Voci e volti della nonviolenza. 20



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 20 del 2 maggio 2006

In questo numero:
1. Lidia Menapace
2. Lidia Menapace, sobrieta'
3. Lidia Menapace ricorda Luigi Pintor
4. Lidia Menapace ricorda Nora Fumagalli
5. Lidia Menapace: la scelta etica ed ermeneutica della sobrieta'
6. Lidia Menapace: l'8 novembre a Verona
7. Lidia Menapace ricorda Eliseo Milani
8. Lidia Menapace: Con la memoria intera e l'azione nonviolenta che non
uccide ne' forza ma cambia tutto
9. Lidia Menapace: Giuliana
10. Lidia Menapace: Giuliana, o della nonviolenza
11. Lidia Menapace ricorda Alexander Langer
12. Lidia Menapace ricorda Betty Friedan
13. Et coetera

1. LIDIA MENAPACE
Di Lidia Menapace riproponiamo qui alcuni pochi testi tra i numerosi apparsi
su "La nonviolenza e' in cammino".

2. LIDIA MENAPACE: SOBRIETA'
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 506, e' un articolo ripreso da "Azione
nonviolenta" di gennaio-febbraio 2003]

L'impetuoso e felice movimento, che cammina per le strade del mondo da un
po' di anni e  proclama essere possibile un altro mondo, mi fa spesso venire
voglia di provare a immaginarmi che faccia potrebbe avere quel mondo
baldanzosamente sperato. E mi viene sempre in mente qualche verso dantesco
(le deformazioni professionali non si perdono facilmente) che descrive una
Firenze sognata, pero' nostalgicamente, guardando al passato. Dante, esule
per le tremende contese politiche della sua citta', immagina come potrebbe
essere stata una Firenze che non ha mai conosciuto: un "cosi' riposato viver
di cittadini", un "cosi' dolce ostello" e cerca di ricostruire quel sogno
pensando alla Firenze del suo trisavolo, che definisce "in pace, sobria e
pudica".
Come sempre, essendo molto moralista e alquanto tetro nei giudizi sul
presente, Dante  di pace non da' nessuna definizione, se non che quando una
citta' e' in pace produce un "riposato viver di cittadini" e viene avvertita
come "un dolce ostello". Dato l'affanno spesso inconcludente di molte nostre
giornate, davvero non sarebbe male avere un po' di riposo e un ostello
accogliente.
Piu' specifica e' la descrizione di sobrieta' e pudore. Non lo seguo nelle
sue preferenze - appunto - moralistiche: la sobrieta' e' il vestire semplice
degli uomini del tempo antico e per le donne andare "senza il viso dipinto",
e quanto al pudore e' tutta una requisitoria contro i giovani rockettari di
allora ("un Lapo Salterello") e le ragazze con le gambe in mostra dalla mini
("una Cianghella"). Rifaccio invece per conto mio i sogni e avverto sempre
che la sobrieta' e' una componente molto importante di un luogo tranquillo,
riposato e accogliente.
*
Che cosa intendo dunque con "sobrieta'"?
La parola mi venne in mente quando Berlinguer propose l'austerita' come
modello di vita e mi trovai subito in disaccordo. Austerita' dice un
atteggiamento un po' cupo e triste, esalta il sacrificarsi, atteggia il
volto a un cipiglio giudicante, non ha leggerezza. Capivo che le intenzioni
di chi proponeva erano pregevolmente anticonsumistiche e serie, ma, appunto,
troppo serie, quasi un po' piagnone.
Allora riflettendo mi dissi che non avrei voluto vivere in un  mondo
austero, bensi' in uno sobrio. E poiche' sono golosa a me gli esempi non
erano venuti dal vestire o dai divertimenti, ma dai cibi: chi e' astemio o
anoressica non sa nemmeno che cosa si perde, ma chi e' beone o bulimica
butta giu' anche metanolo o cibi rozzi e non bada mai alla qualita'. Chi
invece ama la sobrieta', gusta il colore il sapore il bouquet di un buon
vino, ammira la forma i colori gli aromi di un piatto ben cucinato, e
comunica ad altri commensali la sua comune gioia e piacere: non per nulla
chiamiamo convivialita' la piacevolezza dello stare insieme. E' una forma
non esasperata ne' violenta di piacere, ma e' un vero piacere complesso, che
contiene anche la comunicazione.
Il ragionamento si puo' estendere dai cibi ad altri temi. Il piacere della
lettura, della conversazione, che non e' ingurgitamento di pagine ed
esibizione di citazioni, che non  e' pettegolezzo o scambio di notizie
futili, ma trasmissione di sentimenti passioni e conoscenze.
Insomma a me sobrieta' sembra sempre piu' il nome non accademico di un
piacevole moderno epicureismo, comportando una accurata ma non ansiosa
scelta di piaceri che non offendono nessuno, rispettano i desideri altrui e
tengono anche conto di una certa discrezione del vivere: cantare si', ma non
schiamazzi notturni; parlare, certo, ma non produrre un continuo fastidioso
rumore di fondo.
La sobrieta' si estende anche all'ambiente, che nelle  nostre citta' e'
divenuto fastidioso per inquinamento acustico (il traffico), visivo (le luci
sfacciate degli orribili addobbi natalizi), e naturalmente chimico e
magnetico.
*
Fa parte della sobrieta' la misura, scelta come strada della liberta', il
piacere atteso come forma di comunicazione e accoglienza, e il passo spedito
e leggero che non pesi troppo sulla terra.
A me da' un po' fastidio l'idea di un modello di sviluppo "sostenibile": e'
come dire che intendiamo (noi che saremmo virtuosi ed ecologici) caricare
sulle spalle della madre terra tutto il peso che puo' portare e non di piu':
non sarebbe migliore, meno violento uno sviluppo gradevole, ameno, piacevole
per la terra e per chi la abita? Fatto cioe' di vita serena. di riposo, di
ozio, di silenzio, di contemplazione oltre che di produzione e riproduzione,
di lavoro e di commerci?
Questo a un di presso intendo quando dico che vorrei un altro mondo
possibile sobrio.
La' troverei facile vivere con felicita' politica cioe' esprimendo una
identita' non aggressiva, non sospettosa, ma accogliente, curiosa.
Un modo di vivere non affannoso, non competitivo, ma capace di gustare il
passare del tempo e le dimensioni degli spazi, e assaporare gli scambi: mi
sembra che davvero per stare in pace sia giusto essere sobri.
*
Quanto al pudore mi e' piu' oscuro che cosa significhi. Forse una misura e
un certo riserbo di se'. Comunque va bene, purche' non sia una prescrizione
predicatoria di comportamenti, vestiti, parole ammesse ed altre vietate.
Forse il pudore come la sobrieta' non ammettono divieti esteriori e si
fondano sulla convinzione ragionevole del saper misurare le risorse e
controllare le relazioni.
Insomma la felicita' politica (un dolce ostello) che viene dal poter
esprimere la propria identita' senza bisogno di mettersi in maschera per
apparire "come si deve". Il diritto a non essere "normali", come dice una
argutissima teologa argentina. Marcella Maria Althaus-Reid  rivendica
appunto il diritto a "no ser derecha", che vuol dire anche non essere di
destra, oltre che "diritta", "normale". E che chiama pornografia la teologia
la globalizzazione e il capitalismo, perche' non rispettano i movimenti le
posizioni le relazioni la spontaneita' le scelte i volti i corpi i gesti i
desideri segnati dal colore voce faccia di ciascuno/ciascuna di noi, ma
violenta i corpi e le persone in una gabbia  di prescrizioni modi valori
attese gia' programmate. Non sanno dire quali parole, sentimenti, forme di
relazione vanno bene e quali sono per se' cattive: ma comunque vietano di
continuo.
*
La sobrieta' consente di guardare con occhi innocenti tutto quel che esiste
al mondo senza pregiudizi. Non sarebbe bello e non e' anche fattibile?
Se si sta in pace e si vive in modo nonviolento, certo: altrimenti con la
guerra tutto va perso e non torna, il peggiore inquinamento anche mentale,
l'ottundimento di ogni sottile giudizio, piacere del ragionare, attenzione
nelle relazioni, gioia di vivere: tutto viene distrutto persino nella
memoria, sostituito con le truci grida e pianti e distruzioni che poi
studiate a scuola vengono chiamate eroismo. Invece e' follia da sonno della
ragione.

