Nonviolenza. Femminile plurale. 193



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 193 del 10 luglio 2008

In questo numero:
1. A Campobasso l'11 luglio
2. Maria Mataluno: Maria Zambrano (2003)
3. Un estratto da "Padre padrone padreterno" di Joyce Lussu
4. "Leggendaria" estate 2008
5. Ida Dominijanni presenta "Il doppio si'" del Gruppo lavoro della Libreria
delle donne di Milano
6. Cristina Reggio presenta "Per non voltare pagina" di Anna D'Elia

1. INCONTRI. A CAMPOBASSO L'11 LUGLIO
[Da varie persone e associazioni amiche riceviamo e diffondiamo]

Venerdi' 11 luglio, alle ore 18,  presso la Caffetteria equosolidale
"Morelia", in via monsignor Bologna 15/D, a Campobasso, verra' presentato il
saggio di Barbara Spinelli, Femminicidio. Dalla denuncia sociale al
riconoscimento giuridico internazionale, Franco Angeli, Milano 2008.
L'evento e' organizzato dall'associazione culturale "il bene comune",
dall'associazione di donne "Inanna" di Isernia e dalla cooperativa
"Morelia".  Seguira' dibattito con l'autrice.
*
Perche' un libro sul femminicidio? Per raccontare le origini e la storia di
questo recentissimo neologismo, ormai sempre piu' diffuso anche nel nostro
paese con riferimento alla strage delle donne di Ciudad Juarez, in Messico.
L'autrice documenta la nascita del termine femminicidio, antecedente a tali
fatti, e spiega come esso sia stato adottato dalle donne centroamericane per
veder riconosciuti e rispettati i propri diritti umani, in particolare
quello ad una vita libera da qualsiasi forma di violenza. Femminicidio e' la
violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la
donna "in quanto donna", perche' non rispetta il ruolo sociale impostole.
L'autrice illustra, inoltre, le tesi elaborate in Centroamerica sulle cause
del femminicidio ed espone i meccanismi di indagine e di denuncia, i dati
risultanti dalle ricerche locali, le politiche sviluppate sulla loro base,
la conseguente richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come
specifico reato e come crimine contro l'umanita'. Nel volume si mette in
luce l'alleanza tra donne e Ong a tutela dei diritti umani per inchiodare lo
stato messicano alle sue responsabilita' per i massacri di donne a Ciudad
Juarez.
Ora, grazie alla copertura mediatica del caso messicano, il femminicidio non
rappresenta piu' solo una specificita' centroamericana, ma ha assunto una
valenza generale, uscendo dall'ambito importante, ma ristretto, della
descrizione di un fenomeno locale per costruirsi come concetto giuridico, di
rilevanza interna e internazionale.
Il percorso di riconoscimento del femminicidio come crimine contro
l'umanita', ora preso in considerazione anche a livello europeo, ha una
valenza universale: consente di individuare il filo rosso che segna, a
livello globale, la matrice comune di ogni forma di violenza e
discriminazione contro le donne, ovvero la mancata considerazione della
dignita' delle stesse come persone. Non rispettare i diritti delle donne
lede l'umanita' tutta: tale affermazione pone le basi per la costruzione di
relazioni sociali diverse, incentrate sulla persona in quanto tale e sul
rispetto reciproco a prescindere da ogni forma di diversita', sia essa
sessuale, etnica, giuridica o ideologica.
Barbara Spinelli, praticante avvocato, collabora con l'associazione dei
Giuristi democratici a livello nazionale ed internazionale e con la Rete
femminista. Le sue ricerche riguardano soprattutto le politiche di contrasto
alla violenza e alle discriminazioni di genere e il femminicidio nel mondo.
Oltre a numerosi articoli per quotidiani e testate specialistiche, sul tema
ha redatto per i Giuristi democratici il dossier "Violenza sulle donne:
parliamo di femminicidio. Spunti di riflessione per affrontare a livello
globale il problema della violenza sulle donne con una prospettiva di
genere".
*
Per ulteriori informazioni: Pina Di Cienzo, tel. 3333966307; "Il bene
comune", tel. 0874317677, e-mail: redazione at ilbenecomune.it, sito:
www.ilbenecomune.it; Associazione "Inanna" di Isernia, tel. 3396536555;
Cooperativa "Morelia", e-mail: coop.morelia at gmail.com

2. PROFILI. MARIA MATALUNO: MARIA ZAMBRANO (2003)
[Dal quotidiano "Il giornale di Brescia" del 30 luglio 2003 col titolo "Le
donne e la filosofia: Maria Zambrano. Una pensatrice 'sanguigna' come la sua
Spagna. Tutta la forza della terra iberica nelle idee di Maria Zambrano".
Maria Mataluno e' giornalista, saggista, operatrice culturale.
Maria Zambrano, insigne pensatrice spagnola (1904-1991), allieva di Ortega y
Gasset, antifranchista, visse a lungo in esilio. Tra le sue opere tradotte
in italiano cfr. almeno: Spagna: pensiero, poesia e una citta', Vallecchi,
Firenze 1964; I sogni e il tempo, De Luca, Roma 1964; Chiari del bosco,
Feltrinelli, Milano 1991; I beati, Feltrinelli, Milano 1992; La tomba di
Antigone. Diotima di Mantinea, La Tartaruga, Milano 1995; Verso un sapere
dell'anima, Cortina, Milano 1996; La confessione come genere letterario,
Bruno Mondadori, Milano 1997; All'ombra del dio sconosciuto. Antigone,
Eloisa, Diotima, Nuova Pratiche Editrice, Milano 1997; Seneca, Bruno
Mondadori, Milano 1998; Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna 1998.
L'agonia dell'Europa, Marsilio, Venezia 1999. Dell'aurora, Marietti, Genova
2000; Delirio e destino, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000; Persona e
democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000; L' uomo e
il divino, Edizioni Lavoro, Roma 2001; Le parole del ritorno, Citta' Nuova,
Roma 2003. Opere su Maria Zambrano: un buon punto di partenza e' il volume
monografico Maria Zambrano, pensatrice in esilio, "Aut aut" n. 279,
maggio-giugno 1997, e il recente libro di Annarosa Buttarelli, Una filosofa
innamorata. Maria Zambrano e i suoi insegnamenti, Bruno Mondadori, Milano
2004; ci permettiamo di segnalare anche, nel nostro stesso notiziario, i
testi di Elena Laurenzi e di Donatella Di Cesare riprodotti nei nn. 752, 754
e 805, e "Nonviolenza. Femminile plurale" n. 11, monografico su Maria
Zambrano]

