Voci e volti della nonviolenza. 313



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 313 del 13 marzo 2009

In questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Seta sulla pelle
2. Peppe Sini: Il disegno
3. Carlo Lania: La persecuzione dei malati
4. Matteo Moder: La persecuzione dei bambini
5. Alcuni estratti da "Gli italiani sono bianchi?" a cura di Jennifer
Guglielmo e Salvatore Salerno (parte seconda e conclusiva)

1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: SETA SULLA PELLE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento]

"A volte mi sento sola. E' come se fossi l'unica a preoccuparmi di essere me
stessa, quando intorno ogni cosa ti dice che devi essere molto magra,
truccarti e parlare di ragazzi per tutto il tempo. E' quando mi sento sola
che immagino il mio posto speciale. E' una spiaggia, e l'acqua e' cosi'
chiara che puoi vedere il fondo. L'acqua di mare e' come seta sulla mia
pelle. E' difficile vivere quando tutti gli altri sembrano pensarla in
maniera diversa da te, ma il mio posto speciale e' sempre li', dentro di me,
e posso andarci quando voglio. Quando torno dalla spiaggia della mia mente
sento di avere speranza, ispirazione, futuro". Amulya, dodici anni, figlia
di migranti. Ministro Maroni, lasci che questa ragazza continui a vivere
accanto a me, per favore. Il suo sorriso e' il mio posto speciale. Quando lo
posso vedere, anch'io smetto di sentirmi sola.

2. LE ULTIME COSE. PEPPE SINI. IL DISEGNO

Il disegno perseguito dal governo con l'insieme di infami provvedimenti del
cosiddetto "pacchetto sicurezza" mirati a colpire brutalmente i migranti ed
i poveri e' chiarissimo: introdurre in Italia il regime dell'apartheid. E
scatenare i mazzieri contro le persone piu' sfruttate e piu' oppresse,
scatenare la violenza squadrista contro le persone piu' deboli.
Perseguitare, terrorizzare e massacrare oggi i migranti e i piu' poveri. Per
terrorizzare e dominare tutti.
C'e' un nome per questo: regime del terrore.
C'e' un nome per questo: colpo di stato.
C'e' un nome per questo: dittatura razzista e fascista.
*
Ecco perche' e' cosi' decisivo contrastare subito il tentativo governativo
di introdurre nell'ordinamento questi abominevoli, scellerati provvedimenti
razzisti e totalitari.
Non si tratta solo di difendere i diritti umani dei fratelli e delle sorelle
migranti; si tratta di difendere i diritti di tutte le persone, i nostri
stessi diritti.
Se passa il "pacchetto sicurezza" gli squadristi delle ronde prima andranno
a manganellare e bruciare vivi i migranti, poi verranno nelle nostre case.
Se passa il "pacchetto sicurezza" oggi si lasceranno morire senza cure
uomini, donne e bambini migranti, domani le cure saranno negate anche a noi.
Se passa il "pacchetto sicurezza" oggi si tolgono i fondamentali diritti
civili e sociali a chi e' senza casa, domani si toglieranno a tutti.
*
E' necessario ed urgente che tutte le istituzioni democratiche si oppongano
a questo tentativo eversivo di un governo razzista che sta violando la
legalita' costituzionale, che sta violando la civilta' giuridica, che sta
violando ogni diritto ed ogni morale.
E' necessario ed urgente che a questo tentativo eversivo di un governo
razzista si oppongano tutte le associazioni della societa' civile.
E' necessario ed urgente che a questo tentativo eversivo di un governo
razzista si oppongano tutte le persone di volonta' buona.

3. UNA SOLA UMANITA'. CARLO LANIA: LA PERSECUZIONE DEI MALATI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 marzo 2009 col titolo "La rivolta dei
medici: Non siamo spie. Tutti contro la denuncia"]

L'idea di trasformarsi in spie non gli piace affatto, al punto che si dicono
pronti a rivolgersi alla Corte di giustizia europea se la norma che
praticamente li obbliga a denunciare i "clandestini", contenuta nel disegno
di legge sulla sicurezza all'esame della Camera, non verra' abolita. "Ci
obbliga certo, perche' non e' vero come afferma la Lega che saremmo liberi
di scegliere - spiega il segretario della Cgil medici Massimo Cozza -. Come
medici siamo dei pubblici ufficiali e in quanto tali la legge ci obbliga a
denunciare un reato".
