Nonviolenza. Femminile plurale. 132



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 132 del 18 ottobre 2007

In questo numero:
1. Il 21 ottobre a Roma
2. Per una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne
3. Un sito contro la violenza sulle donne
4. Maria G. Di Rienzo: Notizie d'ottobre
5. Giovanna Providenti: Il destino di Pegah
6. Azar Majedi: Contro tutti i terrorismi
7. Daniela Bezzi intervista Arundhati Roy

1. INCONTRI. IL 21 OTTOBRE A ROMA
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo]

Care amiche,
il costante aumento di violenza maschile sulle donne e di femminicidi, che
avvengono soprattutto in contesti familiari, ci hanno fatto riflettere
sull'urgenza di organizzare una manifestazione che mobiliti a livello
nazionale donne, associazioni e rappresentanze sociali contro la violenza
sulle donne.
Per verificare l'effettiva capacita' organizzativa di un evento di tale
complessita' vi invitiamo a partecipare tutte ad una assemblea pubblica che
si terra' alla Casa internazionale delle donne (via della Lungara 19, Roma)
domenica 21 ottobre, alle ore 10.30.
E' molto importante la partecipazione di tutte, vi preghiamo di veicolare
quanto piu' possibile la convocazione.
Angela Azzaro, Beatrice Busi, Roberta Corbo, Annalisa D'Urbano, Olivia
Fiorilli, Chiara Giorgi, Mariarosaria La Porta, Maria Tiziana Lemme, Luciana
Licitra, Aurelia Longo, Valentina Mangano, Ilaria Moroni, Monica Pepe, Elena
Petricola, Valeria Ribeiro Corossacz, Barbara Romagnoli, Laura Ronchetti,
Maria Russo, Marzia Saldan, Ornella Serpa, Marina Turi

2. APPELLI. PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo]

Care amiche,
e' necessario e urgente organizzare quanto prima una manifestazione
nazionale contro la violenza sulle donne.
La vita di molte ragazze e di molte donne continua a essere spezzata, le
loro capacita' intellettive e affettive brutalmente compromesse. Il
femminicidio 'per amore' di padri, fidanzati o ex mariti e' una vergogna
senza fine che continua a passare come devianza di singoli. Il tema continua
ad essere trattato dai mezzi di informazione come cronaca pura, avallando la
tesi che si tratti di qualcosa di ineluttabile, mentre stiamo assistendo
impotenti ad un grave arretramento culturale, rafforzato da una
mercificazione senza precedenti del corpo delle donne.
I numeri, lo sappiamo tutte, sono impressionanti:
- Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica,
sessuale e psicologica nella loro vita.
- La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7%
degli stupri) o dall'ambito familiare.
- Oltre il 94% non e' mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la
violenza e' stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'eta'
media delle vittime.
- Un milione e quattrocentomila ha subito uno stupro prima dei 16 anni.
- Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un
reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente 'qualcosa di sbagliato' e ben
il 36% solo 'qualcosa che e' accaduto'.
(Dati Istat).
La violenza sulle donne e' accettata storicamente e socialmente. Viene
inflitta senza differenza di eta', colore della pelle o status ed e' il
peggior crimine contro l'umanita'. Quello di una parte contro l'altra. La
politica e le istituzioni d'altro canto continuano a ignorare il tema
pubblicamente.
Senza una battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato
e maschilismo, non sara' possibile attivare un nuovo patto di convivenza tra
uomini e donne che tanto gioverebbe alla civilta'.
Una grande manifestazione nazionale dove tutte le donne possano scendere di
nuovo in piazza a fianco delle donne vittime di violenza e per i diritti
delle donne, puo' e deve riportare il tema al centro del dibattito culturale
e politico.
Ma e' importante sapere quante siamo, perche' per farci sentire dovremo
essere in molte.
Vi preghiamo di sottoscrivere e di diffondere il piu' possibile questo
appello inoltrando il link del sito ad amiche e associazioni.
Vi invitiamo a seguire gli aggiornamenti sul sito.
Un caro saluto a tutte
controviolenzadonne.org

3. RIFERIMENTI. UN SITO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo]

Siamo un gruppo di donne di Roma che si stanno mobilitando per organizzare
una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne.
Vi invitiamo a visitare il nostro sito www.controviolenzadonne.org ed a
firmare l'appello.
Attraverso la nostra mailing list (info at controviolenzadonne.org) riceverete
informazioni ed aggiornamenti sulle prossime iniziative in vista della
manifestazione.
Vi preghiamo di inoltrare il link del sito ad amiche e conoscenti.
Grazie
controviolenzadonne.org

4. MONDO. MARIA G. DI RIENZO: NOTIZIE D'OTTOBRE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice,
regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche
storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sydney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005. Un
piu' ampio profilo di Maria G. Di Rienzo in forma di intervista e' in
"Notizie minime della nonviolenza" n. 81]