3. LIDIA MENAPACE RICORDA LUIGI PINTOR
[Da "La nonviolenza ' in cammino" n. 591]

Quando Luigi Pintor se n'e' andato - un po' piu' di un  mese fa - ero
"irreperibile" e non ho preso parte a nulla. Poiche' mi pare sempre giusto
non lasciare che le memorie si spengano solo per disattenzione, ecco due
parole su di lui, dal mio punto di vista.
Del "gruppo storico" del "Manifesto" Luigi era quello con il quale ho avuto
minore intrinsechezza, tuttavia un grande affetto.
Era un uomo elegantissimo, sembrera' una osservazione frivola, ma non ho
niente  contro la frivolezza: mai un colore sbagliato, mai una disarmonia in
un vestire povero e casuale - come si diceva -: pensate che cio' non esprima
anche una specie di armonia interiore? era un pianista eccellente e un
grande amante della musica e credo che il vestire cosi' "accordato" nella
sua semplicita' avesse qualcosa a che fare con cio'.
Ho avuto piu' familiarita' con i suoi figli, con Giaime soprattutto, che era
un giovane tormentato, intellgente e bloccato da una parentela pesante e da
un nome pesantissimo, e con la figlia pure timidissima silente. Che un padre
come Luigi non fosse facile lo si puo' capire.
Tra i dolori piu' cocenti della sua vita vi furono tutte le morti che lo
hanno preceduto (il fratello, la moglie, i due figli): cosa che lo segno'
nel profondo anche se secondo una etica molto severa non lo mostro' mai.
Ma a me era molto legato in una maniera ritenuta e un po' sotterranea (tra
una piemontese e un sardo si da' facilmente).
*
Ricordo le sue sferzanti lezioni di giornalismo ai ragazzi e ragazze che,
non avendo soldi per tenere molte persone a pagamento nei mesi delle prime
estati del giornale, invitavamo a fare pratica. Arrivavano da ogni dove,
appassionati muti atterriti dalle statue famose che molti e molte di noi
gia' erano, e stavano a sentire.
La pedagogia di Luigi era feroce: quando d'estate ci sono quei giorni vuoti
nei quali le agenzie ti danno solo le gare di nuoto, le temperature e chi ha
vinto a bigliardino in Australia, si sedeva alla scrivania e con quel volto
da tartaruga e gli occhi quasi sempre semichiusi, chiedeva se qualcuno
avesse un argomento da proporre e al malcapitato che si lanciava in una
lezione sui Sahrawi, dopo averlo ascoltato per dieci minuti con silenziosa
imperturbabilita', rispondeva: "Hai proprio ragione, stamani dal giornalaio
e sul bus tutti si domandavano: 'Ma che fanno i Sahrawi?'", e poi apriva gli
occhi e aggiungeva: "Le notizie sono tali se le persone le accolgono, non se
ci fai su' una lezione; e un articolo non e' un volantino".
E comunque faceva vedere che studiando le agenzie qualcosa si trova sempre.
Era tremendo.
*
Di personale ricordo che una volta ci incontrammo a un dibattito e mi
domando': "Lidia, ti ho fatto qualche torto?", e alla mia negazione
accompagnata dal dire che del resto se ricevo torti o ho bisogno di aiuto
parlo, non mi tengo dentro nulla, mi disse: "Ti ho sognato un paio di volte
che avevi bisogno di me e non arrivavo a fare nulla". Quasi quasi mi fece
dispiacere di non avere nulla da chiedergli.
Era per molti versi un uomo di cultura molto tradizionale, ma di una
sensibilita' artistica che lo faceva capace di inspiegabili finezze come di
giudizi sferzanti e impietosi.

4. LIDIA MENAPACE RICORDA NORA FUMAGALLI
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 621]

Ricordo io pure Nora Fumagalli con la sua chioma bionda, il volto dal
colorito acceso, l'accento milanese quanto piu' non si poteva, che veniva
"clandestinamente" a parlare con me per preparare una delegazione di donne
cattoliche per un viaggio in Urss nel 1964, nel mio studiolo alla
universita' cattolica di Milano dove insegnavo prima che mi cacciassero nel
'68 per aver apppoggiato le lotte studentesche e fatto una dichiarazione di
"scelta marxista" (mentre un professore di Scienze politiche poteva
continuare ad insegnare essendo candidato dell'Msi).
Lei veniva e parlavamo a lungo con grande simpatia. E amicizia. Era una
persona appassionata e libera.
Da lei ho sentito le prime accorate critiche all'Urss: "Ci sono andata -
diceva - e non sono democratici"; lo diceva con vero e profondo dispiacere.
Non cercava, come molti intellettuali stalinisti, scuse e "ragioni
storiche".
E anche alla medicina rivolgeva critiche veementi. La operarono, senza
avvisarla che le portavano via (usava questi termini) l'utero, decidendo a
quanto pare nel corso dell'intervento, perche' la malattia era avanzata: ma
non glielo perdono', anche se era gia' in eta' non piu' feconda - come le
dissero i medici a scusante -: "non sono loro che devono decidere di quale
parte del mio corpo voglio fare a meno, a qualsiasi cosa serva o non serva"
diceva.
Abbiamo avuto un bel rapporto anche quando ci vedevamo poco, e quando la sua
vivace intelligenza ando' declinando. L'ultima volta che la incontrai a
Milano anni fa (non poteva piu' uscire) mi regalo' un reggilibri fatto di
foglioline di te' cinese pressate, un oggetto molto bello e che ancora
profuma di te' a distanza d'anni, quasi un profumo di Nora.

