Nonviolenza. Femminile plurale. 224



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 224 del 13 dicembre 2008

In questo numero:
1. Giuliana Sgrena: Donne in Kurdistan contro la violenza
2. Giuliana Sgrena: "Hawlati", un giornale contro le mutilazioni genitali
femminili
3. Susan George: Tre crisi, una proposta
4. Valeria Fieramonte: Donne protagoniste al "Festival della scienza" di
Genova
5. Irene Bignardi intervista Alice Munro

1. MONDO. GIULIANA SGRENA: DONNE IN KURDISTAN CONTRO LA VIOLENZA
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 dicembre 2008 col titolo "Giulietta
in Kurdistan" e il sommario "Iraq, storie di donne e di violenza. Delitti
d'onore, suicidi, mutilazioni genitali, matrimoni forzati. Il mix tra sharia
e cultura aggrava le discriminazioni. A Erbil, una settimana di campagna
mobilita soprattutto le Ong, che promuovono pratiche nonviolente. Intanto il
parlamento kurdo si lacera sui diritti al femminile"]

Erbil (Kurdistan iracheno). Una grande mano blu con la scritta "stop"
campeggia sui muri di Erbil. Un volantino con la stessa immagine viene
distribuito ovunque. E' il manifesto stampato dal Governo regionale del
Kurdistan per una campagna per l'eliminazione della violenza contro le
donne, una settimana di iniziative in coincidenza con la giornata
internazionale del 25 novembre. Una scelta probabilmente unica anche nei
paesi dilaniati dalla violenza contro le donne. Il Kurdistan e l'Iraq non
sono certo delle eccezioni. Purtroppo. Il governo offre l'immagine:
manifesti, spillette e una grande kermesse finale, ma a realizzare le
iniziative sul territorio sono soprattutto le organizzazioni non
governative.
Prima ancora di scoprirlo, per informazioni ci rivolgiamo all'Unione delle
donne del Kurdistan, l'organizzazione femminile del Partito democratico, che
insieme all'Unione patriottica si spartisce la maggior fetta di potere.
L'Unione delle donne si e' appena trasferita in una nuova sede: un edificio
nuovo tutto di vetro, blu, dove ancora non hanno finito di installare
suppellettili. Computer in tutti gli uffici, via vai di donne in abiti
moderni con cartelline in mano, quasi tutte senza velo, al contrario delle
donne che si incontrano per strada. Pensiamo che le donne del maggior
partito al governo siano le piu' organizzate anche per la settimana contro
la violenza, ma non e' cosi', anzi ci rinviano al coordinamento delle Ong,
dunque non governative. L'idea ci sorprende, forse e' un fatto di
democrazia. Del resto in Kurdistan, caso raro, esiste anche un ministero per
la societa' civile guidato dal caldeo George Mansour.
Nella sede dell'Iknn (Iraqi-Kurdistan ngo's network), che si trova
nell'enorme quartiere cristiano di Ainkawa, alla periferia di Erbil,
effettivamente otteniamo le informazioni che cercavamo sulle iniziative per
le donne, anche se a illustrarcele sono i responsabili, tutti e tre maschi.
Tutte le ong dell'Iknn, un'ottantina, sono mobilitate contro la violenza,
l'unico contributo del governo e' il materiale di propaganda. La settimana a
sostegno delle donne e' stata preceduta in ottobre da una settimana per la
nonviolenza, estesa a tutto l'Iraq, sempre organizzata da ong, anche con il
sostegno dell'italiana "Un ponte per".
Puo' apparire paradossale che nell'Iraq devastato dalla violenza ci siano
organizzazioni che diffondono pratiche nonviolente e tra i bambini venga
distribuita la storia di Gandhi. Ma forse tanto paradossale non e': proprio
la violenza che si respira nell'aria fa sognare un mondo non violento e
sperare nella pace. Per ottenerla occorre agire da subito, incidere
innanzitutto sulla cultura, a partire dai giovani. E l'iniziativa ha avuto
successo non solo tra settori piu' sensibili (studenti, donne, volontari,
etc.) ma persino tra le forze dell'ordine.
*
Il passo successivo dunque ha riguardato la violenza contro le donne.
Iniziativa indetta mentre e' in corso nel parlamento kurdo il dibattito
sullo statuto personale, che ha registrato molte lacerazioni. Uno scontro
serrato era stato provocato dalla proposta per la messa fuorilegge della
poligamia, respinta per 4 voti. "Nonostante questa sconfitta non sono
pessimista, penso che tra due anni potremo tornare alla carica e forse
riusciremo a vietare la poligamia, in fondo 4 voti si possono facilmente
recuperare. Del resto se la mentalita' non cambia non si puo' cambiare la
legge. Per ora abbiamo ottenuto che la poligamia possa essere esclusa nel
contratto di matrimonio", afferma Suzan Aref, direttrice della Women
Empowerment Organization (Weo). Un'associazione impegnata nell'empowerment
delle donne in campo sociale, politico, economico. "Nella legge in
discussione in parlamento e' stata elevata l'eta' del matrimonio a 18 anni,
riconosciuto il divorzio anche per la donna mentre sono ancora in
discussione temi come la testimonianza e l'eredita' (secondo la sharia, la
legge coranica, la testimonianza vale la meta' di quella del maschio e anche
l'eredita' e' dimezzata rispetto agli eredi maschi, ndr)".
