La nonviolenza e' in cammino. 1218



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1218 del 26 febbraio 2006

Sommario di questo numero:
1. Anna Bravo ricorda Anna Segre
2. Augusto Cavadi: Anatomia dell'universita' nel ricordo di uno storico
3. Giovanni Gandini
4. Ibrahim Rugova
5. Robert Sheckley
6. Pietro Maria Toesca
7. Umberto Eco: Filosofare al femminile
8. Benito D'Ippolito: In difesa delle piante ornamentali. Prosopopea
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. ANNA BRAVO RICORDA ANNA SEGRE
[Dal sito della Fondazione Alexander Langer (www.alexanderlanger.org)
riprendiamo l'intervento di Anna Bravo: in ricordo di Anna Segre al convegno
di Torino del 16 -17 giugno 2005.
Anna Bravo (per contatti: anna.bravo at iol.it), storica e docente
universitaria, vive e lavora a Torino, dove ha insegnato Storia sociale. Si
occupa di storia delle donne, di deportazione e genocidio, resistenza armata
e resistenza civile, cultura dei gruppi non omogenei, storia orale; su
questi temi ha anche partecipato a convegni nazionali e internazionali. Ha
fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie
di vita promossa dall'Aned (Associazione nazionale ex-deportati) del
Piemonte; fa parte della Societa' italiana delle storiche, e dei comitati
scientifici dell'Istituto storico della Resistenza in Piemonte, della
Fondazione Alexander Langer e di altre istituzioni culturali. Opere di Anna
Bravo:  (con Daniele Jalla), La vita offesa, Angeli, Milano 1986; Donne e
uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; (con Daniele Jalla),
Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall'Italia,
Angeli, Milano 1994; (con Anna Maria Bruzzone), In guerra senza armi. Storie
di donne 1940-1945, Laterza, Roma-Bari 1995, 2000; (con Lucetta Scaraffia),
Donne del novecento, Liberal Libri, 1999; (con Anna Foa e Lucetta
Scaraffia), I fili della memoria. Uomini e donne nella storia, Laterza,
Roma-Bari 2000; (con Margherita Pelaja, Alessandra Pescarolo, Lucetta
Scaraffia), Storia sociale delle donne nell'Italia contemporanea, Laterza,
Roma-Bari 2001; Il fotoromanzo, Il Mulino, Bologna 2003.
Anna Segre, scomparsa nel 2004, e' stata docente di geografia economica e
politica dell'ambiente all'Universita' di Torino, ricercatrice nei campi
della sostenibilita' ambientale dello sviluppo, dello sviluppo locale e dei
sistemi territoriali locali, di una visione di genere dello sviluppo, di
problemi ambientali e cartografia; persona di forte impegno civile,
impegnata nel tramandare la memoria della Shoah e nel contrastare ogni
violazione dei diritti umani. Da un documento sottoscritto da colleghe e
colleghi riprendiamo le seguenti parole in suo ricordo: "Le linee di
pensiero e di ricerca, le esperienze, le relazioni umane e politiche in cui
si e' impegnata nel corso della sua vita sono state molto numerose e varie.
