Minime. 392



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 392 del 12 marzo 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Ann Jones: La guerra contro le donne
2. Etienne Balibar: Ancora su razzismo e antropologia
3. La "Carta" del Movimento Nonviolento
4. Per saperne di piu'

1. MONDO. ANN JONES: LA GUERRA CONTRO LE DONNE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo dal
titolo "La guerra contro le donne: una lettera dal fronte occidentale
africano", di Ann Jones, apparso su "The Sunday" del 17 febbraio 2008.
Ann Jones, scrittrice, fotografa, attivista per i diritti umani, sta
lavorando come volontaria con l'International Rescue Committee ad uno
speciale progetto contro la violenza di genere dal nome "Crescendo globale:
voci di donne dalle zone di conflitto". Opere di Ann Jones: Kabul in
inverno: vita senza pace in Afghanistan, Metropolitan Books 2007]

Kailahun, Sierra Leone. Saluti da una zona di guerra che non e' l'Iraq. E
neppure l'Afghanistan. La sto sperimentando nell'Africa occidentale, dove ho
sino ad ora lavorato con le donne in tre paesi confinanti, tutti
recentemente dilaniati da guerre civili: Liberia, Sierra Leone e Costa
d'Avorio. Il disastro iracheno ha monopolizzato l'attenzione ed oscurato
queste guerre "minori", peraltro ora ufficialmente "cessate", ma milioni di
donne africane ne stanno subendo le conseguenze. Per esse, la guerra non e'
finita per nulla, e neppure se ne vede la fine all'orizzonte. Questo e' il
reportage di guerra che non viene mai fatto veramente. Lasciate che vi
spieghi.
*
Di sicuro ricordate i conflitti di cui parlo. La guerra civile in Libera si
dispiego' in tre successive ondate, durando complessivamente 14 anni, dal
1989 al 2003. La guerra civile in Sierra Leone ebbe inizio nel 1991 quando i
guerriglieri del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) della Sierra Leone,
addestrati in Liberia, invasero il loro stesso paese. La guerra attiro'
parecchi partecipanti, e duro' sino al gennaio 2002, un decennio. In Costa
d'Avorio, una guerra civile ebbe inizio nel 2002 quando i ribelli del nord
tentarono un colpo di stato per rimuovere il presidente Laurent Gbagbo, ma
questa volta la comunita' internazionale ha deciso di agire prima che la
regione venisse ulteriormente destabilizzata: intervennero i francesi, poi
altri africani, ed infine i peacekeeper delle Nazioni Unite, ed un trattato
di pace fu firmato nel 2003.
Percio', ufficialmente, questi paesi non sono piu' "zone di guerra". Accordi
sono stati siglati. Forze di interposizione sono in servizio o a portata di
mano. Le Nazioni Unite e le agenzie umanitarie internazionali stanno
fornendo assistenza. Qualche arma e' stata deposta. Qualche rifugiato e'
tornato dall'esilio. Alcuni uomini stanno facendo mattoni di fango e
costruendo capanne per rimpiazzare le case spaziose di cemento, con le loro
tegole, che una volta erano fruibili nei villaggi di tutta la regione.
Ufficialmente, Liberia, Sierra Leone e Costa d'Avorio sono ora designate
quali "zone post-conflitto", ma sono paesi cosi' frantumati, cosi'
traumatizzati e, in special modo Sierra Leone e Liberia, cosi' devastati ed
impoveriti che non possono dirsi al sicuro e in pace. La Sierra Leone ha
rimpiazzato l'Afghanistan come paese piu' povero del pianeta e, come
l'Afghanistan, e' una nazione di vedove.
Visitate uno di questi paesi e vedrete da voi che, nella migliore delle
ipotesi, la pace richiedera' un tempo assai lungo per manifestarsi. La
devastazione del distretto di Kailahun in Sierra Leone e', per esempio,
altrettanto scioccante di quel che ho visto a Kabul. Il termine "post
conflitto" suona vagamente speranzoso, anche se e' riferito ad un luogo
disperato, impegnato in un difficile periodo di "ripresa" che potra' o non
potra' essere riconoscibile fra un decennio o due, o persino dopo una
generazione o due, come pace. E' questo che i nostri politici non si curano
di menzionare (e' possibile persino che non lo capiscano) quando parlano di
pace e guerra come se si trattasse delle due facce di una stessa medaglia,
ottenute con eguale facilita' tramite un lancio a "testa o croce". Qualsiasi
idiota puo' dare inizio ad una guerra molto rapidamente, con un'aggressione
come quella lanciata dall'aria da George Bush in Iraq, o dal Ruf in Sierra
Leone via terra: ma la pace non si acquisisce altrettanto facilmente.
*
Giusto il mese scorso, il Tribunale speciale per la Sierra Leone all'Aja ha
ripreso il processo, iniziato lo scorso giugno, a carico di Charles Taylor,
l'affascinante signore istruito negli Usa, ex presidente della Liberia.
