Minime. 667



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 667 del 12 dicembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Sciopero
2. Luciana Castellina: Atene ci parla
3. Gianni Canova: M. Night Shyamalan
4. Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta"
5. L'agenda "Giorni nonviolenti 2009"
6. L'Agenda dell'antimafia 2009
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SCIOPERO

Puo' essere debole la piattaforma dello sciopero di oggi, ma sono forti le
sue ragioni.
Il governo dell'eversione dall'alto (eversione dal ciclo lungo, che risale
alla strategia della tensione e alla progettualita' golpista della P2 - e
che ha coinvolto l'intero ceto politico colonizzato dal berlusconismo) deve
essere contrastato.
Ed a contrastarlo non saranno i privilegiati, che intimamente si riconoscono
in esso, ne' i narcotizzati, plasmati dalla propaganda totalitaria. A
contrastarlo saranno le donne e gli uomini che subendo e riconoscendo
l'oppressione, la violenza e la menzogna, a quella menzogna, a quella
violenza, a quell'oppressione si oppongono. Resistono. "Per dignita' non per
odio", come recitano antiche parole.
*
Anch'io che scrivo queste righe e rabbercio questo foglio sono un vecchio
militante del movimento operaio. So che quando si convoca uno sciopero si
deve saper valutare attentamente il contesto e le dinamiche, e saper
valutare realisticamente il possibile oltre che il necessario.
E non amo le parate che tanto i burocrati quanto la societa' dello
spettacolo poi usano a fini che sempre son altri rispetto ai bisogni e ai
diritti degli affamati, degli umiliati e offesi.
E non ho mai avuto il mito soreliano che pure affascina molti, che ripetono
gesti e tragitti che non sanno essersi gia' dati e dove portano.
Sono un vecchio militante del movimento operaio che sa che e' necessario
lottare con la scelta della nonviolenza. L'ho imparato negli anni Settanta
del secolo scorso quando il sangue scorreva per le strade.
Dinanzi all'eversione dall'alto so che dobbiamo tenerci stretti alla difesa
della legalita' costituzionale, alla difesa della democrazia e dei diritti
(politici e civili, sociali ed economici: insieme, non gli uni contro gli
altri), alla scelta ad un tempo preservatrice e rivoluzionaria della
nonviolenza: preservatrice perche' si oppone alle lesioni alle persone
presenti e future e alle devastazioni della casa comune e degli istituti
civili; rivoluzionaria perche' si oppone in modo nitido e intransigente a
rapporti di potere e di proprieta' fondati sulla violenza, sullo
sfruttamento, sulla denegazione di umanita' e sulla distruzione della
biosfera.
*
Uno sciopero generale puo' essere molte cose: possa essere questo anche
l'avvio di una presa di coscienza nella direzione della scelta della
responsabilita', della solidarieta', della sobrieta': della resistenza alle
ideologie e alle prassi della violenza e della disumanizzazione; della
scelta dell'azione nonviolenta per una societa' di persone libere, solidali
ed eguali in diritti e doveri.

2. RIFLESSIONE. LUCIANA CASTELLINA: ATENE CI PARLA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 dicembre 2008]

Sono passati piu' di trent'anni e percio' a quelli che sono nati dopo
sentire che il Politecnico di Atene e' stato occupato dagli studenti in
lotta e assediato dalla polizia non fara' molta impressione. Ma per noi e'
un luogo mitico: e' da li' che parti' la controffensiva che porto' non molto
tempo dopo alla caduta dei colonnelli fascisti che avevano effettuato il
colpo di stato dell'aprile 1967, finalmente un'esplosione di massa, aperta,
dopo anni di tremenda persecuzione, di carceri, confini e torture che
avevano annichilito la resistenza. Uno scatto di soggettivita' e coraggio,
pagato con un numero di vite rimasto sempre imprecisato, tanta fu la furia
della polizia e dell'esercito che contro l'ateneo scagliarono i loro carri
armati. Fu anche il segnale che i fascismi europei erano giunti al termine
della loro sanguinosa parabola, gli anni della rivoluzione dei garofani in
Portogallo, poco prima della liberazione della Spagna.
Oggi il quadro e' del tutto diverso, certo. Ma in questa attuale occupazione
del Politecnico di Atene c'e' almeno un elemento comune: la rottura di
un'acquiescenza, la decisione di dire "basta" che coinvolge subito una
generazione intera e spinge la sinistra a rialzare la testa contro la destra
che anche in Grecia occupa il potere senza sembrare troppo disturbata dalla
propria opposizione.
