RODOTA': UN PAESE SENZA
[Dal quotidiano "La Repubblica" del primo giugno 2009 col titolo "Italia,
cronaca di un paese senza"]

Ricordate il titolo di un libro bello e premonitore di Alberto Arbasino, Un
Paese senza? "Senza memoria, senza storia, senza passato, senza esperienza,
senza grandezza, senza dignita'", e via continuando. In questi anni il
catalogo si e' allungato in maniera inquietante, persino drammatica, e il
presidente del Consiglio, con una accelerazione impressionante negli ultimi
mesi, ce la mette tutta nel dire quel che dobbiamo aspettarci.
Ecco, allora, un Paese senza Parlamento e senza magistratura (perche' queste
istituzioni saranno gusci vuoti se si realizzeranno i progetti tante volte
annunciati). Un Paese senza eguaglianza e senza diritti fondamentali
(perche' questa e' la deriva indicata dagli ultimi provvedimenti in materia
di sicurezza). Un Paese senza rispetto per se stesso (perche' e'
sbalorditivo che tutti i giornalisti rimangano disciplinatamente seduti
quando, in una conferenza stampa, il presidente del Consiglio intima a una
loro collega "o via lei o via io"). Un Paese senza opinione pubblica, senza
lavoro...
Ma vi e' un "senza" che campeggia su tutti gli altri. Nell'articolo 16 della
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, uno dei testi
fondativi della moderna democrazia, si legge: "Una societa', nella quale non
e' assicurata la garanzia dei diritti e non e' determinata la separazione
dei poteri, non ha Costituzione". Quando il presidente del Consiglio attacca
frontalmente Parlamento e magistratura, quando cancella o rende labili i
confini tra i diversi poteri dello Stato, quando pone la fiducia su
provvedimenti lesivi di diritti fondamentali delle persone, il risultato e'
proprio quello deprecato dalla Dichiarazione del 1789. Un Paese senza
Costituzione.
Con una mossa per lui abituale, Berlusconi ha accusato opposizione e stampa
di aver falsificato le sue opinioni sulla riforma delle Camere. Ma quelle
tre definizioni del Parlamento - pletorico, inutile, controproducente - gli
sono sfuggite, vanno lette insieme e sono rivelatrici. Pletoriche le Camere
lo sono certamente, ed e' colpa non piccola della sinistra l'aver trascurato
in passato i suggerimenti provenienti dal suo interno sulla riduzione del
numero dei parlamentari, lasciando cosi' incancrenirsi un problema che
sarebbe poi finito nelle polemiche sulla "casta" e avrebbe alimentato
l'antipolitica. Ma vi sono due modi per pensare e attuare questa riduzione.
Avere meno parlamentari puo' rispondere all'obiettivo di avere un lavoro
piu' serrato, di poter rendere piu' incisivi i controlli, attribuendo ai
parlamentari poteri e risorse adeguati. Un Parlamento non indebolito dalla
diminuzione dei suoi componenti, ma sostanzialmente rafforzato nelle sue
prerogative.
Quando, pero', la riduzione e' invocata da chi ha detto di volere in
Parlamento una pattuglia di competenti e una folla di docili gregari, che ha
proposto di far votare solo i capigruppo, che pretende di avere le mani
libere nella decretazione d'urgenza, emerge clamorosamente proprio
l'immagine di una istituzione ritenuta inutile, che intralcia e ritarda,
dunque controproducente. Quando Berlusconi richiama il numero di 100
parlamentari, riferendosi al Senato degli Stati Uniti (dimenticando, pero',
i 432 membri della Camera dei rappresentanti), parla di un modello dove il
potere di quei cento e' grandissimo, puo' bloccare anche iniziative
essenziali del Presidente, si concreta in fortissime possibilita' di
controllo, e' basato su risorse umane e finanziarie cospicue. Questo modello
fa a pugni con la richiesta berlusconiana di maggiori poteri al presidente
del Consiglio, che eccede le esigenze di un'azione di governo piu' spedita,
si concreta in una espropriazione di competenze del Parlamento e dello
stesso Presidente della Repubblica, alterando cosi' la forma di governo
repubblicana.
Non a caso la riforma invocata da Berlusconi dovrebbe passare attraverso una
ulteriore e radicale mortificazione del Parlamento. Non disegni di legge del
governo, non iniziative di senatori e deputati dovrebbero contenere le
ipotesi di riforma. Queste sarebbero affidate ad una proposta di legge di
iniziativa popolare sulla quale raccogliere milioni di firme. Come sarebbe
condotta la campagna per la raccolta delle firme? Dicendo che un Parlamento
inetto e recalcitrante, incapace di riformarsi, deve essere obbligato a
farlo dalla forza del popolo. Quali sarebbero gli effetti di questa scelta?