Una settimana di mobilitazione non puo' certo bastare per eliminare la
violenza e le discriminazioni, ma - chiediamo a Suzan - la campagna del
governo puo' servire a sensibilizzare su una situazione cosi' grave? "Questa
campagna presenta degli aspetti positivi: da' la possibilita' alle
organizzazioni delle donne di fare pressione sul governo per ottenere
l'approvazione di progetti che hanno come obiettivo la riduzione della
violenza. La violenza non puo' essere eliminata solo dal governo, occorre un
coinvolgimento delle associazioni e anche dei religiosi, e' un problema di
educazione. La violenza non sono solo i delitti d'onore, i suicidi. Il 95%
delle donne subisce violenza in famiglia, negli uffici. Inoltre la donna non
gode di servizi sanitari e sociali, e nei partiti le decisioni sono sempre
prese dai maschi. Dunque questa campagna e' una opportunita' per le donne,
ma il governo dovrebbe iniziare da se': su 44 ministri solo 3 sono donne,
una delle quali, incaricata degli affari delle donne, non ha nemmeno un
budget, quindi serve solo da ornamento. Anche questa e' violenza. Per
eliminarla occorrono misure: riconoscere la qualificazione delle donne,
garantire la loro partecipazione, costruire case rifugio per quelle che sono
minacciate...".
La violenza contro le donne e' un fatto culturale, religioso, patriarcale...
"Molta della violenza deriva da un mix tra sharia e cultura, occorre quindi
fare una distinzione tra legge, cultura e sharia. Per questo noi stiamo
facendo dei training agli imam. All'inizio era difficile persino far
accettare che ascoltassero delle donne, ma poi si e' stabilito un dialogo.
Abbiamo anche un workshop per le giovani perche' qui c'e' poca confidenza
con il corpo, le madri non ne parlano alle figlie, a volte non hanno nemmeno
risposte".
Esiste un movimento delle donne? "No, non esiste un movimento reale perche'
ci sono associazioni che dipendono dai partiti, non hanno autonomia, e
quando si tratta di fare un'azione contro il governo non ci stanno".
E poi - conclude Suzan - da parte del governo c'e' anche molta ipocrisia
perche' se i partiti islamisti stanno al governo (con due ministri, ndr) e'
chiaro che molte forzature a favore dei diritti delle donne non sono
possibili.
*
Chilura Hardi e' la direttrice di Khatuzeen, Center for kurdish women's
issues, che prende il nome dalla "Giulietta kurda". Quando la incontriamo e'
in abito tradizionale kurdo, un vestito rosso, scollato, trasparente, tutto
lustrini con sotto pantaloni larghi arricciati in fondo, uno scialle sulle
spalle ma senza velo. E' una settimana in cui anche gli abiti tradizionali
hanno un significato. L'associazione punta soprattutto sull'educazione
attraverso una radio realizzata con il sostegno del Ministero della societa'
civile. Siccome il ministero dell'interno non vuole diffondere dati sulla
violenza contro le donne - per evitare allarmismi e speculazioni soprattutto
della stampa straniera, sostiene - l'associazione sta raccogliendo
documentazione su tutte le donne che hanno subito violenze, attraverso le
notizie pubblicate dai giornali. Che non coprono tutta la realta'. Comunque,
racconta Chilura, subito dopo l'assassinio di Du'a (una ragazza di
diciassette anni appartenente alla setta degli yazidi, lapidata ai primi di
maggio del 2007 perche' si era innamorata di un sunnita e forse anche
convertita all'islam, ndr) vi era stata una impennata di delitti d'onore,
anche 2-3 al giorno, ma poi la media e' scesa. Due donne vengono uccise
anche mentre noi siamo a Erbil. "La donna viene ancora usata come
risarcimento per un contenzioso: ti ho fatto un danno in cambio ti do' mia
figlia! Uno dei problemi maggiori e' quello di far rispettare le donne anche
da parte delle forze di polizia. Se una donna sola viene importunata per
strada e si rivolge alla polizia, questa la rimprovera e dice che se va in
giro sola, magari senza velo e per di piu' con jeans stretti e' chiaro che
subira' molestie. Per questo noi facciamo training alle forze di polizia. Ma
non basta, purtroppo ci sono gruppi di islamisti pagati dai sauditi che
attraverso le moschee, soprattutto nei villaggi, aiutano i poveri ma in
cambio costringono le donne a comportarsi in un certo modo, le pagano anche
per portare il velo. Si tratta di un'attivita' clandestina, non ammessa dal
governo, ma sono gli stessi partiti che sono nel governo a praticarla.
Quindi e' difficile contrastarli", conclude Chilura.
*
E' una realta' tremenda: delitti d'onore, infibulazione, matrimoni forzati e
suicidi. Nell'ospedale che aveva fondato Emergency - nel 1998 a Erbil e che
dal 2005 e' gestito da una ong kurda, Emergency management center - oltre a
curare feriti di guerra, dal 2003 e' stato costruito anche un reparto per
ustionati: uno pediatrico e l'altro femminile. I bambini si bruciano con
l'acqua calda o con il cherosene, mentre le donne, la maggior parte, si
danno fuoco, uno dei modi piu' atroci per mettere fine alla propria vita, il
grado di ustione e' spesso devastante, oltre l'80% del corpo, e anche
incurabile. Quando sono ricoverate non ammettono il tentativo di suicidio e
con i medici parlano di incidenti. Nell'ospedale esiste anche un servizio
legale e spesso quello che non ammettono con i medici lo dicono agli
avvocati che assicurano loro una assistenza legale.
Violenze devastanti che a volte superano persino le piu' pessimistiche
previsioni, che il governo kurdo ha avuto almeno il coraggio di denunciare.

2. MONDO. GIULIANA SGRENA: "HAWLATI", UN GIORNALE CONTRO LE MUTILAZIONI
GENITALI FEMMINILI
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 dicembre 2008 col titolo
"Infibulazione in prima pagina, sfidando il codice penale" e il sommario
"Stampa. Con 12.000 copie due volte a settimana, 'Hawlati' parla di sesso,
donne, gay. E non si fa intimidire"]

"Hawlati" (che vuol dire "cittadino") e' il principale giornale di
opposizione in Kurdistan, esce due volte la settimana con una tiratura di
circa 12.000 copie, che vengono tutte vendute (a 1.000 dinari, circa 70
centesimi di euro) e permettono cosi' la sopravvivenza del foglio. Una
ventina di pagine, quattro delle quali dedicate in questi giorni alle donne,
e comunque mai meno di due, afferma la caporedattrice Azhen Abdulkalik. I
problemi sono molti e non e' facile affrontarli senza incorrere in sanzioni,
anche se questi temi sono all'ordine del giorno in parlamento.
