Minime. 704



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 704 del 18 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Cessate il fuoco
2. Barbara Spinelli: Il fardello
3. Moni Ovadia: Noi amici dei due popoli
4. Francesca Marretta intervista Jamal Zahalka
5. Annamaria Rivera: Esseri umani (2003)
6. "Keshet"
7. Aggiornato ed arricchito il sito www.coipiediperterra.org
8. Manuela Cartosio: Computer, internet, CO2 e rifiuti tecnologici
9. Dacia Maraini: Sotto la neve
10. Antonio Carioti presenta "Una ragionevole strage" di Mireille
Horsinga-Renno
11. La newsletter settimanale del Centro studi "Sereno Regis" di Torino
12. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. CESSATE IL FUOCO

Mentre scriviamo giunge l'annuncio del governo israeliano di un "cessate il
fuoco" unilaterale. E' un primo necessario passo. Cessino le uccisioni, si
soccorrano i superstiti, si avvii un percorso di pace, di ricostruzione, di
riconoscimento della dignita' e dei diritti di tutte e tutti, che porti al
piu' presto alla nascita dello stato di Palestina, sovrano e democratico, al
fianco dello stato di Israele, sicuro e democratico; un percorso di pace
fondato sul rispetto di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.
La guerra e' nemica dell'umanita'.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, una vita sicura, degna, solidale.
La nonviolenza e' la via.

2. RIFLESSIONE. BARBARA SPINELLI: IL FARDELLO
[Dal quotidiano "La stampa" dell'11 gennaio 2009 col titolo "Il fardello
dell'uomo israeliano"]