La definitiva legittimazione del rapporto esclusivo tra Capo e Popolo.
Berlusconi lo aveva gia' annunciato qualche tempo fa. Di fronte al rifiuto
del Presidente della Repubblica di firmare il decreto riguardante Eluana
Englaro, aveva reagito dicendo di avere il diritto di seguire la via della
decretazione d'urgenza senza alcun controllo, aggiungendo proprio che
avrebbe fatto modificare la Costituzione da parte dei cittadini. Un Paese
senza democrazia, allora, perche' questa assumerebbe le forme della
democrazia plebiscitaria.
Proprio questa linea e' stata ribadita dal presidente del Consiglio quando,
rivolgendosi non a caso all'assemblea degli industriali, ha detto che il suo
governo funziona come un consiglio d'amministrazione. In questa
affermazione, peraltro non nuova, non si manifesta soltanto una idea
autocratica e aziendalistica della politica. Si ritrova una visione della
societa' che si esprimeva senza mezzi termini nella vecchia formula "la
democrazia si arresta alle porte dell'impresa". Considerato appunto come
un'impresa con il suo consiglio d'amministrazione, il governo vede come
inammissibile intralcio ogni forma di controllo. Da questa visione generale,
e non da singoli episodi, nasce l'assalto al Parlamento, alla magistratura,
al sistema dell'informazione, sul quale si esercita un potere di
normalizzazione (vedi le nomine Rai) e al quale si rifiuta ogni risposta.
Che cosa dire di questa continua pulsione verso un Paese senza democrazia,
alla quale il Capo sostituisce i suoi riti, i suoi fedelissimi, i suoi bagni
di folla? Non credo che gli anticorpi democratici siano del tutto scomparsi,
e per cio' ritengo indispensabile che i politici d'opposizione guardino con
rispetto e attenzione non strumentale a tutti quei cittadini che non si
rassegnano a esser parte di un Paese senza. Questo, nell'immediato,
significa che si possono certo presentare proposte di riforma istituzionale,
ma essendo ben consapevoli del quadro politico del quale fanno parte. La
riduzione del numero dei parlamentari, ha senso se non si presenta come una
imbarazzata risposta all'appello berlusconiano, ma come l'occasione per
ridare al Parlamento il ruolo che ha perduto, senza cadere in trappole come
la concessione di ingannevoli statuti dell'opposizione. Altrimenti, il
cerchio si chiuderebbe davvero, con una opposizione destituita della sua
permanente funzione democratica, legittimata solo a pensare a una possibile
rivincita alle prossime elezioni, alla quale viene elargita solo qualche
minima possibilita' di emendamento.

3. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: NELLA CRISI, RESISTERE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento]

Nei primi anni Novanta il mondo era arrivato alla "fine della storia", cosi'
predicavano le versioni piu' ingenue del mito ideologico della
globalizzazione capitalista.
Crollata l'Urss del capitalismo di stato, imboccata in Cina la via asiatica
dello sviluppo accelerato votato all'esportazione, nulla sembrava piu'
opporsi al trionfo universale del capitale.
Il mondo era libero: democrazia, libero commercio, integrazione economica
incalzavano i vecchi confini e le logiche arcaiche degli Stati.
Il mondo era piatto: trasporti e rivoluzione informatica nelle comunicazioni
annullavano le distanze, nasceva un unico mercato globale dove tutti
potevano mettersi in competizione.
Il mondo era nuovo: la tecnologia, i servizi, la nuova finanza,
rimpiazzavano le logiche obsolete dell'industrialismo.
C'e' voluta la devastante crisi globale dei giorni nostri, per mettere fine
all'ubriacatura neoliberista, che nell'industria culturale e in molti
economisti aveva dei sostenitori accaniti, e riaprire finalmente i cervelli.
Questa crisi capitalistica non e', di per se', una novita' assoluta.
Un secolo e mezzo fa Karl Marx aveva previsto uno scenario simile: che il
sistema di produzione crollasse a causa dell'eccessiva concentrazione della
ricchezza nelle mani di pochi capitalisti canaglie, che drenavano
dall'economia nazionale risorse monetarie. Marx non poteva certo immaginare
che le canaglie fossero i banchieri e che tra le vittime ci fossero gli
stessi industriali, privati dell'ossigeno monetario dall'ascesa del
capitalismo virtuale postindustriale.
Un'ascesa alimentata non dal plusvalore, ma dal debito.
*
Intanto da noi, in Italia, la crisi sembra generare una torsione di tipo
autoritario, facendo emergere forti spinte di destra che l'attuale governo
cerca di cavalcare spostandosi ancora piu' a destra, valga per tutti, come
esempio, il famigerato "pacchetto sicurezza".
