La domenica della nonviolenza. 198



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 198 dell'11 gennaio 2009

In questo numero:
Alcuni estratti da "Mondo ex e tempo del dopo" di Predrag Matvejevic

LIBRI. ALCUNI ESTRATTI DA "MONDO EX E TEMPO DEL DOPO" DI PREDRAG MATVEJEVIC
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Predrag Matvejevic, Mondo ex e tempo del dopo. Identita', ideologie, nazioni
nell'una e nell'altra Europa, Garzanti, Milano 2006 (ed. originale: Le monde
"ex" et le temps d'apres [2006]), prefazione di Rossana Rossanda,
postfazione di Claudio Magris, traduzione di Egi Volterrani, Giacomo Scotti,
Silvio Ferrari]

Indice del volume
Prefazione di Rossana Rossanda; Libro primo. Mondo "Ex". 1. "Ex"; 2. Gli ex
comunisti; 3. Sotto le macerie; 4. Disgelo, dissidenza, autogestione; 5.
Cultura nazionale e ideologia della nazione; 6. L'Europa e l'Altra Europa;
7. La Mitteleuropa e il suo mito; 8. I Balcani; Libro secondo. Tempo del
dopo. 1. Sulla zattera, con fagotto; 2. Guerra e memoria; 3. I signori della
guerra. Una tragedia shakespeariana nei Balcani; 4. Sarajevo. Dopo mille e
una notte di assedio; 5. Mostar. Il Vecchio Ponte; 6. Emigrati e immigrati.
Dal Kosovo alla Puglia; 7. Davanti alla tomba di Tito; 8. I nostri talebani;
Postfazione: Matvejevic, triste farsa di una condanna, di Claudio Magris;
Indice dei nomi.
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Da pagina 5
Prefazione di Rossana Rossanda
Come parlare di un uomo i cui libri sono un mosaico, fatti di mille tessere
tutte problematiche, relative al passato e al presente, pieni di
interrogativi inquietanti? Predrag Matvejevic ci ha abituato a questa sua
scrittura senza pacificazione, che ha una forma bellissima ma non se ne
accontenta, incalzato come e' da domande inesorabili sul perche' e sul che
cosa. Tutto lo incanta, ma nessuna bellezza lo acquieta, e' uomo di domande
cognitive ed etiche.
Solo due temi tra i molti.
Primo, l'"ex".
"Ex" di che cosa? Di territori, nazioni, stati che in un secolo cambiano tre
volte di statuto e di confini e sono traversati da radicali convulsioni, se
non rivoluzioni, sociopolitiche?
Anche io sono una "ex" in questo senso. Sono nata a Pola, e nel passaporto
non sanno se scrivere: "Pola, Italia" o "Pola, Croazia", e dubitano della
mia nazionalita'.
Come Matvejevic, non ho piu' potuto avere l'estratto dell'atto di nascita,
la guerra - la seconda guerra mondiale - avendo mandato all'aria municipio e
registri. Per certificare che sono nata, cinque persone molto piu' giovani
hanno giurato davanti a un giudice che ero venuta al mondo nel 1924: la
burocrazia e' geniale.
Mio padre era istriano, parlava italiano, tedesco e quello che chiamava
serbo-croato: si laureo' in legge a Vienna parlando latino, perche' era un
irredentista (Cesare Battisti e Nazario Sauro nel cuore). Fece la guerra
sparando attentamente in modo da non colpire nessuno. Quando arrivo'
l'Italia, al posto dell'ordinato, tollerante e un po' stupido impero
austroungarico, fu prima l'Italietta sciattona e poi l'Italia fascista
arrogante. Segui' la crisi del 1929, nella quale perse assolutamente tutto,
per cui si senti' "ex" per tutta la vita, senza aver qualcosa di cui sentire
nostalgia.
Anche mia madre era di Pola, figlia di un ufficiale della marina austriaca.
Ma come succede alle donne, piu' prese da quel che sono che da quel che
erano, non si senti' troppo "ex", era piu' curiosa del presente. Tutti e due
parlavano tedesco, che era la lingua dei grandi di fronte ai bambini. I
nostri amici erano di quelle parti, tra Pola, Trieste e Fiume, dunque
italiani, austriaci, croati, sloveni, ungheresi: i loro volti e i loro nomi
abolirono in me qualsiasi identita' nazionale, e quando a scuola la sentii
agitare dai fascisti, mi fece infastidire o ridere. Non sento il bisogno di
identita' nazionali ne' religiose, fino al '38 non abbiamo mai distinto chi
fosse ebreo e chi no, forse lo eravamo in parte tutti. Splendidi bastardi di
un "ex" Centro Europa, ai miei occhi la piu' simpatica identita'-non
identita' possibile.
Predrag Matvejevic scrive con ragione, riferendosi a un amico, che per
Mitteleuropa si intende questa razza - forse due o tre generazioni - di
sudditi indocili degli Asburgo, assolutamente uniti dal non poter avere una
nazioncina-stato, che immaginavamo avrebbe avuto tutti i difetti e nessuna
delle qualita' del grande impero in decadenza, contro il quale si era pero'
energicamente protestato. Quanto ai miei, credo che gli piacesse quella
triestinita' da "ex" grande porto, snodo, passaggio fra Nord e Sud, Est e
Ovest, plurilingue e "diverso" dal resto d'Italia.