5. LIDIA MENAPACE: LA SCELTA ETICA ED ERMENEUTICA DELLA SOBRIETA'
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 648]

Tempo addietro "Azione nonviolenta", la rivista del Movimento Nonviolento,
mi chiese di scegliere una parola da commentare tra quelle che proponeva per
una sua riflessione: scelsi "sobrieta'". Vorrei mantenere il termine per
sottolineare le intenzioni che connetto all'incontro di Gubbio.
Sobrieta' infatti mi sembra parola di giusta misura per indicare il rapporto
tra persone e cose, terra e abitanti, produzione e consumi; ha anche un
suono eticamente gradevole, non severo e punitivo come "austerita'", non
lassista come "consumismo", non  cattedratico. Intendo applicare il termine
sobrieta' (che e' in fin dei conti la traduzione  positiva della coscienza
del limite) alle definizioni di cui ci serviamo.
*
Globalizzazione ad esempio e' un termine non sobrio, bensi' portatore in se'
di una idea di dominio totale sul pianeta, le sue risorse e gli accessi ad
esse da parte di tutti e tutte le abitanti della dolce terra, che ad esse
hanno lo stesso diritto fondamentale e non revocabile da nessuna politica
degna di questo nome. Mi pare da rifiutare e da sostituire con termini piu'
misurati diversificati e locali.
*
Il secondo termine che vorrei usato con sobrieta' e in modo non acritico e'
"comunita' scientifica", locuzione accreditata di una grande carica di
solennita' e autorita'.
A me basta ricordare che i piu' famosi fisici dellanostra epoca inventarono
la bomba atomica, la costruirono e proposero al presidente di allora degli
Usa di usarla avvisandolo che non sapevano che cosa sarebbe successo. Che
famosi chimici dei laboratori Bayer inventarono l'eroina come smisurata e
non sobria ("eroica" appunto, una delle ragioni per cui non mi fido degli
eroismi) sostituta della morfina (scoperta precedentemente e della quale
gia' si conosceva l'effetto di dipendenza): per avere qualcosa di piu'
efficace contro il dolore. Scienziati inventarono i gas (Zyklon B) che
passarono per il camino milioni di ebrei e di oppositori politici, rom e
gay. "Perfezionamenti" dell' atomica sono da attribuirsi a scienziati, come
del resto tutta la fortissima ricerca militare:  vorrei tanto che i
predicatori di turno sempre pronti a condannare donne che abortiscono, che
si prostituiscono, ecc. mettessero tra i delitti da condannare moralmente
senza appello quelli di chi disegna inventa progetta e costruisce armi di
distruzione di massa eventualmente da vendere al dittatore di turno o anche
da usare "democraticamente".
I disastri legati ad applicazioni non sobrie di raffinate tecnologie
scientifiche all'agricoltura non si contano: dalla distruzione di derrate
alimentari prodotte in quantita' commercialmente "esuberanti" (stive cariche
di burro buttato a mare); al disastro della "rivoluzione verde", a Bhopal,
alla mucca che forse per umanizzarla chiamiamo "pazza", alla notizia
orripilante che venti milioni di polli sono stati di recente distrutti in
Olanda perche' colpiti da peste avicola. Gia' l'idea di allevare milioni di
polli reclusi e' disgustosa e basterebbe a far diventare vegetariano
chiunque, se non fosse che anche pere, mele e verdure sono minacciate da
pesticidi, riduzione della biodiversita', interventi genetici scusati con lo
spaccio di bugie: i cibi non mancano, sono mal distribuiti perche' soggetti
solo al profitto: le sementi ogm sono sterili e i contadini indiani
sudamericani africani costretti a ricomprarle ogni anno diventano  schiavi
che lavorano per le multinazionali alimentari. Che gia' hanno dato prova di
se' spacciando prodotti scaduti o non testati, o con effetti devastanti
(Nestle'), o dei quali al massimo dicono senza prove sufficienti che "non
sono dannosi": ma i cibi debbono essere utili, non basta che non facciano
danno.
Una domanda  sobria verso la "comunita' scientifica" si formula cosi': chi
ne fa parte e con quali titoli e criteri di ricerca e  da chi sono pagate le
ricerche? E ancora: perche' dovremmo fidarci della famosa comunita'
scientifica che ci dice che "non  fanno male"? Gia' ci disse che il
talidomide poteva essere preso in gravidanza fino a quando non nacquero
focomelici in Europa e non negli Usa perche' una scienziata  della Fda (Food
and drug agency) ne vieto' l'uso negli Usa appunto. Sembra di poter dire che
la famosa "comunita' scientifica" comprata come niente dalle multinazionali,
dagli stati maggiori ecc. deve almeno sottoporsi al giudizio, esame e
valutazione da parte di luoghi di ricerca pubblici che non perseguano il
profitto ma i diritti, la salute ecc. Le loro opinioni debbono essere rese
pubbliche e l'accesso alle informazioni aperto e largo.
*
Oggi vediamo quasi la fine di un lungo cammino di distruzione della nostra
casa comune, la terra, depredata, resa sterile, incendiata.
Mettiamoci a dire forte: la dimensione degli interventi deve essere
proporzionata, calcolata in modo da non distruggere equilibri vitali, da non
opprimere la terra, l'aria, l'acqua.
E agire di conseguenza chiedendo ai programmi delle forze politiche,
sociali, ecc. che si esprimano chiaramente in proposito.
Chi propone di abbassare i prezzi dei condizionatori o di fare piu' centrali
per l'energia o guerre per conquistare le fonti e'  ubriaco e non sobrio;
chi ha in programma una migliore diversificazione della produzione di
energia pulita, misure per non sprecarla, e per "rientrare"
dall'inquinamento dell'atmosfera va in una giusta  direzione di sobrieta'.
Chi vuole privatizzare l'acqua e' pazzo e sfrenato e prometeico. Chi vuole
che le persone e soprattutto le merci continuino a viaggiare intorno al
mondo deve dire o sapere che non bastera' la terra, percorsa da strade
autostrade treni, bucata da tunnel giganteschi, assordata dall'alta
velocita' ecc. E' una scelta non sobria.
Ogni luogo faccia un inventario di tutto cio' che puo' produrre in quantita'
adeguata ai bisogni non forzati della propria popolazione, si immagazzinino
le derrate che possono essere conservate senza danni e si badi che il lavoro
abbia la giusta rimunerazione ovunque: che cosa prendono come salario quelle
e quelli che lavorano per produrre ananas africani che costano sui nostri
mercati meno delle pere e mele e fragole? che cosa in Argentina, se le pere
da quel paese arrivano sui nostri banchetti a prezzo inferiore alle pere di
produzione locale? e quanti pesticidi conservanti immagazzinamenti in
contenitori pieni di gas, trasporti per nave tir treni ecc. si pagano in
salute e strozzamento dei trasporti?
Sobrieta' chiede informazione e potere di dirigersi nella  propria vita in
modo da non farsi restare in gola i cibi al solo pensare quanta ingiustizia
produciamo per averli sulle nostre mense. Sarebbe meglio fare patti con gli
e le immigrate e stabilire con loro - attraverso cooperative - mercati di
sobrie dimensioni, giusti prezzi e tutela della salute e dei diritti di chi
lavora  e di chi consuma, una specie di commercio equo e solidale piu'
diffuso e meglio partecipato dai migranti.
*
Non bisogna credere del resto che le imprese smisurate  non si paghino.
L'estate in corso ce lo dice e non possiamo accettare storielle e
pannicelli: il patto con la terra deve essere rifatto, facciamo pace con la
terra.
Dove mi trovo arrivano ogni tanto bruschi e rapidi temporali ed eravamo
abituati che quando finiscono si stendono in cielo meravigliosi arcobaleni,
un segnale di pace. Come e' noto, sia nella mitologia greca che nel racconto
biblico l'arcobaleno e' la sciarpa colorata di Giunone stesa ad asciugare
dopo la pioggia dalla sua ancella Iride, oppure e' il segno che le malefatte
dell'umanita' colpite dal diluvio universale sono state pagate e si puo'
fare un patto di pace. Questa estate gli arcobaleni sono stinti e fugaci,
sembrano avvisi tra stanchi dolenti e irati.
Se non siamo capaci di sentimenti piu' nobili e grandi, almeno per paura
delle possibili vendette della terra cerchiamo di mettere rimedio ai guai
che abbiamo fatto.

