Voci e volti della nonviolenza. 200



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 200 dell'8 luglio 2008

In questo numero:
1. Maria Serena Palieri intervista Amos Oz (2003)
2. Guido Caldiron intervista Amos Oz (2005)
3. Maria Serena Palieri intervista Amos Oz (2005)
4. Elena Loewenthal presenta "Contro il fanatismo" di Amos Oz
5. Franco Marcoaldi presenta "Contro il fanatismo" di Amos Oz

1. RIFLESSIONE. MARIA SERENA PALIERI INTERVISTA AMOS OZ (2003)
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 21 settembre 2003 col titolo "Quel che resta
del Sogno".
Maria Serena Palieri (Roma, 1953) giornalista, dal 1979 scrive su
"L'Unita'", attualmente lavora alle pagine culturali e si occupa di
narrativa italiana e internazionale e mercato editoriale; ha collaborato con
diverse testate, tra cui "l'Espresso" e "Marie Claire", e' stata consulente
di Rai Educational e autrice-conduttrice per Radiodue; in campo editoriale
lavora anche come editor e traduttrice dal francese; un suo libro-intervista
con Domenico de Masi, Ozio creativo, sui tempi di vita, ha avuto quattro
edizioni (Ediesse, Rizzoli) ed e' stato pubblicato in Brasile da Sextante.
Amos Oz, scrittore israeliano, nato a Gerusalemme nel 1939, militante
pacifista. Opere di Amos Oz: Conoscere una donna, Guanda, Parma 1992; In
terra d'Israele, Marietti, 1992; Fima, Bompiani, Milano 1997; Michael mio,
Bompiani, Milano 1997; Soumchi, Mondadori, Milano 1997; Pantera in cantina,
Bompiani, Milano 1999; Lo stesso mare, Feltrinelli, Milano 1999; Conoscere
una donna, Feltrinelli, Milano 2000; Michael mio, Feltrinelli, Milano 2001;
La scatola nera, Feltrinelli, Milano 2002; Una storia di amore e di tenebra,
Feltrinelli, Milano 2003; Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano 2004; Non
dire notte, Feltrinelli, Milano 2007; cfr. anche il libro-intervista a cura
di Matteo Bellinelli, Amoz Oz, Il senso della pace, Casagrande, Bellinzona
2000. Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 marzo 2007 riportiamo anche la
seguente breve scheda biografica: "Nato a Gerusalemme nel 1939, Oz e' stato
tra i fondatori di 'Peace Now', il movimento che, a partire dal 1979, si e'
battuto per la creazione di due stati indipendenti, Palestina e Israele,
lungo i confini del 1967. Dal punto di vista politico, non si e' mai
sottratto al confronto con temi e problemi legati al ritorno del fanatismo
religioso nel contesto della modernita' (Contro il fanatismo, Feltrinelli
2004) o al sorgere di nuove immagini e rappresentazioni del 'nemico' (non a
caso, per una felice scelta editoriale, un suo intenso scritto accompagna
l'edizione italiana, per Feltrinelli Real Cinema, del film Orso d'oro a
Berlino nel 2005, 'Paradise Now' firmato dal regista palestinese Hany
Abu-Assad). Chi volesse conoscere la biografia di Amos Oz ha a disposizione
il poderoso volume titolato Una storia di amore e di tenebra, in cui lo
scrittore risale la storia della sua famiglia, il passaggio drammatico del
suicidio della madre, e le vicende del nascente Stato di Israele, dalla fine
del protettorato britannico"]

Amos Oz e', nel drappello dei grandi scrittori israeliani, uno dei piu'
duttili quanto a stile narrativo: ha scritto un romanzo succinto come una
favola, Una pantera in cantina, e altri come Conoscere una donna, Michael
mio, Fima, delle piu' canoniche duecentocinquanta-trecento pagine, nella
Scatola nera ha resuscitato la forma epistolare e nello Stesso mare ha
allestito un pastiche di prosa classica, prosa quasi sapienziale e prosa
scandita come fossero versi. Per narrarci i suoi primi quindici anni di
vita, Oz ha scelto ora la piu' fluviale delle architetture: Una storia
d'amore e di tenebra (in italiano per Feltrinelli, nella bella traduzione di
Elena Loewenthal) e' un romanzo autobiografico ampio seicentoventisette
pagine. Tante ce ne volevano per dipingere lungo un secolo, con levita',
umorismo, pathos e tenerezza, il doppio corteggio familiare, paterno e
materno, che, da Odessa e dalla Polonia, approdo' a Gerusalemme. Un
corteggio popolato di figure come il prozio Yosef Klausner, propugnatore del
binomio "Giudaismo e Umanesimo", la nonna Shlomit che avrebbe trascorso gli
anni della sua nuova vita nel Levante in una patologica caccia ai microbi,
lo zio David restato in Europa "fino alla fine" e li' ucciso dai nazisti con
moglie e bambino. Corteggio che si incarno' nei due studenti
universitari,Yehudah Arieh Klausner e Fania Mussmam, che si incontrarono nel
1936 e, nella citta' santa, lo diedero alla luce nel 1939. Questo e'
l'"amore". La "tenebra" e' quella cui il libro allude all'inizio, e in cui
precipita nel finale: il buio straziato intorno al suicidio della madre, la
bruna e riservata Fania morta per eccesso di barbiturici nel 1952, quando il
suo unico figlio Amos aveva tredici anni. Ma la "tenebra" era anche il nome
di un orizzonte: di la' dai Monti di Tenebra, infatti, vivevano i pionieri e
le pioniere dei kibbutz, ai quali, quindicenne, Amos Klausner si uni'
ribattezzandosi Oz e buttando via col cognome tutto il resto. Per tornare,
su quel "resto", con questo libro, solo oggi che e' ultrasessantenne. Spiega
Oz che del suicidio di sua madre non aveva mai parlato con nessuno, ne' con
suo padre, ne' con sua moglie, ne' con i suoi figli, prima di consegnarne la
memoria a queste pagine.