Taylor deve rispondere di undici capi di accusa per crimini di guerra,
relativi ad atti di terrorismo contro civili, omicidi, stupri, amputazioni,
servitu' sessuale e riduzione in schiavitu'. Si tratta di atrocita' commesse
contro il paese confinante. Era Taylor a finanziare i "ribelli" del Ruf
mentre terrorizzavano la popolazione e rimpolpavano le loro fila con i
rapimenti di civili. Pare che entrambi, Taylor e il leader del Ruf Foday
Sankoh, abbiamo avuto aiuto tecnico dalla Libia, a cui farebbe comodo una
destabilizzazione della regione occidentale africana. Pure queste guerre non
hanno per la maggior parte a che fare con le ideologie, e neppure con la
politica. Sono guerre di avidita', di potere e controllo e sfruttamento
delle risorse naturali della regione: le foreste pluviali della Liberia, i
diamanti insanguinati della Sierra Leone. Gli analisti politici e gli
storici militari potranno eventualmente avanzare altre teorie per spiegare
queste guerre, anche se dovranno fare una gran fatica per trovare qualsiasi
istanza che le redima, una qualsiasi "giusta causa". Gli africani vi diranno
che esse accadono perche' "uomini assai malvagi" anelavano potere e
ricchezze.
*
Comunque, ecco quel che volevo ricordarvi: quando pensate a questi uomini
che danno inizio a guerre, ricordate che non si tratta di guerre combattute
da due opposti eserciti, sono guerre alla popolazione civile: e in special
modo alle donne. Oggi sono i civili a contare il maggior numero di vittime
di guerra. Ogni conflitto che si e' succeduto, in tempi recenti, ha
aumentato le percentuali di civili esiliati, profughi, assaliti, torturati,
feriti, mutilati, scomparsi o uccisi. In ognuna di queste guerre moderne, la
maggioranza dei civili che soffrono sono donne e bambini. E vengono contati,
se vengono contati, meramente come "danni collaterali" (e' il caso dei 3.000
innocenti cittadini che morirono durante il primo bombardamento Usa
sull'Afghanistan nel 2001). Nelle guerre dell'Africa occidentale, i civili
sono diventati i bersagli primari. Foday Sankoh intendeva conquistare la
Sierra Leone, ma avendo all'inizio solo 150 combattenti, si diede al
reclutamento forzato. Come le forze di Charles Taylor in Liberia, Sankoh ha
distrutto interi villaggi, uccidendo la maggior parte dei residenti e
portandosi via quelli che gli servivano come soldati, facchini, cuoche e
"mogli". Di nuovo, la maggioranza degli uccisi e dei rapiti erano donne e
bambini.
Ed eccovi una verita' poco conosciuta: quando ogni conflitto cessa
ufficialmente, la violenza contro le donne continua, e spesso addirittura
peggiora. Quando gli uomini smettono di attaccarsi l'un l'altro, le donne
continuano ad essere bersagli convenienti. Qui nell'Africa occidentale, come
in numerosi altri luoghi dove lo stupro e' stato usato quale arma da guerra,
lo stupro e' diventato un'abitudine trasportata tranquillamente nell'era
"post conflitto". Dove le normali strutture della legge e della giustizia
sono state rese inabili dalla guerra, i soldati e i civili maschi possono
predare su donne e bambini impunemente. E lo fanno.
*
Percio' vi sto scrivendo, nell'Africa occidentale "post conflitto", da
quella che e' una zona di guerra in corso. Sto scrivendo dal cuore, sto
scrivendo della guerra contro donne e bambini.
Sentite questo rapporto di Amnesty International. Descrive l'ultima delle
guerre di cui parliamo, la relativamente breve guerra civile in Costa
d'Avorio: "La portata degli stupri e delle violenze sessuali in Costa
d'Avorio nel corso del conflitto armato e' stata largamente sottostimata.
Numerose donne hanno subito stupri di gruppo o sono state rapite e ridotte a
schiave sessuali dai combattenti. Lo stupro si e' accompagnato spesso a
pestaggi e torture, incluse torture di natura sessuale, delle vittime. Tutte
le fazioni armate hanno perpetrato e continuano a perpetrare violenza
sessuale in impunita'". Human Rights Watch sottolinea che "i casi di abusi
sessuali vengono scarsamente denunciati" perche' le donne temono "la
possibilita' di vendette da parte dei perpetratori, l'ostracismo di famiglie
e comunita', e tabu' culturali". Il rapporto di Amnesty documenta caso dopo
caso di ragazze e donne, dalle minori di dodici anni alle sessantenni,
assalite da uomini armati. Il piu' recente rapporto di Human Rights Watch
documento lo stupro di bambine di tre anni. Durante la guerra civile, donne
e bambine sono state rapite dalle loro case, nei villaggi, o ai posti di
blocco militari, o sono state scoperte mentre si nascondevano nelle
boscaglie. Alcune sono state violate in pubblico. Altre sono state violate
di fronte a marito e figli. Alcune sono state costrette ad assistere
all'omicidio di mariti e genitori. Venivano portate agli accampamenti dei
soldati, per essere tenute prigioniere assieme ad altre donne. Dovevano
cucinare per i soldati durante il giorno, ed ogni notte venivano stuprate,
anche da 30 o 40 uomini. Sono state picchiate e torturate. Alle donne che
resistevano al trattamento poteva essere tagliata la gola di punto in
bianco. Molte di loro sono state stuprate cosi' incessantemente e cosi'
brutalmente (con bastoni, coltelli, canne di fucili, carboni ardenti) che
sono morte. Molte altre si portano dietro ferite e dolore che dureranno ben
oltre la fine della guerra. Molte che da bambine erano state sottoposte a
mutilazioni genitali sono state letteralmente strappate in due parti.