Negli Stati Uniti, Obama cerca d'indicare l'uscita dalla crisi economica
nella solidarieta' e nella coesione sociale, nell'incremento dei diritti dei
piu' deboli, della difesa delle minoranze.
La variegata destra italiana, invece, punta alla gestione autoritaria e
razzista della crisi: propone esplicitamente la strada della "cattiveria" e
della xenofobia, nella speranza cosi' che rancori e conflitti permettano
loro non solo di restare in sella, ma l'uscita a destra dalla crisi.
Razzismo di stato e razzismo popolare appartengono oramai a un demenziale
circolo che quotidianamente semina dolore, oppressione e sofferenza.
Tutto questo e' oggi possibile perche' davanti all'onda d'urto della crisi
occidentale crescente, non c'e' piu' (o non c'e' ancora stata) una sinistra
in grado di trasformare il malcontento in coscienza e proposta alternativa.
*
Resta la domanda e l'urgenza sul come resistere all'ondata di follia
repressiva che caratterizza l'attuale Italia berlusconiana.
Certo non assecondando i suoi meccanismi ed istinti peggiori (per questo
c'e' gia' la destra), ma intervenire per correggere e invertire tendenze
autodistruttive che la nostra societa' sta producendo.
Semplificando di molto: se ampi strati della popolazione vogliono il
manganello per gli "invasori" e le briciole cadute dalla tavola dei ricchi,
non dobbiamo darglieli. Dobbiamo, invece, sostenere tutte quelle "minoranze
vitali", dalle associazioni di immigrati che positivamente fecondano gia' il
nostro tessuto sociale, al protagonismo femminile, che cambiano le pratiche
sociali.
*
Alla luce di tutto questo non vanno sottovalutate neanche le imminenti
elezioni europee.
La tendenza che attraversa sincere persone democratiche, sembra quella di
dividersi tra voto e non voto, in questo ultimo caso per rassegnazione e
senso d'impotenza.
Sara' banale, ma non votare significa non solo regalare voti e seggi a
Berlusconi, ma incrementare quell'onda populista di destra che fonda le sue
campagne su parole d'ordine anti-zingari, anti-immigrati, a dimostrazione di
un feroce razzismo, che ha costruito la sua base politica sulle fondamenta
gettate dai fascisti che sono sempre rimasti presenti con continuita' nella
vita sociale e politica.
Non sara' facile individuare candidati che siano espressioni sincere della
nonviolenza, del femminismo, della solidarieta' internazionale, del
pacifismo, ma votare e' indispensabile, prima che la mucillagine italiana
esploda non solo di impoverimento, ma anche di soffocamento.

4. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "AUTORITRATTO DI UN REPORTER" DI RYSZARD
KAPUSCINSKI
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Ryszard Kapuscinski, Autoritratto di un reporter, Feltrinelli, Milano 2006
(edizione originale: Autoportret reportera, Znak, Krakow, 2003), curatrice
Krystyna Straczek, traduzione di Vera Verdiani]

Da pagina 11
Nato in Polessia, sono sostanzialmente uno sradicato. Partito bambino da
Pinsk, mia citta' natale, per tutta la guerra sono stato sballottato di qua
e di la'. Non facevamo che scappare: prima da Pinsk in direzione dei
tedeschi, poi nella direzione contraria. Ho cominciato a vagabondare a sette
anni, e ancora non ho smesso.
Mi sono spesso sentito chiedere - anche di recente - come mai io non sia
emigrato. Rispondo sempre che sono gia' un emigrato. La mia casa e' altrove,
in un altro stato. Appena mi fermo in un posto, anche fuori della Polonia,
comincio ad annoiarmi, sto male, devo ripartire. Sono molto curioso del
mondo. Per tutta la vita non ho fatto che lamentarmi di non essere ancora
stato in questo o quel posto.
La curiosita' del mondo che anima il reporter e' una questione di carattere.
Ci sono persone non interessate al resto del mondo: quello in cui vivono e'
per loro il mondo intero. Una posizione rispettabile come qualunque altra.
Confucio diceva che il modo migliore per conoscere il mondo e' quello di non
uscire mai dalla propria casa, e anche questo e' vero: invece di spostarsi
materialmente, si puo' viaggiare all'interno della propria anima. Il
concetto di viaggio e' quanto mai elastico e differenziato.
Ci sono tuttavia alcune persone che, per loro natura, devono conoscere il
mondo in tutta la sua varieta'. Non sono numerose.