Non molto tempo prima dell'offensiva contro Gaza, il premier israeliano Ehud
Olmert pose a se stesso e al proprio popolo una domanda gelida, senza
precedenti. Una domanda non concernente i valori e la morale, ma la pura
utilita'.
Era il 29 settembre, e in un'intervista a "Yedioth Ahronoth" denuncio'
quarant'anni di cecita': quella d'Israele e la propria. Disse che era
arrivato il momento, non rinviabile, in cui lo Stato doveva mutare natura e
scegliere come vivere e sopravvivere: se guerreggiando in permanenza, o
cercando la pace coi vicini.
Non nego' le colpe di Hamas e di molti Stati arabi, ma invito' i
connazionali a concentrarsi sul "proprio fardello di colpa". Il fardello
consisteva negli automatismi del pensiero militarizzato: "Gli sforzi di un
primo ministro devono puntare alla pace o costantemente aspirare a rendere
il paese piu' forte, piu' forte, piu' forte, con l'obiettivo di vincere una
guerra?".
Aggiunse che personalmente non ne poteva piu' di leggere i rapporti dei
propri generali: "Possibile che non abbiano imparato assolutamente nulla?
Per loro esistono solo i carri armati e la terra, il controllo dei territori
e i territori controllati, la conquista di questa e quella collina. Tutte
cose senza valore". L'unico valore da ritrovare era la pace, perseguibile a
un'unica condizione: liquidando le colonie, restituendo "quasi tutti se non
tutti i territori", dando ai palestinesi "l'equivalente di quel che Israele
terra' per se'". Alla Siria andava reso il Golan, ai palestinesi parte di
Gerusalemme. Cosi' parlo' il primo ministro d'Israele, non un preconcetto
nemico dello Stato ebraico e del suo popolo.
Da queste parole sembra passato un tempo enorme e oggi non sono che fumo e
fame di vento, come nel Qohelet. Allora l'opportunita' era imperativa,
vicina. Nemmeno tre mesi dopo, la guerra e' decretata "senza alternative".
Allora Olmert pareva ascoltare gli intellettuali contrari alle soluzioni
belliche: da Tom Segev a Gideon Levy a Abraham Yehoshua che tra i primi, su
"La Stampa", ha invocato negli ultimi giorni la tregua. Tre mesi dopo il
pensiero militarizzato si riaccende e il dissenso si dirada. Non restano che
Segev, Gideon Levy, Yossi Sarid. Perfino Yehoshua considera vana una
reazione proporzionata ai missili di Hamas "perche' la capacita' di
sopportazione e resistenza dei palestinesi e' infinitamente superiore a
quella degli israeliani". La domanda gelida di Olmert, a settembre, era la
seguente e resta valida: "Che faremo, dopo aver vinto una guerra? Pagheremo
prezzi pesanti e dopo averli pagati dovremo dire allíavversario: cominciamo
un negoziato".
Secondo Olmert, Israele era a un bivio: "Per quarant'anni abbiamo rifiutato
di guardare la realta' con occhi aperti (...). Abbiamo perso il senso delle
proporzioni".
Non poche cose s'intuiscono, anche se ai giornalisti e' vietato il teatro di
guerra. Quel paesaggio che da giorni vediamo sugli schermi, alle spalle dei
reporter, e' praticamente tutta Gaza: non piu' di 40 chilometri di
lunghezza, 9,7 chilometri di profondita'. Con 360 chilometri quadrati, Gaza
e' piu' piccola di Roma e abitata da 1,5 milioni di palestinesi.
Inevitabile che in un lembo cosi' minuscolo i civili abbattuti siano tanti
(meta' degli uccisi, secondo alcuni). Inevitabile chiedersi se i governanti
israeliani non persistano nella cecita', quando negano che la loro guerra
sia contro i civili e un disastro umanitario.
Israele ha serie ragioni da accampare: i missili di Hamas sulle citta' del
Sud, da anni e malgrado il ritiro unilaterale voluto da Sharon nel 2005,
generano angoscia e collera indicibile, anche se i morti non sono molti. Ma
ci sono cose non dette, in chi giustamente s'indigna: cose che questi ultimi
nascondono a se stessi, dure da ammettere, non vere.
Non e' vero, innanzitutto, che lo Stato israeliano reagisca senza voler
penalizzare i civili.
Bersagliando i luoghi da cui partono i missili di Hamas, esso sa che subito
Hamas e i missili si sposteranno altrove, e che in quei luoghi non
resteranno che i civili: vecchi, donne, bambini. Lo dicono essi stessi, ai
giornalisti: "Quando parte un missile vicino alle nostre case, scuole,
moschee, sappiamo che non Hamas sara' colpito, ma noi". La domanda e'
tremenda: come spiegare agli abitanti di Gaza la differenza con rappresaglie
che, come a Marzabotto, sacrificarono centinaia di civili al posto di
introvabili partigiani?
Secondo: non e' vero che non esistessero alternative all'attacco aereo e
terrestre. Se la tregua con Hamas non ha funzionato, e' perche' mai inizio'
veramente. Perche' i coloni avevano evacuato la Striscia ma Israele
manteneva il controllo dei cieli, del mare, dei confini. Il cessate il fuoco
negoziato a giugno prevedeva la fine del lancio di missili palestinesi ma
anche la rimozione del blocco di Gaza, imputabile a Israele. I missili sono
diminuiti, anche se non scomparsi: ne cadevano a centinaia tra maggio e
giugno, ne son caduti meno di 20 nei quattro mesi successivi. Nulla invece
e' accaduto per il blocco.
Questo e' il "fardello di colpe" israeliane, non piccolo, e ancora una volta
la geografia aiuta a capire. Dice il governo d'Israele che dal 2005 Gaza
appartiene ai palestinesi, ma che non e' servito a nulla. E' falso anche
questo, perche' Gaza essendo priva di autonomia non e' messa alla prova. Non
le manca solo il controllo dell'aria, del mare. Ci sono sei punti di
passaggio che dovrebbero consentire il transito di cibo, acqua,
elettricita', uomini (lungo la frontiera con Israele il valico Erez a Nord,
i valichi Nahal Oz, Karni, Kissufim, Sufa a Est; ai confini con l'Egitto il
valico Rafah) e tutti sono chiusi. Per una briciola come Gaza e' impossibile
vivere senza rapporti coll'esterno, ed essi sono bloccati da quando Hamas ha
vinto le elezioni e rotto con Fatah. Anche in tal caso un'intera popolazione
paga per i politici, e quando il cardinale Martino parla di campo di
concentramento (altri parlano di prigione a cielo aperto) non s'allontana
dai fatti. I tunnel servono a contrabbandare armi, e' vero. Ma anche a
trasportare cibo, medicine, pezzi industriali di ricambio. Il disastro
umanitario a Gaza non comincia oggi. E quel milione e mezzo e' li' perche'
cacciatovi dall'esercito israeliano nel '48.
La punizione e' parola chiave, in numerose guerre israeliane. Ma la
punizione en masse dei civili non punisce in realta' nessuno, e accresce ire
omicide nei contemporanei e nei discendenti. E' una sorta di vendetta
esibita. E' guerra terapeutica che libera da inibizioni morali, guerra fatta
per roteare gli occhi, scrive Yossi Sarid ("Haaretz", 9 gennaio). E' non
solo feroce, ma vana. I missili di Hamas continuano a colpire e hanno
addirittura allungato la gittata: ormai colpiscono Beer Sheva (36 chilometri
dalla centrale atomica di Dimona) e la base di Tel Nof (27 chilometri da Tel
Aviv).
Gaza e Cisgiordania sono piu' che mai interdipendenti. Quel che accade in
Cisgiordania ha pesato amaramente su Gaza, e pesa ancora. In questo caso
si': non c'e' alternativa alla decolonizzazione e al ritiro. Anche Israele,
come tanti imperi, deve passare di qui. Deve smettere di separare i teatri
d'azione: di edificare nuove colonie ogni volta che negozia o ogni volta che
guerreggia su altri fronti, in Libano o a Gaza. E' quello che teme anche
oggi Dror Etkes, coordinatore dell'associazione israeliana Yesh Din
(volontari per i diritti umani): "Posso certificare che proprio in queste
ore stanno spianando terre in Cisgiordania per una nuova colonia presso Etz
Efraim, e per un avamposto presso Kedumim". In un libro di Idith Zertal e
Akiva Eldar (Lords of the Land, New York 2007) e' scritto che la pace e'
irraggiungibile se non si riconosce che ogni singola colonia, e non solo i
cosiddetti avamposti illegali, viola la legge internazionale; se non ci si
spoglia dell'ossessione delle armi e delle terre idolatrate, che Olmert
stesso ha denunciato poche settimane fa.