Maria Zambrano aveva gia' deciso di abbandonare la filosofia quando, una
mattina di maggio, un raggio di sole penetro' attraverso una tendina
nell'aula dell'Universita' di Madrid dove seguiva una lezione di Xavier
Zubiri. Mentre il filosofo era intento a spiegare le Categorie di
Aristotele, Maria, colpita in volto da quel fascio di luce, si senti' invasa
da una sorta di rivelazione, o meglio, da una "penombra toccata d'allegria".
Capi' allora che non aveva nessuna ragione per abbandonare la filosofia, ma
che anzi proprio in quella penombra - del cuore, piu' che della mente -
avrebbe trovato un nuovo punto di partenza per la sua riflessione. L'estate
seguente s'immerse nella lettura dell'Etica di Spinoza e della terza Enneade
di Plotino.
Profondamente radicata nella temperie intellettuale della Spagna del suo
tempo e orgogliosa delle sue radici europee, sensibile interprete del
pensiero di Unamuno e della poesia di Machado, Maria Zambrano trascorse la
sua giovinezza tra Malaga e Madrid, dove si laureo' in filosofia sotto l'ala
protettrice di Ortega y Gasset e di Zubiri e lavoro' come assistente
all'universita' dal 1931 al '36, riuscendo ad aprirsi faticosamente una
strada in un ambiente fortemente maschilista e in un'epoca in cui una
filosofa "era quasi una donna barbuta, un'eresia, una curiosita' da circo".
La sua vita fu costellata da una serie di crisi, che descrive
nell'autobiografia Delirio e destino: la prima fu quella "malattia creativa"
che tra il 1928 e il 1929 la spinse a isolarsi e a interrompere gli studi.
La seconda, la piu' densa di conseguenze per la sua vita e il suo pensiero,
fu rappresentata dall'esilio: dopo aver partecipato alla guerra civile, nel
'39 Maria dovette fuggire dalla Spagna caduta nelle mani dei franchisti.
Comincio' allora una peregrinazione che in quarantacinque anni la porto' dal
Cile al Messico, da Parigi a Roma - nelle due capitali europee strinse
rapporti di amicizia con intellettuali come Cioran, Sartre, Camus, Moravia e
Cristina Campo -, da Cuba a Puerto Rico, dal Giura francese alla Svizzera;
finche', negli anni Ottanta, non ritorno' a Madrid, dove rimase per il resto
della sua vita scrivendo e insegnando.
L'esilio fu da lei vissuto come un'esperienza limite: in quell'essere
"gettati nel mondo", abbandonati a un "deserto senza frontiere" per una
scelta non propria, credette di riconoscere l'essenza stessa della
condizione umana. "Non concepisco la mia vita senza l'esilio che ho
vissuto - scrivera' nel 1989 -. L'esilio e' stato la mia patria, come la
dimensione di una patria sconosciuta ma che, una volta conosciuta, diventa
irrinunciabile... Credo che l'esilio sia una dimensione essenziale della
natura umana, ma dicendo questo mi mordo le labbra, perche' vorrei che non
ci fossero esseri esiliati, ma che tutti fossero esseri umani e al tempo
stesso cosmici, che non si conoscesse l'esilio".
Altrettanto dolorosa ma anche altrettanto feconda fu per Maria la terza
crisi: il "parricidio" nei confronti del suo maestro, Ortega y Gasset.
Nemica di ogni sistema filosofico, che considerava "un castello di ragioni,
muraglia chiusa del pensiero di fronte al vuoto", Maria Zambrano dedico'
tutti i suoi sforzi intellettuali alla costruzione di un pensiero vivente,
capace di confrontarsi con la realta' umana in tutta la sua interezza, di
esplorare non solo il mondo della razionalita' e del pensiero, ma anche
quello del cuore, del "logos che scorre nelle viscere". "Il pensiero, a
quanto sembra, tende a farsi sangue. O forse e' che il sangue deve
rispondere al pensiero, come se l'atto piu' puro, libero, disinteressato
compiuto dall'uomo dovesse essere pagato, o quanto meno legittimato, da
quella 'materia' preziosa tra tutte, essenza della vita, vita stessa che
scorre nascosta". Ortega y Gasset l'accuso' di "mancanza di obiettivita'".
Ma alla trasparente razionalita' del cogito cartesiano Maria continuo' a
opporre con determinazione il cuore, con la sua oscurita' e il suo mistero;
davanti al sole della ragione metteva l'aurora, promessa di luce che emerge
dalle tenebre della notte e di esse reca ancora in se' le tracce. "La prima
cosa che avvertiamo nella vita del cuore - scrisse - e' la sua condizione di
oscura cavita', di recinto ermetico; e' viscere, interiora. Il cuore e' il
simbolo e la massima rappresentazione di tutte le viscere della vita, il
viscere in cui tutte trovano la loro unita' definitiva e la loro nobilta'...
Il cuore e' il viscere piu' nobile perche' porta in se' l'immagine di uno
spazio, di un dentro oscuro, segreto e misterioso che, in alcune occasioni,
si apre".
Per conoscere una simile realta' occorre elaborare una nuova forma di
sapere, un sapere dell'anima, che non e' tanto una disciplina
intellettuale - le domande a cui esso tenta di rispondere non sono "che cosa
e' il mondo?" o "che cosa sono le cose", ma "chi sono io?", "da dove
vengo?", "qual e' il mio destino?" -, quanto un'attitudine a unificare l'uno
col molteplice, l'essere con la vita, l'uguaglianza con la differenza.
A questo scopo possono essere utili, secondo Maria Zambrano, la confessione
e la scrittura, alle quali dedico' le sue pagine piu' originali. Come la
confessione rappresenta la possibilita' di ricostruire la propria identita'
raccontandosi a un interlocutore privilegiato, cosi' la scrittura e' un
mezzo grazie al quale l'uomo rende comunicabile il proprio sapere piu'
intimo, qualcosa che non sa chiarire fino in fondo, ma che deve comunicare
ad altri, lasciando che siano essi ad attribuirle un senso. Non si tratta
solo di una necessita', ma anche di un dovere, di un obbligo di fedelta'
verso cio' che e' nascosto e che chiede di venire alla luce. "Scrivere - si
legge in un testo del 1961 - e' difendere la solitudine in cui ci si trova,
e' un'azione che scaturisce unicamente dall'isolamento effettivo, non
comunicabile, nel quale proprio per la lontananza da tutte le cose concrete,
si rende possibile una scoperta dei rapporti tra di esse".
Lo stesso principio che e' alla base della letteratura e', secondo Maria
Zambrano, anche il motore della vita politica. Come la scrittura nasce dal
desiderio dell'anima di essere "tratta fuori dal silenzio", cosi' lo spazio
della democrazia ha origine dal "desiderio di forma" di chi si sente
umiliato o emarginato, come le donne. La democrazia non promette alcuna
utopia, ma solo la possibilita' di prendere parte al gioco comune, cosi'
come il singolo orchestrale partecipa all'esecuzione di una sinfonia. Per
questo "l'ordine di una societa' democratica e' piu' ricerca di un ordine
musicale che architettonico". La vera rivoluzione, dunque, sarebbe far si'
che la storia, catena di violenze che generalmente prende inizio da un atto
di fondazione, un giorno nascesse invece dalla musica, ossia da un ordine
che armonizza la complessita' e la diversita' nella sapiente architettura
del contrappunto.