6. LIDIA MENAPACE: L'8 NOVEMBRE A VERONA
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 729]

La riunione di Verona l'8 appena scorso e' stata molto bella, accogliente,
serena, non supponente, curiosa.
Nel senso che tutti e tutte avevamo voglia di sapere come avevamo colto le
proposte che erano in gioco, ed anche eravamo curiosi/e di capirci.
Non accade cosi' spesso: ricordo che una delle frasi ricorrenti nelle
riunioni politiche, appena uno ha finito di parlare, e' di chiedersi
sottovoce: "Che cosa voleva dire?", dato che si suppone sempre che il
linguaggio sia almeno doppio e allusivo. Invece tra noi abbiamo detto quel
che dicevamo, e non vi erano possibili dubbi interpretativi o messaggi
subliminali.
Insomma abbiamo scambiato impressioni e convenuto che il tempo per avanzare
una proposta di definizione giuridica del diritto alla pace e' giusto, dato
che e' in corso - sia pure in modo "clandestino" - il dibattito sulla
Costituzione europea.
A me e' servito molto sentire proposte agganciabili e che anzi danno un
orizzonte migliore, una buona infinita' al discorso: ad esempio la proposta
dell'obiezione ai governanti, la pratica del transarmo, e anche l'idea di
fare una iniziativa pubblica a Venezia l'8 dicembre nel corso del salone
dell'editoria di pace, con aspetti anche espressivi molteplici.
Insomma abbiamo cominciato bene con il piede giusto e con una bella gara di
reciproca comprensione e riconoscimento.
Per me la cosa forse piu' piacevole e' stata che - avendo detto che pratico
il disinquinamento del linguaggio politico dalle metafore belliche, militari
ecc., e che percio' non dico ne' tattica ne' strategia, ma preferisco
tessere, seminare, cucinare ecc. - abbiamo incominciato a tessere discorsi e
proposte e a impollinare relazioni tra noi con grande e repentina
naturalezza. Gli scambi di linguaggio e le relazioni sul simbolico sono -
come e' noto - molto importanti.
Ringraziamoci, siamo anche stati bene insieme in modo appunto sereno, anche
con ironia e gioco tra noi.

7. LIDIA MENAPACE RICORDA ELISEO MILANI
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 796]

Era un uomo molto affascinante coraggioso determinato: il coraggio lo ha
dimostrato anche negli ultimi anni di vita quando sapeva e diceva di essere
vivo per scommessa, eppure non cedeva al male, con una capacita' molto
elevata di resistere e persino di riderci su.
Tra le persone che dettero vita al "manifesto" come impresa politica e come
giornale, con altri della federazione del Pci di Bergamo e con i compagni di
Napoli Eliseo era  parte di uno dei pochi nuclei operai e di organizzazione
che si staccarono o furono espulsi dal Pci. Segno di un grande coraggio
esistenziale e politico, dato che - piu' di altri - ebbe la capacita' di
dare giudizi distaccati e "!aici" sul grande partito-chiesa del quale aveva
fatto parte.
Se il resto del gruppo storico non forzo' le uscite dal Pci, che potevano
essere numerose e significative, non lo si dovette certo alla pressione di
compagni come Eliseo e altri di origine operaia, che comunque si buttarono
con grande convinzione nel movimento del Sessantotto, soprattutto a
proposito di nuova analisi della composizione di classe, delle nuove figure
operaie, della organizzazione consigliare in  fabbrica, delle 150 ore e
della organizzazione sociale in qualche modo diretta dalle fabbriche, che
nel Sessantotto era ancora possibile, se il movimento non fosse stato
arrestato, quando la organizzazione del territorio stava passando oltre i
consigli di fabbrica, per avviare i consigli di zona.
Non voglio comunque usare Eliseo per fare una ricostruzione critica degli
errori o manchevolezze del "manifesto". Penso che mi strizzerebbe sorridendo
gli occhi e mi direbbe: "Ma perche' non parli come mangi e non dici le cose
che conosci direttamente, eh Lidia!".
*
Avevo verso di lui un affetto sincero e profondo, lo ammiravo. Anche la sua
raffinatezza del vestire, la raggiunta ricchezza e precisione del parlare e
insomma la sua caratteristica di intellettuale operaio erano dimostrazione
vivente della grandissima opera di  alfabetizzazione politica (ma ben piu':
era una cultura universitaria!) che il Pci era riuscito a diffondere nella
classe operaia (e tra le donne) con le scuole di partito, con una opera
molto frequente precisa programmata di costruzione di soggettivita'.
Ellseo era uno dei frutti piu' significativi di quel lavoro e anche dei piu'
schietti, dato che non ne ricavo' mai un atteggiamento di tipo "religioso"
verso il partito.
Questo gli va riconosciuto perche' non era frequente nemmeno tra gli altri
"grandi" del primo gruppo del "manifesto".
*
Voglio concludere ricordando che una estate - credo  nel '73 o '74 - fu
nostro ospite per un po' di giorni in val di Non a Cles, dove usavamo
passare le vacanze al paese natio di mio marito.
Percorse una valle tutta agricola allora, interamente agricola, a parte "La
frabicia", la fabbrica cosi' unica da essere detta tale per antonomasia, ed
era una fabbrica di cemento che c'e' ancora. Allora la valle era tutta un
frutteto di varie qualita' e non una  noiosa monocultura come oggi. Le
stagioni erano scandite dalla fioritura dei meli, e quando era molto forte
si diceva a proposito di una zona detta "Franza" (Francia): "e' nevega' en
Franza", tanto era soffice e compatto il manto di fiori bianchi.
Eliseo ascoltava le nostre chiacchiere di vallata e osservava con curiosita'
il fitto tessuto agricolo e la presenza contadina che nella Bergamasca non
esisteva piu', dato che Bergamo e Brescia erano province di antica e diffusa
industrializzazione, e discuteva sul perche' zone di cosi' profonda radice
cattolica si differenziassero tanto nelle scelte politiche e di voto. Era la
struttura produttiva che consentiva nella Bergamasca una significativa
presenza comunista e un fervido dibattito tra i cattolici  e nella val di
Non solo di democristiani.
*
A un certo punto ci siamo un po' persi di vista e ci incontravamo
occasionalmente nelle stazioni (tra i luoghi che frequento di piu') e dove
anche Eliseo si poteva trovare quando si muoveva tra Roma (dove si era alla
fine trasferito) e Bologna dove aveva sua figlia.
Credo che anche lui  mi volesse bene in quel suo modo schivo e un po'
rustico, da bergamasco. Ma del resto io pure sono montanara.