Esistono vari modi di viaggiare. La maggior parte della gente - le
statistiche parlano addirittura del novantacinque per cento - parte per
riposarsi. Vuole scendere in alberghi di lusso in riva al mare e mangiare
bene, non importa se alle Canarie o alle Figi. I giovani compiono viaggi di
tipo agonistico, come cimentarsi nell'attraversamento dell'Africa da nord a
sud, o navigare sul Danubio in kajak. Non si interessano alla gente
incontrata per strada: il loro scopo e' di mettersi alla prova, la
soddisfazione di superare le difficolta'. Certi viaggi nascono per motivi di
lavoro o per necessita' - anche gli spostamenti dei piloti di linea e quelli
dei profughi sono una particolare forma di viaggio. Per me il viaggio piu'
prezioso e' quello del reportage, il viaggio etnografico o antropologico
intrapreso per conoscere meglio il mondo, la storia, i cambiamenti avvenuti,
in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite. Sono viaggi che
richiedono concentrazione e attenzione, ma che mi permettono di capire il
mondo e le leggi che lo regolano.
Piu' si conosce il mondo, piu' ci rendiamo conto della sua inconoscibilita'
e sconfinatezza: non tanto in senso spaziale, ma nel senso di una ricchezza
culturale troppo vasta per poter essere conosciuta. Al tempo in cui James
Frazer scriveva Il Ramo d'oro e molti antropologi del XIX secolo pensavano
che esistesse un numero finito di tribu' o di popoli, era ancora possibile
tentare di classificarle o descriverle. Oggi sappiamo che l'immensita' e la
ricchezza culturale del mondo sono infinite. Dopo oltre quarantacinque anni
di continui viaggi, e pur conoscendo questa terra meglio di chi non ha
viaggiato, sono convinto di non sapere ancora niente.
La mia principale ambizione e' di dimostrare agli europei che la nostra
mentalita' e' quanto mai eurocentrica e che l'Europa, o meglio una sua
parte, non e' il mondo intero. Che l'Europa e' circondata da un'immensa e
sempre crescente varieta' di culture, societa', religioni e civilta'. La
vita su un pianeta coperto da un crescente numero di interconnessioni deve
possedere tale consapevolezza e adattarsi a una situazione globale
radicalmente nuova.
*
Da pagina 30
- Il corrispondente di uno stato socialista era tenuto a rispettare il suo
sistema di valori, a svolgere certi compiti. Quali erano i rapporti tra il
regime e le persone che praticavano questa professione?
- Si tratta di situazioni complicate e mutevoli, non e' un campo in cui
esistano regole precise. Posso parlare solo a titolo personale. Mi occupavo
dei problemi del Terzo Mondo - campo in cui le pressioni ideologiche da
parte del potere erano molto minori di quelle esercitate, per esempio, su un
corrispondente da Mosca o da Praga. Il fatto che io parlassi della
situazione nel Ruanda o nel Ciad non minacciava in alcun modo il potere.
Nella maggior parte dei casi, i funzionari non sapevano nemmeno dove si
trovassero quei paesi. Avevo quindi il mio spazio personale, con un margine
di liberta' basato sul fatto che quelle zone del mondo non interessavano
nessuno e non erano legate alla Polonia da interessi o problemi comuni.
Inoltre, nel sistema dell'agenzia di stampa esistevano due canali di
informazione: il primo era quello della versione ufficiale; il secondo, una
serie di bollettini che non venivano pubblicati e nei quali potevamo dire la
verita'. Era la centrale a decidere se trasmettere o no una certa
informazione alla stampa. In realta', piu' che farmi censurare dal censore
ufficiale di Varsavia, ci pensavo da solo. Mi trovavo in una situazione
conflittuale: potevo scegliere tra scrivere la verita' e venir buttato fuori
(non da Varsavia, ma dal regime del paese in cui mi trovavo), oppure
ridimensionarla e restare il piu' possibile in quel posto.
L'ideale, naturalmente, e' l'indipendenza assoluta, ma la vita e l'ideale
sono due cose diverse. Il giornalista subisce molte pressioni perche' scriva
quello che vuole il datore di lavoro. La nostra professione e' una continua
lotta tra i sogni di liberta' e la realta' che ci costringe a rispettare gli
interessi, le opinioni e le aspettative dell'editore.
Nei paesi dove vige la censura, si lotta per esprimere la maggior parte
possibile di cio' che si vuole dire. Nei paesi dove vige la liberta' di
parola, la liberta' del giornalista viene limitata dagli interessi del
giornale per il quale lavora. In molti casi il giornalista, specie se
giovane, deve accettare gravi compromessi e ricorrere a una raffinata
strategia per evitare gli scontri diretti. Non sempre cio' e' possibile, il
che da' spesso origine a vere e proprie persecuzioni. Persecuzioni che non
hanno niente a che fare con i metodi violenti di una volta, ma che assumono
la forma di licenziamenti, di emarginazione di fatto dalla vita
professionale e di minacce di natura economica. In questa professione si
deve sempre combattere, sempre stare all'erta.