3. LIBRI. UN ESTRATTO DA "PADRE PADRONE PADRETERNO" DI JOYCE LUSSU
[Dal sito www.tecalibri.it riprendiamo i seguenti estratti dal libro di
Joyce Lussu, Padre padrone padreterno. Breve storia di schiave e matrone,
villane e castellane, streghe e mercantesse, ploletarie e padrone, Mazzotta,
Milano 1976.
Joyce Lussu, nata da una famiglia di intellettuali antifascisti, esule fin
dall'infanzia, compagna di Emilio Lussu, impegnata nella lotta contro il
fascismo, per i diritti dei popoli, nel movimento femminista ed in quello
ambientalista. Scrittrice, traduttrice. Una straordinaria figura di
militante e di intellettuale. E' scomparsa nel 1998. Opere di Joyce Lussu:
segnaliamo particolarmente Fronti e Frontiere, Laterza, Bari 1967. Opere su
Joyce Lussu: Silvia Ballestra, Joyce L., Baldini & Castoldi, Milano 1996.
Dal sito www.joycelussu.org riprendiamo la seguente notizia biografica:
"Joyce Lussu nasce come Gioconda Salvadori a Firenze, l'8 maggio 1912, da
genitori marchigiani, entrambi con ascendenze inglesi. Il padre,Guglielmo
Salvadori, docente universitario e primo traduttore del filosofo Herbert
Spencer, malmenato e piu' volte minacciato dalle camicie nere, fu costretto
all'esilio in Svizzera nel 1924, e con lui la moglie Giacinta, i due figli
maggiori Max e Gladys, e la piccola Joyce. Joyce vivra' cosi' all'estero gli
anni dell'adolescenza, in collegi ed ambienti cosmopoliti, maturando
un'educazione non formale, ispirata agli interessi della famiglia per la
cultura, l'impegno politico e la propensione alla curiosita', al dialogo, ai
rapporti sociali. Con i fratelli, comunque, ufficializzera' questo originale
percorso conoscitivo, ottenendo la licenza di liceo classico con esami da
privatista nelle Marche, tra Macerata e Fermo. Ad Heidelberg, mentre segue
le lezioni del filosofo Karl Jaspers, vede nascere, con allarmata e critica
vigilanza, i primi sintomi del nazismo. Si sposta, quindi, in Francia e in
Portogallo, e si licenzia in Lettere alla Sorbona di Parigi e in Filologia a
Lisbona. Tra il 1933 e il 1938 e' in piu' zone dell'Africa; l'interesse
partecipe per la natura e per lo sfruttamento colonialistico di genti e
paesi, resteranno, da adesso in avanti, motivazioni fortemente legate alla
sua scrittura ed alla sua vita in genere. I primi testi poetici
significativi si possono collocare in questo periodo, e di Liriche (1939 ed.
R. Ricciardi) sara' curatore eccellente Benedetto Croce, affascinato anche
dalla carica vitale della giovanissima scrittrice. In una sua recensione su
"La Critica" (fasc. II, 1939), ne evidenziera' la laica capacita' di
rapportarsi con coraggio al dolore del vivere, e la forza dei paesaggi e
delle scene che "si sono fatte interne, si sono fuse con la sua anima".
Intanto il tempo della Storia incalza. Insieme al fratello Max, Joyce entra
a far parte del movimento "Giustizia e Liberta'" e nel 1938 incontra Emilio
Lussu - mister Mill, per gli organizzatori della Resistenza in esilio,
compagno e marito da ora in poi fino alla sua morte - e con lui vive la
drammatica e spericolata vicenda della clandestinita', nella lotta
antifascista. La Francia occupata dai nazisti, la Spagna, il Portogallo, la
Svizzera, l'Inghilterra, saranno il teatro di rischiose missioni, passaggi
oltre confine, falsificazioni di documenti, corsi di guerriglia...
Raggiunto, in questa militanza nelle formazioni di G. L., il grado di
capitano, nel dopoguerra verra' decorata di medaglia d'argento al valor
militare. In Fronti e Frontiere - 1946 - lei stessa raccontera', in forma
autobiografica, le dure e al tempo stesso avventurose esperienze di questo
periodo: sara' un libro di grande successo. A liberazione avvenuta, vive da
protagonista i primi passi della Repubblica Italiana ed il percorso del
Partito d'Azione, fino al suo scioglimento. Promotrice dellÌ'Unione Donne
Italiane, milita per qualche tempo nel Psi e nel 1948 fa parte della
direzione nazionale del partito; preferira', tuttavia, tornare ad occuparsi
di attivita' culturali e politiche autonome, insofferente di vincoli e
condizionamenti d'apparato. Dal 1958 al 1960, continuando a battersi nel
segno del rinnovamento dei valori libertari dell'antifascismo, spostera' il
suo orizzonte di riferimento nella direzione delle lotte contro
l'imperialismo. Sono gli anni dei viaggi con organizzazioni internazionali
della pace, con movimenti di liberazione anticolonialistici; e per conoscere
le situazioni storico-culturali del "diverso", si occupera' della poesia
lontana ed, in un certo senso, estranea all'antica cultura dell'Occidente,
quella degli "altri", dalla quale era fortemente attratta perche' la sentiva
strumento unico, rapido ed efficace di conoscenza. Traduce, quindi, da poeti
viventi, alternativi, non letterati, spesso provenienti dalla cultura orale:
albanesi, curdi, vietnamiti, dell'Angola, del Mozambico, afroamericani,
eschimesi, aborigeni australiani... Fu una splendida avventura, umana e
letteraria, in cui la comunicazione derivo' non dalla conoscenza filologica
di grammatiche e sintassi, quasi sempre inesistenti, ma dal rapporto diretto
poeta con poeta, dalle lingue di mediazione, dai gesti, dai suoni, dal
dolore cupo di sofferenze antiche ed ingiuste. La sua traduzione delle
poesie del turco Nazim Hikmet - a tutt'oggi tra le piu' lette in Italia - e'
un esempio eccellente per tutte. Fu cosi' naturale partecipare attivamente
alle mobilitazioni in favore di perseguitati politici, quali l'angolano
Agostinho Neto ed Hikmet, appunto, tanto per fare alcuni nomi. Proprio
attraverso quest'ultimo verra' a conoscenza del problema curdo, "un popolo
costretto a vivere da straniero nel suo territorio", come scrivera' in
Portrait (1988, Transeuropa). E in un viaggio epico, dopo essere passata
spavaldamente indenne attraverso le pastoie della burocrazia irachena, ed
aver ottenuto dal Presidente, generale Aref in persona, un lasciapassare,
raggiunse il Kurdistan e conobbe il valoroso popolo che lo abitava e i suoi
eroi di allora: Jalal Talabani con i mitici guerrieri peshmarga', ed il
"Mollah Rosso" Mustafa' Barzani. Era la meta' degli anni Sessanta e da
allora la causa del popolo curdo divenne la causa di Joyce, che la porto'
nel mondo e, soprattutto, nelle scuole. Dall'esperienza terzomondista
derivo', cosi', dagli anni Settanta in poi, l'impegno alla riscoperta e
valorizzazione dell'"altra storia": quella delle sibille e delle streghe,
dei movimenti pacifisti, delle tradizioni locali devastate dalla
globalizzazione, dando vita a molti progetti frutto della sua visione
critica del divenire e delle sue intuizioni profetiche, che il tempo e gli
studi avrebbero verificato esatte ed eccezionalmente attuali. Dedichera' una
parte fondamentale della sua straordinaria carica vitale al rapporto con i
giovani, nell'ipotesi di un futuro di pace, da costruire con impegno
sistematico e conoscenze adeguate del passato, degli errori, delle violenze
e delle ingiustizie che non dovevano ripetersi. Se conservera', allora, una
certa diffidenza nei confronti delle istituzioni e delle persone che le
rappresentano, riporra' pero' massima fiducia ed apertura verso le nuove
generazioni; per questo fino alla primavera del 1998 ha occupato una parte
notevole del suo tempo in scuole di ogni ordine e grado, animando incontri
che incrociavano percorsi di storia, poesia, autobiografia, progettualita'
sociale. E' morta a Roma il 4 novembre 1998, all'eta' di 86 anni"]