8. LIDIA MENAPACE: CON LA MEMORIA INTERA E L'AZIONE NONVIOLENTA CHE NON
UCCIDE NE' FORZA MA CAMBIA TUTTO
[Da "La domenica della nonviolenza" n. 2]

Quando mi arrivo' l'invito per Venezia [all'incontro "Tra noi e Lynndie..."
promosso dalla rete delle donne per la pace] mi spiacque di non poter essere
presente per altri impegni precedenti, ma inviai una brevissima nota e sono
lieta di poter riprendere un ragionamento che mi sta a cuore, anzi un po' mi
angustia, talora mi irrita.
*
Di irritarmi mi capito' in modo forte la prima volta, quando - dopo le Torri
gemelle - qualcuno (anzi molti) dissero: "Il mondo non sara' piu' quello di
prima, una cosa cosi' non e' mai successa".
Come no? era successa migliaia di volte: ad  esempio gli Alleati
bombardarono Treviso per distruggere un ponte (che resto' in piedi) e fecero
piu' di duemila morti in una notte; non occorre ricordare Dresda ecc.
Scordare il passato per stupirsi del presente puo' essere un meccanismo di
difesa individuale, ma nella storia dei popoli e' infausto: dopo mezzo
secolo una guerra e' dimenticata e si puo' cominciare a prepararne un'altra.
Le Torri gemelle che sono state un evento certo drammatico, tragico e
pericolosissimo non sono paragonabili alle rovine che durante la seconda
guerra mondiale ci siamo inflitti tra noi popoli civili occidentali
cristiani ricchi di storia, di diritti ecc .ecc.
Non voglio affatto sostenere che niente muta e il mondo e' sempre uguale.
Voglio solo dire che avere cura delle memorie e' importante, un popolo senza
memoria puo' essere portato ovunque anche alla guerra.
*
Tutto il male e' gia' successo in Europa: venti milioni di morti nella
"inutile strage" della prima guerra mondiale, ancora di piu' nella seconda,
che del resto ha visto la prestigiosa nazione germanica, sede di musica,
arte, filosofia ecc. ecc. coprirsi di campi di sterminio, nei quali donne
Kapo' esercitarono la tortura e persino alcune delle vittime lo fecero su
compagne di sventura, per avere salva la vita (se questa e' vita).
Il libro di una dolcissima donna come fu Lidia Rolfi Beccaria, che racconto'
di Ravensbruck, lo dice: e' difficile anche essere vittima e non perdere
qualita' umana.
I piu' famosi scienziati europei (Einstein e altri) si trovarono tra quelli
che progettarono l'atomica.
Campi di sterminio giuridicamente regolati, e atomica sganciata e prima
costruita per ordine di legittime autorita' democratiche, furono eventi che
mutarono la storia perche' con i campi di sterminio per la prima volta nella
civilta' giuridica europea si sanci' per legge la colpa di essere cio' che
si e', cioe' fu definito giuridicamente il razzismo non come abuso e
pregiudizio, ma come codice giuridico: hai colpa di essere ebreo,
omosessuale, rom, comunista ecc. E la bomba atomica che colpi' nella
popolazione civile un nemico gia' vinto con un numero di vittime
impressionante e conseguenze genetiche incalcolabili nel tempo dimensioni e
gravita' mette in forse i fondamenti del diritto: da allora nessuna  guerra
puo' avere nessuna scusa perche' non consente piu' risarcimento del danno.
E la nobile nazione francese, del resto, patria della civilta' giuridica
moderna, faro politico ecc. ecc., uso' la tortura nella guerra in Algeria.
E per dirla tutta a me fa piu' orrore Condoleeza Rice, donna, nera, stata
povera che affianca Bush e non ha detto nemmeno una parola per le vittime
del maremoto, ne' contro la sua connazionale torturatrice.
*
Ma del resto si puo' pensare che noi donne siamo fuori?
Nel femminismo italiano la discussione non e' stata molto frequente,
tuttavia anche noi abbiamo  dovuto misurarci sul fatto che nelle Br vi erano
donne ed eseguirono e progettarono azioni terroristiche. Tra le palestinesi
vi sono state delle kamikaze. A mio parere non e' bello non aver dichiarato
subito che la prima Intifada che era una forma di difesa popolare
nonviolenta e fu praticata da molte donne e ragazze era giusta, ma la
seconda che Arafat dichiaro' facendosi fotografare con un mitra in mano era
invece sbagliata e avrebbe ridotto le donne o a "madri dei martiri" o a
complici del terrore: sarebbe stato giusto, ma in pochissime lo dicemmo e
non apprezzate per questo.
Tuttavia negli anni del primo femminismo l'idea che le donne siamo pacifiche
e buone per "natura" o per "maternita'" fu rifiutata, e del resto non e'
vera. Le vicende cui ho accennato lo dicono, ma piu' ancora i miti greci che
sembrano avere sondato le piu' oscure pieghe dell'umano ci hanno trasmesso
la madre vendicativa Medea, la leggenda degli Atridi e Clitennestra, e
insomma tutto.
*
Si puo' vivere, si deve vivere con la memoria intera, non pare utile
dimenticare: voglio che si ricordi che le madri possono essere tremende, che
le donne possono commettere assassini e che nella storia umana e' necessario
che chi ci arriva per primo dica ad altri e altre cio' che ha maturato.
A questo punto dico con molto orgoglio che per essere state tenute fuori
dalla citta', espulse dal potere, oppresse socialmente e culturalmente,
abbiamo anche maturato altre abilita', altri giudizi.
Ma se di cio' non si fa continuamente giudizio storico e memoria ogni evento
ci stordira' e riempira' di dubbi.
A me importa di piu' studiare Rosa che dalla guerra aborriva e chiedeva
relazioni forti e appassionate che non attardarmi sulla sciagurata di Abu
Ghraib, che e' - come sappiamo - l'esempio estremo dell'emancipazione
imitativa. Questa discussione l'abbiamo gia' fatta al tempo degli anni di
piombo.
Mi interessa di piu' esaminare la pazienza senza nome, passiva, delle donne
oppresse che ha retto il mondo senza cambiarlo e a prezzo del disprezzo di
se', perche' voglio che si trasformi in azione nonviolenta che non uccide
ne' forza ma cambia tutto: il mondo, le relazioni, le coscienze.
La risposta tradizionale e' la  pazienza, quella moderna e' l'emancipazione
imitativa che del resto fa paura ed e' sotto tiro della vendetta patriarcale
in grande rimonta, ancora non e' sufficiente la presa di coscienza della
possibile trasformazione della pazienza in azione nonviolenta, che del resto
ci collegherebbe alla storia del primo femminismo suffragista, che appunto
le forme dell'azione nonviolenta invento'.
*
Una donna puo' essere qualsiasi cosa e solo la coltivazione della coscienza
e della soggettivita', la costruzione e trasmissione di una cultura crtitca
comune, puo' essere un argine, una difesa, una speranza.
Di questa si puo' vivere, si deve vivere.