Il rapporto di Amnesty freddamente dice: "La brutalita' degli stupri
frequentemente causa serie ferite fisiche che richiedono tempi lunghi e
trattamenti complessi, incluso il prolasso uterino e fistole retto-vaginali,
lesioni che sono spesso accompagnate da emorragie interne od esterne e
aborti". Nota anche che le donne di solito "non hanno accesso alle cure
mediche di cui hanno bisogno". Alcune non riescono a star sedute, o a stare
in piedi, o a camminare. Molte hanno contratto malattie a trasmissione
sessuale, e l'Hiv. Nessuno e' in grado di fare una stima su quante ne siano
morte, e quante ne moriranno. E di molte non si sa ancora nulla: forse sono
state trascinate oltre confine dalle milizie di delinquenti che tornavano a
casa. Forse sono state uccise lungo il tragitto.
*
Storicamente, e' da un lungo periodo che le donne vengono contate tra le
"spoglie di guerra", che si possono prendere liberamente, ma nella nostra
epoca grandi numeri di donne sono anche state pedine in deliberate strategie
militari e politiche intese ad umiliare gli uomini a cui esse "appartengono"
ed a sterminare il loro gruppo etnico (pensate alla Bosnia). Il rapporto di
Amnesty traccia l'intero quadro della violenza contro le donne in Costa
d'Avorio dal dicembre del 2000, quando delle donne vennero arrestate,
stuprate e torturate alla scuola governativa di polizia di Dioula: perche'
le loro presunte appartenenze etniche e politiche le affiliavano
all'opposizione. Secondo Human Rights Watch, questo non fu che uno dei casi
incitati dalla propaganda governativa prima dello scoppio della guerra
civile. Nessuno dei responsabili e' mai stato portato davanti a un
tribunale.
Nella vicina Liberia, quando le ostilita' cessarono nel 2002, un milione e
quattrocentomila liberiani erano profughi interni. In circa un milione erano
fuggiti all'estero. In un paese che conta tre milioni di cittadini, cio'
significa una persona su tre. In circa 270.000 morirono: il 10% della
popolazione. E di nuovo i bersagli piu' facili sono state le donne. Uno
studio dell'Organizzazione mondiale della sanita' del 2005 stima, ed e'
scioccante, che il 90% delle donne liberiane abbiano sofferto violenza
fisica o sessuale; tre su quattro hanno subito uno stupro. In modo tipico,
la fine della guerra non ha messo fine alla violenza contro le donne. Uno
studio in preparazione dell'International Rescue Committee, l'organizzazione
in cui sono attualmente una dei volontari, si conclude con queste parole:
"Mentre la guerra ufficialmente terminava nel 2003, la guerra contro le
donne continuava". Piu' della meta' delle donne liberiane intervistate e'
sopravvissuta ad almeno un'aggressione fisica durante i 18 mesi successivi
al termine ufficiale del conflitto. Piu' della meta' ha subito
un'aggressione sessuale nello stesso periodo. Il 72% ha testimoniato di
venir forzata ad atti sessuali dai propri mariti. Tra le rifugiate liberiane
in Sierra Leone, il 75% aveva subito uno stupro prima di lasciare il proprio
paese: il 55% di esse sono state nuovamente assalite nel nuovo paese. Quando
finisce la guerra, per le donne?
Moltissime non guariranno mai dalle ferite che hanno subito durante la
guerra. Le ho incontrate in Liberia. Durante una visita che ho fatto a
Kolahun, nella contea di Lofa County dove i combattimenti erano stati
pesanti, una donna mi ha mostrato le sue cicatrici: una serie di linee
orizzontali parallele che cominciano sotto un orecchio e scendono verso la
gola. Un guerrigliero dell'armata di Charles Taylor si teneva questa donna
contro il petto e lentamente, centimetro dopo centimetro, le apriva la carne
del collo in rivoli di sangue. Ma non basta. Gli uomini di Taylor le hanno
rotto tutte le dita delle mani, che ora sono rivolte all'indietro o piegate
ad angolature impossibili. Le hanno colpito la schiena con i calci dei
fucili cosi' pesantemente e cosi' a lungo che ora ha un braccio ed una gamba
paralizzati. Puo' ancora camminare, reggendosi su una gruccia di legno fatta
in casa, ma questo le impegna il "braccio buono", e non puo' reggere cose
sulla testa, avendo perso la capacita' di bilanciamento. Ha cinque bambini.
Alcuni di essi hanno lo stupro come padre. I soldati l'hanno tenuta
prigioniera per lungo tempo. Non sa dire in quanti l'abbiano violentata.
Nel piccolo villaggio di Dougoumai ho incontrato una donna a cui la gente si
riferisce come alla "signora malata". Giace su un letto, in una casa di una
sola stanza fatta di mattoni di fango. Quando sono entrata ha fatto grandi
sforzi per mettersi seduta, usando le mani maciullate per muovere le gambe
inerti. Sua sorella mi ha raccontato che e' stata rapita da una milizia che
combatteva contro Taylor, e ha subito uno stupro di gruppo da dieci uomini.
Le hanno picchiato la schiena con i calci dei fucili, evidentemente e' una
tecnica comune, e le hanno paralizzato le gambe. Non puo' camminare. Le
hanno distrutto le mani. Non puo' reggere niente nei palmi, non puo'
portarsi il cibo alla bocca, pettinarsi i capelli. L'accudiscono la madre e
due sorelle, fortunatamente sopravvissute alla guerra. Le loro vite sono ora
dominate dalle conseguenze della violenza fatta a questa donna.