3. RIFLESSIONE. MONI OVADIA: NOI AMICI DEI DUE POPOLI
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 17 gennaio 2009 col titolo "Il fardello delle
proprie colpe"]

Nei giorni scorsi sulla "Stampa" di Torino e' apparso un articolo a firma di
Barbara Spinelli che dovrebbe essere letto da tutti coloro che vivono con
dolore ed angoscia il conflitto che ha come teatro Gaza e i territori
israeliani al suo confine. Lo scritto della Spinelli appassionato e
lungimirante riporta le parole sconcertanti - sicuramente sfuggite ai piu' -
di un Ehud Olmert insolito riprese da un intervista rilasciata dal primo
ministro israeliano il 29 settembre 2008 a "Yedioth Aharonot", il principale
quotidiano in Israele. In sintesi Olmert nell'intervista invitava la
politica israeliana a concentrarsi sul proprio fardello di colpe, non per
negare le colpe degli altri attori del conflitto, ma per abbandonare la
logica ottusa e ossessiva della forza militare, per ritrovare l'unico vero
valore: la pace, perseguibile solo al prezzo di smantellare le colonie e di
restituire quasi tutti se non tutti i territori, compresa una parte di
Gerusalemme ai palestinesi. Olmert riconosceva anche una certa cecita'
israeliana con questi accenti: "Per quarant'anni abbiamo rifiutato di
guardare la realta' con gli occhi aperti".
Noi, amici dei due popoli e per questo solidali con i palestinesi non contro
Israele, ma perche' Israele abbia un futuro di pace e non di gendarme di un
popolo in una gabbia e di signore della distruzione, da lustri cerchiamo di
spezzare le cecita' di una visione ottusamente nazionalista e succube dei
coloni piu' estremisti per sollecitare a trovare la via del dialogo anche
con Hamas invece che pretendere di cancellare con la forza una formazione
politica democraticamente eletta.
Molto piu' efficace sarebbe per contrastare democraticamente Hamas liberare
dalle carceri israeliane Marwan Barghouti, forse l'unica figura di
palestinese laico attualmente in grado di restituire credibilita' a Fatah e
firmare una pace definitiva con Israele.

4. DOCUMENTAZIONE. FRANCESCA MARRETTA INTERVISTA JAMAL ZAHALKA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 17 gennaio 2009 col titolo "Jamal Zahalka
presidente del partito Balad: Arabi fuori dalle elezioni. Questa e' politica
razzista"]