Una storia díamore e di tenebra e' un testo che regala ai cultori di questo
scrittore (tradotto in una ventina di lingue e leader del movimento
pacifista Peace Now) alcune chiavi interpretative: spiega lui stesso,
esplicitamente, ecco, cosi' e' nato questo o quel mio personaggio. Piu'
implicitamente, la "tenebra" finale ci fa capire dove nascano alcune sue
figure femminili, come la Hannah di Michael mio o la Ileana della Scatola
nera, la cui intensita' e' cosi' parossistica da sfiorare la vibrazione
metallica dell'isteria. Amos Oz, a Roma per presentare il romanzo, e'
loquace, ma ha occhi azzurri che si stringono, vigili, mentre ascolta.
*
- Maria Serena Palieri: Nel 1954 lei decise di cancellare il gracile,
fantasioso e chiacchierone Amos Klausner, quindicenne, e di rinascere come
giovane "eroe" di Israele. Poi, per quasi trent'anni, e' vissuto nel kibbutz
"Hulda". Ora torna su quei primi e rimossi quindici anni di vita con questo
romanzo-fiume. Cosa l'ha spinta?
- Amos Oz: C'e' una spiegazione breve: i miei nipoti. Cinque anni fa per la
prima volta uno di loro mi ha chiesto se mi ricordavo di mio nonno e io gli
ho dato questa risposta lunga seicento pagine. E c'e' una spiegazione piu'
ampia: avvicinandomi ai sessant'anni ho sentito il bisogno di comunicare con
i miei genitori, morti molti anni prima. Avevo bisogno di sapere perche' mi
avevano fatto nascere a Gerusalemme e di capire da che cosa fossero scappati
e cosa volessero da me. Avevo un'eta' in cui, ormai, non ero piu' arrabbiato
con loro. Molta gente scrive le proprie memorie per effettuare una resa dei
conti col resto del mondo, vendicandosi di quanti li hanno insultati. E per
uccidere nuovamente i propri genitori. Non nel mio caso. Ho scritto questo
romanzo in un momento in cui l'ira si era spenta ed ero pieno di curiosita'
ed empatia verso di loro.
*
- Maria Serena Palieri: Lei scrive come voi immigrati tra le due guerre in
Palestina consideraste "con pieta' e un pizzico di ribrezzo" gli ebrei che
arrivavano dall'Europa poi, "travolti e stremati, reietti del mondo": "Chi
aveva colpa se erano rimasti li' ad aspettare Hitler invece di venire qui
per tempo? E perche' si erano lasciati condurre come pecore al macello?"
aggiunge riproducendo una specie di sentire comune. E' una pagina
scioccante.
- Amos Oz: La mia ira non andava agli ebrei ma all'Europa. Dai miei genitori
ho ereditato un sentimento ambivalente. Gli ebrei erano gli europeisti piu'
convinti, settant'anni in anticipo sugli altri quando, tra le due guerre,
tutti erano nazionalisti, il patriota bulgaro come il patriota norvegese.
Parlavano molte lingue, mio padre undici, mia madre sette, percio' li
chiamavano "cosmopoliti", parola dispregiativa sia nel vocabolario nazista
che in quello comunista. Ora so che i miei genitori hanno nutrito un amore
non corrisposto verso l'Europa: amavano la sua cultura, la sua storia, il
suo paesaggio, l'arte, erano pazzi per la sua musica, e l'Europa li ha
espulsi con odio. Per fortuna, perche' senno' sarebbero stati uccisi. Questa
ambivalenza resiste ancora in me: volevo diventare un pioniere israeliano
perche' desideravo dimostrare all'Europa che tutto cio' che e' europeo
potevo farlo meglio, il socialismo, la cultura, l'agricoltura. Tutto.
*
- Maria Serena Palieri: Ci e' riuscito?
- Amos Oz: No, naturalmente. Chi riesce a realizzare il suo sogno dei
quindici anni? E' nella natura della fantasia rimanere meravigliosa finche'
resta tale. Per me, Israele e' un sogno realizzato. Quindi e' una delusione.
Per definizione.
*
- Maria Serena Palieri: Suo padre era un impiegato di biblioteca. Ma lei
descrive un ambiente familiare coltissimo: in visita dallo zio Yosef,
inventore di una parte del lessico del nuovo ebraico, capitava di incontrare
Isaiah Berlin e Ben Gurion e, uscendo dal suo villino, di entrare in quello
dirimpetto dove viveva Shmuel Yosef Agnon, Nobel per la letteratura nel '66.
Era un'elite?
- Amos Oz: No, a Gerusalemme erano tutti scienziati, scrittori o poeti.
Anche il postino: aveva una laurea presa in non ricordo piu' quale
universita' tedesca. Il farmacista Heinemann, dal quale ci recavamo per
telefonare, in Polonia era stato un chirurgo famoso. Tutti avevano un
bagaglio intellettuale, tutti erano infelici, erano dei rifugiati e
sognavano di tornare un giorno in Europa. Era un ambiente molto
disorientante per un bambino: tutti avevano due identita', parlavano molte
lingue e avevano una storia segreta.
*
- Maria Serena Palieri: "Tutto cio' che contava era fatto di parole" scrive,
a proposito della sobrieta' in cui vivevate e, insieme, dei racconti sul
mondo perduto, l'Europa, con cui sua madre Fania le alimentava la fantasia.
Nasce qui la sua vocazione?
- Amos Oz: Si'. Ho sempre desiderato diventare scrittore. C'era qualcosa
sotto il pavimento, dietro i muri, sul soffitto che non potevo vedere, che
non era per me, a cui non potevo arrivare.
*
- Maria Serena Palieri: La fioritura della narrativa israeliana negli ultimi
vent'anni e' un meraviglioso enigma. Pensa che possa avere, chissa', a che
fare con la sobrieta', con una minore schiavitu' dal consumismo?
