Minime. 527



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 527 del 25 luglio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Ida Dominijanni: Genova 2001
2. Franco Sbarberi: Liberalismo e democrazia
3. Giuliano Battiston intervista Mohammad Yunus
4. Letture: Keats. Vita, poetica, opere scelte
5. Letture: Rilke. Vita, poetica, opere scelte
6. Letture: Shelley. Vita, poetica, opere scelte
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: GENOVA 2001
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 luglio 2008 col titolo "Piu' delle
molotov".
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia
sociale all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di
liberta', Angeli, Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania
Giorgi), Si puo', Manifestolibri, Roma 2005]

"I fatti addebitati minacciano la democrazia piu' delle molotov lanciate
durante i cortei di quei giorni". Posso sbagliarmi, ma a mia memoria e' la
prima volta che nell'aula di un tribunale si dice a chiare lettere, nella
requisitoria di un pubblico ministero, che certi atti eversivi delle forze
dell'ordine sono piu' pericolosi per l'assetto democratico dei gesti
"sovversivi" di un movimento di contestazione. "I fatti addebitati" sono
quelli perpetrati dagli agenti di polizia durante il massacro alla scuola
Diaz di Genova la notte fra il 21 e il 22 luglio 2001. Non c'e' bisogno di
dire, dopo l'ignobile sentenza di una settimana fa sulle torture nella
caserma di Bolzaneto, che nulla, ma proprio nulla ci fa sperare in una meno
ignobile sentenza sulla carneficina della Diaz. Ma quelle parole della
requisitoria restano, consegnate a una memoria che sta a noi, piu' che alle
sentenze, tenere viva.
Ci piacerebbe averle sentite dire, o almeno riprendere con vigore, da una
qualche forza politica, o da uno solo di quei politici che un giorno si' e
l'altro pure, a sinistra e a destra e al centro, disquisiscono di giustizia
avendo in testa soltanto le immunita' castali da una parte e la lotta alla
microdelinquenza dall'altra. Ma la politica, non da oggi, su Genova tace, e
anche quando ha parlato non ha mai capito, e quando ha capito ha voluto
archiviare, il valore paradigmatico che quei due scempi della Diaz e di
Bolzaneto avevano e hanno per le sorti del nostro stato di diritto. Forza
bruta contro legalita'. Eccezione contro regola. Sospensione dei diritti
fondamentali in uno spazio affrancato da ogni garanzia e ogni convenzione. A
Genova non fu questione di un po' d'eccesso nella repressione di un
movimento. A Genova fu sospeso lo stato di diritto, anzi, fu sperimentato
che sospendere lo stato di diritto e' possibile, senza che il potere
politico sia chiamato a risponderne e senza che ne paghi alcuna conseguenza.
Immunita' per tutte le alte cariche dello Stato, conquistata sul campo molto
prima che in parlamento. Qui in Italia, un anno prima che il paradigma del
campo, con annessa sospensione dei tribunali ordinari e istituzione di
quelli speciali agli ordini dell'esecutivo, venisse glorificato in quel di
Guantanamo.
Sono cose che abbiamo scritto piu' d'una volta, ma che non ci stancheremo di
scrivere e di riscrivere ancora. Non solo perche' quello sfregio allo stato
di diritto resti li', esposto alla coscienza pubblica, e non venga
cancellato dai colpi di spugna e dai mucchietti di sabbia. Ma perche' c'e'
qualcosa, nel regime della visibilita' politica e nel regime politico della
visibilita', che sistematicamente lavora a depistare l'attenzione e a
distrarre la memoria. Di seduta in seduta parlamentare, di tg in tg, di
prima pagina in prima pagina, la soap italiana gira e rigira su se stessa
con poche variazioni sul tema, ed eccoci qua di nuovo alle prese,
esattamente come ai tempi di Genova, con le vendette di Berlusconi contro i
giudici, con i gesti trash di Bossi contro il tricolore, nonche' con i
deboli argomenti dell'opposizione contro Bossi e contro Berlusconi. E' un
teatro delle marionette che sistematicamente manda dietro le quinte e
occulta tutto cio' che nel male e nel bene non fa parte della recita o la
eccede e la sovrasta. Il massacro della Diaz e le torture di Bolzaneto
sovrastarono, sette anni fa, la recita politico-mediatica sul G8 di
Berlusconi e Fini - pur essendone, s'intende, autorizzati o almeno
legittimati -, rivelando la sostanza della deriva di
decostituzionalizzazione che la nostra democrazia aveva preso. Per questo
segnale sostanziale e imprescindibile che mandavano bisognava velocemente
derubricarli o rimuoverli; e per questa stessa ragione bisogna invece
tenerli vivi nella memoria collettiva.
"Abbiamo memorie di farfalle ormai, altro che elefanti", ha scritto pochi
giorni fa sul "Manifesto" Roberto Ferrucci - l'autore di Cosa cambia, uno
dei libri che hanno raccontato Genova -, incerto se abbandonarsi al
disincanto nei confronti di una politica in cui nulla cambia o affidarsi
alla scrittura per mettere almeno a disposizione di altri l'indignazione. E
concludendo a favore della seconda ipotesi, perche' "le parole dei libri
tengono vivo il sentimento dei fatti che raccontano, e rimangono per
sempre". Piu' forti delle sentenze vili e finanche dei diritti negati.