Di recente, i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie e il
Fondo delle Nazioni Unite per i popoli hanno censito le donne sopravvissute
nella contea di Lofa, il centro delle operazioni di Charles Taylor. Piu' del
98% hanno perso la propria casa durante la guerra (1999/2003); piu' del 90%
i mezzi per vivere; piu' del 72% almeno un membro della famiglia. Circa il
90% sono sopravvissute ad almeno un'aggressione fisica, piu' della meta' ad
almeno un'aggressione sessuale. Nessuno ha censito quante di esse sono ora
disabili in modo permanente.
In Sierra Leone, dove terrorizzare la popolazione civile e' stata la
principale tecnica di guerra, la violenza contro donne e bambine e' stata
persino piu' brutale. Tutte le parti in conflitto hanno commesso atrocita'
senza fine. I documenti ufficiali riportano crimini indicibili: padri
costretti a stuprare le proprie figlie, fratelli costretti a stuprare le
proprie sorelle, soldati-bambini che stuprano in gruppo donne anziane e poi
tagliano via le loro braccia; donne incinte sventrate vive, e il feto
estratto dal grembo per soddisfare le scommesse dei soldati sul suo sesso.
Un ragazzo viene ucciso a colpi d'accetta e sventrato; il suo cuore ed il
suo fegato sono dati in mano alla sorella di 18 anni e le si ordina di
mangiarli. La giovane si rifiuta. Viene condotta in un campo dove sono
prigioniere altre donne, fra cui sua sorella. Assiste all'omicidio della
sorella e di altre prigioniere. Mano a mano che le decapitano, le tirano in
grembo le loro teste.
Questi delitti, che violano tabu' primordiali, mirano a distruggere non solo
le vittime individualmente, ma un'intera cultura: nella maggior parte dei
casi, le vittime sono donne e bambini. Forse il peggior crimine degli
"uomini assai malvagi" e' stato trasformare i bambini, in maggioranza i
maschi, in guerriglieri armati, malvagi quanto loro. Nella sua nota
autobiografia A Long Way Gone, Ishmael Beah descrive vividamente la sua
esistenza come soldato-bambino. Separato dalla propria famiglia per la
guerra, viene catturato da effettivi dell'esercito della Sierra Leone,
addestrato a combattere, "tenuto su" con droghe (come tutti gli altri
soldati) e forzato ad uccidere. Quando i ragazzini cominciano a stuprare
bambine e donne su istigazione degli uomini, la civilta' e' crollata.
*
In questi anni ogni tipo di orrore e' stato inflitto alle bambine e alle
donne in Liberia, Sierra Leone e Costa d'Avorio, per il loro essere femmine.
Se le femmine fossero un particolare gruppo etnico, diciamo albanesi, o
tutsi, o se fossero identificate con una religione particolare, come i
musulmani bosniaci, riconosceremmo quello che sta capitando come "pulizia di
genere" o "femminicidio di massa". Ma noi non parliamo dei crimini commessi
contro le donne in questo modo. E quand'e' l'ultima volta in cui avete
persino sentito nominare i crimini contro le donne?
Intervistato dalla tv per un documentario sugli stupri di massa nella
Repubblica democratica del Congo, un sorridente guerrigliero dice che si',
ha "fatto l'amore" con numerose donne. L'intervistatore chiede se le donne
erano consenzienti, e il guerrigliero scoppia a ridere. Ammette che molte
oppongono resistenza e, ancora sogghignante, aggiunge: "Se sono forti,
chiamo i miei amici ad aiutarmi". Nonostante gli eufemismi che usa,
quest'uomo sa esattamente quel che ha fatto e fa. Quando l'intervistatore
dice che il suo "fare l'amore" e' stupro, il guerrigliero ripete piu' volte
che cio' accade in tempo di guerra, e che quando la guerra sara' finita lui
non lo fara' piu'. Lo stato di guerra scusa i crimini commessi dagli uomini
contro le donne perche' lo stupro, dicono loro, e' qualcosa che succede
"naturalmente" in guerra.
*
La guerra contro le donne nell'Africa occidentale e ovunque e' diversa dalle
altre guerre, siano esse mosse da ideologia, politica, avidita' o ambizione
personale: ogni fazione, ogni parte in causa fa guerra alle donne. Tutti
rapiscono donne, stuprano donne, costringono donne al lavoro coatto. Tutti
uccidono donne. In Sierra Leone, solo le Forze di difesa civile si sono
astenute dagli stupri per un tempo considerevole. Si trattava di cacciatori
tradizionali, reclutati dal governo affinche' difendessero le loro stesse
zone dai ribelli. I loro costumi prescrivono che un guerriero deve astenersi
dal sesso se non vuol perdere il proprio potere, e operavano vicini a casa,
dove erano conosciuti. Ma con il perdurare della guerra iniziarono anch'essi
ad agire come tutti gli altri combattenti. L'astenersi iniziale resta
importante, ad ogni modo, perche' offre l'evidenza che lo stupro non e'
qualcosa che "capita" in guerra, ma una scelta.
Nel cosiddetto dopoguerra, persino alcuni peacekeepers internazionali si
sono uniti alla guerra contro le donne. Human Rights Watch ed altri hanno
documentato i casi di stupro commessi dai soldati delle forze di
interposizione nell'Africa occidentale, e nessuno di essi e' stato
perseguito. I perpetratori sono stati semplicemente rimpatriati o spostati
da un'altra parte. Human Rights Watch riporta anche come pratica diffusa fra
i peacekeepers il servirsi di bambine che si sono date alla prostituzione
per sopravvivere (ci sono poche altre opzioni per queste bambine, che sono
gia' state usate come schiave sessuali durante la guerra).