Pur se e' ben difficile fare riemergere tutta la complessita' e la ricchezza
della sua figura, si vuole dare valore almeno ad alcuni degli aspetti che
paiono essere stati per lei piu' intensi e piu' significativi. Il primo e'
l'attenta tenacia con cui Anna nella ricerca, nell'insegnamento e
nell'impegno civile mirava a saldare le dimensioni teoriche e concettuali
della geografia economica e delle politiche ambientali con il piano concreto
dei problemi e dei soggetti presenti sul territorio. Insegnava infatti
Geografia economica e Politica dell'ambiente presso la Facolta' di Lettere e
Filosofia dell'Universita' degli Studi di Torino, ma al tempo stesso si
impegnava direttamente nelle iniziative sul terreno: ricordiamo in
particolare che all'inizio degli anni '90 era stata eletta nel Consiglio
Regionale del Piemonte nelle liste dei Verdi. Importante e' stato poi il
rapporto di Anna con l'ebraismo: l'amore per la cultura ebraica, nei suoi
fondamenti spirituali e nei suoi aspetti minuti; l'interesse per la storia
ebraica, in particolare la storia della Shoah, cui non solo ha dedicato
un'attenzione costante, ma ha offerto un contributo di rilievo, pubblicando
il diario che suo padre Renzo aveva tenuto nei venti mesi dell'occupazione
nazista, ricostruendo le vicende della sua famiglia, promuovendo la
conoscenza pubblica dello sterminio fino a assumere su di se' il ruolo
difficilissimo di candela della memoria. Sensibile alle questioni sollevate
dalla prospettiva di genere, e' stata rappresentante del Dipartimento
Interateneo Territorio nel Cirsde (Centro Interdisciplinare di Ricerche e
Studi delle Donne dell'Universita' di Torino) e vicepresidente della
Fondazione Langer: amava i costruttori di ponti, gli esploratori di
frontiera". Tra le opere di Anna Segre: (a cura di), Renzo Segre, Venti
mesi, Sellerio 1995; con Egidio Dansero, Politiche per l'ambiente. Dalla
natura al territorio, Utet, Torino 1996; con Egidio Dansero, Per un Atlante
dei problemi ambientali del Piemonte, Consiglio Regionale del Piemonte,
Torino 2000; con Claudia De Benedetti, Luisa Sacerdote, La Pasqua ebraica
Zamorani, Torino 2001; (a cura di), Atlante dell'ambiente in Piemonte,
Consiglio regionale del Piemonte, Torino 2003; The local Territorial System
and their Environmental Sustainability, paper presentato alla Regional
Science Association International Conference, Pisa 12/15 aprile 2003; con A.
Calvo, E. Donini, Un approccio di genere al problema dello sviluppo, in
"Rivista Geografica Italiana", giugno 2003]

Oggi e' un momento importante a cui nessuno di noi avrebbe voluto
partecipare. Sara' difficile per tutti trovare parole, non dico giuste, ma
pronunciabili senza doversi interrompere per l'emozione. E senza
l'impressione di aver dimenticato aspetti essenziali di Anna e della sua
vita.
Perche' Anna era molte cose. Una donna ebrea, un'intellettuale libera, una
docente universitaria, una cultrice della nonviolenza, una ambientalista
appassionata, dirigente e consigliera regionale dei verdi, dopo una
militanza in Lotta continua che doveva aver contribuito alla sua idea della
politica come servizio. Era una interlocutrice di molte realta' e circuiti
politico-culturali - per esempio aveva partecipato al varo della Fondazione
Langer, cui portava un affetto particolare legato anche alla sua amicizia
con Alex, e accettato il ruolo di vicepresidente; lavorava nel gruppo di
ricerca e riflessione su donne e discipline geografiche.
Era una studiosa attenta alla soggettivita' anche dove sembra piu' difficile
scovarla; ricordo la sua inchiesta sulle mappe mentali, vale a dire sul modo
in cui l'esperienza diretta modella nella mente delle persone l'immagine di
un luogo. Era anche una grande viaggiatrice e una grande narratrice di
luoghi e incontri - ho vissuto e visto molte cose per interposta Anna, con
le sue fotografie e gli oggetti portati in dono.
Era una persona complessa, mutevole, a volte solitaria ma fulcro di un gran
numero di reti di relazione, vulnerabile ma capace di mediare i conflitti
con l'ironia, e di reagire agli attacchi con durezza quando si rendeva conto
che il patto della reciproca lealta' era stato violato.
Per me e' stata ed e' una sorella elettiva, termine disusato, ma, come lei
stessa aveva detto in un intervento a Bolzano, non esiste l'equivalente
femminile dell'espressione "amico fraterno". Mi sono resa conto che nella
mia scelta di studiare deportazione e genocidio aveva contato molto il fatto
che lei fosse ebrea; a riguardare la propria storia, dietro certe decisioni
all'apparenza "oggettive" capita di scoprire qualcosa di profondamente
personale.