I medici italiani scendono in campo contro il governo che li vorrebbe
catapultare in prima linea nella lotta all'immigrazione "clandestina". Una
guerra che non li riguarda, fanno sapere i principali sindacati di categoria
(Anaoo assomed, Cimo, Asmd, Aarol, Fp-Cgil, Fvm, Federazione Cisl, Fassid,
Fesmed, Uil fpl) che ieri hanno rivolto una appello al parlamento perche'
bocci una norma che non solo li trasformerebbe in sceriffi, ma che non
esitano a definire pericolosa per le sue possibili conseguenze. I rischi,
spiegano infatti i camici bianchi, sono numerosi: dalla possibile nascita di
una sanita' parallela e clandestina alla quale gli immigrati sarebbero
costretti a rivolgersi, alle conseguenze che il ritardo - praticamente
scontato - con cui i "clandestini" comincerebbero a rivolgersi alle
strutture sanitarie pubbliche comporterebbe per la salute pubblica, compreso
il ritorno di malattie considerate ormai scomparse, come i focolai di
tubercolosi dei quali sono stati registrati 4.500 casi nel 2005), con il
conseguente aumento di costi per il sistema sanitario nazionale. Il tutto,
proseguono i medici, senza contare che non si potrebbe piu' lavorare con la
necessaria tranquillita', e la perdita di tempo che comporterebbe la
denuncia dei "clandestini".
"Questa norma non serve a nulla", ha spiegato Carlo Lusetti, segretario
nazionale dell'Anaao Assomed. "Non serve al controllo dell'ordine pubblico,
che invece e' bene che sia garantito da altri soggetti e non dai medici, e
non aiuterebbe la spesa sanitaria anche perche' gli immigrati clandestini si
rivolgerebbero agli ospedali non piu' ai primi sintomi della malattia, ma in
uno stato gia' avanzato e quindi con costi maggiori".
Ma il punto su cui i medici insistono di piu' riguarda l'obbligo della
denuncia. Il testo approvato dal Senato abolisce il divieto per i medici di
denunciare i clandestini, come e' stato fino a oggi, senza introdurre un
esplicito obbligo a farlo. Un'assenza che e' stata interpretata come un
voler lasciare ai medici e alla propria coscienza la liberta' di decidere se
consegnare o meno un immigrato illegale alla polizia. Interpretazione
sbagliata, secondo i sindacati di categoria. "Il medico dipendente da enti
pubblici o da enti convenzionati con il servizio sanitario nazionale -
spiega Cozza - riveste contemporaneamente la qualifica di pubblico ufficiale
e di pubblico servizio". Una duplice posizione che rende impossibile per un
medico non denunciare un immigrato illegale, salvo essere denunciato a sua
volta. "Chi omette o ritarda la denuncia - prosegue infatti Cozza - sara'
punito con la multa da 30 a 516 euro. E non va dimenticato che
l'obbligatorieta' della denuncia non e' solo a carico dei medici, ma anche
degli infermieri e di tutto il personale della sanita' pubblica quando e'
nell'eservizio delle sue funzioni".
Ma non sono solo i medici a puntare il dito contro il disegno di legge sulla
sicurezza voluto dal Viminale. Anche le associazioni che si occupano di
emarginazione denunciano infatti gli effetti pericolosi di un'altra norma
contenuta nel testo, quella che prevede un certificato di idoneita'
sanitaria della propria abitazione per chiunque voglia ottenere la
residenza. Altra norma studiata a tavolino per colpire i tanti immigrati
costretti a vivere in abitazioni di fortuna, ma che rischia adesso di
colpire decine e decine di migliaia di italiani. Come denuncia Daniela
Pompei, della comunit‡ di Sant'Egidio. "Attenzione - ha detto ieri Pompei -
perche' senza residenza non c'e' diritto di accesso ai servizi, e questo
riguardera' molti italiani come giovani precari o anziani che vivono o vanno
a vivere in alloggi privi dei requisiti".
Allarme rilanciato anche da Paolo Antonio Mummo, dell'Associazione degli
avvocati di strada, che tutela i diritti dei senza fissa dimora:
"Immaginate - ha detto - le conseguenze per i milioni di italiani che gia'
oggi vivono in case senza i requisiti: pensate ai bassi di Napoli, a Matera,
o alle famiglie, specie al sud, che vivono in sei in due stanze".

4. UNA SOLA UMANITA'. MATTEO MODER: LA PERSECUZIONE DEI BAMBINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 marzo 2009 col titolo "I figli dei
'clandestini' invisibili per legge" e il sottotitolo "Impossibile
registrarli all'anagrafe. Appello dell'Asgi"]

Rischio bambini fantasma. Se dovesse passare senza modifiche il disegno di
legge "Disposizioni in materia di sicurezza", approvato dal Senato e
attualmente all'esame della Camera, d'ora in poi in Italia ci potremmo
trovare di fronte a un esercito di bambini che non esistono, ne' avranno
modo di esistere. Il ddl introduce infatti l'obbligo per il cittadino
straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di
provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra cui sono inclusi
anche gli atti di nascita. L'ufficiale dello stato civile - se passasse
effettivamente la norma - non potra' dunque ricevere la dichiarazione di
nascita ne' di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori
stranieri privi di permesso di soggiorno.