Il motivo scatenante dell'insorgenza, come sappiamo, e' stata l'uccisione a
sangue freddo di un ragazzo che si trovava ai margini di uno tafferuglio
minore, nemmeno una manifestazione violenta, un semplice scontro. Ma se e'
subito dilagata per tutte le citta' del paese e ha portato all'occupazione
delle scuole, e' perche' la protesta ha aggrumato tutte le ragioni di un
malcontento profondo e generalizzato: autoritarismo poliziesco, crisi
economica, precariato, disoccupazione. E per di piu', anche qui, una legge
che intende portare un colpo mortale all'Universita': non solo drastici
tagli finanziari ma anche - e in Grecia sarebbe la prima volta - apertura
all'istruzione privata, un affronto che mette in discussione la scuola
pubblica, a giusto titolo qui considerata un attributo fondante della
democrazia che neppure i colonnelli avevano osato toccare.
Domani lo sciopero generale gia' indetto dai sindacati si arricchira' di un
nuovo significato, piu' direttamente politico di quello originariamente
previsto, per via del collegamento, gia' annunciato dalla Confederazione,
con le manifestazioni studentesche. Sara' anche, finalmente, un momento di
lotta unitario, di tutta l'opposizione, perche' i militanti di tutti e tre i
partiti della sinistra - il Pasok (socialista), il Synaspismos (nuova
sinistra), il Kke (comunista ortodosso) - sfileranno fianco a fianco. Cosa
che ancora oggi non e' accaduta, per via delle reticenze del Pasok che non
e' ancora sceso in strada e del settarismo del Kke che non ha voluto unirsi
alle organizzazioni che, come il Synapsismos, fanno capo al Social Forum.
Sono divisioni storiche che pero' non sembrano corrispondere al movimento
esploso in questi giorni. Far paragoni frettolosi con l'Italia non conviene,
ma la vicenda suscita qualche riflessione.

3. PROFILI. GIANNI CANOVA: M. NIGHT SHYAMALAN
[Da "Letture" n. 652 del dicembre 2008, col titolo "M. Night Shyamalan" e il
sommario "Finali a sorpresa, mondi chiusi e autosufficienti, la paura come
collante sociale sono gli elementi salienti della produzione cinematografia
del giovane regista di origini indiane che ama pensare 'visivamente' la
realta'"]

Dicono di lui che e' visionario, onirico, inquietante. Che e' l'erede
naturale di Steven Spielberg nella sua capacita' di mostrare individui
ordinari alle prese con circostanze straordinarie. Che sa raccontare come
pochi altri le angosce, i disagi e le paure dell'umanita' contemporanea,
nell'epoca della globalizzazione e della fine delle ideologie. Tutto vero.
Ma non sufficiente. In un periodo che vede Hollywood e il cinema americano
precipitare in una crisi di idee e in una penuria di storie come non si
vedeva da una trentina d'anni a questa parte, M. Night Shyamalan e' uno dei
pochi nuovi autori ancora capaci di inventare non solo mondi e storie, ma
anche strutture narrative, forme del racconto, configurazioni del visibile.
Non a caso, pero', Shyamalan e' per l'America uno straniero: un immigrato,
uno che viene da fuori, e che osserva il mondo e la vita con uno sguardo
segnato prima di tutto dalle sue radici specifiche e peculiari.
Shyamalan infatti e' indiano (e' nato nel Sud dell'India, da genitori
entrambi medici) ed e' cattolico (il rapporto con il trascendente e il
non-visibile e' una costante ricorrente di tutto il suo cinema). E tuttavia
e' anche profondamente americano (vive in Pennsylvania fin da piccolissimo,
e frequenta le scuole cattoliche locali prima di trasferirsi a Manhattan per
fare l'Universita'). Forse la peculiarita' del suo sguardo nasce anche da
qui: dal suo essere l'espressione emblematica e paradigmatica di un
multiculturalismo che in lui si fa organica e coerente visione del mondo,
dal suo essere - come egli stesso afferma e riconosce - "estraneo" e al
tempo stesso "intimo" con il cinema americano e con l'american way of life.
Autore nel senso piu' pieno del termine (e' sempre al contempo
sceneggiatore, regista, produttore, attore, ma anche supervisore delle
musiche, degli storyboards e perfino delle locations), Shyamalan e' noto al
grande pubblico e alla critica per alcune figure ricorrenti che tornano nel
suo cinema di film in film: prima di tutto il topos della sorpresa finale
(tecnicamente: twist ending) che - da Il sesto senso a The Village -
rovescia il senso della storia e obbliga lo spettatore a rivedere a ritroso
tutto quello che ha appena visto in una prospettiva inedita e con una chiave
nuova; poi la propensione a incistare le sue storie dentro universi chiusi e
a modo loro autosufficienti, dentro enclaves perimetrate da confini molto
netti e difficilmente oltrepassabili (il campo di granturco di Signs; il
villaggio in mezzo al bosco di The Village, il condominio con piscina di
Lady in The Water); infine, il tema centrale della paura come collante
sociale e familiare.
Ma queste forme e queste ossessioni non sono che i marchi di riconoscimento
di un cinema che li usa per mettere in scena qualcosa di piu' profondo.
Qualcosa che ha a che fare con il nostro modo di guardare la vita e di
vivere nel mondo.