Perfino a Guantanamo, al grado zero della sopravvivenza, ai bordi dello
statuto dell'umano, sono nate delle poesie: scritte sulla carta, o scolpite
nelle scodelle, ovunque la vita potesse lasciare il suo segno. A futura
memoria.

2. RIFLESSIONE. FRANCO SBARBERI: LIBERALISMO E DEMOCRAZIA
[Dal quotidiano "La Stampa" del primo febbraio 2006 col titolo "Si fa presto
a dire liberaldemocratico" e il sommario "Ritorna un classico di Bobbio: e'
l'occasione per fare chiarezza su due termini che molti confondono, con
conseguenze paradossali".
Franco Sbarberi (1938), docente universitario e saggista, ha insegnato
storia delle dottrine politiche alla Facolta' di lettere e filosofia
dell'Universita' di Pisa, poi filosofia politica all'Universita' di Torino e
storia delle dottrine politiche all'Universita' di Sassari; i suoi
principali campi di ricerca sono: teoria politica del marxismo dalle origini
al XX secolo; l'idea di eguaglianza e liberta' nel XVIII e XIX secolo;
teorie moderne sul progresso e la cittadinanza; valori e prospettive del
liberalsocialismo. Ha partecipato a conferenze e seminari internazionali
presso l'Universita' di Brema, Amburgo, Besancon, Sorbona di Parigi,
Treviri; alcuni dei suoi lavori sono stati tradotti in tedesco, spagnolo, e
francese. Tra le opere di Franco Sbarberi: Gramsci: un socialismo armonico,
Franco Angeli, 1986; Ordinamento politico e societa' nel marxismo di Antonio
Labriola, Franco Angeli, 1987; (a cura di), Teoria politica e societa'
industriale: ripensare Gramsci, Bollati Boringhieri, Torino 1988; (a cura
di, con Michelangelo Bovero e Virgilio Mura), dilemmi del liberalsocialismo,
La Nuova Italia Scientifica, Roma, 1994; L'utopia della liberta' eguale,
Bollati Boringhieri, 1999.
Norberto Bobbio e' nato a Torino nel 1909 ed e' deceduto nel 2004,
antifascista, filosofo della politica e del diritto, autore di opere
fondamentali sui temi della democrazia, dei diritti umani, della pace, e'
stato uno dei piu' prestigiosi intellettuali italiani del XX secolo. Opere
di Norberto Bobbio: per la biografia (che si intreccia con decisive vicende
e cruciali dibattiti della storia italiana di questo secolo) si vedano il
volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi, Torino 1996; e
l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di testimonianze
su amici scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno politico,
morale e intellettuale del Novecento) cfr. almeno Italia civile, Maestri e
compagni, Italia fedele, La mia Italia, tutti presso l'editore Passigli,
Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il futuro della
democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti presso
Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti, Einaudi,
Torino 1990. Sulla pace si veda Il problema della guerra e le vie della
pace, Il Mulino, Bologna, varie riedizioni; Il terzo assente, Sonda, Torino
1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia 1991; Elogio della mitezza,
Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile e' anche la
lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo
ideologico del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del
diritto, Giappichelli, Torino 1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo
almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante, Bollati Boringhieri, Torino
1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le regole del gioco, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso Greco, Norberto
Bobbio, Donzelli, Roma 2000; AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e
politica, Laterza, Roma-Bari 2005; AA. VV., Norberto Bobbio maestro di
democrazia e di liberta', Cittadella, Assisi 2005; AA. VV., Lezioni Bobbio,
Einaudi, Torino 2006. Per la bibliografia di e su Norberto Bobbio uno
strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero Gobetti
(www.erasmo.it/gobetti)]

Da tempo la prospettiva della rivoluzione comunista non riscalda piu' i
cuori delle masse diseredate del mondo. Si sta dunque affermando un'egemonia
indiscussa dei valori autenticamente liberali (come sostengono alcuni) o
siamo invece entrati nell'era di un liberalismo eclettico, cinicamente
cavalcato dai soggetti piu' spregiudicati? L'uso vago e teoricamente
indifferenziato dei concetti di liberalismo, democrazia, liberaldemocrazia
da parte di vasti settori dei mass-media e della classe politica viene
giustamente sottolineato da Franco Manni nella sua introduzione alla
ristampa del libro di Norberto Bobbio, Liberalismo e democrazia (Simonelli
editore, pp. 153, euro 10): "quasi tutti confondono tali parole, e le danno
rassegnatamente per sinonimi, si' che la confusione diventa la norma, la
norma diventa inconsapevole, l'inconsapevolezza si diffonde per contagio, ed
ecco che abbiamo quel che si dice un Luogo Comune".
