Minime. 242



NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 242 del 14 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Sommario di questo numero:
1. Peter Popham: Vincere i cuori
2. Raffaella Mendolia: L'organizzazione del Movimento Nonviolento (parte
seconda)
3. Angela Boskovitch: I giardini dell'incontro portano frutti
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. BIRMANIA. PETER POPHAM: VINCERE I CUORI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il eguente articolo apparso
su "The Indipendent" del 4 ottobre 2007.
Peter Popham e' giornalista del quotidiano britannico "The Independent"]

Presso il fiume Moei in Tailandia c'e' un sole forte, la giungla, e i media
mondiali in attesa. Pure, non vi e' flusso di rifugiati dal vicino confine
con la Birmania.
Da Rangoon provengono inquietanti notizie di monaci che fuggono dalla
citta'; di migliaia di essi ancora detenuti in prigioni improvvisate, senza
finestre e con poca acqua o cibo. Nove sono morti durante i "disordini",
dice la giunta militare che chiama se stessa "Consiglio statale per la pace
e lo sviluppo", un appropriato termine orwelliano per la gang di macellai
che governa il paese, un paese in cui Orwell tra l'altro aveva servito in
polizia. Il numero reale dei morti potrebbe toccare i 200, ma a tutt'oggi
nessuno sa ancora dove si trovino i corpi.
Il bagno di sangue di Rangoon, la scorsa settimana, non e' stato una
sorpresa per gli osservatori di lunga data del paese. Cio' che ci si
aspettava seguisse ad esso e' cio' che era gia' accaduto durante il piu'
sanguinoso disastro del 1988: un'ondata di profughi dal confine. Questo non
e' successo.
Una settimana fa, tre monaci hanno attraversato il fiume Moei che divide i
due paesi, e sono svaniti in case sicure prima che qualsiasi giornalista
potesse raggiungerli. Martedi' scorso, un maggiore dell'esercito birmano,
stanco di dover obbedire ad ordini deprecabili, li ha seguiti, ed e' tutto.
Fuggire qui provenendo da Rangoon, che dista circa 190 miglia, e' pericoloso
ma non particolarmente difficile. Un ex leader del movimento degli studenti,
che e' scappato dalla Birmania due anni or sono, mi ha spiegato che esiste
un regolare traffico di gemme tra Rangoon e la Tailandia, e che i
contrabbandieri pagano la polizia che dovrebbe controllarli lungo la strada.
Lui ha pagato un contrabbandiere perche' lo portasse con se' assieme alle
gemme. Succede di continuo, ma non sta accadendo ora, e non perche' sia piu'
pericoloso del solito, ma per un'altra ragione, che suggerisce come questa
particolare sollevazione sia lungi dall'essere terminata. E che la
disperazione mostrata da alcuni commentatori occidentali potrebbe essere
prematura.
*
Ho incontrato il dottor Naing Aung, un attivista e leader birmano in esilio,
in un piccolo caffe' in questa citta'-collage che include il gruppo etnico
birmano cosi' come i musulmani tailandesi, gli indiani e i cinesi. Il dottor
Aung fu uno delle migliaia di individui che fuggirono da Rangoon e dalla
certezza di passare molti anni in prigione dopo il colpo di stato del 1988.
Ma oggi, dice, la situazione a Rangoon e' radicalmente diversa.
"La grande differenza tra il 1988 ed ora e' che quando uscimmo dalla
Birmania ci stavamo preparando alla lotta armata per rovesciare il regime.
Uscimmo dal paese e cominciammo ad addestrarci combattendo al fianco di
eserciti etnici che erano gia' coinvolti in conflitti. Ma ora, chi sta
protestando in Birmania conduce una lotta non armata. Vogliono vincere
vincendo i cuori delle persone. Cio' richiede maggior coraggio, perche'
stanno fronteggiando gente armata, e sono senza armi. E dicono che in ogni
modo non potrebbero competere con l'esercito birmano sul piano del potere
armato, ma possono competere nei termini di avere il sostegno del popolo, in
termini di verita' e giustizia. Vogliono restare dove sono e portare avanti
questa lotta non armata, e non vogliono andare in esilio".