*
Drammaturgia della sorpresa
I primi due lungometraggi di Shyamalan, pur realizzati a distanza di sei
anni l'uno dall'altro, rappresentano il tentativo di fare i conti, sia pure
in modi e con registri diversi, con la duplicita' delle sue radici
culturali, etniche e spirituali: Praying with Anger (1992) mette in scena
infatti il giovane cineasta, qui anche nei panni del personaggio
protagonista, alle prese con un viaggio iniziatico che lo porta a scoprire
l'India in cui e' nato, mentre Wide Awake (1998), distribuito in Italia solo
nel mercato home video con il titolo Ad occhi aperti, gli consente di
esplorare in profondita' il suo rapporto con la fede cattolica attraverso la
vicenda di un bambino che, dopo la morte improvvisa del nonno a cui era
molto legato, si mette a cercare la prova dell'esistenza di Dio, assieme
alla certezza che il nonno stia bene anche nell'aldila'.
Benche' ancora acerbi in molti passaggi e in alcune soluzioni, i due film si
collocano subito in controtendenza rispetto ai gusti e alle mode del cinema
hollywoodiano dell'ultimo decennio del secolo scorso: negli anni in cui
esplode l'estetica da videoclip e il cinema americano si inebria del gusto
neobarocco degli effetti speciali, Shyamalan sceglie ritmi lenti e
contemplativi per realizzare due film che, al di la' dell'appartenenza a un
genere preciso (il film di viaggio in Praying with Anger, la fiaba in Wide
Awake), sembrano voler dialogare con gli autori di maggior spessore teorico,
concettuale e spirituale del cinema europeo (Antonioni e Bergman, in primo
luogo). Il tono da fiaba fa pensare, soprattutto nel caso di Wide Awake, al
cinema di Frank Capra o, in tempi piu' recenti, a quello di Spielberg, ma
dietro la superficie delle immagini affiora un'inquietudine che diverra' il
tratto dominante del cinema di Shyamalan a partire da Il sesto senso.
Realizzato un anno dopo Wide Awake e accolto con un inatteso e clamoroso
successo di pubblico (oltre 660 milioni di dollari di incasso) e di critica
(ben 7 nominations all'Oscar, compresa quella per la miglior regia), Il
sesto senso e' il film aurorale di Shyamalan, il suo manifesto etico ed
estetico, la matrice a cui si ispirano e su cui si modellano anche i film
successivi. Anche qui, come in Wide Awake, al centro del racconto c'e' la
presenza dei morti nel mondo dei vivi. Ma il sorridente ottimismo del film
precedente qui si incupisce a poco a poco, fino a scivolare in un'atmosfera
gotica che spesso sfiora l'horror psicologico. Il bambino protagonista
rivela infatti allo psicologo che lo ha in cura il suo segreto
intollerabile: il possesso di un "sesto senso" (molto simile alla
"luccicanza" del piccolo Danny in Shining di Stanley Kubrick) che gli
consente di vedere i morti. Cole vede gli impiccati giustiziati duecento
anni prima in quella che e' diventata la sua scuola, vede una donna con
meta' della faccia squarciata, vede una bimba appena morta per un male
incurabile che, come tutti gli altri spettri, sembra chiedergli qualcosa.
L'effetto sorpresa (il twist ending di cui si diceva) e' che anche lo
psicologo interpretato da Bruce Willis e' morto: ma per l'inerzia dei nostri
meccanismi percettivi, nonostante i numerosi indizi che ci avvertivano del
contrario (a cominciare dal fatto che lo psicologo e' vestito sempre uguale
per tutto il film, con lo stesso abito che aveva il giorno dell'incidente),
noi abbiamo continuato a percepirlo come persona viva, in carne e ossa,
senza minimamente sospettare della sua natura fantasmatica. La sorpresa
finale, in questa prospettiva, si rivela molto piu' che un ingegnoso
espediente retorico-narratologico: dietro il rovesciamento prospettico che
obbliga lo spettatore a rivedere in una luce nuova tutto quello a cui ha
assistito, Shyamalan fa emergere la sua riflessione sull'atto del vedere,
sulla nostra tendenziale incapacita' di pensare davvero a quel che vediamo e
sulla nostra naturale tendenza a vedere sempre e solo cio' che gia'
pensiamo. Il twist ending e' insomma il primo dispositivo retorico con cui
Shyamalan mette alla prova l'idea-chiave del suo cinema: la messinscena di
una patologia dello sguardo che ci impedisce di cogliere, nel visibile, i
segni della verita' cosi' come quelli del suo opposto.