E' difficile dire in quali paesi la situazione sia migliore o peggiore che
in altri. Sono questioni fluide, che cambiano da un giorno all'altro.
Comunque, bisogna conquistarsi a forza ogni frammento di indipendenza.
Ognuno di noi, dopo un certo numero di anni e di viaggi, ha nella sua
biografia almeno un caso personale di persecuzione, di espulsione da un dato
paese, di fermo, di conflitti con la polizia o con le autorita', che magari
rifiutano il visto e usano centinaia di espedienti al solo scopo di renderci
difficile la vita.
- Un giornalista si trova ad affrontare il dilemma sul confine che divide
l'impegno personale dalla pura e semplice cronaca. Come regolarsi?
- Il reportage di guerra segue regole particolari. L'autore vi e' sempre
fortemente coinvolto: per parlare della guerra deve trovarcisi in mezzo, e
la guerra e' uno stato di lotta. Si trova quindi, per forza di cose, nella
posizione non dell'osservatore a distanza, ma di vittima del conflitto.
L'obiettivita' assoluta e' esclusa per definizione, e non puo' essere che
cosi': e' in gioco la sua pelle. Sono spedizioni da cui un giornalista
rientra non solo con un taccuino fitto di informazioni, ma anche in uno
stato di prostrazione fisica e morale, coperto di cicatrici nel corpo e
nella psiche. Che lo voglia o no, e' anche lui un combattente.
Quindi non solo cronista, ma anche soldato?
Spesso deve esserlo in senso completo. Non sparando, perche' questo non si
fa, ma aiutando coloro che combattono per la loro vita nonche' per la sua.
Capitano situazioni molto drammatiche ed e' veramente difficile stabilire
delle teorie in questo campo. Partecipando a una guerra, abbiamo a che fare
con un'infinita' di problemi da affrontare e risolvere in pochi minuti.
Secondo la nostra coscienza, la nostra resistenza psichica alla paura, il
nostro senso della cultura, del buongusto eccetera.
- Spesso un reporter si schiera da una delle due parti del conflitto.
Emotivamente, ma anche fisicamente, attraverso la sua presenza. Che cosa ne
pensa?
- Quando si sta da una delle due parti del conflitto, e' molto difficile
passare dall'altra senza essere considerato una spia. Se si ha un certo
visto sul passaporto, non si puo' avere il visto della parte opposta. Sono
scelte legate non tanto al fatto che ci si schieri da una parte piuttosto
che dall'altra, ma a situazioni di tipo tecnico: a volte, per esempio, si
opta per la zona dove in quel momento e' possibile entrare. La decisione non
avviene necessariamente in base a una scelta etico-ideologica, ma per
ragioni che sovrastano il giornalista.
La letteratura assoluta non esiste: non si riesce mai a descrivere le cose
in modo esauriente e perfetto. Abbiamo sempre a che fare con delle
approssimazioni. Il risultato letterario si misura in base alla sua
approssimazione, vale a dire alla sua capacita' di "avvicinarsi a", e non
sara' mai del tutto soddisfacente. La scala di questa approssimazione e' la
scala del talento. In questo senso, la letteratura e' senz'altro ricca di
scene e descrizioni che sembrano avvicinarsi a quell'ideale irraggiungibile.
Ma chiunque abbia fatto la guerra, o l'abbia in qualche modo vissuta, sa che
in realta' non si riesce a descriverla.
- Non crede che uno degli ostacoli stia anche nel fatto che siamo condannati
a un'inevitabile unilateralita' di visione, che siamo sempre da una sola
parte del fronte, mentre in realta' vorremmo superare il nostro punto di
vista, avere una visione completa, vedere la guerra sia con gli occhi della
vittima che con quelli del carnefice...
- E' impossibile per due motivi. Primo, perche' un reporter puo' stare da
una sola delle due parti. In Angola, durante la guerra, mi veniva chiesto:
"E stato anche dalla parte dell'Unita?". "No, perche' nessuno mi ci
lascerebbe entrare!". Spesso si tratta di un problema puramente tecnico.
Secondo, perche' quando si sta in mezzo a una guerra, non si puo' fare a
meno di parteggiare emotivamente per la parte nella quale ci si trova. In
altre parole: la cronaca di una guerra comporta sempre una certa
soggettivita', una certa partigianeria. L'importante e' di evitare
l'accecamento, il fanatismo. Ma una cronaca perfettamente obiettiva e'
praticamente impossibile.