"Afflitta da dittatori e lacche', da sparatorie e pestaggi, la mia testa e'
insanguinata, ma non china". E' il testo di un volantino che sta circolando
in questi giorni in Birmania. Per chi crede che la protesta nel paese sia
rientrata con la repressione (che sta continuando), ecco alcuni fatti. Il 5
ottobre un messaggio e' stato affisso all'entrata della pagoda Mae Lamu a
Rangoon. Il testo recitava: "Persino io, il signore Buddha, sono agli
arresti domiciliari". Tre giorni dopo, l'8 ottobre, sessanta palloni
aerostatici, ognuno carico di manifestini, sono volati nel cielo birmano dal
distretto di Thingangyun. I palloni erano tutti dipinti con il volto del
generale Than Shwe e la parola "macellaio". Lo stesso giorno, hanno
scioperato contro la repressione piu' di 800 lavoratori di una fabbrica di
indumenti a Rangoon. E sempre lo stesso giorno la Federazione birmana degli
studenti ha diffuso un comunicato in cui si dichiara tra l'altro:
"Riaffermiamo con chiarezza il nostro impegno a continuare a lavorare verso
lo scopo (la fine del regime - ndr) per cui le nostre sorelle e i nostri
fratelli sono caduti... La nostra associazione rafforzera' e rendera' piu'
solidi i legami con tutte le organizzazioni studentesche, di modo da formare
un fronte comune".
*
Lotte nonviolente sono in corso anche in Congo, dove le donne si oppongono
ad un crescendo allucinante di violenze sessuali (27.000 stupri, lo scorso
anno, solo nella provincia di Kivu). Lo studio del gruppo Safer (acronimo
per "Aiuto sociale per l'eliminazione dello stupro"), reso pubblico la
scorsa settimana, testimonia che: "ogni donna viene violata da una media di
2,8 uomini. In altre parole, dietro ad ogni sopravvissuta allo stupro ci
sono tre uomini impuniti". Justine Masika Bihamba, quarantaduenne, e' una
delle difensore dei diritti umani delle donne che sta tentando
disperatamente di portare alla consapevolezza internazionale quel che sta
accadendo in Congo: "Non e' solo violenza sessuale, e' tortura. Le donne
vengono assalite con oggetti affilati allo scopo di mutilarle: coltelli,
baionette, rasoi, schegge di legno. Le ferite sono cosi' gravi che organi
riproduttivi, vesciche e intestini vengono distrutti. Spesso gli aggressori
continuano a mutilare le donne dopo averle uccise". Chi sopravvive ha scarse
speranze di ricevere aiuto, in un paese in cui le strutture sanitarie sono
poche, sparse e rudimentali. E la consulenza alle vittime la fanno solo
gruppi di volontarie come quello di Justine, "Synergie des femmes pour les
victimes de violences sexuelles". Le due figlie di Justine hanno subito lo
stesso destino, assalite all'interno della propria casa da una gang armata
(ora sono nascoste ed in attesa di lasciare il paese). La madre e' arrivata
mentre gli stupratori lasciavano il posto, in tempo almeno per riconoscerne
uno: si trattava della guardia del corpo di un colonnello delle forze di
sicurezza. Justine si e' presentata a quest'ultimo, per chiedere giustizia,
ma lui si e' rifiutato di arrestare il suo sottoposto ed i colleghi di
quest'ultimo hanno commentato con disprezzo che: "Madame Justine non deve
credersi speciale, diversa dagli altri che uccidiamo qui a Goma". In Congo
in questo momento milizie, soldati, polizia locale, fuggiaschi hutu e
combattenti nomadi chiamati ìMai Maiî combattono ferocemente tra loro, ma
hanno sempre un nemico comune: infatti, nessuno di questi gruppi omette di
violentare quante piu' donne riesce.
*
Ma le donne resistono e lottano ovunque. Le nepalesi badi (un gruppo di
dalit, ovvero "intoccabili"), le principali sostenitrici economiche delle
loro famiglie, sono costrette dalla discriminazione statale, sociale e
comunitaria a fare un unico lavoro, le prostitute. Hanno cominciato ad
essere molto visibili il 22 agosto scorso, sebbene ce ne fossero solo tre
dozzine in piazza a Kathmandu a chiedere il diritto di possedere la terra,
la candidatura di una donna per ogni uomo candidato all'assemblea
costituente, la presenza di proprie rappresentanze legali ad ogni livello in
cui il governo si occupa di discriminazione razziale, e il diritto alla
cittadinanza per i loro figli, di cui essi sono ora privi. La piccola
manifestazione e' stata dispersa a forza di botte, e le donne incarcerate,
ma cinque giorni dopo le dimostranti nello stesso luogo erano 450. Stanno
continuando a chiedere che i loro diritti umani vengano riconosciuti, anche
in questi giorni, ed hanno ribadito che: "Le violazioni dei diritti umani
delle donne badi sono un'umiliazione per tutte le donne nepalesi".
*
Allo stesso modo stanno resistendo le donne dello Zimbabwe, le coraggiose
donne di Woza (Women of Zimbabwe Arise). Le loro manifestazioni e proteste
sono rigorosamente nonviolente. L'inflazione nel loro paese e' del 6.000%
(avete letto bene: seimila per cento). Da mesi non sono in grado neppure di
comprare il pane, e la mancanza di cibo sta peggiorando il tasso di
mortalita' relativo all'Hiv/Aids. Le donne di Woza vogliono elezioni libere,
diritti umani, fine delle brutalita' poliziesche. Il 40% di esse ha subito
violenze e pestaggi sia durante le dimostrazioni sia in carcere, ma non
mollano. Prendete le loro leader: Jenni Williams e' ormai stata imprigionata