Qui nel distretto di Kailahun, il luogo in cui la guerra in Sierra Leone e'
iniziata e terminata, le donne sono furibonde per gli abusi commessi sulle
loro figlie adolescenti. I genitori, in questa parte del paese, sono per lo
piu' vedove di guerra e prendono sul serio l'invito a mandare a scuola le
loro figlie, scuola che costa sempre piu' di quanto potrebbero permettersi.
Se una studentessa resta incinta, la si caccia da scuola. Considerate
l'impatto su un villaggio che stia tentando di riprendersi dalla guerra, e
deve avere un'insegnante, un'infermiera, un'assistente sociale in meno. Se
il padre del nascituro e' un altro studente, costui puo' continuare i suoi
studi e negare qualsiasi responsabilita'. Spesso, tuttavia, non sono gli
studenti a dover essere biasimati. Molte ragazzine ancora vergini lasciano
prematuramente la scuola per sfuggire ai loro insegnanti, e le donne
riportano che la percentuale di gravidanze di adolescenti cade a picco
quando le forze di "peacekeeping" lasciano la zona.
E comunque gli stupri di donne e bambine continuano, quasi del tutto
liberamente. E' difficile indicare i numeri, perche' coloro che subiscono
violenza provano di solito vergogna a denunciare i fatti: in guerra e' stato
piu' facile, perche' era chiaro che venivano forzate da uomini armati; ma
con la guerra "finita" lo stupro torna ad essere una colpa delle donne. Le
madri, come dicevo, sono pero' furibonde, e continuano a denunciare sempre
di piu' le violenze subite dalle figlie. Qui nel distretto si sono
mobilitate per costringere la magistratura locale ad occuparsi del caso di
una bambina di sette anni vittima di violenza sessuale. Il magistrato, che
pare sia parente del reo confesso, continua a evitare il processo
rinviandolo, ancora e ancora.
Violenza domestica, stupro maritale, abusi, torture, deprivazione economica:
tutta roba comune. Donne immiserite dalla guerra, con parecchi bambini a cui
dar da mangiare, sentono di non avere scelta se non quella di sopportare dei
"normali" livelli di violenza. Ma, esattamente come in tempo di guerra, la
violenza abituale invita al brivido dell'eccesso. Giusto ieri, nel distretto
di Moyamba, un uomo ha ucciso la propria moglie e poi l'ha decapitata.
*
Perche' gli "uomini assai malvagi", agendo il terrorismo contro i civili,
ottengono vantaggi che vanno al di la' dell'immediata gratificazione
dell'abuso di potere. Gli atti che infliggono terrore possono guadagnargli
posti importanti nel governo. Quando le atrocita' diventano sufficientemente
orrende e cospicue, come la notoria amputazione di braccia e gambe in Sierra
Leone, la comunita' internazionale si muove per dare inizio al processo di
pace. Usualmente, portano alla tavola dei negoziati tutti gli "uomini assai
malvagi" che hanno causato cosi' tanti guai, e li comprano con posti di
potere nel nuovo governo "ad interim" o "transitorio". E' testimone di cio'
un'altra parte del mondo in cui le donne vengono trattate malamente: tutti i
ben conosciuti signori della guerra che il popolo afgano voleva portati
davanti alla giustizia sono stati messi insieme nel gabinetto del Presidente
Karzai e, dopo le cosiddette elezioni democratiche, siedono in Parlamento.
Da negoziazioni di pace simili, Foday Sankoh e' emerso come capo della
commissione governativa incaricata della gestione delle risorse naturali
della Sierra Leone, inclusi i diamanti che hanno finanziato la sua guerra.
Charles Taylor, mentre ordinava saccheggi e stupri nei campi profughi, e'
stato eletto Presidente della Liberia. Sembra quasi che gli elettori abbiano
pensato, come spesso fanno le donne vittime di violenza domestica, che il
miglior modo per fermare la violenza di quest'uomo fosse lasciarle spazio,
sebbene la direzione di questo sentiero sia il disastro.
Gli "uomini assai malvagi" sono svelti ad imparare dai rapidi successi dei
loro fratelli in ogni parte del mondo. Laurent Kunda, riconosciuto nella
Repubblica democratica del Congo come il principale candidato ai processi
per crimini di guerra, sta ora contrattando la consegna delle armi con un
posto nel governo. L'attuale rapido precipitare del Kenya nella "guerra
tribale" deve molto alle stesse teorie: Raila Odingo, avendo perso delle
elezioni presidenziali chiaramente fraudolente, usa la violenza genocida con
la prospettiva che l'intervento internazionale lo rimetta sulla sedia
presidenziale facendolo entrare dalla porta posteriore. Sebbene la
risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiami
all'inclusione delle donne in tutti i processi di pace e' molto raro che
esse vengano invitate ai tavoli.
*
Qui nel distretto di Kailahun le donne raccontano la storia, probabilmente
apocrifa, di una vecchietta che fu sorpresa accanto al suo fuoco per
cucinare dai ribelli del Ruf che stavano invadendo il suo villaggio. La
circondarono, guardarono dentro la pentola, ed uno di essi disse: "Siamo
combattenti per la liberta' del Fronte Rivoluzionario Unito. Siamo venuti a
salvarti dal governo". L'anziana, per nulla impressionata, replico': "Allora
dovete andare alla capitale. Il governo non sta nella mia pentola". Le donne
del distretto di Kailahun continuano a raccontare questa storia, e ridono,
ridono. Sono cosi' orgogliose di quella solitaria, coraggiosa vecchia che
chiuse le bocche ai ribelli. E' lo spirito della sopravvivenza, che vive e
ride in loro, sebbene debbano sapere che con ogni probabilita' i ribelli
uccisero l'anziana, e mangiarono il suo pranzo.