- Amos Oz: Consumiamo. Ma siamo troppo occupati per parlarne. Anche in
Israele le persone vanno nei grandi magazzini, ma poi li' esplode una bomba,
cosi' scriviamo dei morti, anziche' dei consumi. C'e' una normalita' strana
in mezzo alla guerra. Pensi a questa immagine: c'e' una cittadina eretta sul
pendio di un vulcano in eruzione. E qui c'e' una vedova di mezza eta' che di
notte non chiude occhio, ma non per il vulcano, perche' sente che di la' dal
muro suo figlio di sedici anni non riesce a dormire. E suo figlio non riesce
a dormire perche' oltre il suo muro c'e' un'altra donna matura, che gli
piace, e questa a sua volta non dorme perche' sua figlia esce con un uomo
che ha il doppio dei suoi anni e questi non dorme perche' non riesce a
essere eletto sindaco. Questo e' Israele: il vulcano c'e' e noi apprezziamo
di piu' le banalita' della vita, siamo grati per cose che in Europa vi
disgustano, le delizie del piccolo borghese che, per un israeliano,
rappresentano la risposta a distruzione e disperazione.
*
- Maria Serena Palieri: Ma per noi il Consumo e' vera religione. Nei vostri
romanzi questo non appare: lei, come Yehoshua, come Grossman, come
Liebrecht, non evocate spreco, ne' di oggetti ne' di affetti.
- Amos Oz: Penso che in tutto il mondo capitalista sia in corso una campagna
di lavaggio del cervello: buttate via cio' che avete e comprate la cosa
nuova. E' l'infantilizzazione sistematica della societa'. Cessate di amare
cio' che avete amato ieri. In Israele su un muro ho visto un graffito:
"Siamo nati per fare lo shopping". Ora, per fortuna, noi abbiamo ancora un
po' di memoria materiale e spirituale del passato. Le persone sono ancora
affezionate a qualcosa che hanno da anni e che hanno portato li' con se'.
Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro e' appunto cercare di trarre
in salvo alcune di queste reliquie.
*
- Maria Serena Palieri: In due romanzi, Conoscere una donna e Michael mio,
lei ha compiuto un viaggio vertiginoso nella psicologia femminile. E' un
tributo che ha pagato alla singolare figura del suo nonno paterno, che
descrive oltre i novant'anni ancora in attivita' galante e impegnato
nell'inesausta curiosita' di capire l'anima delle donne, o, piu'
dolorosamente, all'enigma del suicidio di sua madre?
- Amos Oz: Ho voluto scoprire la mia parte femminile. Perche' mi ci sono
addentrato? Volevo risolvere il mistero della morte di mia madre. Ma anche
rendere omaggio all'infatuazione permanente che mio nonno nutriva per
l'altro sesso. Scrivo che il mondo e' pieno di uomini che adorano il sesso e
odiano le donne. Lui amava il sesso e amava le donne. Anch'io.
*
- Maria Serena Palieri: Una storia díamore e di tenebra e' un romanzo o
un'autobiografia?
- Amos Oz: A volte i fatti sono il nemico peggiore della verita'. Mia nonna,
secondo il certificato di morte, e' morta per attacco cardiaco, in effetti
e' morta per eccesso di pulizia e, forse, per motivi piu' profondi. Ho
voluto cancellare la demarcazione tra vita e finzione. Non tutto in questo
libro reggerebbe a un'indagine di polizia. Ma la polizia stessa reggerebbe a
un'indagine?
*
- Maria Serena Palieri: Nella Scatola nera la speranza finale per Israele
sembra affidata alla figura del giovane Boaz che fonda una specie di kibbutz
privato. E' li' che Israele deve tornare?
- Amos Oz: Non ho fede nei ritorni indietro. Ma il kibbutz puo' insegnare
questo di buono al XXI secolo: lavorare meno, non guadagnare piu' del
necessario, non comprare per ostentare. Il modello potrebbe essere il
kibbutz spontaneo, senza controllo dei burocrati, e che lasci spazio al
senso dell'umorismo. Socialismo e sense of humour, questa e' la mia ricetta.
Una cosa posso dirvi: sui giornali arrivano solo le cattive notizie. Ce n'e'
una buona, invece: la guerra in corso non e' piu' tra arabi palestinesi ed
ebrei israeliani, e' una guerra tra fanatici di entrambe le parti. Ogni
settimana i sondaggi ci dicono che il 70% dei due popoli e' per il cessate
il fuoco, per la road map e la creazione dei due stati. Ci vorra' tempo, ma
i capi capiranno. Questi o quelli che verranno. Ci arriveremo.

2. RIFLESSIONE. GUIDO CALDIRON INTERVISTA AMOS OZ (2005)
[Dal quotidiano "Liberazione" del 23 giugno 2005 col titolo "Paura e
speranza a Gerusalemme".
Guido Caldiron e' giornalista e saggista. Opere di Guido Caldiron: Gli
squadristi del 2000, Manifestolibri, Roma 1993; AA. VV., Negationnistes: les
chifonniers de l'histoire, Syllepse-Golias, 1997; La destra plurale,
Manifestolibri, Roma 2001; Lessico postfascista, Manifestolibri, Roma 2002]

La prima cosa che colpisce in Amos Oz e' l'energia, quasi avesse la
capacita' di concentrare in una breve frase uno sforzo enorme, frutto, si
sarebbe tentati di dire, di una lenta e faticosa stratificazione del tempo e
della storia. Strizza gli occhi quando sorride, un po' nervosamente, e non
distoglie mai lo sguardo dall'interlocutore, come a voler scorgere
nell'"altro" l'eco delle proprie parole. E' un uomo di pace, un
intellettuale che ha scelto di misurarsi attraverso la narrativa con i
conflitti che attraversano il suo paese, raccontando insieme le ansie e le
attese di Israele e quelle che porta lui stesso celate dentro di se'. Ma
questo israeliano di sessantacinque anni, nato a Gerusalemme ma stabilitosi
da tempo nel deserto del Negev, prima in un kibbutz e poi nella cittadina di
Arad, si e' misurato anche con la guerra, con la violenza che, come un
abbraccio mortale, serra in quella parte di mondo persone e luoghi.