Lo scorso 24 novembre il medico Adil Hussein e' stato condannato a sei mesi
di prigione per un articolo pubblicato da "Hawlati" l'11 aprile 2007 in cui
affrontava i problemi del sesso e dell'omosessualita' dal punto di vista
scientifico. E' stato condannato in base all'articolo 403 del codice penale
(pubblicazione di materiale immorale), nonostante la nuova legge sulla
stampa, approvata dal parlamento kurdo in settembre, abbia abolito il
carcere per il reato di diffamazione.
Incontriamo Azhen Abdulkalik nella sede del giornale, nel centro di Erbil,
al pianterreno una piccola biblioteca, ai piani superiori la redazione. Il
fatto che sia una donna in un posto di responsabilita' e' una eccezione, del
resto lei e' l'unica donna tra gli otto giornalisti della redazione nella
capitale kurda, altre due lavorano a Suleimanya. Ci mostra la prima pagina
dell'ultima edizione: si parla di mutilazioni genitali femminili, una delle
violenze piu' atroci praticata sul corpo delle bambine, che ora si cerca di
estirpare, anche con una legge. Sono piu' di 30.000 le bambine che hanno
subito mutilazioni nell'ultimo anno: il 60% delle ragazze tra i 4 e i 14
anni viene privata di una parte degli organi genitali con rasoi o cocci di
vetro, con conseguenze facilmente immaginabili. La media delle donne kurde
infibulate e' del 38%, ma la percentuale e' di molto superiore (62%) nei
villaggi della zona kurda di Kirkuk, secondo una ricerca fatta dall'ong
tedesca Wadi. Parlarne e' difficile, c'e' chi non vuole nemmeno pronunciare
la parola e rifiuta di tradurla. Ma non Azhen, il suo giornale da tempo sta
portando avanti una campagna contro l'infibulazione - non diffusa nel resto
dell'Iraq - anche pubblicando opinioni di esponenti religiosi. In un recente
articolo Bekhal abu Bakr, segretaria generale dell'Unione delle donne
islamiche, ha scritto che "le mutilazioni genitali femminili non sono una
pratica islamica" e che "molti dei problemi vissuti dalle donne sono il
risultato di tradizioni sbagliate, che non possono essere attribuite
all'islam".
"Hawlati" si occupa di tutti i problemi sociali e anche della corruzione del
governo, per questo finisce spesso sui banchi della giustizia. Il giornale
e' stato perseguito 35 volte per aver pubblicato inchieste sulla corruzione.
Ma i giornalisti del giornale non si lasciano intimidire.

3. RIFLESSIONE. SUSAN GEORGE: TRE CRISI, UNA PROPOSTA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 dicembre 2008 col titolo "Il verde
anti-crisi" e il sommario "Come uscire dal grande crack del neoliberismo?
Una ricetta ecologica per superare l'emergenza sociale e ambientale"]

Il mondo intero e' assalito da crisi, ognuna delle quali si rafforza e si
aggrava con l'altra. Ecco perche' e' utile pensarle insieme, come se
formassero un triangolo. Questa struttura puo' essere concepita sia come una
trappola, sia come un suggerimento per uscirne. La punta A di questo
triangolo e' costituita dalla crisi sociale, quella della poverta' e delle
ineguaglianze. La punta B s'identifica con la crisi finanziaria, fra cui
sono da annoverare anche le crisi alimentari ed energetica, causate dalla
speculazione. La punta C del triangolo rappresenta la crisi piu' grave,
quella ecologica, ovvero il cambiamento climatico, il riscaldamento del
pianeta, la cancellazione della biodiversita'.
Consideriamo il modo in cui queste tre crisi si potenziano a vicenda
formando, a prima vista, una prigione. La crisi della poverta' obbliga i
piu' indifesi a sfruttare l'ambiente oltre il limite: tagliare gli alberi,
esaurire i terreni, distruggere le specie viventi, compresi i mammiferi.
L'indigenza non fa bene alla natura. Ma al vertice della scala sociale - in
quella stratosfera in cui una minuscola elite si e' arricchita oltre ogni
misura - e' in atto una distruzione attraverso il consumo ad oltranza che
produce dei danni altrettanto ingenti che quelli prodotti, loro malgrado,
dai poveri. Se ogni abitante della Terra avesse diritto alla stessa
superficie per la propria sussistenza, una divisione equa comporterebbe
all'incirca un campo da calcio e mezzo a testa. Ma l'impronta ecologica dei
ricchi va molto al di la' di questa modesta misura. Ecco perche' chi accusa
la crescita demografica di tutti i mali dovrebbe tener conto non solo del
numero degli abitanti del pianeta ma anche del loro peso specifico. Per
esempio, Londra da sola consuma tutte le risorse che un'equa distribuzione
assegnerebbe all'intera Inghilterra.
E' cosi' che la punta della crisi sociale aggrava quella ecologica. Pero',
in modo forse piu' sorprendente, peggiora anche la crisi finanziaria. I
banchieri di New York, di Londra e degli altri centri economici percepiscono
degli stipendi mirabolanti e, dotati di un enorme potere, passano il loro
tempo a inventare nuovi prodotti finanziari in cui nessuno si raccapezza. E'
nata in questo modo la crisi dei subprime.