2. RIFLESSIONE. ETIENNE BALIBAR: ANCORA SU RAZZISMO E ANTROPOLOGIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 19 dicembre 2007, col titolo "Un corpo a
corpo sulla linea del colore", il sommario "La costruzione delle differenze
tra le razze ha avuto una lunga gestazione. Dalla supposta scientificita'
delle differenze biologiche alla centralita' delle differenze culturali.
Un'anticipazione di un saggio del filosofo francese Etienne Balibar", e la
seguente breve scheda "L'invenzione della razza. La scommessa
interdisciplinare di Diabasis. La casa editrice Diabasis ha mandato alle
stampe il libro in due volumi sulla Differenza razziale. Discriminazione e
razzismo nelle societa' multiculturali (volume I, pp. 223, euro 18; volume
II, pp. 203, euro 18). Un'operazione ambiziosa, questa della piccola casa
editrice emiliana, perche' ha chiamato a scrivere filosofi, giuristi,
antropologi per fornire una prospettiva intersciplinare alla comprensione
dei conflitti razziali nelle societa' nel Nord del mondo. Nel primo volume,
curato da Thomas Casadei, compaiono saggi di Etienne Balibar (di cui
anticipiamo ampi stralci), Stefano Petrucciani, Gaia Giuliani, Gianfrancesco
Zanetti, Leonardo Marchettoni, Marco Goldoni, Costanza Margiotta, Baldassare
Pastore, Giorgio Pino, Francesco Belvisi e Enrico Diciotti. Nel secondo
volume, curato da Lucia Re, sono invece presentati alcuni case study e i
differenti interventi legislativi negli Stati Uniti, Unione Europea e
Brasile. Interessante e' l'analisi su come il sistema penale e penitenziario
abbia seguito le linee del colore nel suo sviluppo. Allo stesso tempo, come
anche le esperienze storiche di welfare state non siano stati immuni da
pulsioni 'razziali'".
Etienne Balibar, pensatore francese, nato nel 1942, docente di filosofia
alla Sorbona, collaboratore di Althusser, ha fatto parte del Pcf uscendone
nel 1981 in opposizione alla politica del partito comunista francese iniqua
verso gli immigrati; impegnato contro il razzismo, e' uno degli
intellettuali critici piu' lucidi nella denuncia delle nuove e pervasive
forme di oppressione e sfruttamento. Tra le opere di Etienne Balibar: (con
Louis Althusser et alii), Leggere il Capitale, Feltrinelli, Milano 1971;
Sulla dittatura del proletariato, Feltrinelli, Milano 1978; Per Althusser,
Manifestolibri, Roma 1991, 2001; Le frontiere della democrazia,
Manifestolibri, Roma 1993, 1999; La filosofia di Marx, Manifestolibri, Roma
1994, 2005; Spinoza e la politica, Manifestolibri, Roma 1995; (con Immanuel
Wallerstein), Razza, nazione e classe, Edizioni Associate, Roma 1996; La
paura delle masse. Politica e filosofia prima e dopo Marx, Mimesis, Milano
2001; Spinoza, il transindividuale, Ghibli, 2002; L'Europa, l'America, la
guerra, Manifestolibri, Roma 2003; Noi, cittadini d'Europa? Le frontiere, lo
stato, il popolo, Manifestolibri, 2004; Europa cittadinanza confini.
Dialogando con Etienne Balibar, Pensa Multimedia, 2006; Europa, paese di
frontiere, Pensa MultiMedia]

Alcuni analisti e saggisti vedono nel razzismo un fenomeno del passato,
sempre piu' marginale, che tenderebbe naturalmente ad affievolirsi se non
fosse "artificialmente" rinvigorito da strategie controproducenti e dagli
"effetti perversi" di definizioni e interventi istituzionali quali
l'affirmative action praticata negli Stati Uniti e le misure piu' o meno
equivalenti di lotta contro le discriminazioni adottate in altri paesi.
Non sono solamente i conservatori o i neoconservatori, come il sociologo
statunitense Dinesh D'Souza, autore di un libro-manifesto sulla "fine del
razzismo" pubblicato nel 1995, che credono di poter fare uso del concetto di
"razza" o di "differenza razziale", affermando al contempo che le societa'
moderne stanno superando i pregiudizi e le discriminazioni. Anche alcuni
intellettuali di sinistra non esitano ad affermare che le differenze
professionali, o le differenze di generazione o di sesso, tendono oggi ad
assumere, all'interno della conflittualita' sociale, il ruolo che ieri era
proprio delle differenze razziali, in particolare nei paesi segnati dal
colonialismo e dalla schiavitu'. Essi si presentano come i difensori di un
universalismo repubblicano che teme che la difesa delle minoranze e dei
gruppi oppressi degeneri in rivendicazioni "comunitariste", oppure cercano
di elaborare una politica di emancipazione "post-coloniale" e "postmoderna"
che permetta di passare dal discorso della razza e del razzismo a quello
delle identita' multiple "nomadi" o "diasporiche", che sovvertono le
tradizionali concezioni eurocentriche della comunita' (...)