Infine Anna era la compagna e moglie di Claudio, la zia putativa di Ada,
figlia della sua amica Sandra, e attraverso Ada, di Enrico, di Leah; e lo
sarebbe stata di Guido Chaim - un cerchio di affetti che ho lasciato per
ultimo, perche' ciascuna delle molte identita' di Anna poggiava su questa
riserva di amore, curata con la delicatezza esigente che si applica alle
cose piu' care.
Questi sono soltanto alcuni flash della Anna che abbiamo conosciuto, e
ciascuno di noi ne aggiungera' altri.
*
Io vorrei almeno accennare a tre punti, il suo contributo alla storia della
Shoah, in particolare dei Giusti, il suo modo di appartenere al mondo
ebraico, la sua esperienza della malattia.
Anna veniva da una famiglia di Biella, che aveva patito la persecuzione in
prima persona. Per quanto giovani e non particolarmente politicizzati, nel
settembre 1943 i suoi futuri genitori Renzo e Nella Morelli si erano resi
subito conto della gravita' del pericolo, avevano capito che una situazione
eccezionale imponeva risposte eccezionali. A differenza di altri, che si
stringono alla famiglia, Nella e Renzo lasciano immediatamente la citta', si
staccano dalla grande rete parentale e dai luoghi cari ormai insidiosi,
valutano ogni spiraglio per la salvezza. Impresa quasi disperata. Non hanno
alle spalle una rete di relazioni politicamente importanti, non dispongono
di molto denaro, le loro carte d'identita' sono cosi' mal contraffatte che
non ingannerebbero nessuno - e' risaputo che il discrimine fra chi puo'
mimetizzarsi con relativa facilita' e chi e' totalmente vulnerabile sta
proprio nella credibilita' dei documenti falsi.
Chi studia la guerra si chiede se abbia senso parlare di strategie di
sopravvivenza in un contesto cosi' imprevedibile e caotico, a maggior
ragione per gli ebrei. La storia di Renzo e Nella dice di si'. Con i loro
punti di riferimento aleatori e i loro bagagli minimi per non dare
nell'occhio, i due giovani partono. Incontrano rifiuti, paura, impreviste
solidarieta'. Finche' trovano rifugio nell'ospedale psichiatrico di San
Maurizio Canavese, dove Renzo assume la parte di malato, Nella di sua
assistente. Per lui, significhera' simulare disturbi devastanti, sopportare
terapie che rendano plausibile la finzione; per tutti e due, vivere in
allarme continuo, rinunciare a gran parte degli spazi privati, vigilare su
ogni dettaglio dei comportamenti. Rimarranno a San Maurizio fino alla
liberazione.
In quei mesi Renzo aveva tenuto un diario, in cui narrava fatti e sentimenti
di chi si trova in una condizione di massimo rischio, e lo sa. Proprio
rifacendosi al diario, aveva raccontato alla figlia quegli anni, a poco a
poco, nella forma che riteneva adatta a una bambina, una adolescente, una
ragazza.
Solo dopo la morte di lui, Anna aveva potuto leggere per intero quelle
pagine sbiadite dal tempo. Erano gli anni Ottanta, si andava intensificando
l'interesse per la deportazione, ma il tema dei salvataggi durante la
seconda guerra mondiale era pressoche' ignorato. In un paese che dalla
pretesa assenza di antiebraismo rivendica un aspetto fondante della propria
identita', sembra un paradosso. Non e' del tutto cosi'.
Da un lato, la Shoah e' stata a lungo identificata con il Lager, e le
sofferenze patite da chi e' riuscito a sfuggire alla deportazione sono
rimaste ai margini.