Insomma non ho sentimento nazionale, sono lieta che i tedeschi non mi
abbiano messa al muro anche per non dover gridare: "Viva l'Italia". Ho fatto
la Resistenza, credo, perche' erano nazisti e fascisti, non perche'
tedeschi. Se mi posassero in Groenlandia, credo che diventerei groenlandese
senza sforzo (salvo il clima).
Come Predrag Matvejevic sono, se mai, mediterranea e adriatica. Ma e' una
nazione? E' un colore, un passaggio tra pietre e mare, il transito fatto
geografia. Forse solo di questo sentirei una Sehnsucht, se non dovessi
vederlo mai piu'.
Ma non ne sono certissima. Ho il sospetto che la condizione di "ex" e'
quella nella quale anche Predrag Matvejevic vuole stare. Vorremmo essere
altro? Farei l'elogio della condizione apolide, mi convince che dopo il
ritorno a Itaca Ulisse sia ripartito, senza piu' dar notizia di se', non
riuscendo a stare nella stessa isola, stesso cielo, stesso mare. Noi siamo
di quelli che traversano i confini piu' volentieri che non cambiano scarpe.
Davvero dobbiamo farci compiangere? Anche qui, e concludo, e' diverso essere
un intellettuale o un musulmano di Bosnia, contadino, cacciato in nome della
pulizia etnica. Terra e nazione sono altro per chi ha i privilegi che noi
abbiamo.
Altra cosa, quella che Predrag Matvejevic un po' abusivamente mescola
all'"ex" nazionalita', e' l'esser "ex" di se stesso, delle proprie speranze
o illusioni o compromessi e alla fine tradimenti. Questa e' una condizione
non specifica del Novecento ma diffusa nel Novecento. Mi chiedo se sia un
effetto e una responsabilita' degli altrui poteri, o della fragilita' delle
scelte che ognuno di noi ha fatto. Certo, le scelte sono state per noi piu'
pericolose e impegnative, piu' a rischio assoluto, che per altre
generazioni: ma dobbiamo dolerci forse di averle fatte e disfatte con troppa
facilita', trovando pretesti per l'una e l'altra cosa, incapaci di vivere
scegliendo davvero e tenendo fede a una scelta, cioe' - come Predrag
Matvejevic dice felicemente della propria nazione - assumendone e
condannandone tutti gli errori. Non tanto per coerenza quanto per decenza.
Per un'idea non domestica di responsabilita'. Bisogna tentare di far la cosa
giusta, e non miagolare se ci si sbatte il muso. Puo' essere una tragedia,
ma gran parte degli "ex" del comunismo, delle nazionalita' o altro, sono -
diciamocelo una volta per tutte - o voltagabbana o tediosissimi. Mai in
grado di "voltare una pagina dopo averla letta", secondo la bellissima
espressione che Predrag Matvejevic cita.
Eppure, quando si viene da un secolo e da errori come i nostri, leggerla sul
serio e' il solo ma decisivo dovere verso quelli che verranno dopo.
Per ultimo. mi chiedo se non si debbano protrarre fino in fondo le
conseguenze del fatto che in ogni senso della nazione c'e' in radice un
nazionalismo. Forse un tempo si poteva avere il senso della nazione, che era
qualcosa di piu' di un territorio: penso all'idea di repubblica nella
Francia del dopo 1789. Se ne poteva derivare un vivo interesse e piu' che
una semplice tolleranza per le altre nazioni, anche se per lo piu' e'
l'intolleranza o il dominio che ne sono derivati.
Ma oggi? Se e' vero, e Predrag Matvejevic lo ricorda, che in ognuno di noi
c'e' piu' di una persona, siamo interconnessi ormai su scala mondiale, che
cosa e' una nazione? Che cosa e' una cultura nazionale? Se fosse come un
bellissimo museo da visitare e conservare, invece che un appiglio per
l'identita'? Va da se' che sono incline a questa avventura.
*
Da pagina 11
"Ex"
Il dopo guerra fredda ha visto una parte del mondo vivere un'esistenza in
qualche modo postuma: un ex impero, numerosi ex stati ed ex patti di
alleanza tra stati, tante ex societa' ed ex ideologie, ex cittadinanze ed ex
appartenenze, e anche ex dissidenze. E' legittimo domandarsi cosa
significhi, in realta', essere "ex" o dirsi "ex". Essere stato cittadino di
un'ex Europa finalmente affrancata, di una ex Unione Sovietica disgregata,
di una ex Jugoslavia distrutta? Essere diventato un ex socialista o ex
comunista, ex tedesco dell'Est, ex cecoslovacco, membro di un ex partito o
partigiano di un ex movimento, o chissa' cos'altro? Non essere piu' - o non
voler piu' essere - cio' che si e' stati o cio' che si presumeva essere?
Lo statuto di "ex" e' piu' grave di quanto non sembri a tutta prima:
quell'"ex" e' visto come un marchio, talvolta come delle stimmate. E di
volta in volta un legame, involontario, o una rottura, voluta. Puo'
trattarsi di un rapporto ambiguo, quanto di una qualita' ambivalente. Il
senso di quanto puo' essere definito come "ex" e l'atteggiamento adottato
nei suoi riguardi variano da un caso all'altro: tra deplorare la caduta di
una ex Unione Sovietica e compatire la tragedia della Bosnia nella ex
Jugoslavia, ci sono ben poche cose in comune. Cio' vale anche per gli
abitanti dei paesi in questione.