Indice del volume
Essere donna; Civilta'?; Schiave e matrone; Villane e castellane; Streghe e
mercantesse; Proletarie e padrone; Domani?
*
Da pagina 7 e seguenti
Essere donna
Essere donna, l'ho sempre considerato un fatto positivo, un vantaggio, una
sfida gioiosa e aggressiva. Qualcuno dice che le donne sono inferiori agli
uomini, che non possono fare questo e quello? Ah, si'? Vi faccio vedere io!
Che cosa c'e' da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno, lo posso
fare anch'io. E in piu', so fare anche un figlio.
Dei miei genitori, mia madre mi era piu' vicina; mi appariva saggia,
equilibrata e sicura, percio' potevo dirle tutto e i suoi giudizi contavano
moltissimo per me. Ma amavo molto anche mio padre: mi piaceva l'odore della
sua barba e l'eleganza delle sue lunghe gambe, e la sua tenerezza quando mi
baciava i capelli dicendo che sapevo di capretta selvatica; questo quando
era di buon umore; quando era di cattivo umore, era un disastro; ma non se
la prendeva mai con me. Quanto ai metodi pedagogici, mia madre diceva che ce
n'erano due: o si educano i bambini alle discipline dell'autocontrollo con
indefettibile costanza, o, con altrettanta costanza, si viziano
completamente: l'importante e' non confondere o alternare i due metodi. Io
ero viziata e felice.
In famiglia, non vi era differenza di educazione tra il maschio e le due
femmine: avevamo gli stessi giocattoli, studiavamo le stesse cose,
collaboravamo alle faccende domestiche (mio fratello e' tuttora un allenato
pulitore di pavimenti), uscivamo liberamente senza che ci rintronassero le
orecchie di frasi tipo: che hai fatto? dove sei stata? con chi sei stata?
Essendo mio padre e mia madre dei liberi pensatori, non ci avevano
battezzato, e non eravamo frastornati da forme di terrorismo psicologico o
ideologico; non ci sentivamo minacciati ne' dall'Uomo Nero ne' da un
poliocchiuto padreterno pronto a saltarci addosso anche per le marachelle
vittoriosamente sottratte al controllo degli adulti. Da quando avevo sei
anni, cominciarono a raccontarmi le storie delle religioni, come leggende di
questo mondo, e non di un altro mondo, astorico ed ultraterreno. Accanto
all'Orlando Furioso ed all'Odissea, c'erano in casa il Corano e la Bibbia, i
discorsi di Gautama Budda e gli apologhi di Lao-tse, e mio padre, che aveva
una bella dizione sonora, ce ne leggeva i brani piu' immaginosi, come una
qualsiasi narrativa di tempi trascorsi. Dai dodici anni, quando andammo in
esilio in Svizzera dopo l'assalto degli squadristi fiorentini, mia madre mi
porto' a visitare le chiese delle piu' varie religioni che c'erano a
Ginevra: e mi parvero dei luoghi pittoreschi e barbarici, decisamente
offensivi per la dignita' femminile. Nelle sinagoghe, c'era tutto l'Antico
Testamento dominato da orrendi vecchiacci, dal dio degli eserciti ai
patriarchi pronti a sgozzare il proprio bambino, a vendere la moglie al
faraone o a cacciarla col figlio a morire di sete nel deserto. Nelle chiese
ortodosse, c'erano le grate dietro cui venivano relegate le donne, che non
potevano avvicinarsi all'altare perche' "impure"; mentre "puri" erano, chi
sa perche', i grassi pope barbuti col naso gonfio e venato dagli abusi
alcolici. Nella moschea, le donne venivano addirittura lasciate fuori
insieme alle scarpe dei fedeli, e solo le turiste infedeli potevano entrare
in certe ore morte per ammirare i sontuosi tappeti sui quali si
prosternavano gli uomini, al fine di meritarsi un paradiso pieno di battone.
Da una chiesa calvinista, lustra grandiosa e austera come la Banca Nazionale
Svizzera, dove signore e signori impeccabilmente vestiti intonavano con
qualche stonatura un salmo di Davide, io ed altri tre ragazzi fummo cacciati
via da un impeccabile usciere in abito scuro, probabilmente perche' eravamo
mal vestiti e non corrispondevamo al suo modello di adolescenti timorati di
Dio. Nella chiesa cattolica, mi parve particolarmente insultante la
posizione della madonna, subordinata al Grande Monarca e buona solo a
passare raccomandazioni, con annessa l'oscena concezione del peccato
originale e il turpiloquio contro la femmina. Perche', dal papa all'ultimo
prete, i gestori della divinita' dovevano essere forniti di coglioni?
Perche' la donna, per entrare in chiesa, deve mettersi un velo in testa?
Nascondere la testa, spiegava mia madre, e' in ogni civilta' simbolo di
soggezione: la donna libera porta i capelli al vento.