E' questa, probabilmente, la chiave per capire da dove tragga quest'uomo
minuto - "Ho cercato in tutti i modi di non assomigliare ai miei genitori:
loro erano di destra e io sono di sinistra, loro stavano in citta' e io gia'
a quattordici anni me ne sono andato a vivere in un kibbutz, loro erano
bassi e piccoli e io mi sono immaginato alto... ma su questo punto qualcosa
e' andato storto", ci racconta ridendo -, la propria sorprendente carica.
Amos Oz pone al centro della propria ricerca, nei suoi romanzi come nella
sua attivita' di saggista, il tentativo di conoscere chi ha di fronte, di
mettersi, come ci tiene a spiegarci, "nei panni dell'altro". Una
dichiarazione d'intenti che in Israele finisce per assomigliare molto
all'immagine di qualcuno che cammini su un filo sospeso in aria, esposto in
ogni istante al rischio di precipitare, sopraffatto dagli umori terribili
che lo circondano.
Eppure e' proprio inseguendo in ogni modo la possibilita' e l'idea stessa di
un compromesso, di un equilibrio negoziato tra due parti, che Oz ha
costruito il proprio profilo di scritore. Da Michel mio a Conoscere una
donna e La scatola nera fino a Una storia di amore e di tenebra, l'ultimo
dei suoi romanzi - pubblicato lo scorso anno da Feltrinelli come i
precedenti -, il libro con il quale ha affrontato fino in fondo anche la
tragedia che lo colpi' ancora adolescente: il suicidio della madre. "Per
molti il compromesso e' sinonimo di morte. Mia madre ha scelto di uccidersi
perche' non sopportava l'idea di dover accettare compromessi per poter
vivere - spiegava l'autore presentando il romanzo lo scorso anno -. Ma nel
mio vocabolario le cose vanno esattamente al contrario: per me il
compromesso e' sinonimo di vita e il suo contrario non e' l'idealismo, la
fedelta' a degli ideali irrinunciabili, come sostengono molti, ma sono il
fanatismo e la morte".
Oggi, a quella necessaria, vitale ricerca di compresso, lo stesso Oz vuole
aggiungere qualcosa. "Per fare bene il mio lavoro di scrittore devo sentirmi
sempre un po' straniero, giocando con il connubio continuo tra distanza e
intimita'. Per questo al centro di tutto non c'e' l'invito ad amare
l''altro', a sposarne le posizioni, ma la possibilita' di mettersi anche
solo per un attimo nei suoi panni. Certo, se cerchi di metterti nei panni di
qualcuno, prima o poi diventi anche un amante migliore. Ma per questo, tra
israeliani e palestinesi, e' decisamente ancora presto", ci spiega quando lo
incontriamo in Campidoglio alla vigilia del suo intervento che, questa sera
alla Basilica di Massenzio, concludera' il Festival internazionale
"Letterature". La kermesse letteraria romana quest'anno ruotava intorno al
binomio "paura e speranza", parole che sembrano raccontare come in una
nitida immagine fotografica la realta' del Medioriente.
*
- Guido Caldiron: Partiamo da qui: che significato assumono a Gerusalemme
termini come paura e speranza?
- Amos Oz: In fondo, credo, lo stesso senso che hanno anche in Italia, solo
con un'enfasi molto piu' grande in entrambi i casi. In Israele troviamo una
ragione piu' immediata per provare la sensazione della paura, ma forse
proprio per questo abbiamo un bisogno altrettanto urgente di nutrire delle
speranze verso il futuro. Inoltre, specie quando si sta cercando di entrare
nei panni di qualcun altro, si deve considerare come cio' che spaventa gli
uni puo' alimentare speranze negli altri e questo puo' riguardare un'idea
come un avvenimento. Personalmente cio' che mi spaventa di piu' e' il
fanatismo, in ogni suo aspetto, e cio' che invece mi fa sperare ha la forma
dell'umorismo, della tolleranza e della possibilita' di relativizzare quanto
accade.
*
- Guido Caldiron: Lei e' un progressista, e' stato tra i fondatori del
movimento pacifista "Peace Now", ha sempre sostenuto la necessita' della
nascita di uno stato palestinese, oggi come spiega la convergenza della
sinistra israeliana sui progetti di Ariel Sharon?
- Amos Oz: Oggi la sinistra israeliana potrebbe far cadere Sharon in
qualunque momento, visto che ha perso gran parte del suo sostegno a destra.
Questo potrebbe farci sentire tutti molto bene. Solo che come persone di
sinistra in Israele non credo la nostra principale preoccupazione debba
essere quella si sentirci bene, quanto piuttosto di capire cosa si puo'
fare, date le condizioni esistenti oggi, per modificare davvero le cose. Se
la sinistra governasse da sola, certo avrebbe un'attitudine del tutto
diversa da quella di Sharon. Ma nel momento in cui questa maggioranza sta
organizzando il ritiro dell'esercito israeliano e lo smantellamento delle
colonie a Gaza, vale a dire qualcosa che rappresenta un bene per i
palestinesi come per gli israeliani, credo che vada appoggiata.
*
- Guido Caldiron: Proprio i progetti di ritiro da Gaza stanno riaccendendo
in Israele la contrapposizione tra i settori religiosi e quelli laici del
paese. Si tratta di un vero pericolo?
- Amos Oz: Senza voler banalizzare la situazione credo che in Israele, pur
in condizioni molto particolari, ci troviamo di fronte alla stesso tipo di
contrasto che esiste in Italia tra la Chiesa e i settori laici della
societa' e dello stato. O, ancora, al conflitto che esiste nel mondo
musulmano tra le spinte religiose e quelle modernizzatrici. Si tratta di uno
scontro universale che attraversa un po' tutti i paesi. I fanatici sono
ormai molto forti ovunque, non solo tra gli ebrei e i musulmani, ma anche
tra i cristiani. Senza contare che tutto cio' non riguarda piu' soltanto la
religione, ma anche l'ideologia. E' come se oggi molte persone andassero in
giro come dei punti esclamativi ambulanti.