D'altro lato, dominava (domina?) ancora sul piano simbolico e politico una
delle basi tradizionali della cittadinanza, che lega la sua pienezza alla
prerogativa del portare le armi, secondo un paradigma maschile e guerriero
del rapporto individuo/stato. La pensavano a questo modo anche grandi
intellettuali ebrei. In un libro insuperato sul 16 ottobre 1943 a Roma,
Giacomo Debenedetti rivendica per le vittime ebree lo stesso statuto storico
del combattente in armi, trasfigurando nella figura "eroica" del caduto
quelle e quelli che sarebbe piu' giusto definire semplicemente i morti: "e
se un giorno, a questi caduti, si vorra' dare una ricompensa al valore, non
certo noi, gli ebrei sopravvissuti, la rifiuteremo; ma non si conino
apposite medaglie, non si stampino speciali diplomi: siano le medaglie e i
diplomi degli altri soldati. Soldato Coen... Soldato Levi... Soldato
Abramovic... Soldato Chaim Blumenthal, di anni cinque, caduto a Leopoli, in
mezzo alla sua famiglia, mentre, con le mani legate dietro la schiena,
ancora difendeva, ancora testimoniava la causa della liberta'". Con Anna, ci
chiedevamo se qualcuno all'epoca avesso colto la dissonanza fra il titolo di
soldato e la vittima assoluta che era stato quel piccolino.
Nasce anche da questo orizzonte, non solo italiano, il disinteresse della
storiografia e dei media verso le forme di resistenza nonviolenta, verso la
lotta dei piu' vulnerabili e dei loro pochi protettori per far fronte a un
nemico strapotente, a virtu' come la capacita' di "maneggiare" le situazioni
e il coraggio morale - le risorse principali nelle azioni di salvataggio e
autosalvataggio.
Infatti a raccontare sono stati quasi sempre i sopravvissuti o i loro
parenti, e senza di loro i protagonisti sarebbero rimasti totalmente
sconosciuti; molti lo sono ancora.
Bisogna aggiungere che fra i pochi salvatori italiani su grande scala si
contano figure scomode, accolte nella memoria nazionale da poco tempo -
basta pensare a Giorgio Perlasca, che strappa ai nazisti un gran numero di
ebrei di Budapest nonostante sia (sia stato) fascista, e nello stesso tempo
perche' e' (e' stato) un fascista e ha combattuto al fianco dei fascisti
spagnoli. Ad Anna e a me, sembrava una storia fatta apposta per gettare
nell'imbarazzo chi giudica le persone dalla loro etichetta politica piu' che
dai loro comportamenti.
Credo contasse e conti anche un altro timore: censire e raccontare le storie
di salvataggio smentirebbe l'idea che fosse impossibile fare alcunche';
mostrerebbe che l'aiuto si sviluppa quando e' chiaro che per gli ebrei si
tratta di vita o di morte, ma anche che la Germania ha ormai perso la
guerra; che, a dispetto del mito nazionale del buon italiano, ad agire e'
una minoranza. Ma una minoranza abbastanza consistente e variegata da
contrastare l'immagine opposta di un popolo geneticamente opportunista e
fascistoide. Stereotipi speculari, che consideravamo escamotages per
schivare i dilemmi veri.
Il diario e' rimasto a lungo in un cassetto. Sulla possibilita' e utilita'
di pubblicarlo, Anna aveva chiesto consiglio a qualcuno dei nostri "padri
simbolici", Primo Levi, Nuto Revelli, e agli amici piu' vicini, me compresa.
Avevamo molto discusso intorno al peso incombente sulle "candele della
memoria", vale a dire su chi, in una famiglia o una comunita', si fa carico
di ricordare e far ricordare; intorno alla difficolta' di svelare squarci di
una storia intima, in cui i genitori, primi punti fermi di una figlia, primi
suoi mediatori con il mondo esterno, compaiono nel loro coraggio, ma anche
nella loro fragilita' e dipendenza.
Dopo anni di esitazioni e rimandi, il libro era uscito da Sellerio nel '95,
titolo Venti mesi, introdotto da Nicola Tranfaglia, e accompagnato da una
splendida Premessa di Anna; e' stato uno dei primi contributi per una storia
dei salvataggi in Italia. Per decidere di pubblicarlo ci e' voluta molta
forza, e Anna l'ha tratta da due impulsi potenti: il desiderio di rendere
giustizia al "suo" salvatore, il professor Carlo Angela, la convinzione che
era il momento di dare spazio nel discorso pubblico a queste vicende e al
loro significato.