Ma veniamo ai piccoli geni della finanza: siccome non possono piu' speculare
sull'innalzamento dei prezzi dell'immobiliare, trasferiscono i loro
investimenti in merci di base e materie prime, come cibo ed energia,
contribuendo cosi' a far schizzare verso l'alto i loro prezzi e rendendo la
vita dei piu' poveri ancora piu' precaria. Per attenuare, o almeno cosi' si
giustificano, le emissioni di gas a effetto serra, gli Usa non hanno saputo
trovare nulla di meglio che consacrare piu' di un terzo della superficie
coltivata a mais e soia alla produzione di agrocarburanti, che contribuisce
all'aumento dei costi degli alimenti. E siccome in questo sporco mondo non
c'e' giustizia, e' chiaro che la crisi ecologica ricade sui poveri e sulle
loro vite. A questo proposito, gli ultimi rapporti dell'Ipcc sono
categorici. Riassumendo, ci dicono che, soprattutto ai Tropici, le regioni
secche diventeranno ancora piu' secche; idem per le zone umide, che
subiranno spesso inondazioni. Tuvalu, un'isola del Pacifico, avra'
probabilmente l'onore di essere la prima terra abitata a sparire sotto le
onde. Gli eventi climatici "eccezionali" diventeranno ovunque molto piu'
frequenti. La biodiversita' e' minacciata: le piante e gli animali di ogni
specie, incapaci di adattarsi a un rapido cambiamento delle temperature,
spariranno. Prolifereranno invece le specie capaci di adattarsi e di
riprodursi in condizioni molto variabili - mosche, zanzare, ortiche,
piccioni, corvi... Gli esseri umani lasceranno le campagne per le bidonville
o emigreranno verso latitudini piu' accoglienti - almeno dal punto di vista
del clima. E tutto questo procede a una velocita' vertiginosa. Le soluzioni
proposte dalle conferenze di Kyoto, di Bali o di Bonn rimangono tragicamente
inadeguate, perfino ridicole.
Bisogna dunque rassegnarsi ad accettare una specie di fine del mondo, godere
del presente? E a noi, che siamo relativamente ricchi, non resta altro che
trincerarci nelle nostre roccaforti e tenere a distanza i rifugiati del
clima e i dimenticati dell'umanita'? Dobbiamo continuare a dar retta ai
banchieri e agli economisti e lasciar fare al mercato? Non c'e' altra
strada? Certo che c'e'! Bisogna guardare in modo nuovo il triangolo della
crisi come un'opportunita' (...).
Nata nel 1934 negli Stati Uniti, mi ricordo di come gli americani hanno
reagito allo scoppio della seconda guerra mondiale. E' grazie al keynesismo
nato con il New Deal di Franklin Roosevelt e rinforzato dalla guerra, che
l'America e' uscita dalla Depressione degli anni '30. Si puo' trarne una
lezione per il 2008? Credo di si': il mondo e' di nuovo caduto in una grave
recessione economica ed e' di nuovo posto di fronte a una sfida comparabile
a una guerra. Fino a oggi, le banche centrali hanno iniettato centinaia di
miliardi nel sistema bancario senza chiedere nulla in cambio. L'industria
finanziaria e' talmente abituata a non seguire altre regole che quelle che
lei stessa si da' che lo ritiene la normalita'. Ma le aziende che si reggono
solo con apporti massicci di denaro pubblico devono essere considerate come
delle imprese pubbliche, al servizio delle politiche dello Stato.
Per uscire dalla crisi ecologica, bisogna convertire l'economia attuale come
negli anni '40. Lo Stato o la Bce devono esigere che le banche devolvano una
percentuale dei loro prestiti per obiettivi ambientali, come le energie
alternative, la costruzione di palazzi a consumo energetico zero, il
miglioramento dei trasporti pubblici, tutto cio' a un tasso d'interesse
basso, o addirittura nullo. Non si tratta di proibire alle banche di
elargire prestiti per dei progetti classici o l'acquisto di case non
modificate, ma a dei tassi abbastanza alti da sovvenzionare i tassi
"ecologici". In questo panorama, lo Stato non si accontenta di pesare sugli
investimenti delle banche, ma partecipa anche direttamente a questa
rivoluzione ambientale. Investe in misura ampia sulla ricerca fondamentale e
sullo sviluppo tecnologico. Trova i fondi in nuovi tipi di tasse,
soprattutto sul carbone, sui profitti delle imprese transnazionali e sulle
transazioni speculative o finanziarie come le operazioni di borsa o i cambi
di moneta. Si riducono quindi i prelievi basati sull'impiego e sul lavoro
per trasferirli verso i danni causati dall'inquinamento da CO2, il consumo
di risorse non rinnovabili etc., per incoraggiare i comportamenti
responsabili.
Questa riconversione del denaro pubblico e privato creera' nuova
occupazione, perche' un'economia ecologica esige il controllo delle nuove
tecnologie, lavoratori bene informati, produttivi e ben pagati. Con un
programma di isolamento dei vecchi edifici si da' una sferzata all'edilizia
pubblica. I beni ecologici innovativi si venderebbero anche molto bene sul
mercato delle esportazioni. Per i paesi del sud, il provvedimento migliore
sarebbe la cancellazione del debito, a condizione che anch'essi utilizzino
una parte dei fondi per degli scopi ambientali. Si tratta di una strategia
vincente per tutti. Un'economia ecologica riduce non solo l'inquinamento, ma
anche le malattie e le spese per la sanita'. L'agricoltura e l'alimentazione
trarrebbero giovamento usando meno concimi a base di petrolio e piu' lavoro
umano. Perche' tutto cio' sia realizzabile, e' necessario pero' uno Stato
che rifiuti il neoliberismo e il capitalismo puro e duro; uno Stato
interventista che imponga delle regole e delle leggi (...). E' liberandoci
dal neoliberalismo e abbracciando un neokeynesismo che possiamo uscire dalla
prigione della crisi triangolare.