Si e' giunti, per molti aspetti, a una situazione paradossale. Dopo un
secolo in cui hanno dominato le ideologie totali, chi aveva delle identita'
forti costruite sull'antitesi amico/nemico tende a rimuoverle o ad
annacquarle; chi non ha mai avuto radici proprie va a cercarle in casa
altrui, variamente distorcendole. La riduzione dei principi liberali e
democratici a nozioni elastiche, buone a tutti gli usi, si deve a disparate
convenienze politiche, maturate perlopiu' nell'ultimo decennio. Ma a questo
maquillage ideologico contribuisce anche la scarsa consapevolezza generale
che il liberalismo e la democrazia provengono da famiglie distinte,
diversamente orientate al loro interno sin dalle origini e solo parzialmente
convergenti nel corso del Novecento.
*
Chiariamo questo problema cruciale. Il liberalismo politico e' una teoria
moderna nata dalla confluenza tra due correnti di pensiero: un filone
inglese inaugurato da Locke, empirico e moderato, e un filone continentale
legato all'illuminismo francese, razionalista sul piano filosofico e
radicale a livello politico. Nell'Ottocento, questi due diversi orientamenti
si trovano fusi nel pensiero di John Stuart Mill, sostenitore fervido di una
"eguale liberta' di sviluppo per tutti". Ma una corrente moderata e una
avanzata del liberalismo europeo sono facilmente percepibili fino ai giorni
nostri.
Oggi come ieri, per liberalismo si intende quella concezione della politica
che introduce la limitazione del potere e delle funzioni dello Stato
attraverso lo strumento della legalita' costituzionale. L'opposto dello
Stato liberale e' dunque lo Stato assoluto, in qualunque forma si presenti.
Per un verso, il liberalismo traccia un confine netto tra sfera pubblica e
sfera privata per salvaguardare le liberta' fondamentali degli individui;
per un altro, esige che sia applicato in termini rigorosi il principio della
divisione dei poteri, cosicche' "il potere limiti il potere". Sono queste le
parole illuminanti di Montesquieu, convinto che l'istinto di dominio sia
quella "malattia eterna di cui ogni uomo che ha potere e' portato ad abusare
finche' non incontra dei limiti" (Lo spirito delle leggi, XI, 4).
La difesa appassionata dell'indipendenza individuale, riproposta
nell'Ottocento anche da Constant, ha una validita' permanente. Il potere
politico, infatti, se non e' limitato per legge e sottoposto a controlli
pubblici, tende per sua natura a espandersi, e in taluni casi a fondersi
pericolosamente con altre forme di potere, come l'esperienza prima del
fascismo, poi dell'ultimo decennio ha insegnato anche al nostro paese. E'
singolare che leader politici che fanno martellante professione di
liberalismo non rinuncino motu proprio alla concentrazione dei poteri
pubblici e privati. Essa infatti genera rapporti neo-patrimoniali con lo
Stato, tipici dei regimi assoluti. Ma su questo problema converra' tornare
in un altro momento.
*
Passiamo ora al termine democrazia. Con esso si allude a quella forma di
governo in cui il potere e' gestito dai piu', siano essi il popolo dei
liberi, come nell'antichita', o la maggioranza dei cittadini attraverso i
loro rappresentanti, come negli Stati democratici moderni. Se l'opposto
dello Stato liberale e' lo Stato assoluto, l'opposto dello Stato democratico
e' l'autocrazia, tanto nella forma monarchica quanto in quella oligarchica.
In altre parole: il liberalismo porta l'attenzione sui limiti strutturali
che deve avere il potere statale; la democrazia privilegia i soggetti che
devono esercitarlo. Governo limitato in un caso, governo dal basso
nell'altro.
*
Se liberalismo e democrazia sono nati come dottrine tendenzialmente in
conflitto, la pratica politica dei paesi piu' avanzati ha reso possibile tra
Ottocento e Novecento la formazione di Stati liberaldemocratici, prima
mediante l'allargamento del suffragio ristretto, poi con il suffragio
universale maschile e femminile, sotto l'impulso costante
dell'associazionismo politico. Il rapporto tra liberalismo e democrazia si
e' poi consolidato anche per altre vie. Una democrazia rappresentativa a
suffragio universale esige infatti precise regole del gioco a salvaguardia
della libera partecipazione dei cittadini: la tutela delle liberta'
personali e della liberta' di pensiero; l'esistenza di una pluralita' di
partiti che competano in piena autonomia per le alternanze di governo;
decisioni collettive assunte in base al principio di maggioranza; rigorosa
salvaguardia dei diritti delle minoranze.
*
Un altro problema va ora chiarito. La nascita e lo sviluppo del movimento
socialista hanno posto (e continuano a porre) all'intera famiglia
liberaldemocratica la "questione sociale". La storia dei diritti dell'uomo
ha vissuto una svolta decisiva quando si e' passati dalla richiesta dei
diritti civili e politici (i diritti della "prima generazione") a quella dei
diritti sociali (i diritti della "seconda generazione"). Dal principio di
universalita', sancito nel 1789 ("Tutti gli uomini nascono e rimangono
eguali e liberi nei diritti"), al principio di differenza, che privilegia la
persona storicamente determinata. Nel caso delle differenze di eta', salute,
potere economico, cultura, sesso, e' la specificita' delle singole persone,
e non tanto la comune appartenenza al genere umano, che deve essere
riconosciuta e tutelata.