*
L'estetica dello spiazzamento
Se c'e' una qualita' che fa di Shyamalan uno dei piu' originali e
sorprendenti registi della nuova generazione, questa e' la sua straordinaria
capacita' di pensare visivamente. E' la naturalezza con cui sa creare uno
stile. O la forza con cui riesce a produrre immagini cosi' intrinsecamente
personali da essere immediatamente riconoscibili. Si prenda anche solo il
suo film successivo, Unbreakable (2000). Qui Shyamalan gioca sull'effetto
congiunto di tre tecniche piuttosto rare nel cinema hollywoodiano
contemporaneo: la scelta di girare seguendo l'ordine delle scene sul
copione, di realizzare quasi tutte le scene con un'unica inquadratura e di
adottare il piu' possibile inquadrature anomale (personaggi riflessi in un
vetro o in uno specchio, soggettive rovesciate, e cosi' via) per creare
disorientamento, stupore e sorpresa nello spettatore. La scelta di girare
"in sequenza" e' motivata dalla volonta' di far si' che gli attori seguano
lo stesso percorso emotivo dei personaggi, sperimentando realmente
l'evoluzione dei loro sentimenti durante lo svolgimento della storia. La
decisione di limitare drasticamente i cambi di inquadratura all'interno
della sequenza e' volta a creare uno stile quasi teatrale e a porre lo
spettatore nella condizione del "testimone" che assiste non visto a quel che
accade davanti ai suoi occhi. Infine la scelta di moltiplicare le superfici
riflettenti e le inquadrature "rovesciate" e' dettata dalla volonta' di
suggerire punti di vista "alterati" che impediscano una fruizione
eccessivamente "realistica" della vicenda.
Intendiamoci: il mondo narrativo di Shyamalan e' sulla carta assolutamente
"realistico". Non ci sono creature fantastiche che lo popolano ne'
avvenimenti refrattari alla logica della ragione. Il suo segreto sta
infatti - come nel cinema del primo Spielberg - nell'insinuare lo
straordinario nel quotidiano, o nello spremere il "fantastico"
dall'ordinario fino a produrre effetti di forte spiazzamento. Cosa racconta
infatti Unbreakable? Racconta due storie incrociate: quella di un uomo
qualunque (David Dunn, interpretato da Bruce Willis) che sopravvive
miracolosamente a un terribile incidente ferroviario e comincia a sospettare
di essere un "indistruttibile", un predestinato; e quella di un
collezionista di fumetti che cerca di convincere il sopravvissuto a prendere
coscienza dei suoi strani poteri. Il primo e' un uomo triste e un po'
smarrito, di professione guardia giurata, marito depresso e padre distratto
di un bambino; il secondo - costretto su una sedia a rotelle dopo una
rovinosa caduta sulle scale della metropolitana di Philadelphia - ha passato
la vita a cercare nelle strisce e nei disegni dei fumetti il senso della
vita ("Ritengo i fumetti il nostro unico legame con un modo antico di
tramandare la Storia").
I due personaggi sono l'uno l'opposto dell'altro: l'uno non si ammala mai,
l'altro si frantuma le ossa al piu' piccolo urto. Come dire: il
sopravvissuto possiede tutto cio' che manca al collezionista. In un certo
senso i due si integrano e si completano a vicenda: sono opposti ma simili.
Forse il secondo e' il "padre" simbolico del primo. Ma come gia' in Il sesto
senso, anche in Unbreakable cio' che sembrava diverso si rivela in realta'
identico. Cosi' come il medico di II sesto senso non era cio' che sembrava
(e che lo spettatore credeva che fosse), anche il collezionista di
Unbreakable non e' un innocente studioso di catastrofi e di supereroi. Nel
gioco delle apparenze, il cinema di Shyamalan lavora su visioni alterate e
punti di vista rovesciati per insinuare il dubbio sulla veridicita' del
visibile. E ci induce a pensare che non bisogna mai credere ciecamente a
quel che si vede.
*
Sentire, credere e vedere
Consideriamo ad esempio l'incipit del successivo film di Shyamalan, Signs.
La prima cosa che vediamo e' un giardino in una casa americana di campagna.
L'inquadratura e' fissa su questa immagine. Meglio: sembra fissa.
Lentamente, infatti, la macchina da presa si sposta all'indietro e
l'immagine si increspa. In un certo senso diventa liquida. Perche'?
Semplice: la macchina da presa era collocata dietro al vetro di una
finestra, ma noi non lo sapevamo. Non potevamo saperlo. Credevamo di vedere
il giardino direttamente e invece fra lo sguardo della macchina da presa e
il suo oggetto (il giardino) c'era di mezzo qualcosa di non immediatamente
visibile come il vetro. Con quel movimento, la macchina da presa svela
l'esistenza di cio' che non si vede, rende visibile la presenza di un
filtro, trasforma la trasparenza del vetro in opacita', ci fa capire che
c'e' qualcosa fra noi e cio' che stavamo guardando.
Signs inizia cosi', con una sequenza fondamentale per capire quel che viene
dopo. Per darci una chiave. Come se il regista mettesse subito le carte in
tavola e dicesse: attenzione, questo e' un film pieno di segni (lo dice
anche il titolo...) non immediatamente percepibili, e' un film in cui
dobbiamo abituarci all'esistenza di qualcuno o qualcosa di cui non captiamo
immediatamente la presenza.