Ciononostante, man mano che dei conflitti a carattere etnico-religioso
situati nel Nord come nel Sud generano genocidi e politiche di sterminio,
come nella ex-Jugoslavia e in Africa orientale e centrale, o proiettano nel
mondo intero i fantasmi della cospirazione e dello scontro di civilta' -
come nel caso del conflitto israelo-palestinese - si diffonde l'idea che il
razzismo in quanto tale e' un fenomeno permanente, il cui ritorno periodico
tradurrebbe l'incapacita' delle societa' di "progredire" nella civilta' o la
loro insuperabile dipendenza dalle strutture arcaiche della mentalita'
collettiva. Si puo' allora pensare che i dibattiti attuali attorno all'uso e
alle applicazioni della categoria "razzismo" non soltanto comportano
tensioni estreme, ma rischiano di generare confusione. Una confusione che
non ha solo risvolti epistemologici, poiche' il razzismo e', prima di tutto,
un oggetto politico e gli aspetti della teoria e della lotta sono
indissolubilmente legati (...)
Per quanto marginali possano sembrare di fronte ai dibattiti attuali, queste
considerazioni sono indispensabili per articolare tra loro tre tipologie di
conseguenze di cui siamo gli eredi. Prima di tutto le conseguenze
epistemologiche che riguardano la stessa organizzazione del sapere
contemporaneo "sull'uomo"; quindi il sorgere di resistenze al paradigma
dominante, che possiamo chiamare "umanista"; e, infine, la sua progressiva
trasformazione in un paradigma diverso, quello del "razzismo senza razze" o
"razzismo culturale" (razzismo "differenzialista").
Le conseguenze epistemologiche non solamente sono sorprendenti per la loro
influenza sull'organizzazione delle scienze umane, ma soprattutto per la
problematica del razzismo, interpretato filosoficamente come proiezione
ideologica o mitica delle differenze naturali interne alla specie umana a
discapito della sua essenziale indivisibilita', che viene cosi' a trovarsi
al cuore dei presupposti dell'antropologia, e non a derivare solamente da
applicazioni specifiche. Parlerei allora di una rivoluzione copernicana
nella storia dell'antropologia, che la fa passare da uno sguardo
"oggettivista" a uno sguardo "soggettivista" nell'uso del concetto di razza.
L'antropologia, in effetti, si distacca dallo studio delle differenze tra le
razze e della loro disuguaglianza, considerate come fenomeni oggettivi di
cui occorre rintracciare le conseguenze nel campo della politica e della
cultura, per passare allo studio del "razzismo", ovvero di quella credenza
soggettiva in una disuguaglianza fra le razze, che proietta una griglia
d'interpretazione "razziale" sull'insieme della storia o riduce l'insieme
delle differenze umane a un modello immaginario di supposte differenze
originarie ed ereditarie. (...)
Non dubito che questo cambiamento marchi un nuovo inizio nella storia della
disciplina antropologica. Ma occorre domandarsi se non ci sia un elemento di
continuita' soggiacente al ribaltamento dell'oggettivismo in soggettivismo,
benche' le conseguenze pratiche siano opposte. L'antropologia e' sempre un
progetto di conoscenza e di riconoscimento di se' da parte dell'umanita' o
d'identificazione dell'umano nell'uomo. Essa cerca di rispondere al problema
dell'identita' e delle differenze interne al mondo umano come mondo storico,
geografico, culturale. Chi siamo e dove siamo gli uni in rapporto agli
altri? A questa domanda, dal XVIII secolo e fino alla meta' del XX, in un
mondo dominato da una filosofia della storia eurocentrica, hanno preteso di
fornire una risposta la storia naturale, la biologia e la psicologia delle
razze. Dopo la seconda guerra mondiale, nonostante alcuni presagi della
rivoluzione copernicana nella critica del determinismo biologico da parte
del culturalismo - sarebbe utile qui concentrarsi particolarmente sugli
Stati Uniti d'America, sulle opere simmetriche di W.E.B. Du Bois e di Franz
Boas - la prospettiva diviene bruscamente quella dello studio del razzismo e
della sua teorizzazione. L'umanita' in quanto tale non e' piu' quindi una
specie il cui sviluppo e' guidato dalle differenze di razza, ma una specie
composta di individui e di gruppi capaci di sviluppare il razzismo, forse
addirittura inevitabilmente condotti a costruire dei miti razzisti - e piu'
generalmente delle illusioni xenofobe, eterofobe - sotto l'effetto di una
sorta di illusione trascendentale, o come conseguenza della propria
organizzazione in culture, societa' e comunita' separate da rapporti di
dominazione oggettivi. E' quello che potremmo chiamare "teorema di Sartre",
pensando al modo in cui, nello stesso periodo, nelle sue Reflexions sur la
question juive (1946), questi sosteneva che "l'Ebreo non esiste", ma che "e'
l'antisemitismo che fa l'Ebreo".
Tuttavia, in entrambi i casi si suppone che la "scienza" o la "conoscenza
scientifica" ci diano la risposta definitiva. Formulare quest'osservazione,
sia ben chiaro, significa non squalificare l'idea e la possibilita' di una
conoscenza scientifica, ma suggerire come la critica epistemologica
applicata alle "teorie razziali" potrebbe rivolgersi anche contro i propri
eredi, ossia contro le teorie del "razzismo storico". Significa soprattutto
mettere in discussione il "doppio empirico-trascendentale" che qui riguarda
non l'individuo, ma il "genere umano", partendo da un principio morale e
filosofico dell'unita' dell'umanita' e assegnando alle discipline
antropologiche il compito di spiegare il sorgere dei pregiudizi razziali,
ovvero dei soggetti o delle soggettivita' razziste. E' chiaro che questa
funzione e' segnata da un'ambiguita' alla quale e' forse impossibile
sfuggire.