La comunita' quacchera era la sola in cui uomini e donne fossero pari; le
donne portavano delle cuffiette semplici e graziose, gli uomini dei cappelli
tondi, si sedevano tutti su panche di legno in un locale disadorno senza
altare e senza pulpito, e tacevano meditando finche' qualcuno, uomo o donna,
non si sentiva ispirato a prender la parola per commentare le sacre
scritture; finche' stavano zitti erano simpatici, creavano un'atmosfera; ma
i commenti letterali della Bibbia erano di una legnosa ottusita'. Mia madre
mi spiego' che per loro Giona era vissuto realmente nel ventre della balena,
per poi essere risputato vivo sulla spiaggia; io pensai alle avventure di
Pinocchio e di Geppetto, e l'atmosfera mistica crollo' di colpo.
Dopo questi ed altri chiarimenti, uscii dallo stato di adolescente femmina
per entrare nel mondo degli adulti col bagaglio di alcuni punti di vista
trasmessi dall'educazione: che la donna ha le identiche capacita' dell'uomo
di realizzarsi come essere umano; che si acquista dignita' sviluppando
l'intelligenza e non circondandosi di oggetti costosi; che la cultura e la
coscienza politica sono la stessa cosa; che bisogna guadagnarsi il pane al
piu' presto per non dipendere da altri; che i rapporti amorosi con l'altro
sesso non hanno nessuna connessione coi problemi economici e la sicurezza
sociale, che sono straordinariamente belli e importanti e coinvolgono, non
solo le sensazioni e i sentimenti, ma anche tutte le componenti morali,
politiche, ideali ecc. della personalita'.
La mia permanente tendenza a non farmi escludere, perche' donna, da nessuna
attivita' o conseguimento possibile agli uomini, non era affatto
un'aspirazione a mascolinizzarmi. Il bello era appunto agire come donna,
sentendomi sempre piu' donna, e apprezzando sempre di piu' le diversita' e
le complementarita' con l'altro sesso. Un essere umano completo, ha detto
qualcuno, e' un uomo e una donna che s'intendono fino in fondo. L'erotismo,
che fa dei corpi puri oggetti senza tenerezza e senza amicizia, e'
un'esercitazione povera e disumanizzante. L'omosessualita', che non trae dal
piu' totale dei rapporti umani tutta la ricchezza che da' appunto la
diversita', con quel tanto d'imprevedibile, di mai completamente conosciuto
e posseduto che stimola l'allegria della ricerca e dell'illusione poetica,
non aveva nessuna attrattiva; se pure, nutrita di studi classici e di
Conviti di Platone, non mi era mai stata indicata come un crimine o una
malattia.
Con le donne, simili e prevedibili, ho sentito sempre una solidarieta'
profonda, una possibilita' di amicizia senza diaframmi; purche'
naturalmente, non fossero reazionarie o borghesemente frivole ed ottuse. Per
quanto non avessi subito le repressioni alle quali la maggioranza era ancora
soggetta, ero assai consapevole che una liberazione a titolo personale non
esiste, e che o ci si libera tutte o nessuna e' libera. Avendo fiducia in me
stessa, l'avevo nelle altre donne. Ma perche' avrei dovuto prendermela
particolarmente con gli uomini, come facevano le femministe che anche allora
erano molto attive soprattutto nell'Europa del Nord, attribuendo a loro
tutti i mali del mondo? La rabbia contro l'ingiustizia, la violenza, lo
sfruttamento, trovava uno sbocco globale nella lotta politica contro il
fascismo, nella quale ero impegnata con tutta la mia famiglia. E in questa
lotta, di donne, come di uomini, ce n'erano di qua e di la'. Larghe fasce di
donne della piccola e dell'alta borghesia nutrivano un odio feroce contro il
movimento operaio e contribuivano all'ascesa del fascismo. Vi erano donne
nella direzione del partito fascista, come la celebre marchesa Casagrande,
vi erano donne nella squadracce fasciste e anche squadracce di sole donne,
con camicie nere e bastoni piombati, e signore che applaudivano
freneticamente gli attacchi squadristici ai cortei dei lavoratori e alle
sedi delle Leghe, togliendosi gli spilloni dai cappelli per ficcarli negli
occhi dei "rossi". C'era Margherita Sarfatti, scrittrice e intellettuale,
ninfa egeria del duce e inventrice dei miti che dettero forma al fascismo. E
le Madri, le Vedove, le Orfane dei caduti in guerra, che scavavano dal
cadavere del loro morto ammazzato onori e prebende ("il suo vero grande
dolore", diceva mia madre di una dama nazionalfascista avida di Altari della
Patria, "e' di non aver perso un figlio in guerra").