Mentre la battaglia per l'universalizzazione dei diritti civili e' stata
intrapresa dall'intera famiglia liberale, solo l'ala radicale del
liberalismo, il movimento democratico e quello socialista si sono prima
battuti per l'universalizzazione dei diritti politici e poi per
l'acquisizione dei diritti sociali. Cio' che ha diviso (e continua a
dividere) la famiglia liberale non e' l'idea che gli uomini debbano essere
eguali nel diritto alla liberta', bensi' il giudizio su quali beni primari
debbano essere inclusi nella nozione di liberta' e quali no.
Anche nel Novecento, per un filone conservatore del liberalismo -
esemplarmente rappresentato da Mises e da Hayek, da Nozick e da Milton
Friedman - una societa' che si autoregola sulla base della proprieta'
privata e del contratto deve rispettare i principi della giustizia
commutativa (in primo luogo lo scambio alla pari tra prestazione e
controprestazione), ma non quelli della giustizia distributiva (ovvero la
perequazione permanente dei beni da parte dell'autorita' pubblica), perche'
cio' livellerebbe illegittimamente capaci e incapaci.
Altri teorici del liberalismo invece, come Rawls e Dworkin, Walzer e Sen,
piu' sensibili alla tradizione solidaristica del movimento democratico,
sostengono che la politica non e' riducibile alla lotta per acquisire
vantaggi economici. Essa deve creare anche le condizioni oggettive di una
partecipazione libera e consapevole dei cittadini alla gestione della cosa
pubblica, attraverso il riconoscimento e la soddisfazione dei diritti
sociali (a partire dal diritto all'istruzione, al lavoro e alla salute).
*
Se ora torniamo al problema sollevato all'inizio, possiamo trarre la
seguente conclusione. Soltanto la piena consapevolezza delle diverse opzioni
presenti all'interno della famiglia liberaldemocratica e' funzionale a una
democrazia "di indirizzo" (come l'ha definita Leopoldo Elia), che antepone
la scelta ragionata di un programma di governo a quella del leader che e'
chiamato a realizzarlo.
La generica adesione a non meglio precisati valori liberaldemocratici
favorisce invece una democrazia "di investitura", che privilegia la scelta
del capo rispetto a quella di un coerente progetto politico. La democrazia
di indirizzo presuppone e sollecita soggetti individuali e collettivi
informati e partecipi (una comunita' di cittadini organizzati). La
democrazia di investitura sorregge e incentiva i "partiti personali" e
l'apatia politica dei piu'. Se non sono precisati i valori che la ispirano e
le priorita' programmatiche che ne derivano, la politica, da chiunque
gestita, si riduce a pura competizione per il potere.

3. RIFLESSIONE. GIULIANO BATTISTON INTERVISTA MOHAMMAD YUNUS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 luglio 2008 col titolo "L'invenzione
della poverta'. Un banchiere utopista e pragmatico" e il sommario "Incontro
con Mohammad Yunus, di cui e' appena uscito da Feltrinelli Un mondo senza
poverta'. La miseria e' un'imposizione artificiale creata dal sistema,
sostiene il celebre fondatore della Grameen Bank, l'istituto di credito che
concede prestiti senza garanzie a tassi ragionevoli".
Giuliano Battiston, giornalista, ricercatore, saggista, docente, e'
ricercatore di "Mediawatch" e tutor presso la Scuola di giornalismo della
Fondazione Basso di Roma.
Muhammad Yunus e' l'ideatore e fondatore della Grameen Bank; nato e
cresciuto a Chittagong, principale porto mercantile del Bangladesh,
economista, docente universitario negli Usa poi in Bangladesh; fondatore nel
1977 della Grameen Bank, un istituto di credito indipendente che pratica il
microcredito senza garanzie, grazie a cui centinaia di migliaia di persone -
le piu' povere tra i poveri - si sono affrancate dalla miseria e dall'usura
e sono riuscite a prendere nelle proprie mani il proprio destino. Opere di
Muhammad Yunus: Il banchiere dei poveri, Feltrinelli, Milano 1998; Un mondo
senza poverta', Feltrinelli, Milano 2008. Opere su Muhammad Yunus e la
Grameen Bank: Federica Volpi, Il denaro della speranza, Emi, Bologna 1998.
Una intervista a Muhammad Yunus e' nel n. 396 de "La nonviolenza e' in
cammino", un'altra nel n. 1473. Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 novembre
2006 riprendiamo la seguente scheda: "Muhammad Yunus, inventore della
Grameen Bank, ha ricevuto il Premio Nobel 2006 per la pace come
riconoscimento ai suoi 'sforzi per creare sviluppo economico e sociale a
partire dal basso'. Nato nel 1940 nell'attuale Bangladesh, si e' laureato in
economia nel 1969 alla Vanderbilt University di Nashville. Dopo una breve
esperienza di insegnamento in Tennessee e Colorado, torna in patria nel 1971
per dirigere il Dipartimento di economia rurale dell'universita' di
Chittagong. Del 1974 e' l'ideazione di una forma di governo rurale, il primo
passo verso il sistema dei microcrediti. Vista l'indisponibilita' delle
banche, inizio' con il prestare l'equivalente di 30 euro a testa a 42 donne
che non potevano acquistare la materia prima per creare i loro oggetti
d'artigianato. Il buon esito dell'esperimento incoraggio' Yunus ad allargare
il sistema. Nel 1983 nasce la Grameen Bank (banco rurale, o del villaggio).