29 volte, Magodonga Mahlangu 20 volte; Mary Ndlovu, il cui marito e' stato
incarcerato senza accuse e senza processo negli anni '80, ed e' morto poco
dopo il rilascio, si spiega cosi': "Mi sono unita a Woza perche' e' un
movimento di donne che stanno insieme, sono coraggiose insieme,
ridefiniscono insieme il potere. Per troppi anni abbiamo sofferto in
silenzio. In tutta la nazione ci sono donne che ci sostengono, e quando non
sono fisicamente presenti e' solo a causa di questioni logistiche".
*
Fanno paura, queste difensore dei diritti umani? Moltissimo. Bisogna
metterle a tacere in ogni modo, e quando sono troppo famose e rispettate per
risolvere la questione a bastonate e galera, le si imbavaglia a livello di
media. E' il caso di Ghada Jamsheer, attivista per i diritti delle donne nel
Bahrain, che ha ottenuto questo onore direttamente dalla corte reale del
paese: e' fatto divieto a radio, televisione e giornali nazionali di
riportare le sue parole o di nominarla. E' vero che, in tutta la regione del
Golfo, Ghada viene considerata un modello e uno stimolo per le
organizzazioni di donne e per quelle che si occupano di diritti umani; e'
vero anche che assieme a Benazir Bhutto e Shirin Ebadi ha contribuito a
formare il "Forum delle donne musulmane per i diritti umani", che si e'
riunito in plenaria per la prima volta ad Oslo nel maggio 2007, ma
ultimamente ha proprio esagerato: ha scritto a sua maesta' lo sceicco Hamad
bin Isa Al Khalifa chiedendo che il Consiglio supremo per le donne,
presieduto dalla di lui moglie, venga riformato, includendovi le
associazioni indipendenti di donne, giacche' ha sistematicamente fallito
tutti gli obiettivi per i quali era stato creato. Davvero, certa gente non
ha proprio pudore: vogliono persino che gli uffici del loro governo
funzionino.
*
Il governo statunitense, per esempio, funziona male non solo a livello di
liberta' civili, cura dei propri cittadini, e aggressioni internazionali: la
Commissione inter-americana per i diritti umani lo ha dichiarato colpevole
il 5 ottobre scorso, in una causa intentata da Jessica Lenahan, una donna
del Colorado. La Commissione ha stabilito che il governo Usa e' obbligato a
fornire protezione alle vittime di violenza domestica secondo i termini dei
trattati internazionali. Jessica aveva chiesto inutilmente e disperatamente
tale protezione: non avendola ricevuta, il suo ex marito e' riuscito ad
ammazzarle tutte e tre le figlie.
*
Per migliorare, si potrebbe prendere ad esempio... l'Afghanistan. La
provincia di Bamiyan, intendo. La governatrice e' una donna, e le elettrici
sono il 52% dell'elettorato totale. Hanno poco e niente, come il resto del
paese, ma quel che hanno e' messo a frutto per i cittadini e le cittadine,
cosi' la provincia ha generatori elettrici condivisi, abbastanza cibo per
tutti, nessun talebano in giro e neppure mezzo burqa. Fu l'ultima provincia
a cadere durante la guerra che porto' al potere i talebani (nel 2001, pochi
mesi prima dell'invasione americana), resistendo cinque anni oltre la resa
di Kabul. E se volete parlare di come vanno le cose con il piu' prominente
dei religiosi locali, per esempio per quanto riguarda il benessere della
provincia, egli vi presentera' alla sua collaboratrice Latifah Naseri,
economista dal sorriso timido ma dal volto scoperto. Tutti e due hanno
dichiarato ai visitatori della stampa straniera di essere piuttosto a
disagio quando devono recarsi a Kabul.
*
Uno studio interessante, a proposito, e' stato reso pubblico il 15 ottobre
2007: riguarda le possibilita' di "rompere il soffitto di vetro" da parte
delle donne nei paesi in via di sviluppo. Lo ha redatto una ditta privata,
la PricewaterhouseCoopers, per conto del Forum delle Donne che si e' tenuto
a Deuville, in Francia, lo scorso fine settimana. L'indagine ha toccato otto
paesi fra cui la Cina, l'India e la Germania, ed ha scoperto
sorprendentemente che: "... nei paesi industrializzati, gli stereotipi
culturali e le percezioni discriminatorie possono rappresentare barriere
maggiori per la piena partecipazione delle donne rispetto a moltissimi paesi
in via di sviluppo". Il responsabile della ricerca, Samuel Di Piazza, dice:
"Le norme culturali dei paesi 'sviluppati' sono piu' profonde e durature,
specialmente quelle che riguardano l'economia. In alcuni paesi, come la
Germania o la Svizzera, le donne possono dover affrontare piu' ostacoli
rispetto ad aree in via di sviluppo, ove vi e' un'enorme richiesta di
persone che abbiano talento, e dove tale richiesta induce a riaggiustare le
norme culturali che sarebbero di impedimento alle donne".
*
Solo questione di buon senso, quindi. Lo stesso che ha permesso per la prima
volta, nella citta' turca di Anatolia, alle ragazze musulmane di battere i
tamburi all'alba insieme con i ragazzi, durante il Ramadan. Le battitrici di
tamburo hanno segnalato ogni giorno l'ora dell'ultimo pasto prima del
digiuno rituale. Che possano continuare a battere i tamburi ogni volta in
cui qualcuno dira' loro che, come femmine, valgono meno degli uomini, o non
possono far questo o quello.
*
Fonti: Al Arabiya; Christian Science Monitor; Gulf News; International
Herald Tribune; Reuters; The Guardian; The Toronto Star; We News; Women
Human Rights Defenders; Worec Nepal.