Essere "ex" e', da una parte, avere uno statuto mal determinato e,
dall'altra, provare un sentimento di disagio. Tutto cio' concerne tanto gli
individui quanto la collettivita', tanto la loro identita' quanto le
modalita' della loro esistenza: una specie di ex istanza, a un tempo
retroattiva e sovrapposta. Il fenomeno e' nello stesso tempo politico (o
geopolitico se si preferisce), sociale, spaziale e psicologico. Pone piu' di
una questione morale e mette in causa una morale precedente. Incontro molti
ex compatrioti che trovano ancora difficolta' a pronunciare la parola ex
Jugoslavia (la loro lingua si inciampa in quel fastidioso prefisso); altri
invece lo articolano con un piacere di vendetta o correggono quelli che
osano storpiarlo. (Adesso comprendo meglio quei membri della mia famiglia
paterna che, nell'Urss di Breznev, temevano di essere sovietizzati al punto
di diventare ex russi o ex ucraini. E' stato appena inventato il verbo ex
urssificare, nel senso di esorcizzare o di purificare. Siamo forse
condannati a vivere un ex destino, a ritroso?).
Alla fine di un secolo e' normale fare dei bilanci. A che serve fare un ex
bilancio? Si e' gia' imparato tutto sulla questione, piu' per via pratica
che teorica. L'Est non ha diritto esclusivo allo statuto di "ex". In
Occidente e altrove, si conoscono bene degli ex stalinisti, degli ex
colonialisti, degli ex sessantottini, tutta una ex sinistra diventata nuova
destra, una vecchia destra convertita al "neoliberalismo", una ex Democrazia
cristiana suddivisa tra destra e sinistra, che ha impoverito il
cristianesimo senza arricchire per contro la democrazia; una ex
socialdemocrazia imbastardita, sulla quale si sono innestati dei partiti
comunisti pentiti; un ex socialismo occidentale che si e' tagliato via dalle
sue stesse radici; un ex gaullismo che trova difficolta' a riagganciarsi al
suo passato; un ex gorbaciovismo che non ha ne' passato ne' avvenire nel
proprio paese; ogni sorta di ex revisionismi o di ex deviazioni viste adesso
come una forma di ortodossia, ossia una "linea difficile". Probabilmente,
domani si parlera' di una ex Europa, precedente all'Unione Europea che
finalmente diventa effettiva, rinnegando un vecchio continente inerte e
indeciso, colpevole per molti motivi. C'e' un odore di ancien regime in
Europa, un odore d'infezione o di avaria. La morale sembra si adatti alle
mille e una maniere di voltare gabbana, pronta a considerare qualsiasi
rigore come una sopravvivenza.
Entriamo in un tempo del dopo.
Non si nasce "ex", lo si diventa. Tanti rinnegamenti, rimaneggiamenti del
passato o del presente sono in atto, autogiustificazioni o aggiustamenti di
percorso, fughe in avanti o all'indietro, modi di rifare o di disfare se non
la propria vita almeno l'autobiografia. Certi "nuovi intellettuali" dell'ex
Europa dell'Est, che pure furono pilastri della societa' di ieri, eccellono
in questo gioco di recupero o di rimpiattino. I membri della vecchia
nomenklatura - ex dignitari o ex officianti, ex direttori d'imprese o di
coscienze - sono tornati in scena dopo un'uscita temporanea. Il vecchio
regime, e' vero, non ha avuto alcun presentimento della sua prossima fine.
L'ex apparato assapora la vittoria di cui s'appropria. La questione del
senso o della finalita' della storia e' l'ultima preoccupazione degli
esegeti.
Lo shock per quanto e' accaduto, nell'ex Europa cosiddetta dell'Est, e'
stato tanto violento quanto imprevisto. Le transizioni, per quanto male
assicurate, prevalgono ancora sulle trasformazioni. Queste ultime hanno
difficolta' a imporsi o, quando si realizzano, paiono talvolta grottesche.
La democrazia proclamata appare piu' spesso con le caratteristiche di una
"democratura" (ho coniato questo termine qualche anno fa per definire un
ibrido tra democrazia e dittatura). Un populismo penoso e' sempre stato
pronto a sostenere regimi di questo tipo. La laicita' e' stata poco popolare
in questa parte del mondo. Il "giocattolo nazionale" non ha mai perso la sua
attrattiva. La cultura nazionale si converte facilmente in ideologia della
nazione e sbocca su progetti nazionalisti.
Un'utopia grandiosa, nata nel cuore dell'Europa occidentale e bruscamente
trapiantata nell'Est, ha generato ben piu' che un fallimento: anche i valori
che l'hanno ispirata si sono squalificati. L'idea di emancipazione scompare
dall'orizzonte. Non si tratta soltanto dei segni di uno stato di cose
stravolto: tutto un mondo diventa un ex mondo, un tempo si fa il tempo del
dopo. I suoi stessi abitanti, anche quando lo abbandonano o emigrano, non
smettono di portarne l'impronta. Io tento di testimoniarne una specie di
confessione.