*
Da pagina 67
- I suoi libri contengono almeno due tipi di analisi. Una e' l'analisi della
struttura del potere, l'altra assume la forma di "immagini analitiche".
Penso soprattutto a due immagini molto suggestive: quella di Shah-in-shah,
con la carrozzina dell'invalido che gira in mezzo alla piazza e quella -
ancora piu' impressionante - di "Un altro giorno di vita", con i cani di
razza che mangiano le razioni della Nato e poi si accoppiano sul prato
davanti alle baracche [Ryszard Kapuscinski ride: e' una storia vera!]. Si
tratta, da parte sua, di una ricerca espressiva? Come ha fatto a trovare
immagini cosi' eloquenti?
- Non so risponderle. Sono cose che vedo, punto e basta. Io sono una specie
di occhio sempre puntato sulle cose e che opera automaticamente una
selezione: siamo circondati da un'infinita' di immagini, ma quasi tutte
inutili ai fini di cio' che vogliamo dire. Bisogna concentrarsi su cio' che
vogliamo mostrare. Una sola immagine, al punto giusto. Mi sono fatto le ossa
nel giornalismo d'agenzia, che e' per eccellenza la scuola della selezione.
Inoltre non dimentichi che sono fotografo e che faccio anche foto
artistiche. Nel vedere le cose le inquadro, mi concentro su singoli
particolari, allo stesso modo in cui si mettono a fuoco una data faccia o un
dato frammento architettonico... Non so perche'. E' semplicemente il mio
modo di... vedere. Una volta ho tenuto qualche lezione a degli studenti che
continuavano a chiedermi "perche' questo?" e "perche' quello?", finche',
dopo tre o quattro ore, uno di loro si e' alzato e ha detto: "Lasciatelo in
pace con tutti questi perche'. E' il suo modo di vedere, e queste sono cose
che non si spiegano".
Quando vado in giro con la macchina fotografica guardo il mondo in modo
completamente diverso da quando me ne vado a spasso chiacchierando con un
amico. In questo caso l'elemento piu' importante e' la discussione, non la
realta' che ci circonda e che neanche vediamo. Ma quando prendo la macchina
fotografica per ritrarre una citta', la gente o alcune scene, mi concentro
esclusivamente sulla caccia al dettaglio. Cerco, cerco... La fotografia sta
tutta nel dettaglio, nella composizione di un dettaglio, nel tentativo di
scoprirvi un simbolo, una metafora, un messaggio rivelatore del mondo. E'
questo che vede l'occhio del pittore o del fotografo, concentrato sul
dettaglio. Per me la realta' si compone sempre di due elementi: descrivendo
una citta' do una sintesi del suo significato in senso storico, ma anche dei
dettagli di cui e' composta.
- Negli ultimi decenni, l'Africa e' stata descritta anche da Alberto
Moravia. Leggendo i libri di Moravia e i suoi, si ha l'impressione che
abbiate visitato due continenti diversi. Moravia parla della bellezza
dell'Africa, lei delle sue tragedie. Non le interessa la natura africana?
- Nei miei libri si trovano pagine e pagine sulle bellezze dell'Africa... Io
e Moravia ci occupavamo di cose completamente diverse, con tempi
completamente diversi. Amo e ammiro la natura, pero' Moravia e' stato piu'
fortunato, perche' si e' recato in Africa come scrittore, mentre io ero
schiavo del mio lavoro ossessivo. Facevo il corrispondente di un'agenzia di
stampa e dovevo riferire le notizie di tutto il continente. In quegli anni
lontani, le comunicazioni tra l'Africa e il resto del mondo erano tutt'altro
che facili. Pochi telefoni, pochi giornali e niente televisione. Internet
era ancora roba da fantascienza. Mi era terribilmente difficile ottenere
informazioni. Se stavo in Tanzania, non c'era modo di sapere che cosa fosse
successo in Algeria. Qualsiasi giornalista di Parigi o di Londra era piu'
informato di me. L'unico canale di comunicazione con il mondo era il telex,
ma non tutti i paesi ne avevano uno che funzionasse. "Dove sara' il telex?"
mi chiedevo ogni volta che partivo per un viaggio. Una volta scoperto dove
stava, non mi restava da sperare che funzionasse. Inoltre la nostra agenzia
era povera e non potevo spendere soldi per trasmettere le informazioni.
Doveva essere Varsavia a mettersi in contatto con me, il che significava che
dovevamo darci appuntamento davanti a un telex. Problemi a non finire e
spesso insolubili: un inferno. Come facevo, in quelle condizioni, a visitare
le pitture rupestri della Tanzania o le riserve del Kenya? Dovevo occuparmi
di politica, di economia, di guerre. Mi sarebbe piaciuto visitare l'Africa,
di cui ammiravo le bellezze, ma per conoscerla ero costretto a lavorarci.