Stando solo a quello che si vede, Signs racconta in apparenza una vicenda
debitrice delle leggende sugli extraterrestri di cui andava ghiotta la
science-fiction degli anni Cinquanta: un ex prete contadino (Mel Gibson),
rimasto da poco vedovo, vive in un'isolata fattoria della Pennsylvania con
un fratello e due figli piccoli quando - in piena notte - il mais di uno dei
suoi campi viene abbattuto in modo misterioso secondo un disegno geometrico
preciso, fatto di grandi cerchi e strane linee. Disegni analoghi appaiono in
breve anche in India e in altre parti del mondo (cosi', almeno, dice la tv),
tanto che qualcuno comincia a sospettare che si tratti di messaggi inviati
da qualche entita' aliena. Ma Graham (questo il nome del protagonista) dopo
la morte della moglie ha smesso di credere a qualsiasi cosa che non sia
immediatamente visibile e diffida di tutti coloro che - a cominciare dai
suoi figli - gridano alla presenza extraterrestre. Almeno fino a quando da
sotto la porta della dispensa di un vicino non appare una mano verdastra e
unghiuta, appartenente a una creatura decisamente estranea a questo pianeta.
Fermiamoci un momento. Cosa abbiamo esattamente visto fino a questo punto? E
che rapporto c'e' con quello che hanno visto i personaggi? Sia noi che loro
abbiamo visto essenzialmente segni. Noi piu' di loro: la macchina da presa
di M. Night Shyamalan si alza a picco sui campi di granturco che circondano
la fattoria di Graham Hess e ci consente di vedere dall'alto la complessita'
dei disegni giganteschi tracciati nel campo, visione che e' invece vietata
ai personaggi, ostruiti dalle pannocchie e impossibilitati a vedere cio' che
noi abbiamo visto. Loro, i segni li vedono solo davanti alla tv, che usa
tutta la sua potenza di fuoco per diffondere le immagini di segni analoghi
apparsi in varie zone del mondo e per interpretarli come sintomi o indizi di
un'apocalisse imminente. Si ha piu' paura di cio' che si vede o di cio' che
non si vede? Nel dubbio, visto il terrore che sembra invadere i suoi figli,
Graham decide di spegnere la tv.
Da quel momento i personaggi non vedono piu' quel che sta accadendo (o che
si dice stia accadendo) nel mondo. Chiusi nella loro fattoria, obbligano a
poco a poco anche noi a rinunciare alla visibilita' e ad accontentarci di
segni. Ed e' qui che Signs prende il volo. Anche se non si vede nulla, si
sente che c'e' qualcosa. E Signs diventa un film su questo sentire. Fino -
ancora una volta - alla sorpresa finale: che insinua il sospetto che al
cinema siamo sempre noi spettatori gli intrusi rispetto all'intimita' dei
personaggi, e che gli alieni siano solo il frutto del nostro desiderio (o
della nostra paura) di vedere anche cio' che non si vede. Graham, in ogni
caso, ritrova la fede perduta. E impara dai figli a leggere i segni
attraverso cui il mondo - anche quando non si mostra - di fatto si rivela.
Tutti questi temi trovano una sintesi mirabile nel successivo The Village,
probabilmente a tutt'oggi il capolavoro di Shyamalan. Qui, un piccolo
villaggio della Pennsylvania, formato da una sessantina di abitanti, vive
isolato dal mondo e accerchiato da una fitta foresta in cui, secondo antiche
credenze, si annidano misteriose "creature innominabili" che perennemente
minacciano di irrompere e di sconvolgere l'esistenza felice e tranquilla
della piccola comunita'. Per questo nessuno esce mai dal villaggio. Per
questo sentinelle appostate ai bordi della radura scrutano il bosco ogni
notte nel timore di un attacco improvviso delle "creature". Sara' una
ragazza cieca a sfidare l'ignoto: lo fara' per amore (per procurarsi in
citta' i farmaci necessari a salvare la vita dell'uomo che ama, ferito a
morte dal coltello geloso dello "scemo del villaggio") e scoprira'
inoltrandosi nel bosco che le "creature innominabili" non esistono, che sono
solo un'invenzione degli anziani del villaggio per preservare intatta la
comunita' nel loro sogno di perfetta autarchia e per dare a tutti gli
abitanti un nemico da odiare.
Seguendo l'incerto cammino di Ivy nella foresta, vestita come in una
versione rinnovata della fiaba di Cappuccetto Rosso, noi spettatori
scopriamo che l'azione non si svolge nel passato - come potevamo forse
supporre dagli abiti degli abitanti e dal loro stile di vita - ma nel
presente, e che la metafora di M. Night Shyamalan non si riferisce a un
mondo "altro" ma al nostro. In questo caso, la sorpresa finale ci fa
scoprire che coloro che si proclamavano vittime di una minaccia sono in
realta' gli stessi che quella minaccia l'hanno inventata, simulata e
nutrita.