I nostri discorsi sono quasi inevitabilmente sfasati, il loro centro di
gravita' sembra spostato. La parola critica oscilla tra tradimento e
oltraggio, in particolare in un contesto plurinazionale: criticare la
propria nazione equivale a tradirla; criticarne un'altra vuoi dire
offenderla. Trovarsi fra tradimento e oltraggio estenua la critica, o
finisce addirittura per annullarla. Nella misura in cui uno riesce a
prendere le distanze da un ex spazio o da un ex ambiente determinato, il
discorso non smette di ritrovarsi in una posizione altrettanto poco
confortevole: tra asilo ed esilio corre il rischio di essere alienato oppure
ridotto al silenzio. La saggezza nella maggior parte dei casi gli e' di ben
scarso soccorso. Gli esempi da citare non mancherebbero. Quanto a quella
parte, abbastanza ridotta, dell'intellighenzia che il nazionalismo non ha
accecato, i suoi aderenti trascinano i loro "ex" come altrettanti insuccessi
o disillusioni. Ho l'abitudine di allinearli sotto forma di litania:
i regimi totalitari sono stati abbattuti, e noi restiamo tuttavia
ossessionati dal totalitarismo;
abbiamo creduto di conquistare il presente, e non siamo capaci di
controllare il passato;
abbiamo denunciato la storia, e continuiamo a essere invasi dallo
storicismo;
abbiamo visto nascere delle liberta' e non sappiamo che farcene o rischiamo
di abusarne;
abbiamo difeso un retaggio nazionale, e adesso dobbiamo difenderci da esso;
abbiamo voluto salvaguardare la memoria, e la memoria sembra che adesso ci
punisca;
si impongono le spartizioni, e non c'e' piu' niente da spartire.
Il mondo "ex" e il tempo del dopo sono pieni di eredi senza eredita', di
svariate mitologie che si escludono reciprocamente: riedizioni del passato e
del presente, immagini disparate, rimesse insieme alla leggera, schermi
frapposti in fretta o griglie di lettura mal applicate, paradigmi messi in
questione dalla loro stessa definizione. Le utopie e i messianesimi si
vedono sistemati tra gli accessori di un passato irrecuperabile. Un
aggiornamento della fede e della morale e' perseguito solo in ambienti
ristretti. Un postmodernismo cerca, senza troppa fortuna, di imporsi
sull'arte e sul pensiero per rimpiazzare cio' che poco tempo fa era stato
acclamato come "moderno": un ex modernismo criticabile, certamente, ma non
insignificante. Le avanguardie, che hanno proclamato e svolto i loro ruoli,
sono ormai "classificate". Le fonti della grande letteratura, generatrice di
simboli, sembrano esaurite. Forme di decostruzione tendono, senza molta
speranza, a sostituirsi a sintesi poco soddisfacenti. Una nuova storia
rifiuta di sottoporre la lunga durata, come faceva la precedente, al vaglio
degli avvenimenti. La vecchia universita' non riesce a riformarsi.
L'invocazione dell'"immaginazione al potere" e' ormai dimenticata. Tutta una
ex cultura non riesce, se non con gravi difficolta', a impadronirsi di
quelle innovazioni che sono offerte o richieste dalla tecnologia di punta.
In ognuno di questi casi, siamo messi a confronto con una realta' gia'
scaduta che non cessa tuttavia di trascinarsi: e' difficile da sopportare,
e' impossibile liberarsene. Molte epoche hanno conosciuto uno stato di cose
analogo, passato e presente insieme. E' uno dei tratti dominanti della
nostra, che sembra concludersi sotto il segno dell'"ex" e del dopo. Cento
anni fa, una fin de siecle, prolungandosi, determinava il modo di vivere. La
nostra postmodernita' rifiuta gli stili preesistenti senza incarnarne
nessuno.
Con "ex" designiamo in primo luogo fatti di ordine politico o sociale,
qualche volta anche storico. L'uso della particella "ex" e' incerto: e'
anteposta o posposta non senza che questa scelta abbia qualche riferimento
alle gerarchie. Prefisso o suffisso, con o senza virgolette, sottolineata o
messa in evidenza, in tutti i modi in cui viene scritta questa particella si
presenta ora sotto forma di aggettivo designante un processo gia' chiuso,
ora come un avverbio che riflette una maniera di chiudere. E' anche un nome:
un "ex", degli "ex" (io sono uno di quelli).
*
Da pagina 19
Gli ex comunisti
Ho soggiornato in Russia, in Bielorussia e in Ucraina dopo la caduta del
regime sovietico. Ho attraversato diversi paesi dell'Europa dell'Est,
fermandomi nelle capitali, avventurandomi nelle province. Seguendo il
Danubio sono sceso fino al mar Nero e ho visitato Odessa, citta' natale di
mio padre. L'ho riconosciuta appena: non assomiglia piu' a se stessa. Ho
navigato sul Volga, guardando le sue rive segnate dalla miseria e dal
disordine. Ho rivisto Praga e Varsavia: Varsavia mi ha deluso, Praga mi ha
incoraggiato. Sono rimasto indifferente a Budapest, triste a Bucarest. Ho
annotato le mie impressioni, non ho voluto dissertare sulle trasformazioni
avvenute in quei paesi dopo "l'evento". Raramente sono entrato nelle
biblioteche: ho cambiato spesso tavolo di lavoro. La storia del comunismo,
ci sono altri che la scrivono: a me interessavano gli ex comunisti, tanto
nell'Europa dell'Est quanto in quella dell'Ovest.