Non potevo permettermi viaggi di piacere.
Un giornalista polacco non poteva essere un free lance. Ecco perche', a
differenza di Moravia, nei miei libri ho potuto parlare dell'Africa solo
come di un continente di colpi di stato, di guerre e di grandi leader. Ora
che ho piu' tempo, posso permettermi qualcosa di piu'. In Ebano descrivo
anche la natura dell'Africa, la sua cultura e i suoi immensi spazi. Ma
sempre con un'attenzione particolare all'uomo.
- Fino a non molto tempo fa, ossia negli anni Settanta, lei scriveva in modo
completamente diverso. I suoi libri sull'Etiopia e sull'Iran erano
narrazioni conchiuse, paragonabili a un romanzo o a un dramma. Cos'e'
successo?
- Penso che la svolta sia avvenuta proprio negli anni Settanta. La
rivoluzione elettronica ha prodotto un'accelerazione pazzesca, per cui le
informazioni hanno cominciato a girare con maggiore rapidita'. Inoltre credo
che la mia prospettiva sia leggermente cambiata. Scrivendo Il Negus e
Shah-in-shah, ero concentrato in un solo luogo e su un solo avvenimento,
mentre adesso cerco di spaziare su un orizzonte piu' vasto, di tipo
planetario.
- Gia' Imperium, il libro sul crollo dell'Unione Sovietica, ricorda piu' un
collage che un dramma.
Non sono riuscito a dividerlo secondo un inizio, uno svolgimento e una fine:
ero troppo sopraffatto da una realta' cosi' straripante. Non ce l'ho fatta a
organizzarla.
*
Da pagina 96
L'Occidente si difende mettendo in guardia i suoi abitanti da tutto cio' che
non e' occidentale. Osservando le cronache dal mondo dei media occidentali,
vediamo che cio' che non e' occidentale viene visto come una minaccia. A
Oriente siamo minacciati dalla mafia. A Sud, dai fondamentalisti. In Africa
da africani dementi che si trucidano a vicenda. Dall'Asia e dall'America
Latina incombono i narcotrafficanti. Tutto cio' che non appartiene
all'Europa occidentale e' una minaccia.
La conoscenza del mondo passa sempre di piu' nelle mani dei media. L'uomo
comune sa solo quanto gli viene mostrato dalla televisione americana. Tutte
le altre televisioni, compresa la nostra, comprano materiali dalla
televisione americana e si modellano su di essa. La nostra conoscenza del
mondo si basa su quello che le tre grandi reti televisive americane vogliono
farci sapere. Oggi, al posto della censura vecchio stile (come ai tempi del
comunismo) si usa la manipolazione. Ci si discosta dalla verita' non dicendo
una bugia, ma facendo passare per vero quello che e' falso.
- E in che cosa consiste questa manipolazione?
- Nella scelta degli argomenti. Si mostrano solo alcune cose, e in
proporzioni abnormi. Per esempio, la miseria. Guardando la televisione,
siamo autorizzati a pensare che i principali problemi del mondo siano il
terrorismo, i vari fondamentalismi, il narcotraffico e la criminalita'
organizzata. Non e' vero. Il principale problema del mondo consiste nel
fatto che i due terzi dell'umanita' vivano in miseria, al limite della fame,
senza alcuna prospettiva di cambiamento. Una volta il mondo era diviso in
Oriente e Occidente, in democrazia e totalitarismo. Oggi e' diviso in ricchi
e poveri, e la differenza continua a crescere. L'umanita' entra nel XXI
secolo come una famiglia profondamente divisa. Duecentosessantotto persone
al mondo possiedono un patrimonio pari a quello di mezza umanita'. Non ci si
puo' fare niente: forze troppo grandi contribuiscono a mantenere, o
addirittura ad approfondire, questa sperequazione. Tutte cose di cui i
giornali non parlano. La manipolazione consiste nel fare della miseria un
elemento esotico, relegandola in appositi canali, come Discovery, Travel o i
canali turistici. "Alle Bahamas troverete dei villaggi poveri". La miseria
e' un'attrazione turistica.
- Quali conseguenze ha tutto cio' sulla professione del giornalista?
- Di renderla profondamente diversa. Il giornalismo era una professione
estremamente responsabile, che richiedeva qualificazione, cultura,
maturita'. Una volta i grandi giornalisti erano delle glorie mondiali, tutti
conoscevano i loro nomi, sapevano chi e cosa rappresentassero.