5. UMANITA'. GIOVANNA PROVIDENTI: IL DESTINO DI PEGAH
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il seguente
articolo.
Giovanna Providenti e' ricercatrice nel campo dei peace studies e women's
and gender studies presso l'Universita' Roma Tre, saggista, si occupa di
nonviolenza, studi sulla pace e di genere, con particolare attenzione alla
prospettiva pedagogica. Ha due figli. Partecipa  al Circolo Bateson di Roma.
Scrive per la rivista "Noi donne". Ha curato il volume Spostando mattoni a
mani nude. Per pensare le differenze, Franco Angeli, Milano 2003, e il
volume La nonviolenza delle donne, "Quaderni satyagraha" - Libreria Editrice
Fiorentina, Pisa-Firenze 2006; ha pubblicato numerosi saggi su rivista e in
volume, tra cui: Cristianesimo sociale, democrazia e nonviolenza in Jane
Addams, in "Rassegna di Teologia", n. 45, dicembre 2004; Imparare ad amare
la madre leggendo romanzi. Riflessioni sul femminile nella formazione, in M.
Durst (a cura di), Identita' femminili in formazione. Generazioni e
genealogie delle memorie, Franco Angeli, Milano 2005; L'educazione come
progetto di pace. Maria Montessori e Jane Addams, in Attualita' di Maria
Montessori, Franco Angeli, Milano 2004. Scrive anche racconti; sta
preparando un libro dal titolo Donne per, sulle figure di Jane Addams, Mirra
Alfassa e Maria Montessori, e un libro su Goliarda Sapienza.
Pegah Emambakhsh, donna lesbica iraniana di 40 anni, rifugiata in Europa,
rischia di tornare in Iran e di essere lapidata per la sua omosessualita' se
il governo britannico confermera' la sua espulsione e il rimpatrio forzato]