Il provvedimento ha fatto insorgere l'Associazione studi giuridici
sull'immigrazione (Asgi), che si e' fatta promotrice di un appello firmato
da piu' di duecento associazioni, e l'Associazione culturale pediatri.
Nell'appello si sottolinea l'incostituzionalita' della norma, perche' viola
il diritto di protezione dell'infanzia, nonche' priva di fatto delle persone
di avere un nome e un'identita'.
Non solo, un provvedimento di questo tipo appare in palese contrasto con la
Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre
1989. Una convenzione che sancisce il diritto del bambino di essere
registrato "immediatamente al momento della sua nascita", il diritto "a un
nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a
conoscere i suoi genitori ed a essere allevato da essi", nonche' il diritto
"a preservare la propria identita', ivi compresa la sua nazionalita', il suo
nome e le sue relazioni famigliari".
Le conseguenze di tale modifica normativa sui bambini che nascono in Italia
da genitori "irregolari" sarebbero gravissime. "I minori - si legge ancora
nell'appello dell'Asgi - che non saranno registrati alla nascita, infatti,
resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle
istituzioni: bambini invisibili senza identita', e dunque esposti a ogni
violazione di quei diritti fondamentali che ai sensi della Convenzione Onu
sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza devono essere riconosciuti a
ogni minore". Ad esempio, in mancanza di un documento da cui risulti il
rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la
cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta
la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione,
inclusa la scuola. Proprio a causa della loro invisibilita', saranno assai
piu' facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri
umani.
In secondo luogo - denuncia poi l'Associazione culturale pediatri, che si e'
espressa anch'essa contro il provvedimento - vi e' il forte rischio che i
bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di
permesso di soggiorno, essendo a questi ultimi impedito il riconoscimento
del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la
dichiarazione dello stato d'abbandono. Questi bambini, dunque, potranno
essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di
ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui
cio' sia contrario all'interesse del minore), sancito dalla Convenzione Onu
sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza e dalla legislazione italiana.
E' probabile, infine, che molte donne prive di permesso di soggiorno,
temendo che il figlio venga loro tolto, decidano di non partorire in
ospedale.
Anche in considerazione delle condizioni estremamente precarie in cui vivono
molti immigrati irregolari, sono evidenti - conclude l'appello-denuncia -
gli elevatissimi rischi che questo comporterebbe per la salute sia del
bambino che della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e
delle morti alla nascita.

5. LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "GLI ITALIANI SONO BIANCHI?" A CURA DI JENNIFER
GUGLIELMO E SALVATORE SALERNO (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Jennifer Guglielmo, Salvatore Salerno (a cura di), Gli italiani sono
bianchi? Come l'America ha costruito la razza, il Saggiatore, Milano 2006
(ed. orig.: Are Italians White?, 2003)]

Da pagina 33
Louise DeSalvo: Colore: bianco / carnagione: scura
"Un giornalista al capo cantiere, circa 1890: Un italiano e' un uomo
bianco?. Il capo cantiere: Nossignore, un italiano e' un Dago".
Mio padre telefona per dirmi che sta riordinando le sue carte. Ha trovato
dei documenti, dice, che potrei volere, visto che da un po' di tempo mostro
interesse per i miei nonni italiani immigrati. Chiedo di che si tratta.
"Oh, documenti di naturalizzazione, visti, certificati di nascita e di
morte" dice "niente d'importante".
Gli dico di portarmeli subito, perche' per me sono importanti. So che se non
me li faccio consegnare immediatamente potrebbero finire nella spazzatura,
come altri ricordi di famiglia dopo il secondo matrimonio di mio padre, dato
che lui ama sbarazzarsi di quelli che considera detriti della sua vita
precedente.
Mio padre vive nel presente, piu' di chiunque altro io conosca, e considera
il suo passato un peso, un ostacolo ormai superato, senza alcun legame con
cio' che ha scelto di diventare: un americano. Avere vissuto in Italia, in
un paese vicino a Sorrento; appartenere alla cultura dell'Italia
meridionale; essere cresciuto in poverta' nella contea di Hudson, in New
Jersey; essere stato deriso da ragazzo perche' era magro, basso e italiano;
essere stato attaccato ferocemente da un superiore in Marina, durante la
seconda guerra mondiale, per le stesse ragioni; tutto questo per mio padre
e' insignificante. E cosi', negli anni Quaranta e Cinquanta, non sono
cresciuta come gli altri, ascoltando le storie sulla "vita nel nostro
vecchio paese", consapevole di appartenere a una famiglia da poco arrivata
negli Stati Uniti.