Gerusalemme. Mentre a Gaza non si ferma l'offensiva israeliana, nello Stato
ebraico procede la macchina elettorale, in vista del voto per le elezioni
politiche il prossimo dieci febbraio. Lunedi' scorso, il comitato elettorale
della Knesset (il parlamento israeliano), su richiesta della coalizione di
estrema destra, Ichud Leumi - Israel Beiteneu ed il partito centrista Itay
Furman (ex Shinui), ha votato l'esclusione dei due partiti arabi di Israele
Balad (Assemblea Nazionale Democratica della minoranza araba) e Taal (Lista
Araba Unita), dalle ormai imminenti elezioni. Le due formazioni arabe sono
state accusate di non riconoscere Israele come Stato ebraico e sostenere la
lotta armata. Contro il provvedimento si sono schierati solo il partito di
sinistra Meretz, che ha votato contro, ed il partito di sinistra a
componente araba ed ebraica israeliana, Hadash (Fronte democratico per la
pace e l'uguaglianza), che ha lasciato l'aula al momento del voto. La
decisione di escludere i due partiti arabi e' stata presa dopo una acceso
dibattito parlamentare, in cui sono volati pesanti insulti incrociati: "Ogni
voto dato a Kadima e' una pallottola nel petto di un bambino palestinese" ha
inveito contro i colleghi deputati in aula il leader della Lau, Ahmed Tibi,
accusando Israele di essere "un paese razzista". Tibi ha dichiarato nella
stessa seduta: "Gli arabi sono abituati a questo tipo di lotte e ne verranno
fuori vincitori".
Il presidente di Balad, Jamal Zahalka, si e' detto non sorpreso dalla
decisione del comitato elettorale, dal momento "che si e' votato per ragioni
politiche in un'atmosfera di guerra". Nelle ultime settimane erano state
sottoposte alla Knesset tre diverse richieste per impedire al partito Balad,
che conta attualmente tre seggi in parlamento, di presentarsi alle prossime
elezioni. Balad ha presentato ricorso in appello all'Alta Corte di Giustizia
per rovesciare il verdetto della Commissione elettorale centrale del
Parlamento israeliano. Il Tribunale si pronuncera' la prossima settimana.
"Ma in questo clima di guerra, non c'e' da aspettarsi nulla che riporti il
paese al rispetto delle regole della democrazia", ha dichiarato a
"Liberazione" Jamal Zahalka.
*
- Francesca Marretta: Che impatto avrebbe l'esclusione delle liste arabe
dalla partecipazione alle elezioni?
- Jamal Zahalka: Questa decisione e' stata presa da un comitato politico, il
comitato elettorale centrale, che rappresenta tutte le forze presenti in
Parlamento. Mettendo le componenti arabe nell'angolo credono di guadagnarsi
a buon mercato il consenso di coloro che nel paese sono favorevoli a questa
guerra, a spese dei palestinesi che vivono in Israele. Se l'Alta Corte
dovesse avallare questo tentativo antidemocratico di tagliarci fuori dalle
elezioni non esisterebbe piu' una rappresentanza in Parlamento della parte
araba della popolazione di Israele. Noi vogliamo partecipare
democraticamente al voto, ma se ci sara' impedito inviteremo al boicottaggio
del voto tutta la parte araba del paese. Dal punto di vista legale l'Alta
corte dovrebbe bocciare questa decisione della Commissione elettorale, ma io
credo che nell'ombra di questa guerra il clima sia poco propizio per la
democrazia e i diritti delle minoranze.
*
- Francesca Marretta: Sostenete Hamas, nel cui statuto si invoca la
distruzione di Israele, come dice la maggioranza dei parlamentari
israeliani?
- Jamal Zahalka: Ci accusano di sostenere Hamas. La verita' e' che noi
sosteniamo il popolo palestinese. Sosteniamo il diritto alla vita dei
bambini palestinesi. Israele ne ha uccisi piu' di trecento in venti giorni
di guerra. Noi pensiamo che Hamas faccia parte dell'arena politica
palestinese. E sosteniamo che debba tornare all'unita' con Fatah. Noi non
vogliamo il dominio di Hamas a Gaza, ma che i palestinesi ritornino ad un
assetto istituzionale comune. Non siamo sionisti, ma siamo figli di questo
paese, siamo nati qui. La verita' e' che le accuse che ci vengono mosse sono
uno dei tanti aspetti della profonda crisi che esiste tra lo Stato di
Israele e la componente araba della propria popolazione. Il premier Olmert,
Barak e il capo di Stato Maggiore della difesa per noi si sono resi
responsabili di crimini di guerra.
*
- Francesca Marretta: Come guardate al modo in cui l'Anp sta gestendo la
crisi?
- Jamal Zahalka: Non siamo affatto soddisfatti dell'atteggiamento dell'Anp.
Potrebbe fare molto di piu', assumere toni molto piu' forti. Da quando e'
cominciata l'aggressione a Gaza la gente scende in piazza a gridare la
propria rabbia e i servizi di sicurezza dell'Anp reprimono le
manifestazioni.
*
- Francesca Marretta: Qual e' il vostro orientamento sul ruolo dell'Egitto?
- Jamal Zahalka: L'Egitto e' corresponsabile per l'isolamento di Gaza.
Potrebbe aprire la frontiera di Rafah, ma non lo fa.
*
- Francesca Marretta: La decisione di escludere le liste arabe dalle
elezioni trova consenso in Israele?
- Jamal Zahalka: La decisione presa dalla commissione in parlamento riflette
decisamente quello che accade nella societa' israeliana. Ma l'opinione
pubblica israeliana dovrbbe capire che quello che accade oggi e' che uno
come Lieberman (leader di Israel Beiteneu, partito russofono di estrema
destra - ndr), un fascista, decide cio' che e' consentito o meno nella vita
politica del paese, e capire davanti a quale minaccia per la democrazia ci
troviamo. Lieberman e' il barometro del razzismo nella societa' israeliana.
Quando si rafforza vuol dire che la societa' e' piu' intollerante.
*
- Francesca Marretta: Se l'Alta Corte avallera' la decisione della
commissione elettorale, come vi organizzerete?
- Jamal Zahalka: Credo che ci sara' un boicotaggio di massa delle elezioni
da parte della comunita' palestinese. E a questo punto ci organizzeremo per
avere un parlamento separato per i palestinesi in Israele.
*
- Francesca Marretta: Ma come potreste ottenerne il riconoscimento?
- Jamal Zahalka: Credo che intanto possiamo crearlo. Ne abbiamo il diritto.
In quanto minoranza araba in Israele sceglieremo indipendentemente la nostra
leadership. Non ci resta altra scelta dato che ci viene impedito in maniera
antidemocratica di partecipare democraticamente alle elezioni. Creeremo un
parlamento arabo separato in Israele, in maniera indipendente e volontaria e
ne chiederemo il riconoscimento al mondo arabo all'Europa e agli Stati
Uniti.
*
- Francesca Marretta: Cosa accadra' tra popolazione araba di Israele e il
resto del paese se la destra vincera' le prossime elezioni?
- Jamal Zahalka: Vede, in Israele per vedere la differenza tra destra e
sinistra bisogna munirsi di una lente di ingrandimento. E Livni e Barak, per
quello che abbiamo visto con questa guerra, hanno dimostrato di essere piu'
crudeli della destra estrema.

5. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: ESSERI UMANI (2003)
[Ringraziamo Annamaria Rivera (per contatti: annamariarivera at libero.it) per
averci messo a disposizione il seguente articolo, apparso sul quotidiano
"Liberazione" nel gennaio 2003]

La querelle sulla "pigra sedimentazione antisemita" nella sinistra, per
dirla con le parole di Umberto Terracini (1972), e' vecchia almeno quanto il
Bebel che definiva l'antisemitismo come "il socialismo degli imbecilli".
Quella querelle e' destinata a rinnovarsi allorche', per citare ancora il
grande dirigente comunista, il corso della storia attraversa congiunture
confuse e difficili, e "torbidi mulinelli" sollevano dal profondo quel
sedimento latente. E tuttavia e' indubbio che cio' che ha sempre connotato
la sinistra italiana - e ancora di piu' la connota oggi - e' la sua
capacita' di riconoscere le manifestazioni (sempre limitate al piano del
discorso) di quella "pigra sedimentazione" e di interrogarsi, spesso anche
spietatamente, sui modi del suo superamento. Certo, non bastano l'ideologia
antirazzista e la radicata cultura antifascista ad avere ragione di una
cultura nazionale della quale sono parte le vecchie radici
dell'antisemitismo cristiano.
Dopo questa premessa troppo sintetica, almeno una cosa va detta riguardo chi
oggi lancia l'intollerabile accusa di antisemitismo all'intero schieramento
che sostiene le risoluzioni dell'Onu sulla Palestina e attivamente si
adopera per aprire qualche spiraglio di pace. Come argomentava il grande
Adorno, il pregiudizio antiebraico e' una delle mutevoli forme storiche del
pregiudizio; e questo ha un carattere funzionale, indipendente dal suo
oggetto empirico. Dunque, l'antisemitismo lo si sconfigge davvero solo
indagando e avversando le cangianti e multiformi espressioni del pregiudizio
e del razzismo. A questo proposito, troppo lungo sarebbe il catalogo delle
nefandezze - non solo sul piano del discorso, ma anche, e quanto, su quello
delle azioni - che connotano il passato e il presente di coloro che oggi
straparlano di un antisemitismo "radicato a sinistra". Per parlare solo
dell'oggi, conviene chiedersi quale patente antirazzista possa esibire
quello schieramento politico che, per citare solo uno fra i  tanti esempi
possibili, nell'autunno del 2000 si rese autore della  profanazione con
orina di maiale del terreno concesso dal comune di Lodi per edificare una
moschea: compiuto dalla Lega Nord insieme a gruppi neonazisti e ad altre
componenti della "Casa delle liberta'", quel gesto riprendeva lo stile, la
semantica, l'oscena ritualita' derisoria proprie dell'antisemitismo.
Ancora uníosservazione. In tempi di memoria corta, conviene rammentare, se
non la grande questione dello stretto intreccio fra la storia dei comunisti
e quella dell'ebraismo e della difesa delle minoranze ebraiche, almeno la
piccola cronaca recente: alcuni anni fa, l'intento dell'allora sindaco
Rutelli di dedicare una piazza romana a Giuseppe Bottai, uno dei piu'
sinistri figuri del regime fascista, fu sconfitto dalla convergenza fra la
comunita' ebraica romana e le stesse associazioni antirazziste che oggi
manifestano in favore dei diritti del popolo palestinese; e,
successivamente, la vigorosa protesta contro la visita di Haider fu
possibile grazie alla mobilitazione che vide insieme gli ebrei romani e un
segmento importante di quello che oggi e' il movimento "no-global".
Cio' detto, dobbiamo adoperarci in ogni modo per impedire che anche la
rappresentazione del conflitto israelo-palestinese venga artatamente
ingabbiata nella rozza quanto efficace logica binaria dello scontro fra
civilta': da una parte l'Occidente moderno e democratico, dall'altra il
mondo premoderno del fanatismo e del terrorismo. Contro le semplificazioni
brutali, tocca a noi distinguere, argomentare, precisare; e avversare lo
slittamento semantico, ormai dilagante nei media, per cui i palestinesi
divengono i "musulmani" o gli "arabi", e gli israeliani "gli ebrei": una
deriva che mira a etnicizzare se non a razzializzare il conflitto. Dovremmo
sempre ricordare che non sono le religioni ne' le culture ad alimentare il
fuoco dei conflitti; che anzi le rappresentazioni identitarie, religiose o
peggio razziali dei conflitti vogliono occultare le reali responsabilita' e
interessi politici, economici e territoriali che vi stanno dietro. Non e'
vero che quando la situazione e' disperata, quando l'impietosa escalation
della  guerra sembra invincibile, le parole sono un lusso. Le parole non
sono mai un lusso: il linguaggio scava nelle menti, modifica e deforma la
realta', lentamente e inesorabilmente impone agli eventi
quell'impercettibile sequenza di scarti che ne determina svolte che ci
appaiono improvvise. Oggi che, come altre volte - quante volte, in Ruanda,
in Jugoslavia, in Kosovo, lo abbiamo visto all'opera questo meccanismo
maledetto - si affaccia la tentazione di declinare in termini identitari,
etnici o addirittura razziali un conflitto e un'aggressione feroce che hanno
radici squisitamente politiche, proprio oggi, alle parole, ai segni, ai
simboli, alle immagini dovremmo prestare molta attenzione. Non e' affatto
l'invito a usare un linguaggio neutro ed esangue o, peggio, a scegliere una
posizione equidistante fra aggressori e aggrediti. Al contrario, se ci si
vuole schierare con limpida fermezza dalla parte delle vittime, se si vuole
allargare e rendere piu' incisiva la protesta contro la politica feroce e
dissennata del governo israeliano, occorre essere severi tanto verso la
logica dominante dello "scontro fra civilta'" quanto verso l'idiozia
minoritaria di quei pochi che, per rozzezza, ignoranza, smemoratezza o per
il gusto di spararla grossa, usano slogan e simbologie che echeggiano -
benche' essi lo ignorino - quelle del revisionismo.  Per quanto marginale
esso sia all'interno del grande movimento contro l'occupazione armata del
territorio palestinese e per "due popoli, due Stati", non e' tollerabile,
dicevo, il linguaggio che definisce "nazista" quella che e' una spietata
strategia coloniale, che associa la stella di David alla svastica, che bolla
come "Stato di assassini", scritto con la doppia esse di nefasta memoria, il
governo di Sharon e la sua politica di aggressione e di morte. Insomma,
occorre rifiutare tutte le perversioni semantiche che declinano il conflitto
in termini di essenze immutabili - etniche, razziali e comunque sottratte
alla storia -, quasi vi fosse un'essenza araba in eterno e immemorabile
conflitto con un'essenza ebraica. Usare in modo totalizzante e
indifferenziato la categoria di "ebrei" (non distinguendo fra Stato,
governo, cittadini di Israele, cittadini di religione o di cultura ebraica
di altri paesi) finisce per configurare uno stereotipo razzialista. E,
dall'altra parte, l'uso altrettanto arbitrario della categoria di
"terroristi" o di "antisemiti" per denotare in sostanza l'intera popolazione
palestinese e chiunque si opponga al suo annientamento - morale e politico,
se non fisico - appartiene allo stesso ordine di discorso e concorre a
disumanizzare le vittime e a screditare chi sta dalla loro parte.
Di fronte a una guerra che, come ogni guerra, si accompagna a un potente
meccanismo di manipolazione e di falsificazione, per quel poco che ci e'
dato di fare, dovremmo usare parole e compiere atti che restituiscano al
conflitto la sua dimensione storica e politica, e rendano a ognuno la
propria umanita': conferendo pari valore alle vittime civili palestinesi e
israeliane e adoperandosi per una risoluzione del conflitto che sia
liberazione della popolazione palestinese come di quella israeliana.