*
In anni recenti alcuni analisti hanno sostenuto che la nonviolenza non
funziona contro regimi del tipo birmano, generalizzando l'esito di lotte
nonviolente come quelle dei tibetani contro i cinesi. Ha funzionato per
Gandhi, dicono, perche' gli inglesi erano stranieri di buon cuore che ad
ogni modo dovevano preoccuparsi delle elezioni, e che prima o poi sarebbero
tornati a casa. Ma contro regimi senza misericordia come quello esistente in
Birmania, le cui mani grondano sangue, sarebbe futile.
Secondo il dottor Aung, tuttavia, questa nuova generazione di ribelli e'
decisa a provar loro che sbagliano. "Hanno adottato i metodi gandhiani,
quella che chiamiamo 'sfida politica': dimostrazioni, boicottaggi, rifiuto
di avere comunicazioni di tipo religioso con il regime, preghiera...".
Il mondo si e' accorto della sollevazione birmana quando i monaci hanno
cominciato le loro marce due settimane fa. Ma il dottor Aung spiega che esse
erano il culmine di una lunga serie di manifestazioni piu' piccole,
cominciate quando gli attivisti della sua generazione, imprigionati dopo il
1988, hanno cominciato ad uscire di galera durante gli anni '90.
"Hanno dato inizio a movimenti su piccola scala, contro cui il regime non
poteva fare nulla: il movimento 'Domenica bianca', per cui le persone
vestono di bianco alla domenica; le visite ai prigionieri politici; il
movimento 'Espressioni bianche', migliaia di persone che scrivono delle loro
sofferenze sotto il regime, stampano gli scritti e li distribuiscono
segretamente. I contadini la cui terra e' stata rubata, e la gente che e'
stata tassata illegalmente, sono stati incoraggiati a promuovere cause
legali per contrastare queste cose. Gli attivisti usciti di prigione hanno
fatto un enorme lavoro nell'istruire le persone sui diritti umani. Lo scorso
dicembre hanno celebrato coraggiosamente il Giorno internazionale per i
diritti umani. Anche la protesta che ha innescato la sollevazione il mese
scorso e' cominciata con piccole cose. Era una marcia silenziosa contro
l'aumento impossibile nei prezzi del carburante, dapprima a Rangoon, poi in
molte altre citta': nessuno slogan, nessuno striscione, piccoli numeri di
persone. I monaci hanno organizzato la propria marcia silenziosa, e questo
e' stato l'inizio".
*
Nell'ufficio di un'associazione di esiliati a Mae Sot, l'"Aassociazione per
l'assistenza ai prigionieri politici", un monaco che e' tra i suoi fondatori
mi descrive la sua iniziazione violenta alla vita da ribelle. U Te Za Ni Ya
era studente in un liceo tecnico birmano nel 1988. Quando il regime chiuse
le scuole, ando' a Rangoon e si uni' alle proteste. Il gruppo con cui si
trovava assali' una stazione di polizia, rubo' le armi presenti e durante
una battaglia che duro' l'intera giornata uccise tre poliziotti. Il giovane
fu arrestato assieme agli altri, e condannato a dieci anni di prigione, di
cui ne ha scontati piu' di otto. "Dopo essere uscito di galera volevo
purificarmi a livello spirituale, percio' sono andato in monastero, come
molti altri ex prigionieri, e sono diventato un monaco. In prigione ho
passato la maggior parte del tempo con i monaci, cosi' ero abituato ai loro
costumi e mi ero interessato alle questioni religiose".
"Non e' strano", gli ho chiesto, "vedere i monaci, gli uomini della pace e
della preghiera, assumere un ruolo centrale nella nuova sollevazione?".
"Giocare un ruolo fisicamente violento sarebbe assai distante da cio' in cui
crediamo", mi ha risposto, "Ma possiamo avere un ruolo di mediazione. Quando
il signore Buddha era vivo, tento' di mediare tra un particolare re ed il
popolo che si stava ribellando contro di lui, in modo pacifico. Noi monaci
siamo i figli di Buddha, e tentiamo di seguire i passi di nostro padre".
*
Portare i generali al punto in cui la mediazione e' possibile sembra
inconcepibile ad alcuni. I ribelli, segretamente, sognano l'intervento di un
violento deus ex machina, del tipo di quello di Baghdad?