Il modo in cui mio padre (e anche mia madre) si relazionavano con il loro
patrimonio culturale era non parlarne. E non parlavano nemmeno della razza o
dell'appartenenza etnica di nessun altro. Non usavano etichette etniche o
razziali parlando di questioni mondiali o nazionali, o dei nostri
conoscenti. E ogniqualvolta dicevo che un amico era questo o quell'altro
(perche' alle superiori avevo cominciato a pensare in termini di categorie
etniche e razziali, ascoltando le amiche decidere con chi potevano o non
potevano uscire), i miei genitori facevano spallucce e dicevano "e allora?
dentro siamo tutti uguali" oppure "l'abito non fa il monaco". Era il loro
modo di dire che quando conosci la razza o l'etnia di una persona, non sai
ancora niente di lei. Cosi' l'ascendenza di chiunque sembrava priva
d'importanza ai miei genitori, che pure s'interessavano molto alla storia.
Ma questo era il loro modo di capire cio' che sembrava incomprensibile: per
esempio, perche' esisteva il pregiudizio; perche' le persone venivano
perseguitate; perche' c'erano le guerre.
Mio padre ha ottantasei anni e temo che tutto quello che sa sui miei nonni
morira' con lui. Il mio sessantesimo compleanno si avvicina e voglio fargli
tirare fuori tutte le storie che sa su di loro, perche' mi nutrano e mi
sostengano in questa fase della vita. Le voglio anche per poterle raccontare
ai miei nipoti, cosi' che i nostri antenati - le persone, le loro vite, il
nostro passato - non vengano dimenticati. Perche' possano imparare, piu'
presto di quanto non abbia fatto io, chi furono queste persone.
Che mio padre fosse un italiano del Sud e' una cosa che ho appreso solo di
recente. Eppure, e' sempre stato molto interessato alla cultura italiana:
l'opera e i capolavori di Michelangelo o di Leonardo da Vinci. Di queste
cose mi parlava, non dell'Italia flagellata dalla poverta', che i suoi
genitori e quelli di sua moglie avevano abbandonato in circostanze
disperate. Un'Italia di cui io stessa ho appreso l'esistenza dopo i
cinquant'anni. E non da mio padre.
Il mio interesse per i nonni e per come loro, e gli altri immigrati
italiani, erano visti e trattati al loro arrivo negli Stati Uniti e' recente
e urgente. Negli anni Quaranta e Cinquanta, negli Stati Uniti, alcuni
italiani americani, come i miei genitori, hanno sepolto il passato, cercando
di integrarsi. In parte, era per via della guerra; ma era anche l'etica del
tempo: le differenze razziali ed etniche non erano apprezzate ma, piuttosto,
condannate e messe in ridicolo. E c'era sempre (e c'e' ancora) negli Stati
Uniti un silenzio molto singolare sulla diaspora italiana e sulle
ingiustizie inflitte agli italiani americani.
Non sapevo nulla delle vite dei miei nonni in Italia. Di certo non sapevo
nulla degli orribili maltrattamenti, dello sfruttamento, della fame imposta
ai contadini e ai braccianti del Mezzogiorno, che oggi appaiono come una
forma di "pulizia etnica". Quello che ho appreso dopo i cinquant'anni su
quella storia, leggendo opere come Blood of My Blood: The Dilemma of Italian
Americans, di Richard Gambino, le loro vite appena dopo l'arrivo negli Stati
Uniti, il modo in cui venivano trattati perche' erano italiani (i poliziotti
che invadevano il quartiere italiano di Hoboken, in New Jersey; Sacco e
Vanzetti condannati malgrado le prove della loro innocenza; gli italiani
americani linciati negli stati del Sud e incarcerati durante la seconda
guerra mondiale): tutto questo e' stato doloroso.
Da bambina sapevo ben poco: che nessuno di loro parlava inglese; che loro
vivevano (come noi) in un quartiere proletario italiano finche' non ci
trasferimmo in una zona residenziale quando avevo sette anni; che
preparavano cibi che non mi sono piaciuti finche' non sono diventata piu'
grande; che mio nonno lavorava alle ferrovie; che mia nonna era la custode
del nostro palazzo. Come dire che non sapevo quasi niente.
Piu' avanti ho appreso che gli italiani che lavoravano alle ferrovie
guadagnavano meno dei "bianchi" per il loro lavoro; che dormivano in carri
merci luridi e infestati da parassiti; che si negava loro l'acqua ma non il
vino (che li rendeva piu' trattabili) e che di certo questa cosa ha
abbreviato la vita di mio nonno. Ho appreso che la mia nonna paterna
lavorava per un salario da fame in una fabbrica tessile, dove portava mio
padre quando era piccolo, nascondendolo sotto la macchina per cucire perche'
non aveva nessuno a cui lasciarlo. Quando il padrone lo scopri', mio padre
fu messo a lavorare: aveva quattro o cinque anni.