Oggi le cifre raccontano il successo strepitoso dell'iniziativa: 1.084
filiali nel mondo dove lavorano 12.500 persone. Oltre 7 milioni i clienti,
sparsi in 37.000 villaggi. Il 94% sono donne. Negli ultimi 20 anni
l'istituto ha erogato prestiti per oltre 2.000 miliardi di euro. Tasso di
restituzione oltre il 90%"]

Nel 1974, di fronte alla carestia che strangolava il Bangladesh, Mohammad
Yunus si convinse dell'inutilita' delle teorie economiche che insegnava ai
suoi studenti dell'universita' di Chittatong. Decise dunque di "disimparare
la teoria e prendere lezione della realta'", preferendo "un pragmatismo che
tenesse conto delle esigenze sociali" alle filosofie e alle teorie
magniloquenti. L'esercizio praticato costantemente da allora - "tenermi
aderente al suolo come un verme, invece di librarmi in volo come un
uccello" - lo ha portato a rivoluzionare il modo di vivere di molti uomini e
donne, in Bangladesh e non solo. Convinto che ogni uomo sia un tesoro
inesplorato di possibilita' e animato dalla "certezza, solida e profonda,
che, se davvero lo vogliamo, possiamo realizzare un mondo senza poverta'",
Mohammad Yunus ha infatti creato la Grameen Bank, con la quale mette a
disposizione dei poveri dei piccoli prestiti a un tasso ragionevole,
"consentendo loro di iniziare o espandere piccole attivita' economiche
attraverso le quali possano uscire dalla poverta'". Nonostante la sua
iniziativa oggi coinvolga piu' di cinquanta paesi e gli abbia valso un
premio Nobel per la pace, Mohammad Yunus non sembra essersi stancato di
promuovere il diritto di ognuno a sviluppare le proprie potenzialita'.
Continuera' a farlo, sostiene, fino a quando "per la poverta' si aprira' la
via che porta al museo". Abbiamo incontrato Mohammad Yunus nei giorni scorsi
a Roma, dove e' venuto per presentare il suo ultimo libro, Un mondo senza
poverta' (Feltrinelli, pp. 237, euro 15) e per ricevere la laurea honoris
causa che gli e' stata conferita dalla facolta' di Scienze politiche della
Sapienza.
*
- Giuliano Battiston: Oggi il modello della Grameen Bank, che quando e' nata
era una entita' molto piccola, e' adottato in tutto il mondo. Lei una volta
ha sostenuto che e' stato il "salto concettuale" operato dalla sua banca a
"essere veramente dirompente", e che l'"estensione del credito ai piu'
poveri ha costituito un passo rivoluzionario". Ci vuole dire qualcosa a
proposito di questo salto concettuale?
- Mohammad Yunus: In qualche modo potremmo paragonarlo agli sforzi fatti per
volare: quando l'essere umano e' riuscito finalmente a superare la
resistenza opposta dalla forza di gravita' abbiamo compiuto un gesto
rivoluzionario, e allo stesso modo cio' che ha fatto il microcredito e'
stato liberarsi dalla zavorra della garanzia. Prima di allora, infatti, nel
sistema bancario si riteneva impossibile concedere crediti senza garanzie,
mentre noi abbiamo voluto creare un sistema che non ne dipendesse.
Rinunciando alla garanzia abbiamo potuto raggiungere perfino i mendicanti, e
allo stesso tempo abbiamo eliminato la mediazione degli avvocati, perche'
senza garanzie non c'e' ragione di formalizzare il credito concesso. Tutto
cio' ha reso la banca libera di andare dove vuole e di raggiungere le
persone che desidera, tanto che oggi non c'e' nulla che ci costringa a
escludere un settore della popolazione. Abbiamo voluto dimostrare che,
contrariamente all'operato delle banche convenzionali che negano il credito
a piu' di due terzi della popolazione mondiale, il sistema bancario puo'
essere inclusivo.
*
- Giuliano Battiston: Lei ha detto spesso che la poverta' e' "un'imposizione
artificiale creata dal sistema". Eppure - sono ancora parole sue - "una
volta fuori, il sistema opera contro di te". Ci puo' spiegare meglio?
- Mohammad Yunus: Tutti gli esseri umani sono dotati di potenzialita'
illimitate. Anche i piu' poveri. Questi ultimi pero' non hanno avuto le
opportunita' per scoprirle, e proprio per questo sono divenuti poveri.
Quanto a potenzialita', non c'e' alcuna differenza tra coloro che vivono per
strada e gli imprenditori di grande successo: i primi non hanno scoperto le
proprie potenzialita', i secondi invece si'. D'altra parte, che i primi non
l'abbiano fatto non e' una colpa che possiamo attribuire loro, perche' e' il
sistema che non permette a tutti di coltivare le proprie potenzialita'. Da
qui deriva la necessita' di creare un ambiente favorevole, nel quale tutti
riescano a coglierle. I soldi, dunque, possono diventare uno strumento per
l'esplorazione delle proprie potenzialita', e il microcredito puo' essere
inteso sia come un sistema finanziario che come un movimento volto a
costruire un ambiente in cui sia possibile scoprire il proprio talento e
prendersi in tal modo cura di se'.