Non si sa se la compagna di Pegah Emambakhsh, detenuta in Iran e condannata
a morte, sia gia' stata lapidata o no. I media e le associazioni per i
diritti umani hanno rivolto l'attenzione piu' su Pegah, rinchiusa dal 25
agosto all'11 settembre come immigrata illegale nel centro di detenzione di
Yarl's Wood, dove stazionano gli stranieri in attesa di essere deportati al
loro paese d'origine: un luogo che speriamo non assomigli troppo ai campi
per immigrati del film "I figli degli uomini", ambientato proprio in Gran
Bretagna, in cui gli stranieri illegali, prima di essere espulsi, erano
fermati e relegati in un inquietante ghetto.
L'Inmigration Court decidera' se concedere o meno lo status di rifugiata a
Pegah, tenuta prigioniera 19 giorni del democratico stato britannico per non
avere dimostrato in maniera inconfutabile la propria condizione di
omosessuale, nonostante al rientro in Iran sarebbe torturata e lapidata.
Come se davvero la cosa piu' importante da dire su Pegah sia il suo
orientamento sessuale e non il fatto che siano stati violati i suoi diritti
umani. E ripetutamente: nel suo paese che presume lecita l'intromissione
dello Stato nel privato e che prevede la tortura, la lapidazione e la pena
di morte per gli omosessuali; nel paese in cui chiede rifugio che non solo
si intromette ma viola il suo privato andando a indagare e verificare il suo
modo di amare; dai giornalisti d'assalto curiosi di sapere ancora di piu'
sulla sua storia; dalle leggi che permettono tutto questo; dalla logica
delle esclusioni, identica nel mondo islamico come dovunque: solo se scegli
di essere etichettato puoi accedere a un diritto, solo se davvero
perseguitabile puoi essere considerata perseguitata, solo se accetti una
qualsiasi di questa gabbie potrai, forse, un giorno essere libera.
E se Pegah non avesse voluto dirlo di essere omosessuale? O se nel frattempo
volesse cambiare idea? Se il motivo per cui era scappata da una legge
oppressiva era perche' avrebbe voluto provare a deciderla lei la forma della
sua liberta', o della sua gabbia? Credeva che almeno questo fosse possibile
nell'universo e nel tempo (piu' di 50 anni) in cui e' stata sottoscritta la
Dichiarazione universale dei diritti umani e le varie convenzioni ad essa
connesse.
Ma chi e' e cosa dice Pegah Emambakhsh per cui la societa' civile italiana
si e' mossa al punto tale (appelli e petizioni promossi dal gruppo EveryOne,
articoli comparsi su stampa e internet) da far dichiarare alla ministra
Barbara Pollastrini e al sindaco di Venezia Cacciari che se verra' deportata
dall'Inghilterra potra' trovare rifugio qui da noi in Italia?
Della storia di questa donna, che ha dichiarato di preferire morire
piuttosto che essere costretta a rimpatriare, si sa molto poco: oggi ha
quaranta anni, e' arrivata in Europa nel 2005, sfuggendo all'arresto. Anni
prima le erano stati tolti i due figli, e negato ogni diritto di vederli,
vigendo in Iran la legge del patriarcato (qualsiasi essa sia) che punisce la
madre "immorale". Cose che da questa parte del mondo succedevano esattamente
allo stesso modo fino a meno di un secolo fa.
Non ci vuole molto a immaginare perche' la prospettiva di morire non sia
apparsa tra le peggiori a Pegah. Eppure nelle poche affermazioni che e'
riuscita a fare dal momento del suo arresto piu' che disperazione trapela la
capacita' di guardare a quel che di buono la vita le sta offrendo, pur nello
sbigottimento di avere trovato altro da quello che si aspettava.
Il 3 settembre dichiarava al quotidiano "La Stampa": "Mi era stato detto che
il Regno Unito e' uno Stato molto accogliente con i profughi, molto attento
ai diritti della persona. Se devo essere sincera, quando sono arrivata qui,
ero convinta di essere finalmente al sicuro. Avevo perduto tutto, ma non
rischiavo piu' la vita. Invece e' andata diversamente".
Lei si aspettava liberta' ed invece si ritrova reclusa, ma anche colpita da
inaspettati gesti d'amore, che devono averle fatto cambiare prospettiva se
cosi' scrive nell'ultimo comunicato trasmesso dal centro di detenzione l'8
settembre 2007: "Non posso nascondere che ho ancora paura e che il distacco
dai miei amati figli mi da' un dolore che a volte sembra insopportabile. Non
immaginate neanche quanto mi sia di conforto sapere che ci siete voi. Non mi
conoscete neanche eppure vi impegnate per me, vi esponete per me, lottate
per me, mi scrivete e mi mandate fiori meravigliosi... Non immaginavo che
esistessero gruppi ed esseri umani come voi. Spero che il futuro mi conceda
di conoscere una per una le persone che mi hanno dimostrato tanta amicizia.
Sono rasserenata, sono felice di tutta questa protezione, di tutto questo
amore che mi infonde energia e volonta' di continuare a vivere".
In attesa di sapere cosa ne sara' di Pegah resta un dubbio: quante persone,
nel civilissimo mondo dei diritti umani, vengono deportate a sicure condanne
o torture nei propri paesi di origine solo perche' - qualsiasi sia il loro
reato, condizione, scelta, gabbia, fede, o la loro speranza - non riescono a
fornire garanzie sufficienti per essere ritenuti degne di diritto d'asilo?