*
Gli stati razziali
Conformemente a quello che era il programma iniziale delle istituzioni
internazionali, tale ambiguita' s'iscrive in una prospettiva di progressiva
abolizione del razzismo da parte della scienza e della volgarizzazione
scientifica, della pedagogia e della legislazione, che riproduce l'ideale,
derivato dall'Illuminismo, di autoeducazione dell'umanita'. D'altra parte
tuttavia, all'interno di societa' che potrebbero essere caratterizzate come
"Stati razziali" - nel senso dato al termine da David Goldberg - essa
s'iscrive in un programma di regolazione delle race relations, e dunque dei
conflitti e delle rappresentazioni razziste. In questo senso tutti gli Stati
contemporanei - anche se il razzismo non e' istituzionalizzato come
fondamento ideologico della cittadinanza - sono degli "Stati razziali",
poiche' comportano delle disuguaglianze e dei conflitti sociali
rappresentabili in termini di differenza razziale o di suoi equivalenti - la
differenza etnica, la condizione migratoria -, e, al contempo, sono
impegnati in una lotta politica e giuridica di riaffermazione
dell'uguaglianza, perlomeno formale. Si consacrano cosi' al compito di
"combattere il razzismo", di "estirparlo" dallo spazio pubblico e dalle
istituzioni della comunita' politica. Tutto cio' ha importanti conseguenze
pratiche; basti pensare allo sviluppo di una giurisprudenza dedicata alle
forme di discriminazione razziale e alle modalita' del razzismo. Si potrebbe
sostenere che questo e' l'altro versante - quello istituzionale - della
rivoluzione epistemologica prima illustrata.
Per questo e' importante, in conclusione, tentare di identificare questa
rivoluzione epistemologica, che fa dello studio del razzismo in quanto
fenomeno ideologico, il cuore della disciplina antropologica e allo stesso
tempo assume che esso, nelle sue cause, nelle sue varianti e nelle sue
trasformazioni storiche, deriva da una spiegazione antropologica - da
modelli universali di strutture sociali e simboliche - dalle resistenze che
suscita e dalle eccezioni che comporta. Queste sono tanto antiche quanto il
modello antropologico stesso, di cui mettono in dubbio la validita' e la
legittimita' istituzionale conferitagli dagli organismi culturali e
politici. Esse propongono dei modelli alternativi per la comprensione dei
comportamenti e delle rappresentazioni razziste e si interrogano sulla
validita' stessa della categoria di "razzismo" come categoria
universalizzante (...)
*
I limiti del paradigma
Non si trattava certamente, in questa sede, di svolgere una presentazione
completa del paradigma antropologico, dei problemi che esso pone o delle
trasformazioni che subisce nel momento in cui la definizione del razzismo si
trova di fronte a nuove situazioni storiche. Si trattava solamente di
indicarne la necessita'. Il problema che si pone e' quello di sapere se la
stessa categoria di razzismo non e' oggi giunta a un punto di decomposizione
e di decostruzione. I problemi epistemologici che si pongono sono due e
occorre porli simultaneamente. Da un lato, all'interno dello stesso
paradigma antropologico, la comprensione del razzismo evolve in direzione di
un concetto di "razzismo culturale" o di "razzismo differenziale". In un
certo senso, questo rappresenta la logica conclusione della frattura che
aveva condotto ad abbandonare la visione naturalista in favore di quella
storica e di analisi delle rappresentazioni collettive caratteristiche del
paradigma antropologico. Tuttavia diventa improvvisamente problematico
assegnare dei limiti alla categoria, limiti dai quali pure dipende il suo
uso scientifico, il suo valore analitico: ogni fenomeno di discriminazione,
ogni violenza simbolica sembrano esservi compresi. La reversibilita' stessa
del razzismo e del sessismo sembra perdersi nella loro equiparazione.
D'altra parte nuovi "casi", nuovi "esempi" sembrano sostituirsi, almeno in
parte, al sistema ternario che sottendeva la definizione iniziale:
antisemitismo, colonialismo, apartheid.
*
Le regole dell'esclusione
Allo stesso tempo la problematica delle discriminazioni istituzionali legate
alla destabilizzazione delle comunita' politiche - a partire dalle nazioni -
si fa sempre piu' insistente nelle societa' post-coloniali e negli insiemi
transnazionali o post-nazionali, lasciando in secondo piano il criterio
della divisione "naturale" della specie umana, o delle credenze, dei miti
che l'invocano. Altri criteri di definizione delle strutture, dei discorsi e
dei comportamenti razzisti, quali il criterio di esclusione - o meglio
dell'esclusione interiore - emergono in primo piano. Questi non hanno,
almeno in apparenza, bisogno di riferirsi alle "razze". Occorrerebbe quindi
esaminarne la costituzione e il funzionamento nelle ricerche contemporanee,
ampliando l'analisi qui cominciata.

3. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

4. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.miritalia.org; per contatti: mir at peacelink.it, luciano.benini at tin.it,
sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 392 del 12 marzo 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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