*
- Giuliano Battiston: Non e' un caso che lei sia stato spesso critico nei
confronti di quelle istituzioni, come la Banca mondiale, il cui obiettivo e'
volto esclusivamente a ottenere la crescita economica e a realizzare grandi
infrastrutture, piuttosto che a sollecitare i poveri a "sviluppare le
proprie potenzialita'"...
- Mohammad Yunus: Mi sembra che il sistema tradizionale con il quale operano
la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e le banche regionali
per lo sviluppo miri innanzitutto a realizzare grandi strade o
infrastrutture, piuttosto che a sollecitare la creativita' degli individui.
Per me invece il primo obiettivo dovrebbe essere proprio quello di far
emergere il potenziale degli individui, e solo in un secondo momento, per
raggiungere tale obiettivo, si potrebbe discutere delle grandi opere.
Dovremmo inoltre sempre domandarci da una parte chi beneficia veramente di
tali opere, e dall'altra perche' i proprietari non possano essere proprio i
poveri. Se la Banca Mondiale intende veramente aiutare i poveri, potrebbe
decidere che una certa strada appartiene a loro. E' un'idea praticabile, si
tratta soltanto di progettarla e metterla in pratica. In questo modo non
soltanto la strada verrebbe costruita, ma saremmo sicuri di aver stabilito
quella connessione, per me fondamentale, tra l'opera e il beneficio per i
poveri.
*
- Giuliano Battiston: Nel 2006 lei e' stato il primo economista ad essere
insignito del premio Nobel per la pace. In Un mondo senza poverta' scrive
che "il comitato per il premio Nobel ha fatto bene ad assegnare alla Grameen
Bank non il Nobel per l'economia, ma quello per la pace", perche' "il
movimento del microcredito e' anzitutto una forza di pace". Ci spiega meglio
cosa intende?
- Mohammad Yunus: Con quella scelta e' stato inviato al mondo un messaggio
molto forte: l'idea che la poverta' sia una minaccia per la pace. Da parte
mia ho voluto sottolineare come la poverta' sia un terreno fertile per la
violenza, perche' maggiore e' la poverta' in cui si vive, maggiore e' la
frustrazione accumulata che potrebbe diventare distruttiva. Affinche'
possano crescere le chance per la pace dunque devono essere ridotte le
condizioni di poverta'. Quelli che non riescono a vedere il legame di cui
parlo si sono chiesti cosa c'entrasse la poverta' con la pace; per costoro
la pace significa semplicemente assenza di guerra. La pace pero' non e'
soltanto l'assenza di scontri armati, ma e' ogni luogo in cui non sia stata
coltivata l'abitudine a vedere negli altri dei nemici o degli avversari da
distruggere. Ho sempre ritenuto che tutti i problemi derivino dal modo in
cui abbiamo formulato le teorie economiche; l'interpretazione dell'essere
umano proposta dalla teoria capitalistica e' troppo limitata, perche' gli
uomini non sono macchine pensate per fare soldi, ma esseri dotati di piu'
dimensioni, pronti a sacrificarsi e a rivolgere parte della propria
creativita' per risolvere i problemi degli altri. Affinche' la natura
multidimensionale dell'essere umano sia introdotta nel mondo degli affari
dovremmo dunque ragionare intorno ad almeno due distinte forme di impresa:
una, volta soltanto a fare soldi, l'altra a fare del bene senza volerne
ricavare benefici personali. Nel primo tipo di impresa tutto e' per se' e
niente per gli altri, nel secondo invece tutto e' per gli altri e niente per
se'. Introducendo il business sociale nel campo teorico, le persone avranno
finalmente l'opportunita' di scegliere se e come bilanciare le proprie
risorse e la propria attenzione. Allo stato attuale invece non ci sono
scelte: le tradizionali teorie economiche hanno fornito all'uomo un solo
tipo di occhiali da vista, con i quali si vede il mondo sotto le lenti della
massimizzazione del profitto. Ritengo necessario poter avere la possibilita'
di togliere questi occhiali e inforcare quelli del business sociale.
*
- Giuliano Battiston: Dunque lei sostiene che il capitalismo sia un sistema
incompleto, che avrebbe bisogno di essere integrato con un nuovo tipo di
impresa guidata da un obiettivo sociale. Ma come risponde a quanti
sostengono che il capitalismo e la responsabilita' sociale siano
irrimediabilmente incompatibili, e che il sistema capitalistico e'
incompleto non perche' privo di qualcosa, ma perche' puo' funzionare solo
sulla base di una limitata considerazione dell'essere umano, creando
esclusione e sfruttamento?