9. LIDIA MENAPACE: GIULIANA
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 834]

Ero a Cuba per un importante convegno alla facolta' di filosofia
dell'Universita' dell'Avana (sul quale in seguito scrivero' perche' e' stato
davvero una scoperta - erano presenti indiane, brasiliane, venezolane,
indigene, afrodiscendenti - come dicono la' -, dalla Colombia, Cile,
Bolivia, Messico, da tutto il continente sudamericano che a me sembra  la
primavera del mondo, tanto che suggeriro' a tutti e tutte di imparare come
lingua straniera lo spagnolo, che ha buone probabilita' di sorpassare
pacificamente l'egemonia dell'inglese).
Ero dunque la' e stavo per tornare in Italia quando come dei pugni in faccia
mi e' arrivata per agenzia la notizia di Giuliana: non mi sono ancora
ripresa e sto male, sono dolente, amareggiata.
Conosco Giuliana fin da piccola, da sempre in politica, conosco anche suo
padre che e'  mio coetaneo ed e' stato pure partigiano, e il fratello che
dipinge cose molto belle, rappresentando un'Africa che non ha mai visto.
Giuliana e' una persona di grandissime qualita', mai ostentate, non per
"modestia" come dicono facendomi arrabbiare di brutto, ma perche' lei
considera la competizione un atteggiamento sbagliato e di cui una persona di
sinistra dovrebbe vergognarsi, e si comporta di conseguenza, cercando la
verita' con rigore e umanita', con comprensione ed equilibrio, con passione
e documenti.
Mi ricordo l'impressione che mi fecero delle giovani alle quali una volta
dissi che a Roma abitavo nella stessa casa di Giuliana, e in coro esplosero:
"Tu conosci Giuliana Sgrena!", un mito per loro. Le raccontai poi la cosa e
le dissi che ero stata quasi sorpresa di essere - per le ragazze -
importante perche' la conoscevo: ci siamo fatte matte risate, e ripromesse
che ci saremmo reciprocamente comportate da "promoter" (se non noi, chi
altro?).
Giuliana e' una donna molto colta e intelligente, ironica, coraggiosa e
dolcissima. Abbiamo abitato per molti anni nella stessa casa che chiamiamo
"un residuo di comune sessantottina". Infatti in un appartamento che ci era
stato segnalato dalla mamma di Luciana Castellina (madre morta da poco
centenaria e stata sempre un'altra donna vivacissima, attiva  e assai
simpatica) con altre persone (Rina Gagliardi, Ritanna Armeni, con i
rispettivi compagni) eravamo setto-otto e ci siamo via via ridotti quando
una coppia voleva un figlio e nella Comune era quasi impossibile anche
perche' le condizioni di vita erano molto essenziali e difficili. Siamo
rimasti alla fine solo noi tre: Giuliana, Pier - il suo compagno -, e io,
che ancora oggi ho una stanza nella casa in cui abitano. Quando vado a Roma
li' sto, e fruisco dell'ospitalita' generosa, allegra, calda di Giuliana e
Pier senza problemi.
Giuliana e' una donna molto dolce e forte e coraggiosa. Quando a Cuba ho
saputo, ho subito scritto con le altre due italiane che erano con me un
breve testo per chiedere la liberazione, testo che e' stato approvato
all'unanimita' dall'assemblea plenaria del convegno, ora i e le compagne
cubane vi stanno raccogliendo firme prestigiose, e poi lo pubblicheranno sul
loro sito web.
Mi sono fatta l'idea che Giuliana stia passando attraverso una esperienza
drammatica affrontata con molta determinazione e freddezza: sembra strano
dirlo perche' e' una donna molto appassionata e anche emotiva, ma di fronte
alle vicende difficili e' determinatissima e addirittura fredda.
Penso che sia stata rapita da predoni che ora cercano di venderla a qualche
gruppo politico-criminale per avere soldi, e spero che sia cosi' e che il
governo paghi.
Intanto la richiesta del ritiro delle truppe di occupazione continua ad
essere piu' necessaria e forte che mai, e per fortuna in molte citta' e
attraverso molti messaggi lo si sta richiedendo.
Mi aspetto Giuliana che torna leggera come una foglia (e' di corporatura
molto minuta) col suo sorriso furbo dolce ironico, quello sguardo allusivo
dei grandi occhi, con la sua zazzeretta scompigliata e i vestiti sempre
eleganti solo per naturale capacita' di portarli e ci dica: "ma che cosa vi
siete messi in testa? sono sempre stata padrona di me, sempre attenta a
capire, insomma facevo la giornalista  politica: non e' forse il mio amato
mestiere? ed eccomi qui".
Poi faremo tutte le analisi e le indagini: una guerra non diventa legittima
a posteriori,  resta incostituzionale sempre, elezioni sotto occupazione
militare e senza alcun controllo internazionale non cancellano
l'aggressione, la resistenza e' e resta un diritto, ma deve distinguere se
stessa dal terrorismo, e il nostro compito e' per l'appunto di rendere
possibile cio', non semplicemente inneggiando acriticamente a tutto, non
semplicemente giustificando tutto.
A Cuba al convegno ha preso parte anche il centro locale della rete "Martin
Luther King", dunque si fa strada una ipotesi di azione nonviolenta, e una
donna palestinese ha detto esplicitamente che la seconda Intifada, quella
armata, e' stata una sciagura per il popolo palestinese e specialmente  per
le donne la cui condizione materiale e culturale e' precipitata all'indietro
di decenni. Bisogna avere un buono e sano e critico culto della verita',
come sempre cerca di avere Giuliana.

10. LIDIA MENAPACE: GIULIANA, O DELLA NONVIOLENZA
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 838, e' un intervento ripreso dal
quotidiano "Il manifesto" del 9 febbraio 2005]