*
- Guido Caldiron: Dai suoi romanzi esce il ritratto di un paese che pero'
assomiglia sempre meno alla realta' israeliana di oggi, quella raccontata ad
esempio da Amos Gitai in un film come "Hotel promised land". Cosa resta oggi
dell'idea originaria che accompagno' la nascita di Israele?
- Amos Oz: Non credo ci sia stata una vera "idea originaria" per Israele,
quanto piuttosto tante idee, in origine. Sono sessantacinque anni che
conosco Israele e credo di poter affermare che non e' un "paese" e non e'
una "nazione", piuttosto si potrebbe definire come un seminario di strada
formato da sei milioni di cittadini e da altrettanti primi ministri, profeti
e messia. Come dice Shakespeare: "lo strepito e il furore". Se dovessi
pensare a un film per descrivere la condizione del popolo israeliano, piu'
che a Ingmar Bergman penserei a Federico Fellini.
*
- Guido Caldiron: Qualcosa, pero', sembra davvero perduto per sempre. Si
tratta dello spirito del kibbutz che aveva animato la genesi del nuovo stato
e che aveva fatto guardare con simpatia la sinistra di tutto il mondo
all'esperienza di Israele.
- Amos Oz: Si', e' vero, quel modello di socialismo democratico e'
tramontato, ma non soltanto in Israele, nel mondo intero. Oggi conta solo il
denaro, la religione di questo periodo e' il darwinismo sociale, anche se
credo che non durera' a lungo. Penso che l'idea del kibbutz tornera' in
auge, anche se magari non in Israele. In molti non sono contenti di come
vanno le cose oggi nel mondo, non accettano di vivere solo per fare piu'
soldi di quelli che gli servono, per lavorare piu' tempo di quanto sia
necessario e tutto questo per comprarsi delle cose di cui non hanno
assolutamente bisogno. Qualcuno si alzera' un giorno, se non l'ha gia'
fatto, a Roma piuttosto che a Tel Aviv, e dira' che e' stufo di tutto questo
e proporra' qualcosa che assomiglia all'idea del kibbutz. Anche perche'
credo si possa definire "kibbutz" ogni scelta di vita comunitaria e libera
decisa dal basso e non imposta da nessun governo o nessuna istituzione.
*
- Guido Caldiron: Di fronte a una ripresa degli atti di antisemitismo in
Europa, un altro noto scrittore israeliano, Abraham Yehoshua, ha invitato
gli ebrei della diaspora a trasferirsi in Israele. Al di la' del paradosso,
se non della provocazione, contenuta in questa proposta, come definirebbe
oggi il rapporto tra lo stato ebraico e la comunita' della diaspora?
- Amos Oz: Personalmente non mi sogno nemmeno di andare a dire a qualcuno
dove deve vivere, si tratti di un ebreo o meno, che vive a Tel Aviv
piuttosto che a Roma. Detto questo e' chiaro che l'antisemitismo e' un
problema degli antisemiti e non degli ebrei che ne sono le vittime. Quanto
ai rapporti tra la diaspora e Israele, li definirei con una sola
espressione: una competizione segreta. Mi spiego, in superficie,
apparentemente, c'e' solidarieta', ma sottotraccia cova in realta' la
competizione. Quale dei due progetti sara' riuscito di piu'? La vita ebraica
in Israele o quella nelle comunita' della diaspora? Possiamo cercare di
ripetere la domanda tra un centinaio di anni e vedere se, allora, avremo
trovato una risposta soddisfacente. Oggi no, e' ancora troppo presto.

3. RIFLESSIONE. MARIA SERENA PALIERI INTERVISTA AMOS OZ (2005)
[Dal quotidiano "L'Unita'" del 23 giugno 2005 col titolo "In nome dell'amore
ai tempi dei kamikaze"]

"C'e' una normalita' strana in mezzo alla guerra. Pensi a questa immagine:
c'e' una cittadina eretta sul pendio di un vulcano in eruzione. E qui c'e'
una vedova di mezza eta' che di notte non chiude occhio, non per il vulcano,
ma perche' sente che di la' dal muro suo figlio di sedici anni non riesce a
dormire. E suo figlio non dorme perche' oltre il suo muro c'e' un'altra
donna matura, che gli piace...": Amoz Oz nel 2003, in Italia per presentare
Una storia d'amore e di tenebra, ci descrisse cosi' lo strano clima che
aleggiava nel suo paese, Israele, anelante alla quotidianita' mentre si
susseguivano gli attacchi kamikaze.
Due anni dopo quell'immagine si e' ramificata fino a diventare il testo che,
stasera, Oz leggera' alla Basilica di Massenzio. In cerca della risposta a
questo interrogativo, che concerne lui, in quanto scrittore, ma anche noi
tutti: cosa puo' fare la letteratura di fronte alle catastrofi?
Oz, ora, e' seduto, abbronzato e sorridente, di fronte a un bicchiere di
acqua frizzante. La sua risposta a quel dilemma, lo ha ripetuto piu' volte,
e' che la narrativa e' un'arma per la pace, perche' aiuta a mettersi nei
panni dell'altro. Dopo aver pubblicato nel 2002 il pamphlet Contro il
fanatismo e nel 2003 Una storia di amore e di tenebra, saga della sua
famiglia, e' tornato alla fiction? gli chiediamo. Cosa sta scrivendo? "Ho
scritto una favola che uscira' in Israele in settembre e in Italia nel 2006.
Una favola e' narrativa? Io non sono cosi' sicuro del significato di questa
parola. E la fiction cos'e': finzione, cioe' bugia?" ribatte.