Mio padre, come i suoi genitori prima di lui, non e' incline a parlare di
come veniva trattato perche' la sua famiglia era italiana. Penso che sia
perche' lui e', e loro erano, prodotto di una cultura contadina: orgogliosi,
remissivi, fatalisti. Siccome erano orgogliosi facevano quello che c'era da
fare e ritenevano le parole uno spreco di tempo e d'energia, e a loro non
piaceva ammettere di essere maltrattati anche se lo erano: quando ne
parlavano, chiamavano quello che avveniva la miseria, come se la loro
condizione fosse qualcosa che era capitato, anziche' qualcosa che qualcuno
aveva fatto loro. Siccome accettavano tutte le circostanze che si
verificavano, non consideravano anormali lo sfruttamento o l'abuso. E
siccome erano fatalisti, credevano che il pregiudizio contro di loro fosse
nell'ordine delle cose.
Percio' non si lamentavano. E dal momento che la lamentazione e' essenziale
all'esistenza di una storia orale e invece loro non esternavano le loro
lagnanze, ma piuttosto le seppellivano, non ho quasi nessuna storia da
raccontare su questi nonni; niente che sia arrivato fino a me su come i miei
nonni e i loro genitori vivevano in Italia o quando sono arrivati negli
Stati Uniti; niente su come furono trattati o sulle difficolta' che
incontrarono. Poiche', a differenza di altri emigranti, queste persone erano
spesso analfabete, hanno lasciato ben pochi documenti attraverso cui si
possa scrivere la loro storia. E i loro nipoti stanno appena iniziando a
farlo.
Ma il silenzio e' anche culturale: raccontare che sei stato maltrattato e
ritenerlo un fatto significativo richiede la capacita' di immaginare un
mondo in cui le persone siano trattate in modo umano (o dovrebbero esserlo).
Sembra che i miei nonni non riuscissero a immaginare un mondo del genere. Ma
i miei genitori (soprattutto mia madre) si'.
Cosi' adesso tocca a me tirare fuori quello che riesco dal pochissimo che
ho. E i documenti che mio padre mi consegna sono di incommensurabile aiuto.
*
Da pagina 136
Salvatore Salerno: I delitti della razza bianca. Il discorso razziale degli
anarchici italiani come reato
Nell'ampia e sofisticata letteratura sulla consapevolezza etnica e
sull'americanizzazione tra gli immigrati europei, ben poco emerge di quanto
gli italiani pensassero a proposito della razza, o della percezione che
avevano di se' e dei propri interessi in quanto bianchi. Quanto e' noto sul
periodo tra il 1880 e il 1920 e' in larga misura aneddotico. Nel suo lavoro
sugli italiani e l'identita' razziale, Robert Orsi ha fatto ricorso al
folclore come strumento per presentare la complessita' dell'esperienza della
razza per gli immigrati italiani in America. La storia raccontata e' la
seguente: "Sembra che tutti i figli e i nipoti degli immigrati italiani
negli Stati Uniti conoscano la storia, che sostengono sia vera, del nuovo
immigrato appena sceso dalla bagnarola che cammina per le strade di New York
(o Boston, o Chicago, o St. Louis) e vede un nero. Il povero pivello rimane
a bocca aperta. Non ha mai visto prima una persona nera. Che cos'e'?
Inciampando per non restare indietro, affretta il passo e cammina a fianco
del nero, fissando costernato e incredulo quello strano spettacolo. Ma cosa
puo' mai essere? Si chiede il pivello. Alla fine non resiste piu'. Si
avvicina di corsa allo sconosciuto che sussulta, gli afferra il braccio e
comincia a strofinare furiosamente la pelle per vedere se il colore nero
viene via".
Orsi mette poi a confronto l'esperienza dell'immigrato italiano privo di
consapevolezza con quella dei cinque negozianti siciliani linciati nel 1899
a Tallulah, in Louisiana, per avere violato le leggi non scritte
dell'interazione razziale nel Sud. Le due storie ritraggono gli immigrati
italiani come inconsapevoli della differenza razziale o ignari della
gerarchia razziale americana. La mancanza di consapevolezza razziale,
tuttavia, non spiega la reazione violenta dei bianchi di Tallulah nei
confronti degli immigrati. Questo saggio esamina la presunta mancanza di un
discorso sulla razza tra gli immigrati italiani. La storia degli immigrati
italiani di sinistra in America e, in modo particolare, quella delle frange
anarchiche del movimento, mette in discussione tale prospettiva.