A seguito della distruzione del muro di Berlino la gioia e' stata di breve
durata, subito sostituita dalla preoccupazione. La strada dal comunismo al
postcomunismo si e' rivelata piu' ardua di quanto si sarebbe potuto credere:
nessuno aveva previsto un crollo cosi' rapido dell'Unione Sovietica, nemmeno
coloro che lo auspicavano piu' ardentemente. La maggior parte dei comunisti
sono diventati degli "ex". Ne avevo conosciuti sotto il vecchio regime, ne
ho incontrati altri dopo, nel nuovo. Ho confrontato quello che avevano fatto
con quello che stavano facendo: le parole, i gesti, le azioni. Ci sono
quelli che dimenticano cosa sono stati e desiderano che gli altri lo
dimentichino: sono i piu' numerosi. Rari sono quelli che non rinnegano i
loro comportamenti, ne' se stessi. (Ho visto diversi tipi di comunisti e di
ex comunisti all'Est e all'Ovest, soprattutto in Russia, Bielorussia e
Ucraina).
La scelta del comunismo non ha avuto, si sa bene, lo stesso significato in
ogni paese e in ogni epoca: dove e quando qualcuno e' diventato comunista e
perche' si e' staccato dal partito? Ci sono sempre stati "rinnegati",
"dissidenti", "eretici", chiamati con nomi differenti. Alcuni lasciavano il
movimento comunista di propria iniziativa, altri ne erano esclusi. Cio' che
distingue gli uni dagli altri e' prima di tutto la loro appartenenza al
potere oppure all'opposizione. Finche' esisteva l'Unione Sovietica, tutti
erano messi a confronto con "l'edificazione della societa' comunista" in
quel paese, sia che la sostenessero sia che la contestassero. Ci furono in
passato avvenimenti che provocarono rotture ma nessuna potrebbe essere
paragonata a quest'ultima, forse definitiva: quella del dopo.
L'immaginario del comunismo e' stato creato da idee, da personalita' e da
fatti importanti: Marx e il Manifesto, Lenin e l'Ottobre, l'Aurora, la Lega
di Spartaco, le Brigate internazionali in Spagna, la vittoria dell'Armata
Rossa e la bandiera con la falce e il martello sventolante sul Reichstag, la
Resistenza al fascismo in Europa, la Lunga marcia di Mao e il Grande balzo
in avanti della Cina, il conflitto fra Tito e Stalin, Fidel Castro, il
Granma e l'assalto alla Sierra Maestra, Ho Chi Minh e l'epopea vietnamita, i
Quaderni del carcere di Gramsci, il Diario del Che nelle foreste della
Bolivia. In ogni paese esistono altri eventi esemplari, piu' particolari. La
letteratura e l'arte hanno contribuito al fascino dell'idea: La madre di
Maksim Gor'kij e Madre Coraggio di Brecht, L'armata a cavallo di Babel', La
corazzata Potemkin, Majakovskij e il suo futurismo, le avanguardie russe
degli anni Venti e anche altrove numerose opere di genere diverso, in tutte
le lingue. L'idea comunista e il mito del comunismo si identificano, senza
un esame preventivo, spontaneamente o per forza. Il "realismo socialista" ha
trasformato il rivoluzionario in carne e ossa in "eroe positivo", svuotato
di contenuto. Rilevo la testimonianza di un filosofo in esilio, ex comunista
ed ex dissidente al tempo stesso, che affermava di non avere mai incontrato
durante la sua vita in Urss "una sola persona che credesse agli ideali del
comunismo. Se ce ne sono stati, di fanatici simili, sono stati eliminati
all'epoca di Stalin" (A. Zinov'ev). Eppure esistevano proprio, tanto all'Est
quanto all'Ovest. Alcuni tra loro hanno dato prova di audacia e di spirito
di sacrificio eccezionali. Ne restavano troppo pochi sulla scena quando la
"cortina di ferro che si stendeva da Stettino a Trieste" e' finalmente
crollata sulla scena insieme con tutte le quinte.
Anche l'ex comunismo ha il suo immaginario, in negativo: Kronstadt, i
processi politici e le "purghe" degli anni Trenta, l'assassinio di Trockij a
Coyoacan, il gulag, la foresta di Katyn, Budapest nel '56, Praga nel '68,
Goli Otok (Isola Calva) nell'Adriatico, il muro di Berlino, Pol Pot e i
Khmer rossi, la rivoluzione culturale, il massacro della piazza della Pace
Celeste a Pechino. La letteratura ha testimoniato quegli avvenimenti, li ha
persino annunciati: I demoni di Dostoevskij e Noi di Zamjatin, le opere
degli ex comunisti Koestler e Orwell, Suvarin e Gilas; I leoni meccanici del
mio amico Danilo Kis, Arcipelago Gulag di Solzenicyn.