Assolutamente no, dice con fermezza il dottor Aung: "Abbiamo necessita' del
sostegno internazionale, ma questa e' la nostra causa, la nostra lotta.
L'elemento cruciale e' la nostra lotta: dobbiamo alzare le teste.
Naturalmente vogliamo anche un'azione internazionale coordinata. I generali
pensano che tutto vada bene. Abbiamo bisogno della pressione internazionale
perche' dall'interno venga detta la verita' a Than Shwe (il capo militare
birmano). Se la Cina ad esempio dice: non potete uccidere la gente per le
strade, non potete dirigere la vostra economia in questo modo, loro
ascolteranno. Vogliamo che la minaccia delle sanzioni sia dura, per
veicolare il messaggio. La gente non si sta ritirando, ora. La maggior parte
dei leader dei monaci sono liberi, solo due di essi sono stati arrestati:
poiche' non hanno tenuto discorsi, non riescono ad identificarli. Questo e'
l'inizio della fine del dominio militare. Non e' la battaglia finale, ma e'
il primo passo della battaglia finale".

2. STUDI. RAFFAELLA MENDOLIA: L'ORGANIZZAZIONE DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
(PARTE SECONDA)
[Ringraziamo Raffaella Mendolia (per contatti: raffamendo at libero.it) per
averci messo a disposizione il seguente estratto dalla sua tesi di laurea su
"Aldo Capitini e il Movimento Nonviolento (1990-2002)" sostenuta presso la
Facolta' di Scienze politiche dell'Universita' degli studi di Padova
nell'anno accademico 2002-2003, relatore il professor Giampietro Berti.
Raffaella Mendolia fa parte del comitato di coordinamento del Movimento
Nonviolento, ed ha a suo tempo condotto per la sua tesi di laurea una
rilevante ricerca sull'accostamento alla nonviolenza in Italia.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche
redazione@nonviolenti:org, sito: www.nonviolenti.org]

2. Gli iscritti al Movimento Nonviolento e gli abbonati ad "Azione
nonviolenta"
Il Movimento Nonviolento e' sempre stato caratterizzato dall'esiguita'
numerica. Fin dalle origini i suoi membri sono stati poche decine di persone
particolarmente attive nel settore della nonviolenza, anche se molti di piu'
sono coloro che hanno collaborato attivamente alle iniziative, senza pero'
dare la propria adesione formale.
Possiamo rintracciare nella sua evoluzione storica alcune cause della
situazione.
Per prima cosa, l'estrazione borghese che caratterizza molti degli aderenti
fin dall'origine, viene addotta, accanto alla concentrazione sull'aspetto
dell'elaborazione teorica di soluzioni a problemi generali, come concausa
della mancanza di coinvolgimento del ceto operaio, interessato a temi piu'
pratici e ricercante riscontri immediati nella realta' circostante.
Un'interpretazione di questo genere viene avanzata durante il Congresso del
Movimento nel 1967 (3).
In secondo luogo la scelta praticata da Capitini di restare all'esterno
delle forme tradizionali di organizzazione collettiva ha ostacolato gia'
negli anni Sessanta il riconoscimento del movimento come canale di
partecipazione alla politica, e lo ha quindi reso classificabile come
operante "un lavoro minimalista, settoriale e quasi settario, senza grande
visione e respiro politico, incapace di contatto e trascinamento delle
masse" (4).
Tale concezione del Movimento e' pero' legata a determinate circostanze
storiche.
Capitini si trova a dover affrontare la realta' di un gruppo esiguo di
persone persuaso della validita' di un ideale che l'opinione pubblica non
puo' che considerare quanto meno utopistico, e da cio' deriva la sua
convinzione che fosse preferibile salvaguardare la purezza delle proprie
idee piuttosto che tentare di assorbire da subito gruppi eterogenei e
persone non pronte ad un impegno personale nonviolento. Nel 1966 Capitini
afferma in proposito: "Non deve trarre in inganno cio' che succede in certe
democrazie nelle quali non e' difficile alle minoranze diventare maggioranze
e passare dall'opposizione al potere in un breve giro di tempo. Puo' darsi
che la nostra posizione conservi il carattere di minoranza per lungo tempo e
sia percio' semplice 'aggiunta'; ma essa tanto piu' sara' persuasa di essere
gia' potere - un nuovo tipo di potere, quanto piu' le sue iniziative saranno
aperte e valide per tutti, da centri collocati al livello delle moltitudini"
(5).