La prima e la seconda generazione degli immigrati italiani radicali
elaborarono un discorso profondamente critico nei confronti della gerarchia
razziale americana, tanto da essere considerato reato dal Dipartimento di
Giustizia. Questo saggio contribuisce a recuperare tale discorso per
affermare che l'attivismo degli immigrati anarchici italiani problematizza
la nostra comprensione del processo di razzializzazione nel periodo tra il
1880 e il 1920. In tale periodo le autorita' federali si basarono sulle
proprie paure razziste per formulare la legge sull'immigrazione, che creo'
una nuova classe di criminali per giustificare lo sviluppo di un sistema di
sorveglianza delle pratiche di opposizione politica.
Ho cominciato ad analizzare il movimento anarchico italiano a Paterson, New
Jersey, attraverso i giornali pubblicati da uno dei piu' popolari gruppi di
immigrati anarchici italiani nell'area metropolitana di New York, il gruppo
L'Era Nuova, che nel primo quarto del XX secolo fece di Paterson uno dei
punti chiave del movimento anarchico internazionale. Il gruppo fu di grande
aiuto nel portare il sindacalismo a "Silk City" (la principale industria di
Paterson era la manifattura della seta) e fu tra le prime sezioni locali di
lingua straniera a unirsi all'IWW (Industrial Workers of the World).
Malgrado la sua importanza per la comunita' anarchica internazionale e per
la storia dei lavoratori in America, esistono poche informazioni sul gruppo
e sui suoi membri. All'inizio della ricerca ho individuato uno studio di
Sophie Elwood che motivava in parte questa mancanza di informazioni. Elwood
esaminava la comunita' anarchica italiana di Paterson attraverso la storia
orale, scoprendo che i discendenti del movimento e i membri della comunita'
non ricordavano gli attivisti del gruppo come anarchici. "Mi e' sembrato
interessante" scriveva Elwood, che "nelle interviste condotte, tutti quelli
che all'inizio del Novecento erano bambini o adolescenti nella zona di
Paterson oggi descrivano quasi sempre i padri e le madri come socialisti.
Nessuno e stato ritratto come anarchico".
[...] Passando in rassegna la stampa radicale italiana, Rudolph J. Vecoli ha
rilevato che i socialisti italiani, a differenza di altri gruppi marxisti,
non hanno mancato di protestare per le ingiustizie contro i neri. Al
contrario, i socialisti italiani analizzarono le cause del razzismo e
tentarono di incorporare un'analisi della razza nella loro critica del
capitalismo. Comunque, la stampa socialista italiana anteponeva la classe
alla razza. Uno dei pochi articoli apparsi sul giornale socialista di lingua
italiana "Il Proletario" riassumeva la prospettiva della Federazione
socialista italiana negli Stati Uniti. In "Non una questione di razza, ma
una questione di classe", lo scrittore indicava il modo riprovevole in cui
il razzismo veniva praticato nella societa' americana: "Di che razza credono
di essere, questi bianchi arroganti? Da dove pensano di arrivare? I neri
almeno sono una razza, ma gli americani bianchi [...] quanti di loro sono
bastardi? Quanti miscugli ci sono nel loro sangue puro? Quante delle loro
donne chiedono baci ai forti e vigorosi schiavi neri? Allo stesso modo
l'uomo bianco vuole il piacere ardente che gli possono dare le donne nere,
con le labbra carnose e i movimenti sinuosi del corpo. Ma i cavalieri
bianchi non si interessano all'onore e alla decenza della donna nera, che
usano e di cui abusano a loro piacere. Per loro, l'odio razziale e' un
dovere nazionale".
Nel brano in questione, lo scrittore tralascia di analizzare il concetto
stesso di razza o di problematizzare gli stereotipi sessuali associati alla
razza. Al contrario, l'articolo si conclude facendo ricadere la razza
all'interno della classe. "I produttori si devono unire contro gli
sfruttatori del loro prodotto. Non e' una lotta di razza, ma di classe".
Vecoli prosegue citando Luigi Galleani che "si beffava del moralismo degli
americani, che esprimevano indignazione per la persecuzione degli ebrei in
Russia, mentre 'ai neri negavano lavoro nelle fabbriche, giustizia nei
tribunali, protezione nelle leggi e compassione nei cuori'". Mentre negli
altri giornali della sinistra italiana gli articoli sul tema sono
occasionali, la stampa anarchica di Paterson racchiude la critica piu'
sostenuta e dettagliata della razza negli Stati Uniti. Questa e' una delle
ragioni principali per cui gli anarchici divennero un bersaglio durante il
periodo della Paura Rossa tra la fine degli anni Dieci e l'inizio degli anni
Venti del secolo scorso. L'assenza del discorso critico dei resoconti
dell'esperienza italiana americana fu il risultato di una campagna
orchestrata con cura dal governo federale statunitense. E' forse l'ironia
finale che questa storia non sia andata interamente perduta in conseguenza
del lavoro degli agenti federali e della loro squadra degli esperti
linguistici.