Mentre i militari, sempre rigorosamente in "uniforme", monotoni, ripetitivi,
funesti continuano, la societa' civile si manifesta con tutta la
sorprendente varieta' delle sue voci, volti, gesti, intenti. Non si sarebbe
potuto rappresentare in un laboratorio sociale - meglio di quanto sta
succedendo nella realta' a favore di Giuliana - l'alternativita' tra pace e
guerra, violenza e azione nonviolenta. Per Giuliana conta naturalmente la
grande sua personale capacita' di attirare verso di se' fiumane di
sentimenti positivi, di azioni responsabili, di posizioni precise: ma tutto
cio' avviene in un contesto che confronta davvero e visibilmente le due
pratiche.
Da una parte il segreto, l'assalto vigliacco, i messaggi cifrati, le parole
minacciose, gli incitamenti all'odio, la rappresaglia su innocenti, i volti
chiusi, le maschere degradanti del potere: dall'altra fiaccolate, cortei,
appelli, le donne in nero, le parlamentari e le giornaliste, le
straordinarie espressioni delle donne islamiche nel nostro paese, paesi,
citta', scuole, uffici che si mettono in movimento senza ordini o comandi
che vengono da chissa' dove: qui si comincia a vedere quale sia la
grandissima forza della nonviolenza e del pacifismo e del femminismo: non e'
infatti un caso che queste modalita' espressive e di azione politica siano
piuttosto delle donne coscienti di se' che di altri e altre.
E' davvero il segno di una cultura politica fondata sulla relazione,
differenza, creativita'. Sono convinta che proprio questo ci restituira'
presto Giuliana, perche' la forza di questi gesti e' grande, immediatamente
comprensibile e surclassa con la sua semplice eloquenza, il rifiuto della
clandestinita', la voglia di trattare a viso aperto, le tristi pratiche
segrete, violente, militari.
Per questo, tra l'altro, non si puu' scindere la richiesta del ritiro delle
truppe occupanti attraverso una singolare forma di diplomazia popolare fatta
di un'assemblea all'universita' dell'Avana, una giornalista della "Zeit", le
persone che sfilano nelle piazze, le miriadi di messaggi, appelli, lettere,
dalla ripetuta pressione perche' gli strumenti di morte indiscriminata, di
violenza cieca e distruttiva che formano l'universo bellico, si
interrompano, spariscano, recedano.
Vengano dunque via le truppe occupanti. Giuliana con i suoi scritti ci ha
mostrato il dolore vero, le distruzioni insensate, le inutili stragi e
l'impossibilita' di dare soluzione ad alcunche' con la violenza delle armi.
E' tra l'altro una grandissima lezione etica, politica, culturale: certo
pagata troppo, ma pagata persino volentieri se serve a metter fuori gioco la
guerra.

11. MEMORIA. LIDIA MENAPACE RICORDA ALEXANDER LANGER
[Da "La domenica della nonviolenza" n. 30, e' un articolo apparso sul
quotidiano "Il manifesto" del 6 luglio 1995]

Che vuole dirmi Alex Langer con la sua morte cosi' "ostentatamente"
celebrata? Non sopporterei lo spreco del suo gesto. E allora ripercorro
qualche memoria di un'amicizia intensa, affettuosa, calda, anche se
saltuaria, fatta spesso solo di incontri nelle stazioni dei treni per
raggiungere riunioni, dibattiti.
Ne ridevamo, l'unico luogo - ci si diceva - in cui potremmo darci
appuntamento su cui ritrovarci sono le ferrovie. "Anzi - mi racconto'
l'ultima volta che l'ho visto vivo, in una gelida notte dello scorso inverno
in arrivo ambedue a Bolzano - anzi, ho avuto una visione di te, quest'estate
a Firenze-Campo di Marte, alle due di notte: stavi su una panchina con due
bambini addormentati che ti posavano la testa in grembo: sembravi la
Medre-Terra: eri tu?" "Quale madre terra? - avevo risposto io che amo
l'understatement - una prozia fradicia: avevamo preso un tremendo acquazzone
e ci stavamo asciugando nella calda notte in attesa di un treno per Bolzano,
con un'ora di ritardo".
*
Era affannato, ma non lo si e' mai visto calmo, sorridente, nonostante il
dolore di una recente piccola operazione di cui la ferita gli doleva, ma
quando non riusciva a nascondere tutto sotto un preciso, forte, ironico
sorriso?
Non sempre fu capito - nei gruppi del dissenso cattolico e poi nella
"nebulosa" bolzanina del '68, e nelle successive scelte politiche - anche se
fin da giovanissimo si imponeva per la ricchezza della cultura, la velocita'
della idea-azione, la straordinaria limpidezza etica. La piu' parte dei
fraintendimenti derivavano non solo dalle posizioni talora estreme, o dal
celere ragionare, ma soprattutto da una grande capacita' di previsione, non
accompagnata da una pari attitudine al mediare.
Si puo' reggere a lungo una solitudine politica aspra in momenti volgari,
sciocchi, vani e pericolosissimi? Mentre le mediocri biografie di personaggi
per lo piu' meschini occupano colonne e colonne di giornali? Voci e intrighi
si svolgono intorno a qualsiasi vicenda, tutto e' grigio e noioso? ...
Intanto riprendono gli esperimenti nucleari, Francia e Germania entrano
nella guerra balcanica, la guerra appare ai potenti del mondo "la soluzione
finale" del problema dell'occupazione; guerra, violenza, sopraffazione sono
del tutto legittimate.
Si puo' reggere? Si puo', se si ha un contesto di amicizie e affetti,
incombenze quotidiane, se si bada a molte cose impellenti e oneste nella
loro modestia, come preparare pranzi, raccontare storie a bambini e bambine.
La vita quotidiana delle donne puo' sopportare la vilta' dell'ora, la
minaccia del futuro, lo ricorda anche Alex a Valeria.
Quando nel lasciarci ci dice di continuare a fare le cose giuste Alex vuol
cercare di svegliarci, farci capire appunto le cose giuste e importanti, la
pace e la guerra, la poverta' dei continenti, la miseria delle ricche
metropoli, l'ineguaglianza delle vite infantili destinate a massacri,
malattie, morte di fame o alla ferocia dei popoli avanzati.
Alex - avendo destinato intera la sua vita ad altri - non ha potuto reggere,
come ci ha scritto prima di lasciarci: significa che dobbiamo ricostruire
vite meno tese, isolate, derise, misconosciute, riscoprire rapporti,
relazioni, legami, rispetti, forme decenti di colloquio e di parola.
Certamente alcuni fatti recenti lo debbono avere sconvolto, schiantato di un
peso non sopportabile: i cancri del nazionalismo, i recinti etnici, lo
scivolamento dei potenti verso la guerra, il silenzio dei popoli incattiviti
e scontenti e tragicamente distratti. Tutto cio' gli deve essere ricaduto
addosso come una scottata definitiva, oltre la quale gli si prospettava solo
una grigia prospettiva.
*
Voglio ricordare quella che fu forse la sua lotta piu' anticipatrice, causa
di non indifferenti difficolta' personali, e anche il momento della massima
solitudine, aspro isolamento, emarginazione, rifiuto. Quando Spadolini,
allora Presidente del Consiglio, penso' che sarebbe passato alla storia come
il risolutore della questione sudtirolese, se avesse introdotto - come da
richiesta Svp malcontrastata - nel censimento la dichiarazione di
appartenenza etnica, non anonima e numerica, da riportare all'anagrafe,
Langer rifiuto', perdendo quasi la cittadinanza (non pote' piu' insegnare al
liceo tedesco di Bolzano, non pote' mai candidarsi in elezioni locali).
Prevedeva che non solo era ingiusto inchiodare una persona a una
dichiarazione di appartenenza etnica (poiche' le etnie, essendo fatti
culturali, possono mutare), era cosa cattiva non favorire incontri e
mescolanze paritarie (una volta ricostituiti i sudtirolesi nella pienezza
dei diritti conculcati sotto il fascismo), era iniquo violare l'anonimato
del censimento (poiche' questo significa appunto un limite al proprio potere
che lo stato si riconosce e rispetta, quello di non entrare nelle scelte
individuali, ne' di elencarle o registrarle nominativamente).
Sono quasi certa che questa e' stata la goccia di troppo: l'albicocco nelle
vicinanze della villa di Spadolini e' troppo simbolico, per non essere stato
voluto da uno cosi', preciso, severo, come era Alex.
I pericoli ci sono e sono veri. Che ci vuole infine ancora per bucare le
nebbie dei nostri cervelli, il lardo delle nostre coscienze?