Pietro Pinna, che prosegue il lavoro di Capitini dopo la sua morte, dimostra
che la consapevolezza del Movimento Nonviolento di essere condannato a
rimanere a lungo "minoranza esigua" e' una caratteristica che accompagna
tutta la sua esistenza. Pinna afferma, durante il Congresso del 1976: "...
Il nostro non puo' che essere un lavoro di sollecitazione e di aggiunta,
puntando cioe' non sull'estensione, ma eminentemente sul rigore e la
qualita' delle nostre posizioni e interventi... Non possiamo in questo
momento realizzare altro che un lavoro di aggiunta, perche' non ne abbiamo
le forze e neppure dei compiuti, sicuri strumenti scientifici di
inquadramento e sostegno di un'opera generale" (6).
Se la "politica della fiammella" custodita dalla vestale del Movimento si e'
guadagnata le accuse di settarismo e di mancanza di visione politica di
ampio respiro, che potesse coinvolgere le masse, e' anche vero che e' stata
fondamentale nel mantenere in vita una struttura, che avrebbe potuto perdere
la sua identita' nelle contaminazioni e compromessi con altri gruppi.
Tale impostazione, derivante dalla modesta entita' effettiva del movimento,
si scontra con la concezione capitiniana della nonviolenza intesa come
apertura e accettazione di tutti verso una nuova societa' liberata. Sembra
quasi che Capitini voglia ammettere che sebbene la speranza di una
rivoluzione radicale nonviolenta produca la tensione verso il benessere per
tutti, nessuno escluso, tale progetto debba essere portato avanti da un
numero ristretto di persone, formate adeguatamente e spiritualmente pronte a
realizzarlo nella pratica. Una sorta di avanguardia rivoluzionaria
stimolatrice della moltitudine agente.
L'atteggiamento della gente oggi non e' piu' di diffidenza e la nonviolenza
viene ormai considerata dalla maggioranza come una reale alternativa all'uso
della forza nella soluzione di conflitti a tutti i livelli.
Si puo' allora tentare un allargamento della base del movimento verso
potenzialmente la costituzione di un movimento di massa?
Paul Wehr, professore di sociologia all'Universita' del Colorado, sembra
escluderlo. In un'intervista in occasione del Convegno "Nonviolenza ed
ordine internazionale democratico" (Firenze, 1991) afferma che i movimenti
nonviolenti operano come struttura di servizio degli altri movimenti per il
cambiamento sociale. L'apporto della nonviolenza si sostanzia nell'offrire
idee, metodi, tecniche e training, che nella fase di crescita di quei
movimenti e' molto utile, ma ancora piu' importante e' la capacita' di
sopravvivere quando i gruppi perdono leaders, membri e sostegno finanziario
e spariscono. I movimenti nonviolenti, al contrario, grazie alla loro
organizzazione semplice e a basso costo energetico, non vengono travolti da
questi cambiamenti e possono continuare la loro opera offrendo il loro
sostegno ad altri.
Tale carattere si lega per Wehr alla priorita' accordata dalla nonviolenza
ai mezzi piuttosto che al fine, che rende lo scopo finale indefinito e
lontano (7).
Indubbiamente anche nella concezione di Capitini l'attivita' per la
nonviolenza si concretizzava in un lavoro di "aggiunta" e per questo la
valutazione di Wehr pare sostenere la concezione del Movimento come
minoranza.
Vediamo allora la situazione del Movimento Nonviolento degli anni Novanta:
il numero degli iscritti, che si attesta intorno alle duecento adesioni,
giustifica ancora questa immagine del Movimento Nonviolento.
Per dare maggiori elementi alla mia analisi ritengo opportuno esaminare i
dati sul numero annuale di iscrizioni al Movimento raffrontandoli con il
numero di abbonamenti alla rivista "Azione nonviolenta". Essi mi sono stati
forniti dal Movimento Nonviolento stesso, estrapolandoli dai bilanci e
resoconti delle attivita' presentati ai Congressi.