*
Ricordo molti discorsi fatti sui carnefici, sugli indifferenti, sui giusti,
dove si affacciavano sempre i grandi nodi dell'autonomia di giudizio e della
responsabilita' personale, cosi' come li ha formulato in particolare Hannah
Arendt. Anna vedeva in Carlo Angela un esempio di questo doppio talento:
pensare liberamente e agire di conseguenza; e via via che scopriva pezzi
della sua vita, ne trovava conferme.
Nel 1943 Carlo Angela dirigeva la clinica psichiatrica Villa Turina Amione
di San Maurizio Canavese, un paese delle valli torinesi. Aveva moglie e due
figli, Sandra e Piero, appena adolescenti, aveva 70 anni e poca salute, era
sotto sorveglianza come antifascista di lunga data; il paese era stato piu'
volte rastrellato, fascisti e tedeschi entravano a loro piacere nella
clinica, fra i dipendenti non mancavano i collaborazionisti. La situazione
di Carlo Angela sembra il compendio di tutte le difficolta' soggettive e
oggettive che sconsiglierebbero un impegno in prima persona; a molti ne e'
bastata una sola per giustificarsi di non aver fatto nulla.
Eppure Angela fa: apre le porte a varie famiglie ebree, a antifascisti e a
renitenti alle leve della neofascista repubblica di Salo'; scrive falsi
certificati medici; fronteggia le ispezioni dei fascisti. Per Renzo e Nella
arriva ad affrontare il temutissimo presidio fascista torinese dove si fa
garante della loro identita' fittizia. Il paradosso per cui l'istituzione
totale psichiatrica salva dall'istituzione totale assoluta che e' il Lager,
parte dalla tenacia di Renzo e Nella, e si realizza grazie al coraggio e al
senso di giustizia di una singola persona, appoggiata da un gruppo minuscolo
di aiutanti; e in quei momenti, senza voler negare il ruolo di leggi,
istituzioni, eventi militari, a essere decisivi sono gli individui, e' un
si' o un no detto a un certo momento da una certa persona. In Italia
esistevano in quegli anni decine di migliaia di medici, probabilmente
centinaia di medici antifascisti, e a tanti di loro devono essere arrivate
richieste di aiuto. Ma non si incontrano molti Carlo Angela. Per questo non
ritenevamo l'antifascismo un dato di per se' dirimente.
Anna ha avuto bisogno di forza anche per il passo successivo, far conoscere
il libro, presentarlo in pubblico, partecipare a dibattiti mettendo sul
tavolo un pezzo di vita, un pezzo di se'. Venti mesi e' arrivato al figlio e
alla figlia del professor Angela, che Anna, nata dopo la guerra, ancora non
conosceva. Si e' visto cosi' che la storia viveva in due memorie familiari
ricche e precise, e nel loro corredo di lettere, documenti, fotografie,
oggetti - come la sterlina d'oro che Renzo aveva donato a Carlo Angela in
segno di affetto e gratitudine.
Nell'incontro delle due memorie, le figure dei protagonisti si erano
arricchite. Piero e Sandra ricordavano Renzo e Nella e alcuni episodi che li
riguardavano, altri ne hanno appresi da Anna. Anna ha conosciuto aspetti del
professore di cui non sapeva, gli anni di studi e di spesso avventurosi
soggiorni all'estero, il suo ruolo importante nell'esperienza antifascista e
libertaria di Democrazia sociale, la sua cultura scientifica avversa al
biologismo razzista. E ogni scoperta per lei era un tassello prezioso del
ritratto mentale che andava costruendosi. Tra i figli dei protagonisti e'
nato un rapporto discontinuo, affettuoso e carico di significati. Senza
Carlo Angela, forse Anna non sarebbe nata; senza Anna, Carlo Angela sarebbe
probabilmente rimasto una figura luminosa nell'album privato dei suoi figli.