La realta' del comunismo ha tradito il sogno comunista. Quello che abbiamo
visto era davvero il comunismo o solo il suo spettro? La domanda e'
inevitabile. La risposta, qualunque essa sia, non potra' costituire una
giustificazione. La fine del comunismo cambia il giudizio su di esso
nell'insieme, sul suo corso, fino a toccarne addirittura la sorgente. Alcuni
lo paragonano, nell'ex Urss, a un fiume scomparso nelle crepe del suolo: il
suolo della storia e' pieno di crepe.
I comportamenti dei vari comunisti differiscono l'uno dall'altro nel passato
come nel presente. Il trockista Isaac Deutscher ha descritto quelli che
"dopo aver smesso di difendere il comunismo, difendono l'umanita' dal
comunismo: si credono infallibili proprio come prima consideravano
infallibile il loro partito". Non e' piu' necessario oggi difendere
l'umanita' dal comunismo: gli stessi partiti comunisti hanno ammesso il
fallimento dei regimi che avevano servito, non si identificano piu' nel loro
passato; la maggior parte di essi ha perfino cambiato nome. (Il mondo e'
pieno di vecchi comunisti che non vogliono piu' essere chiamati tali, tanto
all'Est quanto all'Ovest).
*
Da pagina 119
Sulla zattera, con fagotto
Siamo abituati a perdere. Ogni giorno qualcuno intorno a noi si allontana o
sparisce, un'amicizia o un amore impallidisce o si estingue, la morte si
porta via uno dei nostri. Perdere fa parte del destino.
Pero' e' raro perdere un paese. A me e' capitato. Non parlo di uno stato o
di un regime, ma proprio del paese dove sono nato e che, ancora ieri
soltanto, era il mio. Non c'e' piu'. Ho amato la Jugoslavia intera,
indivisa, unita. Senza peraltro essere un nazionalista jugoslavo. Come avrei
potuto esserlo, avendo origini croate, russe, ucraine e altro ancora? Ero
affezionato ai luoghi, ai loro abitanti, a tante cose che mi erano vicine.
Ho fatto miei in uno stesso tempo l'Adriatico e il lago di Ohrid in
Macedonia, le Alpi slovene e le rupi montenegrine. Ho considerato serbi e
croati come fratelli, in particolare quelli tra loro che, come me, si
opponevano allo sciovinismo serbo e croato. Non perdonavo a costoro di
disprezzare i bosniaci, di volerli asservire o convertire. Mi sentivo a casa
mia in Vojvodina, in mezzo a tante minoranze nazionali, e ho avuto degli
amici nel Kosovo, tra gli albanesi. Mi davo da fare quanto potevo per essere
di sostegno a un piccolo gruppo di italiani rimasti in Istria dopo un
tragico esodo, cosi' come ai nostri zingari, dispersi in ogni parte. Gli
zingari furono numerosi nel mio paese: qualche volta mi facevo passare per
uno di loro.
Affermo, signori giurati, di non aver auspicato la disgregazione della
Jugoslavia. I nazionalisti hanno un bel rimproverarmi uno jugoslavismo che
qualificano "unitarista". Confesso di non amare la maggior parte delle
parole che finiscono in "ismo": preferisco quelle in "ta'", come
fraternita', o liberta', e altre come forse jugoslavita', nel senso che alla
parola davano un tempo i migliori dei nostri antenati e, ancora
recentemente, i piu' valorosi dei resistenti. Signori croati, sappiate che
io non sono meno buon croato di voi, per il fatto di essere cosmopolita e
amico degli altri jugoslavi. Signori serbi, io amo il vostro popolo, pur
denunciando quei caporioni nazionalisti che tanti tra voi hanno applaudito.
Aborrisco tanto gli ustascia quanto i cetnici, senza chiedervene scusa.
Onoratissimi prelati di ogni confessione, devo pregare anche voi di
assolvermi dal peccato di aver creduto che le chiese ortodosse e cattoliche,
che invocano un unico Cristo, avrebbero potuto fare di piu' per avvicinare i
loro fedeli e condannare l'odio per il prossimo che li anima.
Non ho nient'altro da ammettere davanti ai giudici dei nostri tribunali
nazionali ne' da confessare ai nostri direttori di coscienza. Non intendo
piu' lottare per la restaurazione di una nuova Jugoslavia. Come potrei
farlo, anche se lo volessi? Con chi e con quali mezzi? Dopo Vukovar,
Sarajevo, Mostar, Srebrenica e tanti altri luoghi di sterminio, so bene che
sara' necessaria piu' di una generazione per ricostituire i legami tra di
noi, e che forse mai piu' la nostra unita' sara' ricostituita. Molto
probabilmente, l'avvenire sara' piu' favorevole per voi, vincitori, che per
noi che abbiamo perso.
Devo riconoscere, per completare la mia deposizione dinanzi ai nuovi
tribunali, che nessuno mi ha costretto a lasciare il mio paese, o cio' che
resta di esso. Ho scelto con piena consapevolezza uno status, poco
confortevole, "tra asilo ed esilio". Avrei potuto restare, adattarmi,
mantenendo il silenzio. (Ci sono silenzi che finiscono per diventare
eloquenti). Dopo aver difeso, sotto il regime che e' crollato, certi
prigionieri che adesso reggono le redini del potere, non avevo niente da
temere. Uno di loro avrebbe persino voluto offrirmi una carica nella
gerarchia. Mi sembrava piu' dignitoso l'esempio dei vecchi marinai pronti ad
affondare con la loro nave in pericolo. Ho affrontato questo pericolo
levando le ancore.