Si deve tuttavia tenere presente la totale assenza di elaborazioni
statistiche su questo argomento, tanto che e' impossibile, per esempio, al
di la' del singolo dato annuale, verificare l'incidenza delle nuove
iscrizioni rispetto al numero di abbandoni oppure la quantita' di
abbonamenti alla rivista destinati a persone residenti all'estero, cose che
peraltro sarebbero state di grande incisivita'. Esiste un'unica raccolta di
dati, sulla situazione degli abbonamenti alla rivista nel quinquennio
1989-'93, effettuata dalla redazione e amministrazione di "Azione
nonviolenta" e pubblicata sul numero di febbraio-marzo 1994.
Non avendo a disposizione altro materiale per formulare un'analisi
significativa del problema, cerchero' di avanzare almeno alcune ipotesi.
La rivista "Azione nonviolenta" viene fondata da Aldo Capitini appena due
anni dopo il Movimento, con lo specifico obiettivo di renderla strumento di
collegamento tra i sostenitori e di diffusione della teoria e prassi
nonviolenta. A causa di questa unita' di intenzione, la responsabilita'
della gestione della rivista e' sempre rimasta all'interno del Movimento.
Si legge sul primo numero di "Azione nonviolenta": "Con 'Azione nonviolenta'
poniamo un centro a questo lavoro. Esso sara' informativo, fornendo notizie
su tutto cio' che avviene nel mondo con attinenza al metodo nonviolento;
sara' teorico, perche' esaminera' le ragioni e tutti i problemi, anche i
piu' tormentosi, di questo metodo; sara' pratico-formativo, perche'
illustrera' via via le tecniche di questo metodo, in modo che diventi palese
quanto esse sono ricche e complesse e possono ancora accrescersi
infinitamente, perche' la nonviolenza e' infinita e creativa nel suo
sviluppo" (8).
Fino ad oggi la rivista ha mantenuto questa funzione, essenziale per la vita
del Movimento, essendo luogo di dibattito e mezzo di diffusione delle sue
iniziative.
Cio' nonostante, la differenza numerica tra le sottoscrizioni al Movimento e
alla rivista e' considerevole.
Mentre la media annuale degli iscritti non supera le duecento unita', la
rivista raggiunge normalmente il migliaio anche nel periodo di maggiori
difficolta'.
Nella Tabella seguente sono riportati i dati relativi al numero di iscritti
al Movimento e agli abbonati alla rivista del decennio 1990-2002.
*
Anno, iscritti al Movimento Nonviolento, abbonati alla rivista "Azione
nonviolenta"
1990 220 3200
1991 257 2800
1992 238 2682
1993 188 2311
1994 158 2400
1995 170 2200
1996 180 1933
1997 208 1274
1998 188 1250
1999 185 1350
2000 230 1380
2001 190 1300
2002 200 1300
Fonte: Movimento Nonviolento
*
Pare che la diffusa attenzione sul tema della nonviolenza procuri un
discreto sostegno alla rivista da parte di persone che pero' non ritengono
opportuno, come abbiamo visto, dare un'adesione formale anche al movimento.
Cio' potrebbe essere causato dalla necessaria accettazione e sottoscrizione
della sua Carta programmatica che, come vedremo, implica l'assunzione di un
impegno non indifferente.
D'altra parte l'importanza data dal settore della nonviolenza alla
responsabilizzazione personale sembra far prevalere l'impegno sul campo
piuttosto che il sostegno al movimento.
Va comunque sottolineato che se il numero di iscritti e' sempre stato
pressoche' costante, il numero di abbonamenti ad "Azione nonviolenta" invece
subisce un forte calo durante questo decennio.
Nell'analisi della situazione fino al 1994, che accompagna la raccolta di
dati a cui accennavo prima, accanto alla flessione gia' in atto a partire
dal 1990, vengono individuati altri fattori che influenzano la tenuta della
rivista. Essi sono determinati in parte da scelte interne del movimento,
come la cessazione della vendita militante della rivista, o la difficolta'
nella prosecuzione della campagna di obiezione alle spese militari, che
assorbe molte energie, e in parte da condizioni esterne, come la nascita di
nuove riviste nell'area cattolica e della sinistra che attirano lettori
prima legati al settore della nonviolenza; la recessione economica; il
disorientamento determinato dallo sfascio dei partiti politici (9).