4. RIVISTE. "LEGGENDARIA" ESTATE 2008
[Dalla redazione di "Leggendaria" (per contatti: tel. 0630999392, e-mail:
leggendaria at supereva.it, sito: www.leggendaria.it) riceviamo e diffondiamo]

E' in liberia dal 10 luglio 2008 il fascicolo monografico "il giardino"
della rivista "Leggendaria", n. 69, 76 pagine, 10 euro.
*
Nello "speciale" di questo numero di "Leggendaria" pubblichiamo un
recentissimo testo di Arundhati Roy - curato e tradotto per noi da Laura
Corradi - sugli indizi e i segnali di possibili genocidi che si colgono in
piu' parti del mondo: "Ascoltando le cavallette", per cercare di prevenire
un "genocidio che verra'" se non saremo sufficientemente vigili, ci dice la
grande scrittrice indiana.
Il "tema" del numero, curato da Francesca Neonato, e' dedicato al giardino:
abbiamo raccolto una serie di storie, resoconti di iniziative dettate dalla
passione per la bellezza e la ricerca di un rapporto profondo con la natura.
Donne (e uomini) che si prendono cura di giardini, e giardini che a loro
volta curano ferite del corpo e dell'anima. Simbolo universale, topos di
miti, spazio del possibile e del divenire, l'idea e le pratiche del giardino
su cui ci siamo soffermate sono profondamente intessute dei materiali
bollenti del nostro presente: la medicina, la cura di se', il rapporto con
l'altro - e le narrative che producono.
Da segnalare le rubriche: "politica" - firmata questa volta dalla direttora
Anna Maria Crispino - si interroga sul rapporto su femminismo e sinistra;
mentre  "graphic" di Loredana Lipperini ci assicura che non tutti i manga
vengono per nuocere.
Particolarmente ricca la sezione di "primopiano" su questo numero estivo:
spaziamo dai diari di viaggio di Vita Sackville-West, al nuovo fenomeno
editoriale degli audiolibri; dalla riflessione sulla fantascienza femminista
a come narrare l'indicibilita' del dolore per la morte della madre; dal
nuovo importante testo di Rosi Braidotti, tutto centrato sul rapporto tra
etica e politica, a romanzi che riescono a sorprenderci e farci pensare.
In "letture" e "ultimi arrivi" ottimi suggerimenti per la lista della spesa
da fare in libreria prima di partire per le vacanze, senza dimenticare i
piccoli lettori e le piccole lettrici, con "Under 15".
*
"Leggendaria", redazione e amministrazione: via Giulio Galli 71/B-2, 00123
Roma, tel. 0630999392, e-mail: leggendaria at supereva.it, sito:
www.leggendaria.it

5. LIBRI. IDA DOMINIJANNI PRESENTA "IL DOPPIO SI'" DEL GRUPPO LAVORO DELLA
LIBRERIA DELLE DONNE DI MILANO
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'8 luglio 2008 col titolo "Lavoro, il
doppio si' delle donne".
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia
sociale all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di
liberta', Angeli, Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania
Giorgi), Si puo', Manifestolibri, Roma 2005]