6. RIFLESSIONE. AZAR MAJEDI: CONTRO TUTTI I TERRORISMI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento.
Azar Majedi fa parte dell'associazione Wluml - Donne che vivono sotto le
leggi islamiche; il suo sito e' www.azarmajedi.com]

Un paio di settimane fa mia figlia mi ha raccontato che una sua amica,
lesbica e socialista, ha un poster in camera sua con su scritto: "Siamo
tutti Hezb'Allah ora!". "Mio dio!", le ho risposto (e sono atea), "Qualcosa
deve essere andato terribilmente male".
E mi sono chiesta: cosa stanno tentando di fare, prendere i socialisti per i
fondelli? O sono semplicemente obnubilati? Questa giovane donna ha tutti gli
ingredienti necessari per lottare contro l'islamismo politico e Hezb'Allah.
In primo luogo e' una donna. Solo il fatto di essere femmina e' abbastanza
per renderti fiera oppositrice di un movimento radicalmente misogino, a meno
che non ti abbiano fatto il lavaggio del cervello in senso opposto. Per
aggiungere ironia all'ironia, si tratta di una lesbica. L'omosessualita' e'
un crimine punibile con la morte per i paesi governati dall'islamismo
politico. Essere omosessuale ti fa desiderare di fuggire da ogni luogo in
cui gli islamisti abbiano il potere. Dozzine di omosessuali sono stati
impiccati, in mesi recenti, dalla Repubblica Islamica dell'Iran. Questa
ragazza, se fosse nata in Iran o in una regione sotto il dominio di
Hezb'Allah, avrebbe magari dovuto cercar rifugio in Gran Bretagna. Ma in
Gran Bretagna ci e' nata, ed e' abbastanza fortunata da non dover temere per
la propria vita come la povera Pegah, che ora il governo vorrebbe deportare
in Iran. E' conscia, questa socialista lesbica sostenitrice di Hezb'Allah,
che il suo sostegno dell'islamismo politico rende le situazioni come quella
di Pegah ancora piu' difficili? L'ufficio per l'immigrazione britannico sta
cercando legittimazione per le deportazioni proprio da parte di tale
propaganda "islamista-quasi-di-sinistra". E, infine, lei dichiara di essere
socialista. Dovunque uno si collochi sullo spettro politico, e' un fatto
noto e generalmente accettato che il socialismo concerne l'equita', la
giustizia, le aspirazioni ad un mondo piu' egualitario e ad una societa'
migliore. Se qualcuno sceglie il socialismo cio' dovrebbe significare che si
cura dei suoi compagni e compagne esseri umani, che aspira all'uguaglianza
ed alla liberta', e a tutti quei valori che il movimento islamista
disprezza. Molte migliaia di socialisti sono stati imprigionati, torturati e
giustiziati solo in Iran.
Percio', cos'e' che non ha funzionato? Perche' questa giovane e' cosi'
appassionata di Hezb'Allah? Responsabile di questa situazione e' una
falsificazione ideologica degli eventi. Il pragmatismo ha anche aiutato il
corso degli eventi, e cominciamo pure da quest'ultimo. Questa giovane donna,
probabilmente molto sensibile, e' giustamente indignata e stanca delle
aggressioni statunitensi e britanniche e dei crimini commessi in Iraq e nel
Medio Oriente. E' nauseata dalle ingiustizie imposte al popolo palestinese.
Condanna, e fa bene, gli Usa e la Gran Bretagna per tutti questi crimini ed
atrocita', e per il sostegno incondizionato al ggoverno di Israele durante
la guerra in Libano dell'anno scorso. E' nel giusto, facendo questo.
Tuttavia, dall'altro lato, da quando George Bush ha definito l'islamismo un
nemico, lei automaticamente da' pieno sostegno agli islamisti.
Le aggressioni e le azioni militari, statunitensi e britanniche, contro i
popoli del Medio Oriente hanno contribuito a disegnare un'immagine sbagliata
dell'islamismo politico. Il movimento islamista e la sua ideologia sono
stati presentati falsamente come i liberatori dei popoli del Medio Oriente e
dei palestinesi. Lo ripeto, questo e' falso. Gli islamisti politici sono uno
dei movimenti piu' brutali comparsi nella storia dell'umanita'. Non sono
liberatori. Sono una forza reazionaria, e questo messaggio deve essere
diffuso.
Gli islamisti non sono i portavoce dei palestinesi o del popolo iracheno.
Non stanno rappresentando il dolore e la pena che queste genti soffrono a
causa della guerra. Non sono rappresentanti del popolo, e la loro brutalita'
e' senza misericordia. Questo dobbiamo chiarirlo: tra i due poli
terroristici degli Usa e degli islamisti, noi non sosteniamo nessuno dei
due. Li condanniamo entrambi.

7. RIFLESSIONE. DANIELA BEZZI INTERVISTA ARUNDHATI ROY
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 6 ottobre 2007 col titolo "Quella nuova
trama di parole resistenti. Un'intervista con la scrittrice Arundhati Roy".
Daniela Bezzi, milanese, vive a Roma, giornalista free lance cosmopolita ha
vissuto in Giappone, a Londra e in India da dove ha scritto per numerose
testate italiane fra le quali "Grazia", "L'Espresso", "La Repubblica", e
numerosi mensili di viaggio.
Arundhati Roy, scrittrice indiana, impegnata contro il riarmo, in difesa
dell'ambiente e per i diritti delle persone e dei popoli. Opere di Arundhati
Roy: il romanzo Il Dio delle piccole cose, Guanda, Parma 1997, Superpocket,
Milano 2000; i saggi di testimonianza e denuncia raccolti ne La fine delle
illusioni, Guanda, Parma 1999, Tea, Milano 2001, poi recuperati nella piu'
ampia raccolta di saggi di intervento civile, Guerra e' pace, Guanda, Parma
2002; Guida all'impero per la gente comune, Guanda, Parma 2003; Ahisma [sic,
refuso tipografico per Ahimsa]. Scritti su impero e guerra, Datanews, Roma
2003; cfr. inoltre L'impero e il vuoto. Conversazioni con David Barsamian,
Guanda, Parma 2004]