Grande parabola sulle modalita' di costruzione di una comunita' e sui modi
di elaborazione e di socializzazione del suo immaginario, nel suo mostrare
come sia possibile spacciare per realta' una rappresentazione The Village
finisce per essere poi anche una grande metafora del cinema, e del modo in
cui esso sa farsi simulacro di realta'.
*
La comunita' e l'individuo
Con il successivo Lady in the Water, per la prima volta la critica - in
genere piu' che benevola con i lavori di Shyamalan - si mostra tiepida e
diffidente, per non dire apertamente ostile. Le stroncature non si contano,
cosi' come i giudizi frettolosamente liquidatori. Hanno ragione i critici
che lamentano un eccesso di funambolismo cerebrale? Oppure Lady in the Water
e' un film talmente particolare che non e' possibile affrontarlo con le
categorie tradizionali (e sempre piu' consunte) della critica? Alcuni indizi
 rilevanti indurrebbero a prediligere la seconda ipotesi. Per due motivi. Il
primo: Lady in the Water non racconta una storia. E' una sorta di grande
metafilm sui modi in cui una storia prende forma, sulle condizioni
necessarie perche' viva e sugli effetti che essa produce in tutti coloro che
la consumano e che l'hanno creata. Il secondo motivo: l'unico personaggio
che fa una brutta fine in Lady in the Water e' un critico cinematografico.
Antipatico e saccente, convinto di conoscere approfonditamente tutti i
meccanismi narrativi possibili, mr. Farber sputa giudizi e sentenze
apodittiche ("Non c'e' piu' originalita' nel mondo") destinate ad essere
puntualmente smentite.
Il fatto che Shyamalan scelga di eliminare solo lui fra tutti i personaggi
del film, non e' ovviamente un dato trascurabile: segnala, forse, la
necessita' e l'urgenza di passare dalla critica all'ermeneutica, dalla
sentenziosita' giudicante alla comunita' interpretante. Perche' questo
accade di fatto in Lady in the Water: di fronte al mistero di una storia che
non riesce a trovare il suo happy end, i consigli del "critico" risultano
letali, mentre e' lo sguardo di un bimbo che "vede significati nelle cose
comuni" ad attivare il coinvolgimento di tutti i membri della comunita' nel
tentativo di sciogliere il mistero.
Ma vediamo di spiegarci. Dalla piscina del condominio The Cove (il "covo")
una notte emerge una ragazza dai capelli rossi. E' una ninfa del mare (una
narf), viene dal "mondo azzurro" e ha una storia da raccontare prima di far
ritorno nel suo mondo. A prendersi cura di lei e' Cleveland (Paul Giamatti),
il guardiano tuttofare del condominio: un ex medico che ha perso la fede
(come l'ex prete di Signs) dopo che un rapinatore gli e' entrato in casa e
gli ha ucciso moglie e figli. Come un sacerdote laico, Cleveland e' al
servizio della comunita' multietnica del Cove: ripara i servizi igienici che
non funzionano, uccide animali pelosi che entrano negli appartamenti, si
occupa della pulizia della piscina. La ninfa che si ritrova fra le braccia
si chiama non a caso Story: e' l'allegoria di un racconto virtuale che
chiede al timido guardiano balbuziente un aiuto per potersi realizzare e per
sfuggire allo scrunt (una bestia feroce col corpo coperto di fili d'erba)
che incessantemente la minaccia. Cleveland portera' Story (e la storia) a
realizzarsi: e lo fara' imparando a decifrare enigmi e coinvolgendo
nell'impresa tutti i membri della comunita' multietnica che abita il
condominio. Come dire: far vivere una storia significa creare relazioni,
distribuire ruoli, liberare energie. Significa prendersi cura di qualcosa,
ma anche saper attendere, ed evitare i pregiudizi e i luoghi comuni. Lady in
the Water e' un grande film su tutto questo. Non e' - come qualcuno ha
scritto - una semplice fiaba New Age priva della necessaria suspense, ma una
riflessione metacritica sull'origine delle fiabe, sul loro senso e sulla
loro funzione sociale.
Anche il successivo E venne il giorno (2008) viene liquidato dalla critica
in modo sbrigativo e frettoloso, come un film fiacco, senza ritmo, poco
convincente. In realta', se visto all'interno della produzione complessiva
del regista, proprio questo film segna un punto d'approdo importante e,
insieme, indica una possibile svolta. Qui infatti Shyamalan affronta la
paura epocale della "fine" - e la minaccia apocalittica di un castigo
inevitabile per le colpe commesse dall'umanita' - con uno sguardo asciutto e
partecipe, ma sempre senza cedimenti, senza compromessi, senza esitazioni.