Gli italiani che sfidavano la linea del colore dovevano affrontare non solo
il furore del governo federale, ma anche quello dei vigilantes bianchi (che
spesso includevano anche capi politici e religiosi). Gli immigrati italiani
furono linciati dai bianchi in Louisiana, Mississippi, West Virginia,
Florida e in alcune citta' minerarie dell'Ovest, per presunti reati tra cui
la violazione dei codici razziali locali. Nell'estate del 2001 mi sono
recato in un paese vicino a New Orleans per intervistare la zia di un amico
su un linciaggio di italiani, li' avvenuto negli anni Venti. "Se gliene
parlo mi uccidono", e' stata la prima cosa che mi ha detto quando il nipote
le ha chiesto di raccontarmi la storia. "Sei sicuro di essere italiano?"
continuava a chiedere. Alla fine, dopo molte rassicurazioni, mi ha
raccontato la storia. Erano sei, disse, uno era appena un ragazzo. Secondo
la sua versione, uno di loro si era opposto al Ku Klux Klan e, in cambio,
tutto il gruppo era stato accusato di un reato inesistente. Gli uomini erano
stati processati due volte; alla fine li avevano impiccati tutti in una
prigione costruita appositamente per le esecuzioni. La zia del mio amico e
altri membri della comunita' africana americana lo consideravano un
linciaggio. Il mio amico poi mi ha accompagnato a un negozio di alimentari
poco piu' avanti, di proprieta' di italiani americani. La clientela era
africana americana, perche' il proprietario era stato scacciato da New
Orleans proprio a causa delle solide relazioni commerciali con la comunita'
africana americana. Purtroppo, il proprietario non aveva molto tempo per le
domande stringenti di uno sconosciuto arrivato dal Nord. Fui accolto dallo
stesso silenzio che aveva incontrato Elwood nella sua ricerca di fonti orali
tra i discendenti degli anarchici a Paterson. Sapevo che ci sarebbero voluti
anni per districare una storia di quel tipo. Le storie dei linciaggi e la
repressione contro la sinistra non sono accomunate soltanto dal rifiuto
degli immigrati italiani di considerare nemici gli africani americani, ma
anche dalle pesanti conseguenze del loro tentativo di unire le forze. Una
simile trasgressione costituiva una sfida al nucleo fondamentale della
supremazia bianca, e fu il motivo per cui i militanti vennero attaccati,
assassinati, ridotti al silenzio.
*
Da pagina 171
Manifest: In prima linea. L'hip-hop, la vita e la morte del razzismo
Ho trovato il mio mezzo di espressione e riconosciuto la mia vocazione nel
momento stesso in cui ho sentito una base e ho cominciato a fare rime.
Rispettato, innalzato, maestro del riff, non esito a migrare per manifestare
il dono che mi ha benedetto [...] rivelato alla nascita, portato sulla
terra, venuto dalla fonte, lo Spirito: l'unica forza dell'universo.
Primogenito, ho subito cominciato a rimare, spezzare il ritmo, forzare i
cancelli ai concerti [...] fede completa nella creativita', pratico
l'umilta', MC autentico all'ennesima potenza. Il seguito e' un'odissea, che
mi ha catapultato dai tranquilli sobborghi ai ghetti piu' violenti, dalla
paura del palco alla forza del palco, con il microfono e la base.
Sono nato a Elmhurst, nel Queens, nel 1970, lo stesso giorno in cui l'anima
di Jimi Hendrix saliva in cielo. Mio padre, il maggiore di undici figli, era
cresciuto in una enorme famiglia proletaria italiana a Corona, nel Queens.
Era un giovane intellettuale intraprendente, libero e brillante, che lascio'
presto l'enclave alla ricerca di grandi spazi aperti. Mia madre veniva da
una grande famiglia operaia irlandese di Flatbush, a Brooklyn, e si uni' a
lui per affrontare l'impresa di crescere dei figli. Terzo e ultimo figlio,
sono cresciuto poche miglia a nord del Bronx, leggendaria culla
dell'hip-hop, molto lontano dalla poverta' che si erano lasciati alle
spalle.
A quei tempi il mio quartiere era un miscuglio omogeneo di operai e
impiegati, ma non c'era molta gente di colore. Ai nostri vicini sembravamo
una normale famiglia bianca appena approdata alla borghesia dei sobborghi.