A queste motivazioni vanno poi sommate le difficolta' organizzative
determinate dai cambi di gestione nell'amministrazione e dalle difficolta'
di bilancio.
Si puo' quindi concludere che il Movimento Nonviolento non e' stato in grado
di ideare e mettere in pratica tempestive ed efficaci strategie volte a
trattenere la dispersione degli abbonamenti.
Non e' facile per un movimento che si fonda sulla valorizzazione della
responsabilita' personale, sulla libera scelta e sulla capacita' critica,
individuare il modo piu' corretto per reagire a una situazione in cui si
evidenzia la perdita di interesse di una porzione consistente del suo
pubblico, forse abituato dai tradizionali mezzi di comunicazione a ben altri
espedienti per assicurarsi la fedelta' delle persone che li seguono.
Sicuramente la situazione e' da imputare alla concomitanza dei fattori sopra
richiamati, ma anche l'atteggiamento del gruppo nonviolento di fronte ad
essa e' importante.
In effetti questo tema non e' mai stato affrontato seriamente dal Movimento,
che si e' limitato a riconoscere in ogni appuntamento congressuale la sua
debolezza strutturale, proponendosi di spronare iscritti e collaboratori ad
una piu' incisiva operazione di vendita militante e promozione della rivista
in nuovi ambiti.
Una concreta strategia di espansione mirata e' stato tentata solo
recentemente, attraverso l'adozione del sistema degli abbonamenti
cumulativi, in cui "Azione nonviolenta" viene abbinata ad altre riviste del
settore come "Gaia", "Esodo", "Nigrizia", "Adista", ed altre. Dopo una prima
fase di incertezza,in cui invece che portare nuovi lettori, questo sistema
pareva giovare soprattutto alle altre riviste, finalmente si sono pututi
vedere alcuni risultati. A questi si e' deciso di affiancare a partire dal
2000 un'attivita' specifica di promozione della rivista presso le scuole,
alcune librerie e le biblioteche pubbliche, sperando di ottenere al piu'
presto un aumento significativo del suo pubblico. Esso e' necessario ad
assicurare un sereno procedere della vita della rivista, che finora e'
riuscita ad fronteggiare positivamente gli oneri finanziari, ma che non puo'
permettersi nessun tentativo di miglioramento.
La questione del numero di iscritti e' solo in parte simile: se anche questo
fronte risente dei fattori esterni, come le oscillazioni di interesse da
parte dell'opinione pubblica ai temi legati agli eventi bellici, l'esiguita'
numerica rimane strettamente legata all'essenza del movimento. Si deve
comunque riconoscere che la maggioranza degli iscritti e' assidua
sostenitrice del Movimento. Tra di essi spiccano molti nomi illustri
appartenenti al mondo politico ed intellettuale italiano. Norberto Bobbio ha
sempre dimostrato il suo interesse verso il tema della nonviolenza e ha
sostenuto concretamente il Movimento, rinnovando l'iscrizione fino al 1997.
Tra gli altri Lanfranco Mencaroni, Alberto L'Abate, Giovanni Cacioppo, Paolo
Bergamaschi, Grazia Honegger Fresco, Michele Boato, seguono il Movimento da
anni, ognuno offrendo il suo personale contributo nell'elaborazione teorica
e nello sviluppo pratico dei principi nonviolenti.
*
Note
3. vedi Movimento Nonviolento, Nonviolenza in cammino, Edizioni del
Movimento Nonviolento, Verona 1998, p. 17.
4. Movimento Nonviolento, Nonviolenza in cammino, cit., p. 43.
5. Relazione preparatoria al I Congresso del Movimento Nonviolento (4-6
novembre 1966, Perugia), vedi Movimento Nonviolento, Nonviolenza in cammino,
cit., pp. 13-14.
6. Movimento Nonviolento, Nonviolenza in cammino, cit., pp. 37-38.
7. L'intervista a Paul Wehr e' pubblicata su "Azione Nonviolenta", anno
XXVIII, dicembre 1991, p. 8.