*
Postilla biobibliografica. Susan George
Economista, presidente del Transnational institute di Amsterdam e militante
no global, e' nata negli Stati Uniti nel 1934 ma ha la cittadinanza francese
dal 1994. Tra i suoi libri: Come muore l'altra meta' del mondo. Le vere
ragioni della fame mondiale (Feltrinelli, 1978); Il boomerang del debito
(Edizioni Lavoro, 1992); Crediti senza frontiere (Edizioni Gruppo Abele,
1994); Il rapporto Lugano (Asterios, 2000).

4. INIZIATIVE. VALERIA FIERAMONTE: DONNE PROTAGONISTE AL FESTIVAL DELLA
SCIENZA DI GENOVA
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) col titolo "Tutte le protagoniste del Festival
della scienza 2008"]

Forse perche' il tema conduttore del Festival della scienza di Genova (tra
fine ottobre e inizio novembre) quest'anno e' stato "la diversita'", la
presenza delle donne si e' rivelata piu' imponente e significativa del
solito. Tanto piu' che il consiglio di amministrazione ha deciso che le
"lectio magistralis" (conferenze clou di scienziati e ricercatori italiani e
stranieri) fossero ripartite esattamente a meta' tra uomini e donne,
sancendo di fatto anche nella comunicazione scientifica, e per la prima
volta, un principio di equita' non si sa quanto gradito dalla componente
maschile (questo lo si vedra' nei prossimi anni).
E' stato nel complesso un dibattito molto ricco e coinvolgente: il ruolo del
pubblico come interlocutore attivo dei relatori dimostra che e' possibile un
dibattito democratico anche su tematiche difficili, e si puo' notare una
crescita collettiva nel corso degli anni di quanti ormai sono diventati
interlocutori abituali del Festival.
Non potendo certo riassumere in poche cartelle la vasta complessita' degli
argomenti in discussione, mi limito a segnalare le presenze femminili piu'
interessanti, o, perlomeno, quelle che ho potuto conoscere e ascoltare.
*
E' stato affascinante scoprire che gli esseri umani e viventi hanno qualcosa
in comune persino con le piante (e' una scoperta recente, tutta italiana).
La biochimica Elena Zocchi, Dipartimento di medicina sperimentale
dell'Universita' di Genova, col suo team quasi completamente rosa e'
riuscita a segnalare e ora studia il primo esempio di conservazione di un
ormone dalla piante all'uomo. Si tratta dell'acido abscissico, un ormone
vegetale simile all'adrenalina che le piante secernono quando soffrono. Ora,
pare che la formazione dell'acido in questione avvenga anche nel corpo
umano, in particolare nei granulociti, e sara' interessante osservare
similitudini e differenze nel comportamento di questo acido tra specie tanto
diverse tra di loro.
*
La giovane astrofisica Giovanna Tinetti si occupa invece di qualcosa di
completamente diverso: la ricerca dei pianeti extrasolari. Lavora a Londra
(University College ). La sua conferenza ha avuto particolare successo e del
resto che c'e' di piu' emozionante dell'osservare immagini dello spazio
infinito? Il suo e' un settore di studi in pieno sviluppo: basti pensare che
il primo pianeta extrasolare e' stato scoperto nel 1995 e da allora nella
nostra galassia ne sono stati trovati altri 330. Si tratta di un lavoro
molto complesso: Giovanna analizza la luce per capire quali gas compongono
l'atmosfera dei pianeti e cerca la "firma chimica" che potrebbe essere
compatibile con la vita. E' gia' difficilissimo individuare dei pianeti,
nello spazio interstellare: pensate a quanto piu' difficile sia studiare il
sottilissimo strato di atmosfera che li circonda (se il pianeta fosse un
frutto, sarebbe la buccia). Per ora si e' capito che le atmosfere di questi
pianeti (il piu' piccolo di quelli scoperti finora e' pur sempre grande tre
volte la terra) sono molto diverse tra di loro e si e' individuata una "zona
abitabile" delle orbite planetarie dove sarebbe possibile trovare acqua allo
stato liquido. Ma ci vorra' un Eso, ovvero Extremely Large Telescope, da
lanciare a grandi distanze dalla terra, la' dove gli astronauti non possono
arrivare, per capirne di piu'. La conferenza si e' conclusa con delle
bellissime immagini del nostro pianeta: un puntino blu pallido sospeso in un
raggio di sole.
*
La quasi altrettanto giovane e gia' famosa Ilaria Capua (il "Wall Street
Journal" l'ha definita "strong lady" della ricerca e personaggio di assoluta
eccezionalita') si occupa invece di cose molto piu' "sgradevoli": i virus
dell'influenza aviaria. La giovane veterinaria ha costretto a chiudere un
sito Oms criptato mettendo a disposizione di tutti i ricercatori i dati
sull'H5N1 (questo il nome tecnico del virus). Ha fatto vedere una serie di
foto davvero impressionanti di animali d'allevamento morti, tutti nel giro
di 48 ore, e sostiene che ormai in molti paesi l'infezione e' diventata
endemica per via degli scarsissimi livelli di igiene. Non si trasmette
facilmente all'uomo (c'e' stato qualche caso, per esempio un allevatore di
galli da combattimento e' morto perche' per salvarne uno malato ha aspirato
il suo muco con la bocca) e i cinesi hanno gia' il vaccino. L'Oms dovrebbe a
sua volta attrezzarsi ma per ora non l'ha ancora fatto.