All'inizio del XXI secolo la gente ha l'impressione che le tocchi vivere in
un mondo straziato dalle guerre. E invece non e' vero. Il novantanove per
cento della gente vive bene o male - piu' male che bene -, ma in stato di
pace. I conflitti armati riguardano solo alcuni punti del nostro pianeta:
che siano dieci o venti, sono pur sempre dei punti isolati. Noi, invece,
guardando il mondo attraverso il prisma dei media puntati sui punti caldi,
abbiamo l'impressione di avere la guerra alle porte e che da ogni parte
incombano morte e sterminio. L'uomo e' molto suggestionabile e il potere di
suggestione dei media e' immenso.
Un altro tipo di manipolazione e' la manipolazione consapevole. Oggi i media
tendono a parlare di un avvenimento solo quando sono in grado di spiegarne
le cause e fornire tutte le risposte del caso. Un esempio: la crisi del
Kossovo dura ormai da otto anni, pero' non se ne parla fino al momento in
cui non si decide di risolvere il problema. L'informazione non esiste
finche' non si puo' fornire una risposta circa le cause degli eventi.
I media non sono interessati a rispecchiare la realta' del mondo, ma a
competere tra di loro. Una stazione televisiva o un giornale non possono
permettersi di mancare una notizia trasmessa da un loro diretto concorrente.
Va a finire che i media seguono non la vita che realmente si svolge, ma i
propri concorrenti.
Oggi i media si spostano a branchi, come le pecore. Non riescono a muoversi
da soli, indipendentemente dagli altri. Ecco il motivo per cui in qualunque
parte del mondo si leggono e si vedono gli stessi servizi e le stesse
notizie. Prendiamo la Guerra del Golfo Persico: duecento troupe televisive
concentrate nella medesima zona. In quello stesso momento, in altre parti
del mondo accadeva una serie di fatti importanti, persino cruciali, ma
nessuno se ne curava, nessuno ne parlava, perche' tutti erano nel Golfo
Persico. Lo scopo di ogni grande network, infatti, non e' quello di
trasmettere un'immagine del mondo, ma di non essere da meno delle altre
reti. E se, subito dopo, si verifica un fatto nuovo, ecco che tutti si
trasferiscono da un'altra parte, si piazzano nello stesso luogo senza
curarsi di cio' che accade altrove. Ed e' cosi' che l'uomo della strada si
fa un'idea della situazione mondiale.
Un altro fenomeno negativo e impossibile da frenare e', per esempio, quello
di sfruttare le emozioni umane. Il giornalista entra nell'abitazione di una
madre che ha appena perso un figlio e le chiede che cosa provi. L'occhio
della telecamera spia come un avvoltoio le lacrime e i gesti di
disperazione, senza scrupolo, senza ombra di etica. E non c'e' rimedio,
poiche' il meccanismo della concorrenza e' un meccanismo di mercato, e il
meccanismo di mercato e' la base della democrazia. Non esiste meccanismo
migliore di quello fondato su mercato, democrazia e concorrenza, e questi
elementi fanno si' che il giornalista che si esime da un certo comportamento
crei un posto vuoto, occupato immediatamente da qualcun altro. Un sistema
che possiamo condannare, limitare e criticare quanto vogliamo, ma non certo
eliminare.

5. RILETTURE. SHULAMITH FIRESTONE: LA DIALETTICA DEI SESSI
Shulamith Firestone, La dialettica dei sessi, Guaraldi, Firenze-Rimini 1971,
1976, pp. 250. Un libro che occorre aver letto.

6. RILETTURE. GERMAINE GREER: L'EUNUCO FEMMINA
Germaine Greer, L'eunuco femmina, Bompiani, Milano 1972, 1979, pp. XXIV +
380. Un libro che occorre aver letto.

7. RILETTURE. GERMAINE GREER: LA DONNA INTERA
Germaine Greer, La donna intera, Mondadori, Milano 2000, 2001, pp. VI + 390,
euro 8,26. Un libro che occorre aver letto.

8. RILETTURE. ADRIENNE RICH: NATO DI DONNA
Adrienne Rich, Nato di donna, Garzanti, Milano 1977, 1996, 2000, pp. 422,
euro 11,36. Un libro che occorre aver letto.

9. RILETTURE. SHEILA ROWBOTHAM: DONNE, RESISTENZA E RIVOLUZIONE
Sheila Rowbotham, Donne, resistenza e rivoluzione, Einaudi, Torino 1976,
1977, pp. VIII + 336. Un libro che occorre aver letto.

10. RILETTURE. SHEILA ROWBOTHAM: ESCLUSA DALLA STORIA
Sheila Rowbotham, Esclusa dalla storia, Editori Riuniti, Roma 1977, pp. 272.
Un libro che occorre aver letto.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'

Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 839 del 2 giugno 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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