12. LIDIA MENAPACE RICORDA BETTY FRIEDAN
[Da "La nonviolenza e' in cammino" n. 1201, e' un articolo ripreso dal
quotidiano "Liberazione" del 7 febbraio 2006]

Dopo decenni di silenzio e marginalita', seguiti a una breve stagione
trionfale, se ne e' andata repentinamente Betty Friedan, un nome che
probabilmente non dice nulla alle giovani donne anche femministe. La storia
brucia tappe alla svelta: studiavamo a scuola il fenomeno detto
"accelerazione della storia" e lo ritroviamo addirittura attraversare le
memorie di una vita. Forse per questo e' cosi' facile cancellare le memorie
e falsificarle.
Comunque Betty Friedan autrice del fortunatissimo Mistica della femminilita'
in quella accelerazione ci stava proprio bene. Non per nulla le forme
associative statunitensi delle quali fu un'alfiera avevano nomi puntati sul
presente: "now!", ora, era la parola piu' comune e segnava una urgenza che
in Europa era meno avvertita prima del sessantottino "Tutto e subito!".
Negli Usa l'emancipazione delle donne aveva una storia lunga e mai del tutto
tralasciata, ma anche un atteggiamento rivendicativo che non metteva in
questione i fondamenti della storia del paese, era una specie di
proseguimento della rivoluzione americana: ci si poteva rifare persino alle
"figlie della rivoluzione". Tutto rimaneva, almeno nei primi avvenimenti,
rigorosamente bianco e universitario. Della vecchia alleanza tra donne e
neri tipica appunto della rivoluzione americana si prendevano spunti e gesti
e linguaggi, ma senza relazioni. "Donna e' bello", lo slogan che faceva il
paio con "Nero e' bello" proseguiva la storia parallela dei due soggetti
scontenti e non ridotti al silenzio dal predominio delle forze borghesi
patriarcali e capitalistiche Usa.
Si ricordera' che le donne ricche del sud aiutarono gli schiavi neri a
fuggire con forme di solidarieta' che li conducevano fino al nord
abolizionista e questo rimane ancora un aspetto della politica democratica
negli Usa con l'alleanza arcobaleno dei pastori neri che lottano per i
diritti civili e della quale fanno parte anche le femministe. Ma recente e'
lo scontro delle femministe afroamericane contro il femminismo
maggioritariamente bianco e che non include la differenza (anche sociale)
delle donne nere.
Ho anticipato argomenti che sembrano non rientrare in un discorso su Betty
Friedan, ma sono molto colpita dalla velocita' con la quale Betty attraversa
la fama, rientra quasi nei ranghi, viene lasciata ai margini e scompare.
*
Betty Friedan divento' famosa anche da noi col suo primo fortunatissimo
libro Mistica della femminilita' nel quale in modo vivace, facile e molto
efficace, ma anche confuso, metteva avanti critiche, rivendicazioni, giudizi
pungenti, insomma un vero libello, nella tradizione dei cahiers de doleances
della Rivoluzione francese: per questo trovo' eco immediata in molte,
moltissime, anche se poi non si capiva bene che cosa si dovesse fare subito,
dato che "now!" era il motto, il filo conduttore del libro.
Qui da noi suscito' una forte impressione anche per il modo di scrivere
tutto a salti e balzi con nessi che sembravano superficiali e casuali e
talora lo erano. Mi ricordo Marisa Rodano irritatissima come altre donne
dell'Udi, abituate a ben altro rigore, osservare: "Sembra una che si mette
alla macchina per scrivere e butta giu' senza una scaletta, senza un ordine
logico". Era vero, e del resto quel modo un po' sconclusionato di scrivere
era parte del suo fascino, perche' trasmetteva davvero l'urgenza del fare.
Che cosa? Tutto quello che ci veniva in mente, purche' fosse almeno un po'
iconoclasta rispetto all'immagine tradizionale delle donne, appunto alla
mistica della femminilita'. Se non altro la maternita' di quello scossone
salutare le deve essere attribuita e riconosciuta.
*
Era una donna di corporatura imponente, alta e formosa, con i capelli
piuttosto lunghi sciolti sulle spalle (niente permanente!) e abiti larghi e
lunghi che accompagnavano un corpo niente affatto in linea con i dettami
della moda e della richiesta magrezza, un parlare piacevole e accattivante,
non particolarmente nuovo ne' profondo, pero' molto gradevole e utile.
La vidi non al tempo di Mistica della femminilita', ma alcuni anni dopo
quando un gruppo di associazioni femminili cattoliche la invito' a Roma
durante un suo viaggio in Europa e dopo che aveva fatto il suo secondo gesto
clamoroso, quello di un relativo rientro nei ranghi. Era certamente sincera
e in qualche modo colpita dalle conseguenze estreme che le sue parole
avevano fomentato. Il punto sul quale inciampo', come del resto tutte, fu la
famiglia. Lo slancio iniziale del neofemminismo degli anni Settanta che
nella critica a tutte le istituzioni non aveva certo risparmiato la famiglia
tradizionale a direzione patriarcale e ruoli predeterminati, non resse, ed
ebbe il suo primo momento di difficolta' e di riflusso appunto a proposito
di relazione col compagno, con i figli, con la sessualita' e le sue varie
scelte, insomma le questioni che smuovevano e smuovono i fondamenti della
storia che viviamo e abbiamo dentro di noi. Si capi' che sarebbe stato un
cammino molto piu' lungo del previsto e che il "now!" gridato da tutte era
un desiderio non poggiato su un solido terreno.
*
Sembra quasi simbolico che se ne sia andata mentre infuria addosso alle
donne una pressione tremenda per il rilancio della famiglia, del
patriarcato, dei ruoli, delle forme "normali" di comportamento, di riduzione
pesante dei diritti civili. Lei si era in qualche modo saggiamente sottratta
e pero' non aveva fatto della sua sottrazione un modello, un esempio da
seguire, aveva sopportato piuttosto una certa oscurita'. In fondo e'
difficile sopportare una sconfitta senza cercare di negarla, ne' pero'
coprendola e allontanandola da se'.
Me la ricordo vestita di colori vivaci con i capelli gia' ingrigiti e le sue
solite forme abbondanti portate con disinvoltura: non era possibile non
volerle bene, era simpatica, schietta e generosa, anche quando non si poteva
essere d'accordo con una sua certa superficialita'. Era una donna vera e
rappresentativa dei desideri e dei sogni delle donne non particolarmente
grandi, geniali, belle, colte, ricche e famose, una di noi insomma.

13. ET COETERA
Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara
nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle
donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino.
Nelle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. In
questi giorni varie persone ed associazioni hanno proposso un appello
affinche' sia eletta Presidente della Repubblica.
La maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e'
dispersa in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari;
tra i suoi libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano
1968; L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di),
Per un movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973;
La Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004.

==============================
VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 20 del 2 maggio 2006

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