*
Dai virus ai tumori: la studiosa americana Devra Davis - direttore del
Centro di oncologia ambientale dell'Universita' di Pittsburg - ne studia le
cause ambientali e il modo per prevenirli: ma non e' facile. Il primo
convegno internazionale per lo studio dei fattori ambientali come causa dei
tumori e' stato nel lontano 1936. In seguito nel 1971 l'allora presidente
statunitense Nixon aveva proclamato guerra ai tumori, ma in verita' non si
e' fatto nulla e a tutt'oggi la situazione e' immutata. La Devis ha scritto
un libro, La storia segreta della guerra al cancro (Codice Edizioni, pp.
462, 35 euro) a cui vi rimando per maggiori informazioni.
*
Gabrielle Walker e' una giornalista scientifica e si occupa di riscaldamento
globale. Segnala che e' dal 1980 che il ghiaccio ha iniziato a ritrarsi dai
ghiacciai antartici e che al polo Nord si e' ormai aperto il passaggio a
nord-ovest. Negli ultimi 150 anni c'e' stato un aumento della temperatura di
0,75 gradi (sembra poco ma non lo e') e la causa e' l'accumulo di CO2.
Gabrielle abita a Londra e dice che la barriera protettiva che protegge la
citta' dalle inondazioni e' stata riadattata per renderla piu' alta. Di chi
la colpa dell'aumento di CO2? Un po' di tutti i paesi motorizzati, Usa e
Cina in testa (e' un problema serissimo: la CO2 si accumula nell'atmosfera e
vi permane per millenni - nda). Si dovrebbe agire molto velocemente nei
prossimi dieci anni, ma si puo' stare certi che non sara' cosi'. Comunque
per la cronaca nel programma di Kyoto e' scritto che entro il 2050 le
emissioni andrebbero ridotte almeno del 60%. E' ormai di vitale importanza,
nel senso letterale del termine, potenziare e sviluppare ogni genere di
energia pulita: eolica, solare, idroelettrica, a idrogeno e quant'altro si
puo' trovare, ma per ora la CO2 non fa che aumentare. Oggi siamo a 28
miliardi di tonnellate di CO2 nell'aria. Se non facciamo niente nel 2050 ce
ne saranno 62 miliardi! Gabrielle e' un'ottima divulgatrice e di sicuro non
fa del terrorismo, ma non puo' fare a meno di notare che lo scenario e'
abbastanza apocalittico. Nel 2100 l'energia elettrica si fara' con le
rinnovabili, ma dobbiamo agire subito. Un grazie a chi lo ha capito e ce lo
ricorda almeno ogni tanto.
*
Ci sono differenze, in medicina, tra il corpo maschile e quello femminile? E
se e' cosi', se ne tiene conto? Ha affrontato l'argomento una studiosa
dell'Universita' di Sassari, Flavia Franconi, con una relazione "arruffata"
ma interessante. L'idea che ci sia una differenza di genere in campo
farmacologico risale al 1932, dunque e' abbastanza recente, ma la verita' e'
che tutti gli studi di medicina sperimentale sono fatti prendendo come
modello un maschio adulto di 70 kg, e che sulle donne e' stato accumulato un
sempre maggiore ritardo. Le donne sono in genere piu' piccole e hanno una
maggiore massa di tessuto adiposo: questo in una terapia farmacologica ha la
sua importanza. Si e' visto che le molecole dei farmaci si distribuiscono
nei grassi in modo diverso e che nelle donne si accumulano di piu' nei
tessuti. Anche il metabolismo e' diverso: percio' le donne, che in genere
consumano piu' farmaci, subiscono un numero maggiore e piu' grave di effetti
collaterali. Come e' noto Il primo killer delle donne sono le patologie
cardiovascolari: ma l'infarto ha su di loro una tipologia diversa da quella
classica e le donne vengono portate in ospedale piu' tardi. Infine negli
uomini il testosterone sta diminuendo per colpa delle plastiche che hanno
una attivita' estrogenica, tramite gli ftalati in esse contenuti. Insomma,
il mondo e' pieno di estrogeni che prima non cíerano!
*
Catherine Vidal (Istituto Pasteur, Parigi) si e' chiesta se il cervello ha
un sesso, concludendo: si' e no. Molti le sembrano soprattutto luoghi
comuni. Secondo lei quel che conta di piu' sono i fattori ambientali e tutto
il resto e' ancora da dimostrare. L'esercito Usa ha fatto uno studio su
6.000 soldati cui e' stata misurata la taglia degli elmetti. Ebbene il
risultato e' stato che le capacita' craniche erano maggiori negli asiatici
rispetto agli uomini bianchi e neri e che nelle donne - a parita' di peso -
il cervello e' piu' grande di quello maschile. Si puo' concludere che forse
piu' che le dimensioni contano le "connessioni" (tra le cellule neurali)?
Bah. E' un dibattito che rischia ancor oggi di essere piu' ideologico che
scientifico. Per esempio nei test di matematica su oltre 300.000 adolescenti
di 15 anni in 40 paesi del mondo e' risultato che vincono i ragazzi, ma piu'
le ragazze sono emancipate, meno differenze ci sono. Per non litigare su chi
ce l'ha piu' grosso (il cervello) e' piu' divertente sapere che srotolando
la corteccia cerebrale si ottiene una superficie di 2mq. Pensate alle
gravidanze, se il cervello non fosse cosi' ben ripiegato nella scatola
cranica. E anche portarsi appresso, come testa, una scatola piatta di 2mq
sarebbe un bel problema, vi pare? Per fortuna la natura ha trovato forme di
imballaggio adeguate. In ogni caso il preside di Harvard (Boston) dopo aver
sostenuto nel 2005 che le donne sono piu' stupide degli uomini e' stato
costretto alle dimissioni. Insomma, si tratta di una questione scottante!