*
- Maria Serena Palieri: Gia', non esiste un termine ebraico equivalente di
"fiction". Mentre, forse, l'equivalente latino e' proprio "fabula". La sua
favola cosa racconta?
- Amos Oz: S'intitola All'improvviso nel folto della foresta. Immagini un
piccolo villaggio nel folto della foresta, con poche famiglie e nessun
animale. Ne' gatti ne' cani ne' vacche ne' uccelli ne' pesci nel torrente.
Ci sono, in compenso, strane voci che girano: si vocifera che una volta gli
animali ci fossero e i bambini chiedono e i genitori rispondono "sei troppo
piccolo per capire...". Chissa' quando, dev'essere successo qualcosa di
sinistro. Ma il dopo non posso dirglielo. E' una favola che potra' essere
letta da adolescenti come da persone molto anziane, da chiunque, insomma,
abbia piu' di dieci anni. Il racconto e' semplice, ma la realta' del
racconto non lo e' affatto.
*
- Maria Serena Palieri: In Storie, raccolta di racconti curata da Nadine
Gordimer a sostegno della Treatment Action Campaign contro l'Aids, in Italia
appena uscita per Feltrinelli, appare un suo racconto dal titolo "Cosi' fa
il vento". La scelta e' sua o della curatrice?
- Amos Oz: Mia. L'avevo scritto a ventun anni e l'avevo quasi dimenticato...
*
- Maria Serena Palieri: A ventun anni? Tanto di cappello.
- Amos Oz: Quando l'ho riletto, circa un anno fa, mi sono detto io stesso
"tanto di cappello". Ho chiesto a Nadine Gordimer se avrebbe accettato un
testo cosi' antico e cosi' giovanile. L'ha letto, e anche lei ha commentato
"chapeau!".
*
- Maria Serena Palieri: Cosi' fa il vento mette in scena, in un kibbutz, un
laburista venerato per il suo rigore e un figlio quindicenne che, benche'
sognatore e indeciso, si fa suggestionare dal padre, si arruola nei
paracadutisti e, al primo lancio, finisce su un traliccio dove ondeggia per
ore come un crocefisso, finche' muore. Nello scriverlo aveva presente la sua
personale vicenda, quella che ha svelato per la prima volta in Una storia di
amore e di tenebra? La sua fuga, cioe', verso il kibbutz per evadere dalla
sua condizione di ragazzino gravato dal dolore del suicidio di sua madre.
- Amos Oz: Kibbutz, pionieri, ideologi duri, soldati e fanatici: piu' o meno
nel racconto ho ritrovato la mia miscela consolidata. Si', c'e' una
componente autobiografica. Non e' facile cercare di rinascere. Specialmente,
come fa qui il protagonista, su pressione di una generazione piu' anziana. I
miei genitori erano entrambi scuri di capelli ma desideravano che io fossi
biondo. E tanto l'hanno voluto, che ecco il miracolo genetico: sono nato
biondo. Ma volevano anche che fossi alto, e invece eccomi come sono. Quando
mi sono ribellato e sono andato nel kibbutz anch'io sognavo di diventare
altissimo. Ma non ha funzionato.
*
- Maria Serena Palieri: Quando ha scritto il racconto aveva in mente, per la
morte del ragazzo, proprio l'immagine - per noi cristiana - della
crocefissione?
- Amos Oz: Si'.
*
- Maria Serena Palieri: So che e' stanco di essere interpellato sulla
situazione in Medio Oriente. Ma, nella sua opera, corre il tema del
fanatismo. Cosa pensa del fenomeno nuovo dei potenziali coloni kamikaze, i
giovani seguaci di Baruch Goldstein, l'autore della strage del '94 a Hebron,
e dell'assassino di Rabin, Yigal Amir, disposti a far fallire con ogni mezzo
il ritiro da Gaza?
- Amos Oz: Non sono stanco della tragedia mediorientale, ne' di agire come
attivista. Sono stanco di parlare da analista. Vedo che sia tra i
palestinesi fanatici che tra gli israeliani fanatici esistono forti
propensioni al suicidio. Su entrambi i versanti ci sono persone disposte a
uccidere e a morire per cio' che, a loro modo di vedere, e' piu' importante
della vita stessa. E per un fanatico quasi tutto e' piu' importante della
vita. Il kamikaze, non va dimenticato, prima di ogni altra cosa e' - donna o
uomo che sia - un individuo con tendenze suicide. Essendo un fanatico,
pero', vuole portare altri con se'. D'altronde, lo slogan "viva la muerte"
non e' stato inventato ne' in Israele ne' in Palestina.
*
- Maria Serena Palieri: Scoprire che si stanno allevando, anche nel proprio
seno, dei kamikaze, e' traumatico per Israele?
- Amos Oz: Si', molto. Anche sotto il profilo della minaccia concreta che
questo rappresenta. Persone in questo stato mentale sono in grado di
deragliare il progetto politico di disimpegno? Io spero di no. Con i miei
colleghi attivisti stiamo operando perche' non succeda. Ma, se mi chiede
garanzie, non posso dargliele. Come attivista della pace sono solo un
piccolo medico di campagna che cerca di attutire un po' le sofferenze.
*
- Maria Serena Palieri: Abraham B. Yehoshua e', per quello che risulta a noi
lettori italiani, il primo scrittore che, in Israele, abbia elaborato in
racconto la tragedia delle stragi suicide (se si eccettua il giovane Etgar
Keret, con il piu' sarcastico Pizzeria kamikaze). Lei ha apprezzato il suo
romanzo Il responsabile delle risorse umane?
- Amos Oz: In realta' non e' un romanzo sui kamikaze, e' sull'amore, un
amore impossibile per una donna gia' morta prima che il suo innamorato venga
a conoscere la sua esistenza. E' della stessa lega dell'amore di don
Chisciotte per Dulcinea, o di Humbert Humbert per Lolita. E' l'amore
impossibile, un classico del romanticismo. La donna e' morta in un attentato
kamikaze, ma poteva morire ugualmente in un incidente d'auto e il romanzo
sarebbe stato uguale.