Rispetto ai canoni consolidati dei suoi film precedenti, E venne il giorno
presenta alcune significative novita': qui non c'e' ad esempio una sorpresa
finale che rovesci il senso della storia. Ma viene meno anche la propensione
a incapsulare il racconto dentro un universo chiuso e autosufficiente, a
favore di un'ambientazione mobile e itinerante, che mette in scena - per la
prima volta - dei personaggi in fuga. Crolla e scompare infine anche il tema
centrale della paura che agiva come collante sociale e familiare: qui la
paura spinge piuttosto i personaggi a disaggregarsi, a isolarsi, a
separarsi. La minaccia che incombe sul mondo e' infatti tanto piu' insidiosa
quanto piu' gli umani si fanno sorprendere in gruppi numerosi: solo rompendo
il patto sociale, solo isolandosi e frazionandosi, possono sperare di
sopravvivere.
E' come se Shyamalan, dopo aver lavorato sulle minacce di ordine psicologico
(Il sesto senso), sociale (The Village) e culturale (Lady in the Water) che
incombono sull'umanita' contemporanea, avesse deciso questa volta di fare i
conti con quella che egli ritiene la minaccia piu' insidiosa: quella della
Natura. Hanno infatti un'origine vegetale le tossine che all'improvviso si
impadroniscono degli umani e scatenano inspiegabili fenomeni di suicidi
collettivi. Vengono dalle foglie degli alberi, dai fili d'erba dei prati,
dalle piante e dai fiori. Si propagano con il vento, sono invisibili e
impalpabili, e producono conseguenze letali. Le scene in cui la macchina da
presa indugia sulle fronde mosse dal vento, e sull'agitarsi delle foglie nei
panorami agresti della Pennsylvania, hanno un potenziale inquietante davvero
notevole: pochi altri registi contemporanei saprebbero, al pari di
Shyamalan, trasformare l'ordinario in straordinario, mostrare il quotidiano
che all'improvviso si blocca e si paralizza nella paura, nel fuggifuggi
caotico, nell'orrore dell'inspiegabile e dell'indeterminato.
E venne il giorno e' un film eminentemente visivo: non solo e non tanto per
la fotografia acida e sgranata che fa il verso ai B-movies anni Cinquanta,
ma soprattutto perche' un po' tutto il film e' come abitato da un orrore
strisciante e da una paura crescente, resi anche questa volta senza
ricorrere a effetti speciali, ma lavorando su fruscii agghiaccianti e timori
impalpabili che fluttuano in un film dal linguaggio volutamente liquido,
indefinito, quasi attonito. Come se anche questa volta, dietro le parvenze
di un thriller ecologista, Shyamalan tentasse in realta' di fare i conti con
un orrore quasi metafisico: cioe' con una paura che accompagna l'uomo in
tutte le tappe del suo esistere, e che e' legata forse, qui piu' che mai,
alla finitezza e precarieta' della sua condizione creaturale.
*
Un regista chiamato "Notte"
Manoj Nelliyattu Shyamalan nasce a Madras, nel Sud dell'India, il 6 agosto
1970. I genitori, entrambi medici, risiedono gia' da qualche tempo in
Pennsylvania, negli Stati Uniti, ma la madre torna in India negli ultimi
mesi di gravidanza per partorire nella sua terra con l'assistenza dei suoi
genitori.
Dopo sei settimane, il piccolo Shyamalan torna con la madre negli Usa. La
famiglia risiede a Penn Valley, un sobborgo di Philadelphia, dove il giovane
cresce frequentando le scuole cattoliche locali.
All'eta' di 8 anni, il padre gli regala una videocamera Super8, con la quale
il giovane Manoj comincia a girare cortometraggi amatoriali e ad
approfondire la sua passione per il cinema. La leggenda vuole che a 17 anni
abbia gia' girato 45 filmini fatti in casa, alcuni dei quali verranno poi
inclusi e inglobati - a partire da Il sesto senso - nei suoi film
professionali.
Nel 1992, Shyamalan - che nel frattempo ha assunto il nome d'arte di Night,
"Notte" - si laurea presso la Tisch School of Arts della New York
University, e gira il suo primo lungometraggio, Praying with Anger.
Nel 1993 sposa Bhavna Vaswani, psicologa indiana conosciuta all'Universita',
e si trasferisce con lei a Wayne, in Pennsylvania. Dal matrimonio nasceranno
due figlie.
Nel 1998 gira nella scuola cattolica che aveva frequentato da bambino il suo
secondo lungometraggio, Wide Awake (Ad occhi aperti). Ma e' il 1999 l'anno
del trionfo: Shyamalan scrive infatti la sceneggiatura di Stuart Little e
subito dopo dirige Il sesto senso: costato 40 milioni di dollari, il film ne
incassa oltre 660, fino a piazzarsi nei primi 25 successi commerciali di
ogni tempo. Fra i tanti riconoscimenti, arrivano anche sei candidature
all'Oscar, compresa quella per la miglior regia.
Grazie al successo planetario di Il sesto senso, Shyamalan ha la
possibilita' di fondare una sua propria casa di produzione, la Blinding Edge
Pictures, che in collaborazione con la Touchstone (sezione della Disney),
produrra' tutti i suoi film successivi, da Unbreakable a Lady in the Water.