- Mohammad Yunus: E' vero, oggi sono incompatibili, perche' il capitalismo
attuale e' rivolto all'accumulazione dei soldi e non si pone obiettivi
sociali, e in questi termini non c'e' modo di convertirlo. Ritengo pero' che
ci sia stato un errore di progetto, e che la teoria a cui ci riferiamo non
sia stata compiutamente elaborata. Perche' sia pienamente sviluppata
dovremmo includere al suo interno altri elementi, come il business sociale,
con il quale permettere alle persone di decidere come orientarsi. Se
indossassimo gli occhiali sociali, vedremmo finalmente le molte cose da
fare, e vorremmo farle. L'attuale capitalismo non puo' risolvere i nostri
problemi, ma un capitalismo nuovamente disegnato, un capitalismo completato
potra' avere delle chance migliori. L'errore principale risiede nella
tendenza a porre il capitalismo su un piedistallo, come se non potessimo
toccarlo e modificarlo. La situazione attuale, con le gravi crisi legate ai
mutui subprime, al prezzo del petrolio e degli alimenti dimostra che le
crisi sono connaturate al sistema capitalistico, al suo stesso
funzionamento, e anche se oggi intervenissimo con gli strumenti piu' diversi
probabilmente ci troveremmo tra qualche anno a dover affrontare un'altra
crisi. Ma proprio per questo c'e' bisogno di espandere questo sistema,
introducendo nuovi elementi: se l'attuale sistema produce determinati
problemi, l'altro sara' in grado di rimuoverli, bilanciando l'azione del
primo.
*
- Giuliano Battiston: Piu' volte lei ha ripetuto che l'accesso al credito
dovrebbe essere incluso tra i diritti umani. Alcuni pero', per esempio
l'attivista indiana Vandana Shiva, sostengono che "i diritti non possono
essere sostituiti dal credito". Come risponde a quanti sostengono che il suo
sistema in qualche modo depoliticizza la battaglia contro la poverta'?
- Mohammad Yunus: Gli esseri umani possono vivere dignitosamente solo se la
loro vita diviene veramente loro, se gli appartiene: se non dispongono dei
soldi di cui hanno bisogno sono alla merce' degli altri, mentre se li hanno
possono risolvere autonomamente i loro problemi. Il credito, dunque, e' uno
strumento che conferisce potere politico: a questa accusa ribatto dunque che
il mio sistema fa proprio l'opposto, politicizza le persone. Si guardi alle
donne del Bangladesh a cui abbiamo concesso dei crediti: si sono costruite
un lavoro autonomo con cui guadagnano, e questo ha modificato perfino le
relazioni all'interno della famiglia. Tutto cio' e' politica: il potere di
decidere e giudicare. Quando sostengo poi che il credito dovrebbe essere
riconosciuto come un diritto umano non intendo dire che gli altri diritti
debbano essere eliminati, ma che dovrebbe essere incluso tra quelli. Ci
aspettiamo forse che il governo ci garantisca tutti i diritti? Siccome non
lo fara', intendo rivendicare il diritto a costruire da me la mia casa, a
procurarmi il cibo e un lavoro. La responsabilita' dello Stato e' quella di
creare un ambiente favorevole allo sviluppo dell'individuo e al
soddisfacimento dei diritti, non quella di nutrirmi ogni giorno, perche'
oggi lo fara' e domani se ne dimentichera', e se lo fara' sara' in cambio
della rinuncia al mio diritto al lavoro, rendendomi una persona inutile. Ma
gli esseri umani in quanto tali vogliono sviluppare le proprie creativita',
ed e' per questo che il credito e' cosi' importante. Se dovessi ordinare i
diritti umani per importanza metterei in cima a tutti il diritto al credito:
se viene garantito questo, tutti gli altri potranno essere soddisfatti piu'
facilmente.
*
Postilla biobibliografica. Dal Bangladesh agli Stati Uniti, andata e ritorno
di un Nobel
Nato nel 1940 nel Bengala orientale, in quella che era allora l'India
britannica, divenuta nel '47 parte del Pakistan e nel '71 del Bangladesh,
Mohammad Yunus si e' laureato in economia a Chittatong e si e' specializzato
negli Stati Uniti, alle universita' di Boulder, in Colorado, e di Nashville,
nel Tennessee. Tornato a Chittatong, e' divenuto direttore del dipartimento
di scienze economiche dell'universita'. Nel '77 ha fondato la Grameen Bank,
un istituto indipendente che pratica il microcredito, "sistema di
concessione di prestiti senza garanzie". Il 94% delle azioni della Grameen
Bank - ora diffusa in oltre cinquanta paesi - appartiene a coloro che
beneficiano dei prestiti. Nel 2006, Yunus e la sua banca sono stati
insigniti del Nobel per la pace. Nel febbraio 2007 ha annunciato la
creazione nel suo paese di un partito, rinunciando presto all'idea perche' -
ha detto al "Manifesto" - "ho compreso che se fossi sceso in politica la
gente avrebbe perso fiducia in me". E' autore del Banchiere dei poveri e di
Un mondo senza poverta', editi da Feltrinelli.