*
- Maria Serena Palieri: A me sembrava che alla base del racconto di Yehoshua
ci fosse proprio la tragica alienazione di un paese, Israele, che di giorno
in giorno vuole ripulirsi dei massacri che lo insanguinano e ripristinare il
proprio ordine. Mentre il romanzo ci dice che quei morti non possono essere
cancellati, vanno sepolti.
- Amos Oz: Questo riguarda la natura umana. La vita ricomincia dopo un
attentato come dopo una guerra o uno tsunami. La gente ricomincia a faticare
per pagare il mutuo o a tradire il marito o la moglie. Non e' indifferenza,
e' il rifiuto della morte. O, nel caso del personaggio di Yehoshua, e'
l'opposto: innamorarsi della morta. I lettori europei tendono a leggere
tutto cio' che viene scritto da noi come registrazione di una realta'
immediata. Non e' cosi'. Anche in Italia, se uscisse un romanzo fortemente
sarcastico sui mass media, non per forza sarebbe un'allegoria del
berlusconismo.
*
- Maria Serena Palieri: Il brano che leggera' stasera a Massenzio parla
delle risorse della letteratura in tempi di catastrofe. Appunto, la
letteratura cosa puo' fare?
- Amos Oz: Avrei potuto intitolarlo "L'amore ai tempi del colera", peccato
che il titolo me l'abbiano rubato. La letteratura puo' ricordarci che nella
vita c'e' ben di piu' delle idee, degli ideali e delle ideologie. E che, se
tutto diventa politica, i fanatici hanno vinto.

4. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "CONTRO IL FANATISMO" DI AMOS OZ
[Dal quotidiano "La stampa" del 3 maggio 2004 col titolo "Amos Oz, un
sorriso contro i fanatici" e il sommario "Contro il fanatismo, il nuovo
libro di Amos Oz, e' nella sostanza un discorso sulla possibilita' di
incontrarsi a dispetto delle distanze, il pacato e sapiente elogio del
compromesso, cioe' del trovarsi a mezza strada".
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; Scrivere di
se'. Identita' ebraiche allo specchio, Einaudi, Torino 2007; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg]

Tradurre un grande scrittore significa rendersi disponibile allo stupore,
che e' una fra le emozioni piu' difficili da descrivere e condividere, e
tuttavia si rinnova puntuale ogni volta che le parole si incontrano,
partendo da due lingue diverse: e poi Contro il fanatismo, il nuovo libro di
Amos Oz, e' nella sostanza un discorso sulla possibilita' di incontrarsi a
dispetto delle distanze, il pacato e sapiente elogio del compromesso, cioe'
del trovarsi a mezza strada. Traducendolo, pero', si deve diventare talmente
indiscreti da non arrossire piu' entrando fra le pieghe di una riga,
sbirciando da dietro un telo di silenzio sempre piu' trasparente, perche'
tradurre un grande scrittore significa anche e soprattutto conquistare con
lui una confidenza diversa da quella che si ha con un essere in carne e
ossa, ma non meno intima, anzi. E' riconoscerlo qua e la' dentro i suoi
libri, che lo si cerchi o meno.
Cosi', dopo aver tracciato la fisionomia di Alec Gideon, il grande e morente
studioso di fanatismo protagonista della Scatola nera, lo scrittore
israeliano raccoglie ora il tema in prima persona, con queste tre lezioni in
forma di racconto che ha scritto in inglese e letto di fronte al pubblico
tedesco dell'Universita' di Tubingen, intitolate rispettivamente Passioni
oscure (cioe' lo scrivere...), Come guarire un fanatico. L'oltranzista e' un
punto esclamativo ambulante e Israele e Palestina tra diritto e diritto.
Esperto di fanatismo comparato, si definisce Amos Oz senza sotterfugi
narrativi e invece con la spontaneita' di chi queste cose le ha vissute in
prima persona: "Non per scherzo. Se avete per caso notizia di un'accademia o
un'universita' in procinto di inaugurare un dipartimento di studi sul
fanatsmo comparato, faccio subito domanda. In veste di ex gerosolimitano, di
fanatico redento, mi sento pienamente qualificato per quel posto".
Fuor d'ogni rigore accademico ma con intensa laconicita', Amos Oz scrive che
il fanatico e' "un punto esclamativo ambulante", ma anche un inguaribile
altruista, talmente altruista da voler modificare l'imperfezione del mondo a
tutti i costi. Anche a costo della vita propria e altrui. "Ritengo che
l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a
cambiare. Quell'inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino,
educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello,
piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico e' la creatura piu'
disinteressata che ci sia", ansiosa di salvare il prossimo a misura dei
propri ideali. E nel caso in cui si dimostri particolarmente recalcitrante,
eliminarlo dalla scena per incompatibilita'.
Amos Oz offre in queste pagine una sottile anatomia del fanatismo. Descrive
per astrazione poetica ma anche, e in piena sincerita', per conoscenza di
causa. Del suo passato di giovane oltranzista mal disposto a riconoscere le
ragioni e financo l'esistenza dell'altro, parla con la stessa lucidita'
sofferta che anima Una storia di amore e di tenebra. E anche il presente
politico in cui vive e' fin troppo generoso di spunti, per quella disciplina
del fanatismo cercata dallo scrittore, aspirante cattedratico. Se non che la
sua vocazione di poeta e non di compilatore d'apparati critici si rivela
proprio nel non limitarsi a una fenomenologia dell'oltranzismo. La speranza,
si sa, e' piu' materia di sogni che di note a margine, benche' a volte anche
i sogni abbiano i piedi per terra e una buona dose di ragionevolezza.
Pertanto, dopo una dettagliata sintomatologia del fanatismo, Amos Oz passa
alla cura. Ardua, dolorosa, financo improbabile: un affare piu' da poeta che
da dottore.