Nel 2006, durante la lavorazione di Lady in the Water, rompe con la Disney a
causa di profonde divergenze sul progetto, e passa alla Warner Bros. Ma il
film successivo, E venne il giorno, viene proposto invano a diverse majors
prima di essere acquistato dalla 20th Century Fox, che tuttavia esige da
Shyamalan una massiccia revisione della sceneggiatura originaria.
Tra i progetti che si dice abbia rifiutato, pare ci siano il quarto capitolo
della saga di Indiana Jones e il terzo e il quarto capitolo della saga di
Harry Potter.
*
A disposizione dei lettori
Su Shyamalan non esiste ancora una pubblicistica ampia e approfondita, che
indaghi in tutte le possibili implicazioni l'universo etico, estetico e
drammaturgico dei suoi film. Due, al momento, i libri disponibili: uno in
inglese (Michael Bamberger, The Man who heards his voices or how M. Night
Shyamalan risked his career on a fairy tale, Gotham Book 2006) e uno in
italiano (Andrea Fontana (a cura di), M. Night Shyamalan. Filmare l'ombra
dell'esistenza, Morpheo Edizioni, 2007). Molti e copiosi invece gli
interventi sui film, o contenuti in volumi (una bella analisi di The Village
e' ad esempio in Guido Ferraro e Isabella Brugo, Comunque umani. Dietro le
figure di mostri, alieni, orchi e vampiri, Meltemi 2008, pp. 211-222) o
pubblicati su giornali e riviste. Tra questi, si vedano almeno gli
interventi su The Village di Ezio Alberione in "Duellanti" n. 11, dicembre
2004, e di Roberto Escobar su "Il Sole - 24 ore" del 14 novembre 2004. Sul
difficile e contrastato rapporto di Shyamalan con Hollywood si veda invece
l'intervento di Allison Hope Weiner sul "New York Times" del 2 giugno 2008.

4. STRUMENTI. PER ABBONARSI AD "AZIONE NONVIOLENTA"

"Azione nonviolenta" e' la rivista del Movimento Nonviolento, fondata da
Aldo Capitini nel 1964, mensile di formazione, informazione e dibattito
sulle tematiche della nonviolenza in Italia e nel mondo.
Per abbonarsi ad "Azione nonviolenta" inviare 29 euro sul ccp n. 10250363
intestato ad Azione nonviolenta, via Spagna 8, 37123 Verona.
E' possibile chiedere una copia omaggio, inviando una e-mail all'indirizzo
an at nonviolenti.org scrivendo nell'oggetto "copia di 'Azione nonviolenta'".
Per informazioni e contatti: redazione, direzione, amministrazione, via
Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803 (da lunedi' a venerdi': ore 9-13 e
15-19), fax: 0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org

5. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI 2009"

Dal 1994, ogni anno le Edizioni Qualevita pubblicano l'agenda "Giorni
nonviolenti" che nelle sue oltre 400 pagine, insieme allo spazio quotidiano
per descrivere giorni sereni, per fissare appuntamenti ricchi di umanita',
per raccontare momenti in cui la forza interiore ha avuto la meglio sulla
forza dei muscoli o delle armi, offre spunti giornalieri di riflessione
tratti dagli scritti o dai discorsi di persone che alla nonviolenza hanno
dedicato una vita intera: ne risulta una sorta di antologia della
nonviolenza che ogni anno viene aggiornata e completamente rinnovata.
E' disponibile l'agenda "Giorni nonviolenti 2009".
- 1 copia: euro 10
- 3 copie: euro 9,30 cad.
- 5 copie: euro 8,60 cad.
- 10 copie: euro 8,10 cad.
- 25 copie: euro 7,50 cad.
- 50 copie: euro 7 cad.
- 100 copie: euro 5,75 cad.
Richiedere a: Qualevita Edizioni, via Michelangelo 2, 67030 Torre dei Nolfi
(Aq), tel. e fax: 0864460006, cell.: 3495843946,  e-mail: info at qualevita.it,
sito: www.qualevita.it

6. STRUMENTI. L'AGENDA DELL'ANTIMAFIA 2009

E' in libreria l'Agenda dell'antimafia 2009, quest'anno dedicata alle donne
nella lotta contro le mafie e per la democrazia.
E' curata dal Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di
Palermo ed edita dall'editore Di Girolamo di Trapani.
Si puo' acquistare (euro 10 a copia) in libreria o richiedere al Centro
Impastato o all'editore.
*
Per richieste:
- Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Via Villa
Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax: 0917301490, e-mail:
csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it
- Di Girolamo Editore, corso V. Emanuele 32/34, 91100 Trapani, tel. e fax:
923540339, e-mail: info at ilpozzodigiacobbe.com, sito:
www.digirolamoeditore.com e anche www.ilpozzodigiacobbe.com

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 667 del 12 dicembre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
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