Sia resa lode alla memoria familiare, che ha conservato storie come queste,
creando i presupposti perche' entrassero nell'area del pubblicamente
memorabile.
*
Venti mesi e' stato importante dal punto di vista storiografico, ha avuto
recensioni e echi sul piano internazionale: un mio contributo (mi scuso per
l'autocitazione) sulla storia di Nella, Renzo e Carlo Angela, uscito di
recente in un volume collettaneo negli Stati Uniti, ha suscitato uno
speciale interesse. Naturalmente Anna l'aveva letto e corretto, come faceva
con molti miei lavori - e qui c'era asimmetria: dati i miei temi di ricerca,
erano molte di piu' le sue riletture di miei scritti che non le mie di suoi.
Oggi quel suo sguardo amico e rigoroso mi manca come il dialogo quotidiano,
perche' fra questi e altri aspetti del nostro rapporto non c'e' mai stata
separazione.
Con il tempo, il libro ha fruttificato. Il 25 aprile del 2000, a San
Maurizio, la cerimonia per il giorno della Liberazione e' stata semplice e
bella: si e' scoperta una lapide in ricordo di Carlo Angela, la prima in
Italia in cui compare l'espressione "resistenza civile". Alcuni studiosi e
le autorita' locali hanno ricordato la vicenda, le suore che ancora si
occupano della clinica hanno offerto un rinfresco, la banda del paese
suonava canzoni anni Quaranta. Al centro della giornata, Sandra, Piero, e
Anna, raggiante.
Ma per Carlo Angela lei voleva di piu': decide cosi' di chiedere che gli sia
assegnato il titolo di Giusto fra le nazioni, gia' ammalata si districa
nelle molte e giustamente complesse tappe necessarie per il riconoscimento,
lo ottiene. E' stata una gioia e una vittoria.
Anna aveva nel cuore il professor Angela e i suoi figli, si sentiva in un
certo senso garante e custode della sua memoria contro possibili usi
strumentali; sul piano generale, le sembrava urgente opporsi alle
banalizzazioni e ai fraintendimenti che circolavano sul tema dei salvataggi
di ebrei. Il 27 gennaio del 2002, per esempio, sui media se ne era
brevemento parlato, "spiegando" la scarsa conoscenza di quelle vicende con
la scelta dei protagonisti di tacere per riserbo e per discrezione.
Argomentazione inverificabile, che si arroga il diritto di decidere quali
siano state le motivazioni di persone cui non si e' chiesto di raccontare
quando sarebbe stato possibile farlo (e' quel che era accaduto a Carlo
Angela). Argomentazione culturalmente miserevole: come hanno mostrato le
ricerche, i salvatori non si assomigliano affatto fra loro, non possono in
alcun modo essere ricondotti a un determinato "tipo" sociale e umano; e
nonostante tutto, avrebbero prodigiosamente avuto in comune la vocazione
sacrificale al silenzio! Ricordo l'irritazione che ci aveva preso allora, la
lettera di protesta scritta a "Diario", che non si era astenuto dal fare
propria quella sciocchezza.
*
Forse la storia della pubblicazione di Venti mesi e del suo percorso
successivo e' anche un esempio del rapporto di Anna con la cultura ebraica e
con l'essere ebrea. Anna diffidava del filoebraismo acritico o interessato,
delle "smancerie" sulla superiore intelligenza ebraica. Ragionava in termini
di persone, non di gruppi. Respingeva sia le generalizzazioni e le
definizioni troppo vincolanti, sia l'universalismo a tutti i costi, ma
distinguendone le diverse matrici: una cosa era stato quello inclusivo,
affettivo, estremista, del '68 e dei movimenti successivi, in cui non c'era
letteralmente posto che per l'identita' unificante della politica, e le
peculiarita' delle persone scomparivano. Tutt'altra cosa l'universalismo
ottuso di questi anni, che reagisce alla sacralizzazione delle differenze
minimizzandole in nome della comune natura umana - come se proprio questo
non fosse gia' uno spartiacque fra culture.