In effetti, nel caso specifico, non si tratta semplicemente di una patria
perduta (l'idea di "patria" talvolta e' ambigua, il suo passato non e'
sempre senza macchia). Come numerosi miei contemporanei, ho creduto che la
nostra civilta' fosse capace di fondare e preservare comunita' dove
potessero coesistere varie nazioni, differenti culture, diverse religioni.
Con il mio paese ho perso anche quella fede. (Su questo staro' zitto, per
paura di sembrare sentimentale o di lamentarmi). Non posso far altro che
disapprovare il comportamento di certi intellettuali tradizionali - serbi,
croati, sloveni o altri - che sostengono il nuovo regime esattamente come
servivano il vecchio. (Ecco perche' gia' da tanto tempo ho scelto la via
della dissidenza. E non intendo cedere su questo punto).
Cosa resta a chi decide di uscire da un simile circolo vizioso e di
andarsene? Dietro di lui una vita, come si dice. Sono due strumenti e due
metafore dell'esistenza di un rifugiato: si parte su una zattera e si porta
un fagotto. Sulla zattera c'e' poco spazio, nel fagotto c'e' poco posto.
Quest'ultimo contiene le cose piu' elementari: indumenti essenziali, alcuni
documenti necessari, foto di famiglia, a volte un oggetto piu' personale,
legato a un ricordo. Sono rari quelli che fanno scivolare da qualche parte
un libro, a meno che non si tratti di un breviario per le preghiere o di un
manuale per apprendere la lingua del paese di destinazione.
Certe esperienze contano piu' di altre. Avevo ormai perso i miei genitori e
la maggior parte dei miei cari. Le nuove "democrature", a differenza dei
regimi comunisti, permettono ogni tanto di tornare. E' un vantaggio
considerevole, a condizione di beneficiarne senza che se ne esiga una
contropartita (ma, per quanto mi riguarda, qualsiasi gratitudine e'
esclusa).
*
Da pagina 147
I signori della guerra
Una tragedia shakespeariana nei Balcani
"Famiglie, io vi odio", e' stato ripetuto spesso nella letteratura europea.
Qualche volta e' il caso di farlo. Tra l'altro, i nazionalismi ci hanno
abituati a "lavare i panni sporchi solo in famiglia". Si raccomanda anche
"di trattare la nazione come fosse una vera famiglia". Fa parte di
un'educazione patriottica.
Sappiamo inoltre quanto si rischi a rivelare cose poco gradevoli per i
nostri compatrioti. Sono stato tentato di firmare questo scritto con uno
pseudonimo quando ne usci' una versione piu' breve e attenuata in alcuni
giornali europei. Certe affermazioni portano male. Alcune confessioni
ispirano vergogna. L'appartenenza si esprime difficilmente per negazione. Il
patriottismo non accetta la critica.
"Una tragedia shakespeariana nella guerra jugoslava?" Da questo punto di
vista tante cose restano da completare. Non pretendo di spiegarle tutte. Ben
poche meritano giustificazioni. Bisogna pero' ricordare che alcuni
particolari possono assumere tutt'altra proporzione se organizzati in un
insieme. Quando vengono uniti tra loro o messi in scena significano qualcosa
di piu' e di diverso.
I suicidi e le ragioni che ci portano ad attentare alla nostra stessa vita
sono differenti da un caso all'altro. L'uomo e' spinto a quell'atto estremo
talvolta dalla malattia o dalla sventura, dall'onore o persino dalla virtu'.
Anche i piu' forti possono ritrovarsi sul bordo del baratro, pronti a
precipitarvisi (io stesso ho provato piu' volte una tentazione del genere).
I piu' risoluti affrontano quel passo e si lanciano dall'altra parte, come i
piu' disperati. Chi, tra di noi, non ha mai visto davanti a se' l'abisso? Ho
sempre ammirato i capitani che affondavano con la loro nave. Ne sono rimasti
pochi. E tante di quelle navi sono state inghiottite dai flutti.
La piu' grande delle tragedie non sta nella propensione a mettere
volontariamente fine alla propria esistenza effimera: e' molto piu' tragico
quando coloro che soffrono di una tale disposizione o di una simile eredita'
trascinano altri con se', li spingono verso l'abisso o, soprattutto, li
incitano a gettarsi per primi, o quando proprio coloro che portano questi
segni, ereditari o acquisiti, diventano dirigenti politici e capipopolo.
E' cio' che e' capitato a noi: l'abbiamo visto sui palcoscenici, politici e
nazionali, nel teatro di crudelta' dell'ex Jugoslavia.
Per maggiore chiarezza, l'autore esporra' questo materiale in quattro atti
(nel senso teatrale del termine), considerando come una specie di prologo
quanto scritto finora. Nella lista degli attori compaiono diversi
personaggi, noti o anonimi: presidenti e vicepresidenti, dignitari di vari
gradi, ufficiali e officianti, i loro capi e i loro servitori. Lo spazio in
cui si svolge l'azione e' "un mondo ex", piu' precisamente i Balcani.
Circostanze particolari: un armistizio che tiene luogo di pace.