4. LETTURE. KEATS. VITA, POETICA, OPERE SCELTE
Keats. Vita, poetica, opere scelte, Il sole 24 ore, Milano 2008, pp. 624,
euro 12,90 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore"). A cura e con
un'ampia introduzione di Emiliano Negrini una vasta scelta dell'opera in
versi di John Keats (utilizzando come riferimento l'edizione delle Poesie a
cura di Silvano Sabbadini per Mondadori). Cosi' diceva Severino Vardacampi:
tra i misteri della mia contorta psiche c'e' anche questo, che i poeti
europei in lingua inglese dell'Ottocento mi riescono quasi tutti noiosi, e
le poetesse loro coeve al contrario mi appassionano assai. Mi dico: perche'
in quella lingua ho sentito suonare la voce di William Shakespeare e John
Donne e Coleridge; perche' in quel tempo in America quella lingua creava un
mondo nuovo; perche' poi arrivera' il Novecento di Eliot. E anche mi dico:
dalle Bronte alla Rossetti tu senti la voce delle donne che finalmente
erompe, e i verseggiatori maschi loro contemporanei ne sono al paragone
rattrappiti. Ma non mi convince. E' che Byron e' malato di byronismo, Keats
e Shelley - chiedo venia - sono schiacciati dai rispettivi ruoli
archetipici - o dallo stereotipo loro inchiodato. Eppure Keats, l'eterno
fanciullo Keats che non arrivera' neppure a trent'anni, ha non solo versi di
sublime bellezza ma anche componimenti dall'inizio alla fine perfetti.
Perfetti: e quella perfezione ti toglie il respiro, e ti commuove ancora e
ancora. E tu onoralo, dunque.

5. LETTURE. RILKE. VITA, POETICA, OPERE SCELTE
Rilke. Vita, poetica, opere scelte, Il sole 24 ore, Milano 2008, pp. 640,
euro 12,90 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore"). Curato e
introdotto da Serena Bellinello il libro presenta un'ampia selezione
dell'opera poetica rilkiana estratta dall'edizione einaudiana in due volumi
curara da Giuliano Baioni e Andreina Lavagetto. Sul praghese delle Elegie
duinesi e dei Sonetti a Orfeo cosi' si esprimeva Annibale Scarpante, al
terzo o quarto bicchiere: Sento la poetica di Rilke cosi' distante, e la sua
opera trovo al contempo cosi' affascinante: e' una poesia per la
meditazione, e una meditazione interrogante e aporetica: e in quell'aporia
fastidio ed angoscia colluttano, il sospetto di un mero gioco di parole e di
immagini e di concetti si scontra con la seduzione dell'evocazione che
aggetta; la metafisica si rivela nella sua intima dialettica o
contraddizione reale di fantasma che dilegua e di verita' che irrompe, e mai
come qui la critica materialistica fa le sue migliori prove. Trovo
insopportabile quasi tutto di Rilke, e come nei momenti d'irritazione sento
la sua poesia odiosa e vanesia, scaltra e confusa, banale e burbanzosa, nei
momenti di respiro magica la trovo, e deliziosa, splendida di grazia, e di
requie e di tensione.

6. LETTURE. SHELLEY. VITA, POETICA, OPERE SCELTE
Shelley. Vita, poetica, opere scelte, Il sole 24 ore, Milano 2008, pp. 542,
euro 12,90 (in supplemento al quotidiano "Il sole 24 ore"). Curato e
introdotto da Elisa Donin, la scelta dei testi poetici e' condotta
sull'edizione curata da Francesco Rognoni per Einaudi; in coda qualche
frammento prosastico e qualche lettera e il consueto sintetico apparato. Qui
riferiamo l'opinione attorta del nostro amico Annibale Scarpone: La breve
vita e frastagliata assai di Percy Bysshe Shelley e l'opra sua caotica e
affannata, sempre mi hanno angustiato. Ha tutto per riuscirmi antipatico, e
piu' nelle affinita' che nelle lontananze: vi trovo talvolta la smorfia di
cose che molto mi stanno a cuore, mi pare che sia sempre incerto tra le cose
piu' profonde e le piu' frivole, e quasi non c'e' opera sua che non mi
sembri in bilico tra un sguardo abissale e una ciarlataneria salottiera.
Quando riesco a liberarmi da questa ambivalenza e mi abbandono all'onda
della musica e dell'emozione allora quei versi sono come una foresta che
freme foglia a foglia. E subito dopo col cannocchiale aristotelico notomizzo
dispeptico quella testura e quella percezione e ne riesco perplesso e
fastidito. Che strano affare e' mai leggere, e che cosa assurda e' che il
canto lo si ascolti con gli occhi, e che pretesa ferrigna ed
eautontimorumena e' questa di voler scrutare nello specchio la forma delo
specchio come se essa davvero fosse qualche altra cosa oltre che il mobile,
cangiante, dileguante riflesso dell'immagine che per una goccia di tempo -
un lampo, un bisbiglio - vi si deposita; e che ridicolaggine questa
scrittura con cui cerchi di enunciare - denunciare - e a un tempo eludere
gli scacchi della tua coscienza, e del linguaggio, e delle strutture che
trattengono dal baratro e insieme discerpano, straziano, incancreniscono.
Cosi' diceva Annibale Scarpone, qualunque cosa volesse dire.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 527 del 25 luglio 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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