Nessun uomo e' un'isola, ha scritto John Donne: siamo tutti penisole, glossa
Amoz Oz con inconsueto rigore di sillogismo. Se la sua e' una conclusione,
il termine medio del procedimento e' il contenuto stesso di questo libro. La
terapia per contrastare il fanatismo, racconta, esige immaginazione e
spirito. Senso dell'umorismo e disponibilita': "la capacita' di esistere nel
contesto di situazioni aperte: scrivere un romanzo, ad esempio, implica
insieme ad altri oneri anche quello di svegliarsi ogni mattina, bere una
tazza di caffe' e iniziare a immaginare l'altro. E se fossi lei, se fossi
lui. Nel mio ambiente, nella mia storia personale e familiare mon posso fare
a meno di pensare, e molto spesso, al fatto che sarebbe bastata una minima
variante nei miei geni e nelle circostanze... sarei potuto essere un ebreo
della Cisgiordania, un estremista ultraortodosso... chiunque altro".
Ammettere l'esistenza dell'altro, e financo provare a infilarsi nei suoi
panni. Ma anche sapere stemperare l'aridita' delle cose in un sorriso, in
primo luogo su se stessi.
Tutto questo si riassume in un termine che e' il nodo centrale del libro, il
cui titolo, come in un'equazione dall'incognita taciuta si' ma necessaria,
racchiude implicitamente accanto a "contro il fanatismo" un "elogio del
compromesso": "Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola
gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d'Europa... e'
considerato come una mancanza di integrita', di dirittura morale, di
consistenza, di onesta'. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola
compromesso e' sinonimo di vita. E dove c'e' vita ci sono compromessi. Il
contrario di compromesso non e' integrita' e nemmeno idealismo e nemmeno
determinazione o devozione. Il contrario di compromesso e' fanatismo,
morte".
Ammettere la mutevolezza delle situazioni, riconoscere la propria
fallibilita' oltre che quella altrui, disporsi a compiere qualche passo in
una direzione malaugurata ma inevitabile: il corredo del compromesso e' un
coraggio non violento, una convinzione che non pretende di diventare
contagiosa. Amos Oz racconta tutto questo con uno slancio poetico intriso di
esperienza vissuta e vivente, senza offrire ricette morali a buon prezzo.
Niente cure d'urto, con connessi rischi di rigetto. E un sacrosanto rispetto
per il tempo che passa, improbabile compagno di sorte delle speranze piu'
recondite.

5. LIBRI. FRANCO MARCOALDI PRESENTA "CONTRO IL FANATISMO" DI AMOS OZ
[Dal supplemento settimanale "Il Venerdi' di Repubblica" del 18 giugno 2004
col titolo "La penna Di Amos Oz contro i fanatici".
Franco Marcoaldi e' scrittore e giornalista. Dal sito
www.festivaletteratura.it riprendiamo la seguente scheda: "Franco Marcoaldi,
poeta, storico, critico letterario, inviato del quotidiano 'La Repubblica',
vive e lavora a Roma. Opere di Franco Marcoaldi: A mosca cieca, Einaudi,
1992; Voci rubate, Einaudi, 1993; Amore non amore, Bompiani, 1997; Un mese
col Buddha, Bompiani 1997; Il vergine, Bompiani, 1998; Prove di viaggio,
Bompiani 1999; L'isola celeste, Einaudi 2000; Benjaminowo: padre e figlio,
Bompiani, 2004; Gaetano Cipolla. Carte a proposito di Seneca, Lubrina, 2005;
Animali in versi, Einaudi 2006"]

Dopo il successo di Una storia d'amore e di tenebra, lo scrittore israeliano
Amos Oz torna nelle nostre librerie con uno smilzo, lucidissimo volumetto
che sta gia' scalando la classifica dei bestseller: Contro il fanatismo.
Vi sono raccolte tre lezioni, dalla scrittura quanto mai piana e nitida, che
ruotano tutte attorno allo stesso tema indicato dal titolo. Oz comincia
svolgendo un ampio ragionamento sulla genesi dell'attuale fanatismo
politico-religioso planetario, per poi concentrare la sua attenzione sul
conflitto israeliano-palestinese. Sbagliano, dice, quegli intellettuali
europei che pretendono una netta presa di posizione a favore dell'uno o
dell'altro: qui "non ci sono 'buoni' e 'cattivi'"; al contrario, la vera
tragedia e' che entrambi i popoli in lotta hanno valide ragioni per
reclamare il diritto ad abitare sulla medesima terra. Percio' l'unica chance
di pacificazione - un divorzio equo tra i due contendenti, costretti per di
piu' a restare "nello stesso alloggio, molto angusto" - e' affidata a un
doloroso compromesso, "parola che gode di una pessima reputazione nei
circoli idealistici d'Europa", mentre nel vocabolario dello scrittore
israeliano e' sinonimo di vita: visto che "dove c'e' vita ci sono
compromessi. Il contrario di compromesso non e' integrita' e nemmeno
idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso
e' fanatismo, morte".
Fin qui l'Oz politico, assieme pragmatico e radicale, al quale si aggiunge
poi l'Oz scrittore, che rivendica uno specifico ruolo della letteratura
nella lotta contro il fanatismo. Chi infatti scrive (o legge) immagina le
altrui esistenze, si mette nei panni dell'altro, relativizza la propria
posizione e percio' stesso e' portato a sorridere di se e dei suoi pensieri.
Tutto il contrario del fanatico - "un punto esclamativo ambulante" - il
quale non e' mai sfiorato dal dubbio, vuole redimere il prossimo
costringendolo ad assumere la sua propria posizione ed e' totalmente ignaro
di cosa sia l'ironia.
Diffidate degli uomini tutti d'un pezzo, ammonisce Oz. L'esistenza e' per
sua stessa natura ambivalente, incerta, contraddittoria, imperfetta. Ed e'
sempre meglio "l'imperfezione della vita" che la "perfezione di una morte
gloriosa".

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 200 dell'8 luglio 2008

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