6. RIVISTE. "KESHET"

"Keshet. Vita e cultura ebraica" e' una delle migliori riviste che si
stampano oggi in Italia.
La dirige Bruno Segre, un maestro di rigore intellettuale e morale, e non vi
e' fascicolo che io non trovi ammirevole e nutriente, un contributo prezioso
alla cultura della pace.
Per informazioni e contatti: direzione ed amministrazione, Galleria del
Corso 4, 20122 Milano, tel. 0276016354, fax: 0276317246, e-mail:
keshet at libero.it, sito: www.keshet.it

7. STRUMENTI. AGGIORNATO ED ARRICCHITO IL SITO www.coipiediperterra.org

www.coipiediperterra.org - il sito del comitato che si oppone all'aeroporto
di Viterbo e s'impegna per la riduzione del trasporto aereo, in difesa della
salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti - e' stato
nuovamente aggiornato ed arricchito di ulteriori materiali di informazione,
documentazione, riflessione.
Nel sito sono stati inseriti gli ultimi fascicoli e sono disponibili tutti
quelli fin qui usciti (oltre centocinquanta) del notiziario "Coi piedi per
terra": notiziario su cui sono apparsi anche numerosissimi interventi di
illustri personalita' del dibattito scientifico e culturale e approfonditi
materiali di documentazione.
*
Il sito contiene sezioni di testi in italiano e in inglese.
Sono presenti nel sito sezioni specifiche che presentano comunicati,
relazioni, interviste, bibliografie e sitografie, una documentazione
fotografica di alcune iniziative del comitato.
E ancora: link utili e siti amici, e un'ampia cronologia.
In evidenza nella home page vi sono alcune comunicazioni intercorse tra il
comitato e varie autorita' istituzionali.
Il sito ospita anche uno spazio dell'Isde di Viterbo (l'Isde e' la
prestigiosa Associazione italiana medici per l'ambiente - International
Society of Doctors for the Environment Italia) che reca anche vari materiali
in ricordo dell'illustre scienziato Lorenzo Tomatis.
Di particolare interesse un'ampia sezione di testi di studio, che presenta
anche opere integrali di Gunther Anders, Piero Calamandrei, Aldo Capitini,
Susan George, Martin Luther King, Alexander Langer, Primo Levi, Giulio A.
Maccacaro, Jean-Marie Muller, Vandana Shiva, ed ancora altre autrici ed
altri autori.
*
Il sito www.coipiediperterra.org e' uno strumento di informazione e
documentazione a disposizione di tutte le persone interessate all'impegno in
difesa della salute, dell'ambiente, della democrazia, dei diritti di tutti.