Nel pieno della discussione sulle ragioni della sinistra, che da piu' parti
prova a rimettere al centro dell'agenda teorica e pratica la rilettura del
lavoro, arriva a fagiolo l'ultimo quaderno di "Via Dogana", la rivista della
Libreria delle donne di Milano, che sotto il titolo Il doppio si' indaga
l'esperienza femminile del lavoro, interpretandola non come un tassello
specifico ma come un segno paradigmatico delle trasformazioni che stanno
investendo il mondo del lavoro nel suo complesso ("Gruppo lavoro" della
Libreria delle donne di Milano, Il doppio si'. Lavoro e maternita', Quaderni
di Via Dogana 2008. Testi di Pinuccia Barbieri, Maria Benvenuti, Vanna
Chiarabini, Lia Cigarini, Giordana Masotto, Silvia Motta, Oriella Savoldi,
Lorenza Zanuso). Non e' la prima volta: gia' due precedenti quaderni (Parole
che le donne usano e Tre donne e due uomini parlano del lavoro che cambia)
avevano messo a fuoco il tema, l'angolatura e il metodo. Questo terzo
approfondisce il discorso, gli da' profondita' storica e lo aggancia a uno
spostamento della soggettivita' femminile che mostra come il mutamento in
corso non sia figlio soltanto delle trasformazioni del capitale e del
mercato, ma anche e in primo luogo dell'onda lunga del femminismo.
Il doppio si' che emerge dall'ascolto e dall'analisi in profondita', secondo
il metodo dell'autocoscienza, dell'esperienza di una trentina di lavoratrici
che hanno scelto il tempo parziale (insegnanti, impiegate, professioniste,
operaie, sindacaliste), e' il duplice desiderio di lavorare e di vivere la
maternita' senza che il primo sia di impedimento al secondo o viceversa. Uno
spostamento rilevante rispetto a quando, negli anni '70 e '80, il primo
massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro le costringeva a fare
le equilibriste della "doppia presenza" in ufficio, o in fabbrica o a
scuola, e in famiglia, portando moltissime a dire un solo si', al lavoro, e
un no, alla maternita', e provocando, come scrive Lorenza Zanuso, "una
riduzione della fecondita' piu' veloce e piu' drastica in Italia che in
tutto il mondo occidentale". Fu il prezzo pagato all'inserimento in un
"ordine" del lavoro che prevedeva una dedizione a tempo pieno negli anni
centrali della vita - salvo poi il ritorno a tempo pieno in famiglia una
volta varcata la soglia dei cinquant'anni. Oggi, viceversa, il doppio si'
porta le donne a reinventarsi le strategie di lavoro e di vita, rinegoziando
i tempi del lavoro e i suoi criteri, monetari e qualitativi, di
riconoscimento e valorizzazione. Da qui le richieste di lavorare a tempo
parziale o flessibile, e da qui la riscrittura del proprio percorso
lavorativo non come "carriera" lineare e progressiva, ma come progetto
composito, "in cui possano convivere riconoscimenti professionali e
affettivi, lavoro di produzione e di riproduzione, tempi di applicazione e
tempi di acquisizione di nuove conoscenze".
Questo spostamento della soggettivita' - che Lia Cigarini riconduce alla
profonda rivoluzione del senso della maternita', da destino a libera scelta,
operata dal femminismo - e' coestensivo a una trasformazione del mondo del
lavoro che vede crescere contemporaneamente l'occupazione femminile
qualificata e i lavori cosiddetti "atipici". Quale relazione c'e' fra i due
fenomeni? E' nota l'interpretazione prevalente a sinistra: la
femminilizzazione e' gemella della precarizzazione del lavoro; e le
composite strategie di vita e di lavoro delle donne sono un segno di
debolezza e di ricattabilita'. Ed e' precisamente questo il luogo comune che
questo quaderno di "Via Dogana", come gia' i precedenti, intende smontare,
in tre mosse. Primo: il doppio si' delle donne alla produzione e alla
riproduzione, non e' solo una doppia fatica, tantomeno e' un doppio
svantaggio, viceversa e' un "doppio sapere" che esse portano nel mondo del
lavoro e che tende a sanare la cesura alienante che separa lavoro e vita.
Secondo: bisogna smetterla di parlare di lavoro femminile in termini secondi
o aggiuntivi rispetto alla concezione del lavoro ereditata dal fordismo
maschile: "la centralita' dell'esperienza femminile nel lavoro della
post-modernita' interpella tutta la societa', mette in questione gli assetto
del mercato del lavoro e i sistemi di welfare, forza i confini dei discorsi,
dell'organizzazione e della valorizzazione del lavoro tradizionalmente
inteso". Terzo e di conseguenza, le risposte non devono andare nel senso di
una spartizione paritaria del lavoro com'e', ma nel senso di una sua
trasformazione che accolga e valorizzi il sapere e la sfida femminile. Dal
contributo di Lorenza Zanuso, che ho fin qui citato, emergono due ulteriori
elementi rilevanti: l'assenza, nell'esperienza femminile, di quel vittimismo
che spesso e' l'immaginario maschile a conferirle, e lo spostamento del
conflitto fra i sessi dall'organizzazione del lavoro domestico
all'organizzazione del lavoro "esterno". Le altre autrici del quaderno sono
Maria Benvenuti, Pinuccia Barbieri, Vanna Chiarabini, Giordana Masotto,
Silvia Motta, Oriella Savoldi, e ci guidano nell'analisi dettagliata delle
narrazioni esperienziali che costituiscono il corpo vivo del quaderno.