In realta' eravamo qualcosa di molto diverso. All'inizio del 1973, nello
stesso momento in cui i quattro elementi dell'hip-hop - DJing, MCing,
breakdance e graffiti - si cristallizzavano in una cultura, mia madre,
ventottenne, tornava al creatore dopo una battaglia lunga un anno contro il
cancro. Avevo due anni e mezzo e ne fui sconvolto. Cosi' come il resto della
famiglia. Precipitammo in una spirale di dolore lancinante, depressione,
senso di colpa, confusione e abbandono. La nostra casa si riempi' di un
dolore scuro e profondo...
Ognuno di noi fece quello che poteva per adattarsi, mentre mio padre si sbat
teva per tenere insieme i pezzi, lavorando a tempo pieno e prendendosi cura
di noi da solo. Avevamo disperatamente bisogno d'aiuto, e tutti i fine
settimana ci rifugiavamo a Flushing nella casa dei nonni paterni, che a loro
volta erano figli di immigrati da Napoli e dalla Basilicata. Era una casa
ancora piena di ragazzi, e divento' la nostra seconda casa, un approdo
sicuro al riparo dalla tempesta. Ogni domenica, l'intero gruppo di paisa'
rumorosi si ritrovava per pranzi squisiti, festeggiamenti gioiosi,
discussioni accese e divertimenti. L'incredibile quantita' d'amore che si
riversava su di noi rinnovava la nostra fiducia e ci ritemprava per la
settimana seguente. E' stato nella casa dei nonni, nel corso di quei raduni
settimanali pieni di magia e di mistero, annebbiati dal fumo delle
sigarette, in mezzo a cugini di primo, secondo e terzo grado, zie, prozie,
zii, fidanzate degli zii, fidanzati, generi, cognati e suoceri, vicini,
preti di quartiere, viaggiatori stanchi, vagabondi e truffatori, che sono
diventato piu' consapevole della "razza" e del razzismo.
Siamo una combriccola complicata, passionale, spesso irascibile, e a volte
riusciamo a essere d'accordo solo su una cosa: essere in disaccordo. Prima,
durante e dopo cena, un evento lungo un giorno intero, grandi e piccole
discussioni infuriavano su miriadi di questioni. Tra gli argomenti piu'
gettonati: cibo, moda, conoscenti, cinema, sport, politica locale e
nazionale. A livello locale, le preoccupazioni erano incentrate sul
"quartiere" e il suo mutamento razziale ed etnico, chi stava "prendendo il
sopravvento" e se la zona si stava "rovinando" o no per questo. Una delle
lamentele piu' frequenti era che gli immigrati piu' recenti "non parlano
neanche inglese", dimenticando opportunamente che mio bisnonno Giuseppe,
emigrato in America nel 1890, aveva vissuto a New York piu' di ottant'anni
rifiutando ostinatamente di imparare e di pronunciare una sola parola
d'inglese. Eppure, sentivo commenti su come "sono maleducati" e "scostanti".
Molti si domandavano a voce alta perche' non potessero, anche "loro",
migliorare le loro condizioni "come avevamo fatto noi". Le storie del lavoro
massacrante che le generazioni precedenti avevano dovuto affrontare per
sopravvivere riuscivano sempre a ridurci al silenzio, a chiudere la
discussione, rendendoci grati per il cibo che avevamo nel piatto. Eppure, da
bambini, sentivamo che la storia non era tutta li'...
Ho incontrato per la prima volta l'hip-hop nelle strade di New York, grazie
a mio padre. Da vero amante delle culture diverse, mi fece conoscere "la
citta'" e i suoi abitanti nel corso di molte folli scorribande: il mercato
del pesce di Fulton prima dell'alba, Chinatown dopo il tramonto, le chiese
gospel a Harlem, macellerie e panetterie in Arthur Avenue, dervisci roteanti
di Astoria, l'anello superiore infestato d'erba dello Yankee Stadium di
Reggie Jackson, tanto per dirne alcune. Enormi murales multicolori
inghiottivano i muri degli edifici abbandonati e bruciati. I treni della
metropolitana si trasformavano in tele viventi e ansimanti, serpenti tatuati
che fendevano il labirinto caotico d'acciaio e cemento. Scatoloni appiattiti
agli angoli di strade polverose divennero il luogo delle classiche sfide dei
b-boy. Ritmi martellanti e rime approssimate salivano nell'aria densa e
calda come grandi zaffate d'incenso. Ero ipnotizzato, incantato, l'hip-hop
mi colpi' come un fulmine incandescente. E porto' con se' l'opportunita' di
trasformare per tutta la vita il mio dolore in qualcosa di positivo. Ben
piu' di un semplice genere musicale, l'hip-hop per me e' diventato uno stile
di vita e una valvola di sfogo per la frustrazione e l'ira, per elaborare la
rabbia e la paura, per esprimere la gioia, l'amore e il dolore, per
immaginare e svelare un mondo libero dalla sofferenza.

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 313 del 13 marzo 2009

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