8. MONDO. MANUELA CARTOSIO: COMPUTER, INTERNET, CO2 E RIFIUTI TECNOLOGICI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 gennaio 2009 col titolo "Google emette
CO2"]

Anche Google inquina e un fisico statunitense si e' preso la briga di
misurare quanta anidride carbonica contribuiamo ad emettere ogni volta che
interroghiamo il motore di ricerca piu' grande del mondo. 7 grammi di C02,
sostiene Alex Wissner-Gross, dell'universita' di Harvard. Per rendere piu'
percepile l'impatto ambientale del googling, il professore fa l'esempio di
un bollitore elettrico che per scaldare l'acqua necessaria per farsi una
tazza di te' emette 15 grammi di CO2, poco piu' di quella emessa da due
ricerche su Google.
Sembra un'inezia, un peccato veniale. Pero' il peccato ambientale va
moltiplicato ogni giorno per 200 milioni, quante sono le ricerche effettuate
su Google. Wissner-Gross ha anche calcolato che ogni secondo di connessione
con una pagina web emette 0,02 grammi di anidride carbonica.
All'elettricita' consumata dal nostro personal computer va aggiunta quella
consumata dai server di Google che, sparsi per il mondo, sono in
competizione tra loro. La risposta ci arriva da quello piu' veloce che non
e' necessariamente quello piu' vicino. Google mantiene il piu' stretto
riserbo sia sulla localizzazione delle sue banche dati che sulla sua
impronta carbonica. Interpellato dalla Bbc, Google replica che le sue banche
dati sono le piu' efficienti del mondo sotto il profilo del risparmio
energetico. Afferma che il tempo, e quindi l'elettricita', impiegati da un
utente per fare una ricerca sono maggiori di quelli consumati dal motore per
rispondere.
In passato anche l'agenzia britannica carbonfootprint.org aveva stimato
quanta CO2 emette una ricera su Google. Tra 1 e 10 grammi, secondo i calcoli
del direttore John Buckley, a seconda che il pc debba essere avviato o no.
Un report della Gartner, che fa analisi industriali, sostiene che l'intero
settore dell'information technology genera una quantita' di gas di serra
pari a quella emessa dalle linee aeree.
Navigando in rete inquiniamo senza accorgercene. Invece, quando buttiamo via
il vecchio pc, che e' pur sempre un oggetto materiale, sappiamo che stiamo
contribuendo a inquinare il terzo mondo. Pc, stampanti, tv, monitor,
cellulari una volta diventati tecno-rifiuti finiscono in discarica in Asia e
Africa. Contengono piombo, cadmio, antimonio, pvc che oltre ad avvelenare
terra e acqua sono pericolosi per chi - spesso sono bambini - smonta i
rifiuti hi-tech per recuperare materiali ancora commerciabili.
Fino a qualche anno fa la Cina era la piu' grossa importatrice di
tecno-rifiuti. Da quando Pechino ha, almeno ufficialmente, bloccato questo
tipo di importazioni, le navi cariche di e-waste fanno rotta verso l'India e
l'Africa. Secondo Greenpeace, ogni anno nel mondo si producono 50 milioni di
tonnellate di tecno-rifiuti (sommando elettrodomestici e prodotti
elettronici). In Europa si perdono le tracce del 75% dei rifiuti
tecnologici. L'associazione ambientalista la scorsa estate ha concentrato
l'attenzione sul Ghana, dove ha visitato due enormi discariche a cielo
aperto. Qui sono scaricati i container provenienti da Germnaia, Svizzera,
Olanda, Italia. Dopo un primo smomtaggio a mano, i rifiuti vengono dati alle
fiamme per separare i metalli dalla plastica che, bruciando, libera
nell'aria sostanze tossiche. Una situazione destinata a durare finche' le
aziende hi-tech non si faranno carico del corretto smaltimento dei loro
prodotti.
Post scriptum. Per scrivere questa rubrica ho consultato il sito della Bbc e
del "Times" e sono andata un paio di volte su Google. E' come se mi fossi
fatta due tazze di te'.

9. LIBRI. DACIA MARAINI: SOTTO LA NEVE
[Dal "Corriere della sera" del 30 dicembre 2008 col titolo "La lezione di
Fallada nell'America di oggi" e il sommario "L'autore tedesco racconto' la
Germania prenazista. Ma e' ancora attuale"]