*
Infine e' giusto concludere questo pezzo con la studiosa e imprenditrice
piu' concretamente interessante di tutto il festival: Catia Bastioli. Ha
creato una impresa, la Novamont, che produce bioplastiche che si degradano
nell'ambiente senza inquinare, ideate dal suo gruppo di ricerca. E' una
chimica ma e' anche molto di piu': una donna che e' difficile comprare (ci
hanno gia' provato) e dotata di una vera passione civile. Il settore delle
plastiche e' uno dei piu' critici quanto a impatto ambientale: pensate che
se ne producono 200 milioni di tonnellate l'anno, usate un po' ovunque,
negli imballaggi e nell'industria delle costruzioni e delle auto. Oggi la
sua azienda e' leader nel settore delle plastiche "bio", che non inquinano
ma soprattutto che non producono diossina se bruciate. Resta solo da
augurarsi che questa industria cosi' innovativa e utile anche per la tutela
della salute dei cittadini possa crescere come merita portando, perche' no,
anche qualche vantaggio economico e industriale all'Italia e all'Europa.

5. RIFLESSIONE. IRENE BIGNARDI INTERVISTA ALICE MUNRO
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo la seguente intervista originariamente apparsa sul quotidiano
"La Repubblica" del 3 dicembre 2008 col titolo "La signora delle emozioni"]

Dopo La vista da Castle Rock aveva giurato che non avrebbe scritto piu'. E
il suo editore italiano, per consolarci di non poter piu' contare
sull'atteso periodico appuntamento con i bellissimi racconti di Alice Munro,
la signora della short story, una delle grandi scrittrici di questi due
secoli, ha pensato bene di pubblicare una intensa, freschissima raccolta del
1991, Le lune di Giove (Einaudi, pp. 300, euro 19, traduzione sempre
impeccabile di Susanna Basso). Racconti acuti, dolorosi, su gente vera e
normale, su frammenti di vita impeccabilmente ricreati. Ma, dice ora
maliziosa e rilassata la bella signora con i capelli bianchi, "che non avrei
piu' scritto era una grossa bugia". E perche' ha mentito, signora? "Pensavo
che fosse una buona idea. Pensavo che la gente mi potesse essere grata per
questo". E Alice Munro, canadese, anni settantasette portati con grazia
estrema ("ma se mi penso mi penso a quaranta, quando sei ancora capace di
esercitare un'attrazione sessuale e hai tempo davanti a te"), autrice di un
corpus relativamente piccolo e molto acclamato di opere, sorride, beve vino
bianco e ricorda.
*
"Sono nata nel 1931, durante la depressione. Non so come sia stata in
Europa, ma nel Nord America e' stata disastrosa. Non eravamo disperatamente
poveri. Eravamo mentalmente poveri. Coltivavamo il nostro cibo, le nostre
verdure. E nostro padre allevava volpi argentate. Allora erano molto alla
moda. Se lei guarda le fotografie di Eleanor Roosevelt aveva sempre una
stola di volpe attorno al collo. Mio padre aveva sognato di diventare ricco
con questa attivita', ma non ha avuto mai abbastanza soldi per investire, e
non ci e' riuscito. Poi, durante la guerra, quel tipo di pellicce e' passato
di moda. Ed e' stato costretto ad andare a lavorare in una fabbrica, in una
fonderia. Mia madre si e' ammalata molto gravemente di Parkinson ed e'
vissuta per quasi vent'anni in questa condizione disperata. E io, io ero la
figlia piu' grande. E immagino che se fossi stata una brava figlia una volta
finito il liceo sarei rimasta a casa, con mia madre e mio fratello e mia
sorella piu' piccoli. Invece ho vinto una borsa di studio e me ne sono
andata. All'universita'. Per la verita' non avevo abbastanza denaro. Avevo
soldi per tre anni e non per quattro. Dovevo trovare qualche forma di
lavoro. Ho avuto dei premi, ma non bastavano. Cosi' ho deciso che la cosa
migliore da fare di fare era sposarmi". Scherza? Sposarsi per sopravvivere?
"No, ero anche innamorata. Sa, ai ragazzi della mia citta' non piacevo
affatto, perche' ero cosi' strana, una che leggeva sempre. Ma e' successo
che all'universita' ho incontrato un ragazzo capace di accettare il mio modo
di essere. Molti ragazzi ai miei tempi non potevano sopportare che le loro
donne si impegnassero seriamente in un lavoro. Lui invece, Jim Munro, ne era
felicissimo, era deliziato da me, era molto bello, molto carino. Ho preso il
suo nome e me lo sono tenuto perche' e' meglio del mio. Abbiamo avuto una
bambina, Sheila, poi una seconda bambina, Catherine, che e' morta subito,
poi una terza, Jeannie, poi Andrea, che e' nata nove anni dopo. Vivevamo a
Vancouver, nei sobborghi. C'erano all'epoca in Canada delle piccole riviste
e una radio che promuoveva la letteratura nazionale. Ho cominciato a vendere
qualche racconto, ad essere conosciuta nei giri che si occupavano di
letteratura...".
*
La leggenda di Alice Munro vuole che per le short stories si sia ispirata
alla Sirenetta di Andersen e per i romanzi a Cime tempestose. "Non oserei
mai di scrivere sul modello di Cime tempestose, e' un libro unico. Ma e'
vero che La sirenetta ha avuto un influsso molto profondo su di me. Si e'
condannata per amore, ha dato la sua anima per amore. E' la donna ideale. Ed
e' vero, a me piace la tragedia. In genere si pensa che una scrittrice donna
debba scrivere come Jane Austen. E Jane Austen e' bravissima. Ma per una
della mia classe sociale non e' interessante come le Bronte. Io non sono mai
stata interessata alla societa' ben educata. Volevo che la gente avesse dei
destini tragici e grandi emozioni. Quando i bambini erano piccoli ho letto
come una disperata, tutto, ma non sono mai stata influenzata dai classici
del XX secolo come Proust, Mann, la letteratura nobile, sa, perche' non
capivo quel tipo di societa'. No, gli autori che mi hanno spinta a scrivere
sono Flannery O' Connor, Carson McCullers, Eudora Welthy, scrittrici che
raccontano le piccole citta', la povera gente. Il mio territorio. Perche'
non solo ho avuto la fortuna di nascere povera, ma di vivere in un paese che
tratta i poveri con dignita'".