Arundhati Roy e' una scrittrice che non ha bisogno di molte presentazioni.
Autrice di successo con Il dio delle piccole cose (Guanda), ha continuato a
narrare l'India da una prospettiva molto diversa dalla letteratura. Ha
scritto contro il fondamentalismo indu', la guerra in Afghanistan, in Iraq,
gli "interventi di aggiustamento strutturale" del Fondo monetario
internazionale in testi - Guida all'impero per la gente comune, L'impero e
il vuoto, Guerra e' pace, tutti pubblicati da Guanda - che costituiscono una
sorta di storia di questi ultimo decennio dal punto di vista dei movimenti
sociali. La scrittrice e' in Italia per partecipare ai tre giorni di
incontri con giornalisti e scrittori che la rivista "Internazionale" ha
organizzato per il Comune di Ferrara.
*
- Daniela Bezzi: Nei dieci anni dall'uscita del primo romanzo, Il dio delle
piccole cose, hai scritto moltissimo, ma piu' come giornalista che come
scrittrice...
- Arundhati Roy: Non mi considero una giornalista. Il lavoro del giornalista
e' coprire ogni giorno un certo numero di notizie. O al massimo indagare su
determinati aspetti della realta', quasi sempre gia' in parte noti. Credo
che il mio lavoro possa definirsi narrativo anche quando metto la scrittura
al servizio di un'inchiesta, nel senso che cerco di dare un filo (che per me
e' ricerca di senso, anche politico) a vicende e storie magari "note", che
pero' sono cosi' secondarie che non fanno "storia". Il mio e' un lavoro di
ricucitura. Rimessa a fuoco. Quadratura. Per restituire spessore a quel
background di umori e corpi che il giornalismo non puo' rendere. Perche'
c'e' sempre meno tempo, perche' interessano altre notizie, perche' giornali
e media cosiddetti mainstream devono vendere (e vendere sempre piu'
pubblicita', non piu' solo notizie). Perche' anche i media hanno una loro
politica, al servizio di precisi interessi.
*
- Daniela Bezzi: A coloro che in questi dieci anni ti chiedevano "quando
scriverai il prossimo libro?" hai sempre risposto "Quando ne sentiro' il
bisogno". E tuttavia anche i tuoi saggi sono libri importanti per te...
- Arundhati Roy: Posso solo dire che ogni volta che mi sono posta il dilemma
tra fiction e non fiction, ho sempre scelto per la seconda possibilita',
perche' la fiction e' totalizzante e assorbente: c'e' un momento in cui ti
senti preso dentro e non c'e' modo di uscirne. Oltre al fatto che nel
frattempo mi sono trovata completamente assorbita e sempre piu' dentro
quella terrificante "narrazione" che e' stata l'India di questi ultimi dieci
anni. Che cosa e' successo in questi anni e' abbastanza chiaro. Nel mio
paese lo chiamiamo il "Grande furto". Nel frattempo, l'India si e' affermata
come nuova potenza economica, e a qualunque costo continuera' su questa
strada. In che modo e' possibile non dico opporsi, "resistere", ma anche
solo "convivere" con quanto potra' ancora succedere in futuro e' meno
chiaro. E per dare forma a questo smarrimento, a questa perdita, e'
necessario un tipo di scrittura completamente diverso. Diverso non nel senso
di piu' o meno politico o piu' o meno narrativo. Diverso nel senso che tutti
questi fatti e fili e note a pie' di pagina che per dieci anni hanno nutrito
la mia scrittura, devono trovare un nuovo modo di farsi trama.
*
- Daniela Bezzi: Come sta andando questo tuo lavoro di rielaborazione?
- Arundhati Roy: A rilento. In parte per ragioni molto private. In parte
perche' l'urgenza di intervenire su casi che mi stanno a cuore fa ormai
parte di me, del mio modo di essere. Per esempio, e' appena uscito sul
settimanale "Outlook" un lungo articolo su un caso di abuso giudiziario per
"disprezzo della Corte". Un "reato" che ha colpito anche me nel 2001 per
aver osato criticare la Corte Suprema dell'India per collusione con
determinati interessi economici in merito alla decisione di riprendere i
lavori sulla diga Sardar Sarovar e contro una precedente ordinanza, che, se
osservata, avrebbe salvato quanto allora rimaneva del fiume Narmada. Nel mio
caso tutto fini' con una ridicola sentenza (un giorno di prigione!) e un
gran rumore sulla stampa solo perche' ero un volto noto. La vicenda al
centro di questo mio ultimo scritto mette a fuoco l'usuale arroganza con cui
il potere giudiziario in India puo' colpire qualsiasi piccolo-grande