8. "Azione Nonviolenta", anno I, n. 1, gennaio 1964, p. 1.
9. vedi "Azione Nonviolenta", anno XXXI, febbraio-marzo 1994, p. 15.
(parte seconda - segue)

3. RIFLESSIONE. ANGELA BOSKOVITCH: I GIARDINI DELL'INCONTRO PORTANO FRUTTI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo.
Angela Boskovitch e' una giornalista indipendente, corrispondente per "We
News", vive in Germania; si occupa usualmente di Medio Oriente e sviluppo;
ha un blog sulle politiche agricole e le tradizioni culturali relative al
cibo: http://Food-Travels.com]

Kassel, Germania. L'autunno sta maturando le sue usuali zucche ed i grappoli
d'uva, e le donne stanno fianco a fianco ispezionando le colture, sotto un
tipico cielo tedesco pieno di soffici nuvole. Ognuna di esse ha il suo
piccolo pezzo del lotto di terra che copre 1.200 metri quadrati. Gli alberi
di mele e pere e i cespugli di more sono considerati proprieta' comune.
Le donne, che hanno deciso di coltivare tutto in maniera organica, dopo aver
discusso a lungo sui pesticidi, lavorano insieme la terra una o due volte la
settimana, in incontri che di solito cominciano con te' e biscotti cucinati
secondo ricette tradizionali.
Si accordano anche per celebrare insieme compleanni e festivita', ed
occasionalmente si riuniscono in gruppi di cuoche nella cucina dell'una o
dell'altra, dove condividono i frutti del loro lavoro. Prima di cominciare a
lavorare in questi orti-giardini a Kassel le donne, circa una quindicina in
tutto e provenienti da Marocco, Afghanistan, Somalia ed ex Jugoslavia, erano
gia' delle esperte giardiniere. Ma apprendere come lavorare il suolo
tedesco, che ha un alto contenuto minerale, ha preso del tempo.
Una biologa tedesca ha funto da assistente per le piantagioni iniziali, e da
allora le donne hanno studiato come coltivare un pezzo della loro terra
natia qui: hanno convinto, con le loro lusinghe, la menta afgana, il
coriandolo e i porri iraniani a spuntare dal suolo locale. In tale processo,
condividono non solo i sapori del loro passato, ma le sfide della vita di
ogni giorno.
"L'orto e' un villaggio, dove culture differenti si incontrano e restano
insieme per aiutarsi l'un l'altra a risolvere i problemi", dice Sedika
Baqaie, una delle coltivatrici che proviene dall'Afghanistan, "Ha assunto
sempre maggior importanza, per noi, con il passare del tempo. Senza di esso,
la vita sarebbe davvero noiosa".
Mentre l'Europa invecchia, paesi come la Germania stanno basandosi sempre di
piu' sui nuovi arrivati per la crescita economica e della popolazione. Ecco
perche' progetti come il Giardino di Kassel (che ha vinto un premio per
líintegrazione sociale, nel 2004, dal Ministero per le politiche sociali
dello stato federale di Hesse) godono del favore ufficiale, giacche' aiutano
gli immigrati ad insediarsi.
Oufae Behoumi puo' attestarne i benefici. La trentunenne marocchina si e'
trasferita in Germania con il marito nel 1996, ma la coppia si e' sfasciata
poco dopo la nascita della loro figlia. La donna si e' trovata dapprima alla
deriva, ma ha trovato una nuova famiglia nelle donne che si occupano del
giardino, dove ora passa la maggior parte del suo tempo libero. "Senza la
bellezza del giardino non potrei sopravvivere", dice Behoumi, che lavora
come infermiera, "Quando lavoro il mio pezzo di terra, dimentico le cose
brutte che sono avvenute, e mi sento in pace".
Alcuni di questi giardini, tuttavia, hanno dovuto affrontare delle
avversita'. Nell'agosto 2006, il partito di estrema destra Nrd distribui'
volantini accanto ad uno di essi situato nel distretto est di Berlino: il
testo diceva che il progetto avrebbe portato rumore, violenza e furti. Il
gruppo tenne anche manifestazioni di protesta, e il giardino berlinese e'
ora protetto dalla polizia. Quello di Colonia ha avuto i cancelli distrutti
tre volte, ed il cartello d'ingresso con su scritto "Giardino
interculturale" ha dovuto essere rimosso a causa del costante vandalismo.