New York sotto la neve rammenta le linee verticali e orizzontale di un
quadro di Mondrian dai bianchi soffici e allungati, di neri chiusi nelle
loro strettoie razionali. Gli alberi della citta' sono avvolti dentro una
rete di lampadine minuscole che li fanno scintillare. Gli abeti natalizi
sono ovunque, magnifici e colorati. Eppure la festa e' guastata dal continuo
sinistro passaggio delle ambulanze. Una citta' di otto milioni di abitanti
certo avra' i suoi feriti e i suoi morti. Ma il ritmo delle sirene e'
ossessivo. Come a ricordare che la sofferenza non festeggia e il dolore
passa correndo da una parte all'altra della citta'.
Gli amici dell'Italia in questi giorni hanno celebrato una grande
scrittrice: Elsa Morante. In occasione dell'uscita di una biografia fatta
con piglio coraggioso dalla scrittrice americana Lily Tuck. "In Italia ho
trovato cosi' poco materiale critico su di lei" si lamenta. In effetti
escono biografie su scrittori di ogni genere ma sulla nostra piu' lucida e
visionaria narratrice, come l'ha chiamata Lukacs, niente. In una New York
coperta di neve si parla felicemente di lei e della sua spinosa infanzia e
della sua morte precoce. Lily Tuck racconta amaramente come sia stato
difficile raccogliere materiale, fotografie, malgrado la "gentilezza degli
italiani".
Peccato che la neve sulle strade si trasformi subito in fango e ghiaccio.
Nonostante che i commessi dei negozi la spingano via con delle lunghe scope
orizzontali, cacciandosi arditamente tra i piedi dei passanti. La citta' e'
illuminata e in fermento ma il gran parlare che si fa sui giornali riguarda
la crisi che sta invadendo tutti i settori della vita civile: il lavoro che
manca improvvisamente, la penuria di alternative, lo scarso potere
d'acquisto del dollaro. Qualche politico in televisione difende il diritto
di tortura. Contro il terrorismo. Come se l'idea che il fine giustifica i
mezzi non appartenesse proprio al terrorismo che vorrebbero combattere.
Mi trovo a leggere un vecchio libro ristampato con tempismo dalla Sellerio:
E adesso, pover'uomo? di Hans Fallada. Se qualcuno vuole sapere come puo'
avvenire l'impoverimento di un Paese che sacrifica allegramente le sue
classi medie per rincorrere un sogno di potenza; se qualcuno ha curiosita'
di leggere come possa degradarsi la vita di un dipendente in balia di un
datore di lavoro esoso e arrogante, legga questo libro, scritto nel 1932
nella Germania di Weimar ma oggi estremamente attuale. La tipologia sociale
e' perversa: quando la domanda aumenta e i posti diminuiscono, chi ha il
potere di dare uno stipendio sara' portato ad approfittare del suo
privilegio, strangolando e ricattando chi e' disperatamente alla ricerca di
un sostentamento pur che sia. Persino i sindacati si trovano in difficolta'
di fronte all'incertezza del lavoro. Erano anni di crisi. Cominciati in
sordina e trascinatisi, come sta avvenendo oggi, nell'incapacita' dei
politici e nella passiva cecita' dei piu'. Anni che hanno portato al
razzismo e all'intolleranza. E per finire, a una guerra atroce. Qualcuno se
ne ricorda?

10. LIBRI. ANTONIO CARIOTI PRESENTA "UNA RAGIONEVOLE STRAGE" DI MIREILLE
HORSINGA-RENNO
[Dal "Corriere della sera" del 27 febbraio 2008 col titolo "La coscienza
tranquilla di un medico assassino" e il sommario "Nazismo: disabili
sterminati"]

A volte la crudelta' ha un volto soave. Per esempio quello di un anziano
colto, sereno e cordiale, appassionato di musica, ottimo conversatore. Un
uomo di cui viene spontaneo dire che "e' invecchiato bene". Ma che cela nel
suo passato crimini spaventosi. Avere una persona del genere come lontano
parente, conoscerlo e imparare ad apprezzarlo, poi scoprirne il volto
sinistro: e' l'esperienza toccata in sorte all'alsaziana Mireille
Horsinga-Renno, che la racconta con tono inorridito e dolente nel libro Una
ragionevole strage (Lindau, pp. 206, euro 15).
L'eccidio riguarda i disabili eliminati in massa, sotto il Terzo Reich, da
medici votati alla purificazione della razza. Uno di loro era Georg Renno,
che agiva nel castello di Hartheim, in Austria, presso Mauthausen. Qui
vennero sterminati oltre 18.000 portatori di handicap, colpevoli solo di
essere stati penalizzati da madre natura. E un aspetto impressionante della
vicenda e' l'assoluta mancanza di rimorsi del protagonista, che sostiene di
aver liberato le sue vittime dalle loro sofferenze. D'altronde la coscienza
umana e' capace delle piu' stupefacenti contorsioni e i percorsi individuali
possono a volte sbalordire. Basti pensare che tra i massimi responsabili del
programma T4 per l'eliminazione dei disabili c'era Karl Brandt, medico
personale di Adolf Hitler, che da giovane voleva recarsi in Africa per
assistere i malati insieme al filantropo Albert Schweitzer nell'ospedale di
Lambarene'.

11. STRUMENTI. LA NEWSLETTER SETTIMANALE DEL CENTRO STUDI "SERENO REGIS" DI
TORINO

Segnaliamo la newsletter settimanale del Centro studi "Sereno Regis" di
Torino, un utile strumeno di informazione, documentazione, approfondimento
curato da uno dei piu' importanti e piu' attivi centri studi di area
nonviolenta in Italia.
Per contatti e richieste: Centro Studi "Sereno Regis", via Garibaldi 13,
10122 Torino, tel. 011532824 e 011549004, fax: 0115158000, e-mail:
info at serenoregis.org, sito: www.serenoregis.org

12. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 704 del 18 gennaio 2009

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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