dissenso da parte di qualsiasi piccolo-eroico individuo o organo di
informazione (in questo caso il quotidiano "Mid Day" di Delhi), ritenuto
"colpevole" di aver osato denunciare interessi e collusioni del potere
politico o giudiziario con il potere economico. Immagina la brutalita' con
cui una simile arroganza istituzionale puo' venire interpretata nelle piu'
remote regioni dell'India contro chiunque tenti di opporsi agli
"aggiustamenti strutturali" (questa e' l'espressione usata per descrivere il
sistematico smantellamento di quel minimo sistema di diritti di cui abbiamo
goduto in India fino ai primi anni Novanta). Spostare fiumi e montagne,
moltiplicare dighe o cancellare intere comunita', culture, economie agricole
in nome dello sviluppo industriale, dello sfruttamento minerario, della
vertiginosa crescita non e' un problema, anche quando tutto questo crea
ulteriore poverta' e scontro sociale. Le nostre prigioni sono sempre piu'
affollate, i diritti umani sempre piu' calpestati, ma guai a dire male dei
signori della Corte.
*
- Daniela Bezzi: Hai accennato al movimento di resistenza di Narmada:
un'adesione che ti rese forse ancora piu' famosa che come scrittrice. Al
tempo stesso diede visibilita' a questa resistenza che da anni si opponeva
al colossale progetto di costruire dighe su quei mille chilometri di fiume.
Cosa ti resta di quell'esperienza?
- Arundhati Roy: C'e' stato un momento in cui mi sono sentita come dentro
una bolla e ho capito che dovevo uscire. Ancora una volta e' un problema di
autenticita'. Nelle cose che fai come nelle parole che scrivi. Quando senti
che l'autenticita' non e' piu' la stessa, devi cambiare. La cosa che
purtroppo falsa tutto e' il denaro. A rendermi famosa oltre al libro c'era
la somma di denaro incassata come anticipo. E poi quella che vinsi con il
Booker Prize. E anche dopo, per anni, quanti premi in denaro mi sono stati
attribuiti. Tutto cio' ha complicato non poco il mio modo di sentirmi parte
del Narmada Movement o di tante altre cause (ugualmente importanti per me).
Il denaro puo' tante cose, ma soprattutto confonde e corrompe.
*
- Daniela Bezzi: Nel tuo caso e' pero' servito a dare voce a piccole
organizzazioni attive in India sui piu' diversi fronti. E' stato cioe',
spesso silenziosamente, condiviso...
- Arundhati Roy: Certo, ma il fatto che io o altri siamo in grado di
esprimere materialmente la nostra solidarieta' non serve a nulla. Non ha
alcun effetto sulle cause dell'ingiustizia. Nel migliore dei casi e' un
palliativo. Quasi sempre crea disunita'. Soprattutto nelle situazione di
bisogno, il denaro puo' comprare qualsiasi cosa e quanto piu' ce n'e' in
circolazione, tanto piu' corrompe. E questo e' uno degli aspetti piu'
inquietanti del mio paese in questo momento. L'India e' letteralmente invasa
dalle Ong, di tutti i tipi, orientamenti, colori. Foraggiate da chiunque, in
grado di foraggiare chiunque. Guarda il caso della Vedanta, che dal niente
imprenditoriale di un oscuro raccoglitore di metalli di Mumbai e' ora tra i
migliori cavalli in corsa sul mercato azionario di Londra. Fortuna?
Capacita' gestionale? O il fatto che nel Consiglio di amministrazione
figurasse agli inizi (oltre ad un ex ambasciatore inglese in India e a vari
altri influenti "dignitari") l'attuale Ministro delle Finanze indiano,
Chidambaram? Vedanta oggi finanzia molte organizzazioni non governative.
Tutta la nuova shining India brilla in questo stesso indecente modo. Allo
stesso tempo, un terzo del territorio indiano e' off limits: nel senso che
la forza pubblica non e' piu' in grado di esserci fisicamente, perche' il
livello di militarizzazione (vuoi naxalita, o salwa judum, o altre simili
fazioni a vario titolo foraggiate da questo o quel potere, industria,
amministrazione locale) e' tale che ci si fa "giustizia" da soli. Per
tornare a cio' che dicevamo: la fiction e' solo un altro modo di
rappresentare cio' che succede intorno a noi. Il rumore puo' a volte essere
molto forte. E disorientare. Chiudere le finestre e' impossibile e
riprendere il filo sara' ogni volta faticoso. Ogni tanto puoi sentirti
assalita dalla tentazione di ritirarti e tacere. Ma poi passa.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 132 del 18 ottobre 2007

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