*
Le radici dei giardini interculturali risalgono al 1995 e ad un gruppo di
donne bosniache, fuggite dalla guerra nei Balcani, che si trovavano in un
centro per rifugiati della citta' tedesca di Goettingen. Queste donne
parlavano spesso agli assistenti sociali tedeschi dei giardini della loro
terra, spesso ricordando con desiderio gli orti sulle rive del fiume Drina,
famosi per le susine e le mele.
Il centro per rifugiati, assieme ad altri stranieri residenti nell'area,
decise di affittare della terra coltivabile. Quando questo primo giardino
comincio' a fiorire Tassew Shimeles, agro-economista quarantaquattrenne
dalla doppia nazionalita' (etiope-tedesca), decise di diffondere l'idea.
Come membro dell'associazione dei giardini interculturali, sino a quel
momento informale e scarsamente conosciuta, ottenne fondi dall'Unione
Europea che ne permisero l'espansione: nel 1997 venne creato un secondo
giardino, e nel 1998 venne creata un'ong legalmente riconosciuta per
coordinare gli sforzi dei volontari. L'organizzazione comincio' a cooperare
con un grossa fondazione di Monaco nel 1999, e fu in grado di ottenere fondi
addizionali che permisero di dare inizio a nuovi giardini. Ora il paese
ospita cento giardini interculturali, con Kassel che ha il primato di essere
gestito esclusivamente da donne. Questa decisione e' nata dalle discussioni
delle donne in questione con gli assistenti sociali tedeschi, e dal loro
desiderio di riavere i giardini perduti. La maggior parte di queste donne
aveva perduto tutto cio' che aveva.
La maggior parte dei giardini sono oggi coordinati dalla fondazione
"Stiftung Interkultur" con base a Monaco. Creata nel 2003, provvede
appezzamenti di terra acquistati dal governo o frutto di donazioni, dove i
membri possono coltivare frutta, ortaggi ed erbe aromatiche, spesso
provenienti dai loro paesi natali. L'iniziativa richiama in parte i piccoli
orti-giardini tradizionali tedeschi ("kleingarten"), propagandati nella
seconda meta' del XIX secolo dal medico tedesco Daniel Schreber, che
studiava gli effetti della vita urbana e dell'industrializzazione sulla
salute dei bambini, e prescriveva loro aria fresca e giochi in questi
giardini. I kleingarten hanno anche il merito di aver contribuito a salvare
i cittadini dalla fame dopo la seconda guerra mondiale, e sono rimasti un
passatempo tipico. La maggior parte dei "piccoli giardini" sono stati curati
dalle stesse famiglie per generazioni e puo' essere difficile trovarne uno
aperto. Gli appezzamenti vengono coltivati secondo regole meticolose che
vanno dall'altezza degli alberi alle dimensioni dei vegetali. I classici
kleingarten sono chiusi. I segmenti interni ai giardini interculturali, per
contrasto, sono aperti, separati solo da strisce d'erba, permettendo alle
comunita' di coltivatori di formarsi.
I giardinieri e le giardiniere fanno scambio dei semi spediti loro dalle
famiglie residenti nei paesi d'origine. Ognuno di loro provvede un piccolo
contributo annuale per la terra, l'acqua e l'attrezzatura, che non supera i
70 dollari. L'equipaggiamento, inoltre, e' spesso donato da strutture di
accoglienza tedesche. Giardini simili vengono in questo momento creati in
Austria, Francia, Olanda e Gran Bretagna. I giardini interculturali tedeschi
hanno anche sviluppato una relazione con i loro simili, i giardini
comunitari, che si trovano a New York, Seattle e Toronto, e che stanno
giocando un buon ruolo nella rivitalizzazione urbana.
*
Per maggiori informazioni:
www.stiftung-interkultur.de/eng/index.htm (in inglese)
www.internationale-gaerten.de (in tedesco)

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 242 del 14 ottobre 2007

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca
per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

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