Atto primo
Certi elementi dell'intrigo sono gia' conosciuti: il padre di Slobodan
Milosevic era un teologo ortodosso; si e' dato la morte con un colpo di
pistola ben prima che suo figlio diventasse l'uomo forte della Serbia; la
madre del suddetto Milosevic si e' impiccata; cosi' pure uno dei suoi zii.
In quell'epoca Slobodan (detto "Sloba") era attivista della Gioventu'
comunista. La sua adolescenza dev'essere stata segnata da quelle prove.
Tuttavia non ne resta traccia visibile sul viso dell'uomo adulto. Un
comportamento apparentemente sicuro di se' ed energico - anche astuto e
abile - gli ha permesso di imporsi ai generali dell'Esercito popolare
jugoslavo (cosi' si chiamava prima), incitandoli a puntare i loro cannoni
sui popoli della Jugoslavia, soprattutto in Croazia e in Bosnia, a Vukovar e
a Sarajevo, a Srebrenica e finalmente sul Kosovo.
In una lettera aperta pubblicata a Belgrado nel 1990, alla vigilia della
guerra, gli avevo proposto di dimettersi, per non essere poi costretto a
"ricorrere a sua volta al suicidio". I presidenti non seguono i consigli
degli scrittori. Piu' tardi ho aggiunto in un libro, purtroppo non
pubblicato nella mia lingua, che nemmeno il suicidio sarebbe stato
sufficiente.
Ma questa e' un'altra storia, ha poco a che fare con il teatro.
Atto secondo
Il padre del presidente croato Franjo Tudjman si e' suicidato dopo aver
ammazzato la moglie. Accadeva in seguito alla seconda guerra mondiale.
Franjo Tudjman era allora maggiore o colonnello dell'esercito jugoslavo e
risiedeva a Belgrado. A quell'epoca, parlando con i suoi compagni della
guerra partigiana, attribuiva quel "doppio omicidio" ai croati, cioe' ai
crociati ustascia, benche' l'istruttoria svolta a suo tempo avesse dato
spiegazioni di segno diverso. Negli anni Ottanta, quando era gia' al potere
in Croazia, tento' di presentare quel tragico episodio familiare come un
oscuro assassinio perpetrato dai suoi ex compagni comunisti. Cito' anche un
testimone, un vecchio partigiano di origine croata, ma quest'uomo onesto
nego' categoricamente quell'"invenzione" malgrado le vessazioni e le
angherie alle quali fu sottoposto.
In realta', e' poco credibile che la polizia titoista abbia eliminato, senza
alcuna ragione, un membro delle piu' alte istituzioni antifasciste della
Liberazione, per di piu' padre di un alto ufficiale che si preparava a
diventare generale dell'esercito di Tito. Nel 1995, l'attuale presidente
croato si e' permesso di dichiarare, forse imprudentemente, che gia' nel
1942 era pronto lui stesso a suicidarsi, deluso sin dall'inizio da quello
stesso comunismo che avrebbe accettato di servire con molto zelo per piu' di
due decenni ancora. Ha addirittura mimato alla televisione un gesto suicida,
senza portarlo a termine, e senza rendersi conto della sconvenienza di un
simile spettacolo da operetta.
Gli ho proposto di dare le dimissioni con un'altra lettera aperta, scritta
in occasione della distruzione del Vecchio Ponte di Mostar, la mia citta'
natale. Ma i presidenti non seguono i consigli degli uomini di lettere,
nemmeno in Croazia. Comunque pubblicai questa lettera, non solo all'estero
ma anche in Croazia, prima della morte del personaggio.
Atto terzo
Il generale Ratko Mladic e', come si sa, ricercato dal tribunale penale
internazionale dell'Aja per "genocidio, crimini contro l'umanita' e crimini
di guerra". Malgrado la destituzione, sembra conservare in alcuni luoghi
nascosti tutta la sua autorita', in violazione flagrante degli accordi di
Dayton. Sua figlia, messa a confronto con il male incarnato dal padre, ha
scelto nobilmente di togliersi la vita, quando ancora i cadaveri sotterrati
in fretta vicino a Srebrenica non erano del tutto irrigiditi.
L'odio che Ratko Mladic manifesta verso i croati e i bosniaci e' collegato
forse meno con la propaganda della "Grande Serbia", sostenuta da numerosi
"intellettuali liberali" di Belgrado, o con una letteratura nazionalista non
accessibile alla sua educazione militare, che non con un altro fatto
doloroso: suo padre fu ucciso dagli ustascia durante la seconda guerra
mondiale. Comunque, non sappiamo se l'ordine di fucilare tutti quei bosniaci
musulmani vicino a Srebrenica (Seimila? Settemila? Diecimila? Non si sa con
certezza) venisse dalla sua propria iniziativa o anche dagli altri generali
dello stato maggiore sottoposti a Milosevic. In ogni modo la dottoressa
Biljana Plavsic, ex presidente della repubblica serba, dichiaro'
pubblicamente che i musulmani della Bosnia erano "serbi degenerati" e che
essa stessa, in quanto biologo di professione, poteva provarlo. Vojislav
Seselj, comunista di un tempo ed ex inneggiatore di Tito che divento'
vojvoda (duce) cetnico e vicepremier federale del regime di Milosevic,
considera che tutti questi musulmani non sono nient'altro che "un cascame
genetico" della serbita'...

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 198 dell'11 gennaio 2009

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