Ci sono state anche altre influenze. "Quando avevo sedici anni, ho avuto un
lavoro come cameriera, presso una famiglia, durante le vacanze su un lago.
Eravamo in un posto molto isolato. Il padrone di casa mi ha dato da leggere
le Sette storie gotiche di Karen Blixen. E le ho amate moltissimo, anche se
poi piu' tardi ho pensato che non mi piaceva il suo punto di vista - quello
di un'aristocratica, e non solo, una che pensava che all'aristocrazia vanno
riservati trattamenti speciali. Quando leggo una scrittrice cosi' penso
sempre che nei suoi racconti io sarei la ragazza che sta in cucina. Ma e'
anche grazie a lei se ho scoperto la bellezza della forma racconto - senza
tuttavia mai cercare di imitare quella prosa. E' cosi' facile il rischio di
fare la parodia del bello stile".
Ma lei fa dello stile: la lingua che usa e' ricca, precisa, a volte persino
preziosa nella scelta lessicale. "E' un fatto canadese. La lingua e' rimasta
protetta in una capsula che non e' tanto cambiata".
Difficile, per una donna, scrivere nel suo paese? "Non difficile, quasi
impossibile. Ero una giovane moglie e madre. Gli uomini non mi prendevano
sul serio. Be', veramente, alcuni si'. Per esempio Robert Weaver, l'uomo a
cui devo quasi tutto, e che ora non c'e' piu'. Dirigeva una rivista, e non
ha mai smesso di incoraggiarmi. Ma quando andavo agli incontri con gli altri
scrittori, era un club maschile. E poi c'erano le loro mogli che non mi
sopportavano". Perche' era troppo bella? "Non mi sono mai considerata bella.
No. Perche' ero donna e facevo il mestiere dei loro mariti. Le donne,
allora, erano o mogli o ornamenti. Nessuno mi prendeva sul serio come
scrittrice. Ero lontana da tutto. Vivevo ai margini. Scrivevo sulle cose
sbagliate, non scrivevo di guerra, di politica - ed era ancora l'epoca
Hemingway". Ed e' uno stupendo contrappasso che lei oggi sia il nome piu'
grande della letteratura canadese. "Si'. Una stupenda vendetta".
*
Perche' si e' esercitata soprattutto nella forma della short story? "Per via
del mio lavoro da casalinga. Non ho mai avuto un anno in cui lavorare alla
stessa cosa. Il mio lavoro era sempre interrotto. Non potevo nemmeno
lontanamente pensare a un romanzo". Cinque racconti di Le lune di Giove sono
in prima persona. Siamo autorizzati a pensare che sono molto personali?
"Molto. Le lune di Giove e' stato il quarto o quinto libro che ho scritto,
ed era molto autobiografico: cose che ho vissuto, perche' non puoi scrivere
d'amore senza aver avuto una certa quantita' di esperienze d'amore. O di
sofferenza". O, come in L'incidente, dell'azione del caso, del suo potere di
sconvolgere e ridisegnare le vite. "Non ho mai avuto un'esperienza del
genere, ma era importante scrivere quella storia. E se in passato ho
capitalizzato sulla mia vita, ora mi guardo maggiormente in giro. Per
esempio, sto lavorando adesso su una vecchia signora che ho visto andare a
farsi tingere i capelli di viola e di blu, ma che non ha neanche un filo di
trucco. Mi sono chiesta: che cosa sta cercando, che cosa vuol provare? E la
mia fantasia si mette in moto. E poi parlo molto con la gente. Ascolto le
storie della comunita' in cui vivo. Da qualche anno sono tornata a vivere
con il mio secondo marito in una piccola citta', a trenta miglia da quella
in cui sono cresciuta. Non scrivo direttamente sulla vita dei miei
concittadini, ma mi incuriosisce come la organizzano - e la vita e' sempre
molto difficile, e' difficile attraversarla ed essere felici".
Accetterebbe la definizione di pietas per il suo modo di guardare ai
personaggi dei suoi racconti? "O di comprensione. O di capacita' di
perdonare i torti degli altri. Si', se e' pietas sapermi identificare nella
condizione degli altri, nei loro comportamenti. Non scrivo cosi' perche' io
sia particolarmente buona. Ma perche' posso immaginare che io stessa, in
certe condizioni, potrei comportarmi in maniera disonorevole". Lei e' molto
amata e letta, ma i suoi racconti non sono certo consolatori o
tranquillizzanti, scavano, fanno soffrire. "Credo che la gente legga le mie
storie per le stesse ragioni per cui io le scrivo. Perche' non cerco lo
happy ending, perche' scrivo per un momento di choc, di stupore, di
rivelazione - cio' che rende la vita appassionante per me. E se riesco a
suscitare negli altri questo effetto, e' meraviglioso. Lo so, parlo di cose
difficili, di sofferenza, di come si sopravvive alla sofferenza". Di Le lune
di Giove, il racconto che da' il titolo alla raccolta e che ha al centro la
figura di suo padre, colpisce il suo rapporto con la vecchiaia. "Non ho mai
avuto paura della vecchiaia, ma ora, a settantasette anni, sento che il
tempo si sta chiudendo. E ho un po' paura delle cose che possono succedere.
Di quello che ho visto succedere agli altri. Non c'e' che una cosa da fare.
Stare piu' attenta che in passato a come uso il tempo che mi e' concesso.
Voglio usarlo al meglio. Magari - sorride - per scrivere".

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 224 del 13 dicembre 2008

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