6. LIBRI. CRISTINA REGGIO PRESENTA "PER NON VOLTARE PAGINA" DI ANNA D'ELIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 aprile 2008, col titolo "Guardare
nonostante l'inflazione delle immagini" e il sommario "Frammenti, pensieri,
citazioni, brevi storie montate in un libro 'educativo' di Anna D'Elia,
uscito da Meltemi con il titolo Per non voltare pagina, ovvero per non
evitare il confronto con il dolore".
Cristina Reggio e' studiosa e docente di arte ed estetica, curatrice di
mostre ed eventi.
Anna D'Elia e' docente universitaria di pedagogia interculturale e di
pedagogia e didattica dell'arte, conoscitrice profonda dell'intreccio tra
linguaggi dell'arte ed esperienze comunicative, epistemologie
dell'intersoggettivita', ed etiche della relazione e della comprensione. Tra
le opere di Anna D'Elia: L'universo futurista, Dedalo, Bari 1989; Le citta'
visibili, Congedo, 1990; Fotografia come terapia, Meltemi, Roma 1999; (a
cura di), A scuola di citta', Adriatica, Bari 2002;  Diario del corpo,
Unicopli, MIlano 2002; Nello specchio dell'arte, Meltemi, Roma 2004; Per non
voltare pagina: raccontare l'orrore, Meltemi, Roma 2007]

Nel 2003, a due anni dall'11 settembre, Susan Sontag aggiusto' la
prospettiva dalla quale aveva scritto trent'anni prima il saggio Sulla
fotografia, e se allora aveva sostenuto che l'eccessiva proliferazione di
immagini nei media esercita un'azione di inaridimento emotivo sul pubblico,
in Davanti al dolore degli altri attribui' un nuovo valore alle fotografie
che immortalavano atrocita' e azioni di guerra, ritenendole capaci di
svolgere un'azione di testimonianza e "di invito, rivolto a chi guarda, a
prestare attenzione e a riflettere sul dolore degli altri". Proprio il
valore etico ed estetico di quell'invito sembra essere stato raccolto da
Anna D'Elia, per svilupparne le prospettive educative nel suo libro che -
fin dal titolo, Per non voltare pagina (Meltemi, pp. 192, euro 17) - si
propone la stessa finalita' auspicata dalla scrittrice americana. Il saggio
si presenta al lettore in una forma molto particolare, come un montaggio di
frammenti, pensieri, citazioni e brevi storie, suddiviso in due parti, delle
quali la prima puo' essere assimilata al racconto di un "caso clinico",
mentre nella seconda l'autrice analizza la funzione educativa, etica e
perfino "terapeutica" delle immagini dell'orrore.
*
Protagonista del racconto e' Silvia, una donna la cui vita viene
orribilmente sconvolta quando un'equipe di medici le comunica che un
misterioso virus ha attaccato il suo corpo. Di fronte alla malattia la
donna, che vive con la figlia adolescente lontano dall'uomo che ha amato,
entra in contatto con un profondo sentimento di esclusione e di sradicamento
dal suo stesso panorama affettivo. Sola con il proprio corpo ferito, viene
attratta dalle immagini di altri corpi attraversati dal dolore e dalle
atrocita' che quotidianamente si offrono al suo sguardo dai giornali e dalle
televisioni.
I documenti visivi che mostrano le stragi provocate da conflitti lontani
stimolano la protagonista a formulare un intreccio di domande che creano
connessioni, analogie e differenze tra la sua esistenza e quella delle
persone che vede nelle immagini, e che la portano a cercare di stabilire una
comunicazione, scritta e verbale, con le persone che ama, la figlia e l'ex
compagno.
Scomponendo e ricomponendo i pezzi sparsi del passato e del presente della
sua protagonista, Anna D'Elia ci offre una ri-scrittura della malattia della
donna, in una forma davvero originale: i pensieri di un ipotetico diario di
Silvia si intrecciano con le trascrizioni di suoi dialoghi reali e
immaginari con la figlia, con le lettere spedite all'uomo amato, con
frammenti di racconti autobiografici di artisti e con citazioni e
suggestioni personali e letterarie dell'autrice. E il racconto mostra come
le immagini aiutino la protagonista a non fuggire davanti alla propria
malattia e a quella degli altri, a guardarla da diverse angolazioni e a
rendersi disponibile all'empatia.
*
Nella seconda parte del libro, invece, il confronto di Anna D'Elia con il
dolore assume una connotazione piu' didattica, provando a analizzare le
possibili funzioni terapeutiche e creative offerte dall'interpretazione
delle immagini mediatiche che provengono dalle guerre, dalla malattia, dalla
morte, fornendo al lettore molti esempi di opere artistiche tramite le quali
gli aspetti piu' tragici della realta' trovano espressione. Proprio tra
queste pagine, tuttavia, la frammentarieta' comporta una certa dispersione
delle informazioni - un limite, per certi versi, ma al tempo stesso la cifra
che caratterizza l'oggetto della ricerca: il flusso continuo delle immagini
contemporanee moltiplicate, frammentate e reiterate, attraversa infatti la
quotidianita' postmoderna, richiedendo a chi guarda un tempo per la
riflessione che e' tanto piu' difficile da donare, quanto piu' ad ogni
istante nuove immagini si ripresentano insistenti al suo sguardo. Sono
proprio queste, le nuove immagini di orrori che stanno per affiorare, quelle
che attendono di esporsi per poi subito scomparire, a chiedere con
drammatica urgenza a chi le guardera' di non andarsene, lasciandole sparire
nell'oblio o nella distrazione.
Di fronte a questa richiesta, l'autrice risponde che c'e' ancora la
possibilita' di non voltare pagina, di fermarsi e prendersi un tempo per
imparare ad osservare proprio cio' da cui ci si vorrebbe allontanare. E con
il suo libro suggerisce che proprio all'arte - che rivela la
contradittorieta' del reale attraverso le immagini - si puo' attribuire il
compito di educarci a guardare noi stessi, gli altri e il resto del mondo
esterno.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 193 del 10 luglio 2008

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