Anna, credo di poter dire, vedeva l'essere ebrei come un'identita' condivisa
filtrata da ciascuno in modi propri, come un nucleo fondativo della
soggettivita' che poteva assumere sfumature diverse a seconda dei contesti e
dei momenti. Lo vedeva come una ricchezza in alcuni aspetti "esportabile".
Aveva una conoscenza notevole della cultura ebraica e ne era una
dispensatrice - storie, tradizioni, libri, oggetti. Finche' ha potuto, ha
festeggiato la Pasqua ebraica con una cena a casa sua per un gruppo di
amici, ebrei e non ebrei, cui offriva i cibi prescritti dal rito,
rievocandone il significato. Non contavano fedi e appartenenze, contava
l'essere vicini, l'interesse reciproco, la buona curiosita', la capacita' di
stupirsi.
Abbiamo parlato spesso di come far parte di una maggioranza o di una
minoranza segni l'atteggiamento verso la cultura e la spiritualita' di
origine, generalmente piu' distratto nel primo caso, piu' consapevole e
impegnato alla salvaguardia dei valori nel secondo. Su questo a Anna
capitava di scherzare; parlava ridendo di "ebrei e associati", intendendo
per associati i suoi amici cattolici, o di nessuna religione, ma legati
all'ebraismo dall'apprezzamento per la sua cultura, e - qui non rideva
piu' - dalla convinzione che bisogna volere bene a Israele per quel che
rappresenta per il popolo ebraico e per quel che ci rivela della storia
umana.
*
Nella Premessa a Venti mesi, Anna scrive: "Il rapporto con mio padre, nel
suo duplice aspetto, di grande vicinanza e complicita' nell'infanzia, di
contrasto (pur pieno di affetto) durante l'adolescenza, ha rappresentato uno
dei nuclei portanti su cui si e' costruito tutto il mio modo di interpretare
la vita, fino al momento attuale, quello in cui sto scrivendo. Nel bene e
nel male, evidentemente, dandomi la sicurezza di chi ha imparato presto a
radunare tutte le sue forze per seguire le proprie idee, e, al tempo stesso,
ha conosciuto per tutta la vita l'ansia di abbandono vissuta precocemente
non solo attraverso la morte, ma anche con la fatica di comunicare
sensazioni e sentimenti, di comunicare anche a me stessa il mio reale
malessere soffocato dai sensi di colpa". Anna doveva a Renzo la "curiosita'
verso le storie del mondo", una cultura affinata ed eclettica, la paura di
restare sola, forse alcuni incontri con la depressione - a volte diceva che
la persecuzione aveva logorato le risorse psichiche del padre.
E a Nella Morelli, cosa doveva? Sempre nella Premessa si legge: "Mia madre
era diversa, lei dalla tragedia aveva tratto forza; l'aver superato momenti
terribili le aveva rinvigorito lo spirito vitale, intraprendente, gioviale,
lei era altruista, disponibile, protettiva nei miei confronti, ma non
indulgente. Al contrario di mio padre, non aveva maturato un'eccessiva ansia
per il futuro, anzi, pensava di dover vivere al meglio il presente, e
soprattutto di farlo vivere bene a me".
Sono parole di cui sento un'eco nei modi in cui Anna ha vissuto la malattia.
Con smarrimento, paura, collera, tristezza infinita. Che le sono rimaste. Ma
gradatamente le e' sbocciata anche tanta voglia di vivere, e al meglio
possibile nella situazione data. Aveva conquistato piu' fiducia in se
stessa, piu' fermezza nelle decisioni, un'elasticita' mentale che e' di
pochi - mi raccontava con che nuova facilita' riusciva a intervenire nei
dibattiti, di come il suo pensiero prendeva forma e fluiva spontaneamente
mentre parlava, anche quando si trattava di temi nuovi. Continuava a fare
lezione, a partecipare a convegni, metteva insieme persone, coordinava
ricerche. Si concedeva piu' cose, oggetti per la casa, vestiti, viaggi, una
scintillante auto blu, che aveva guidato in una sola tirata fino a Bolzano
in occasione di una cerimonia per il premio Langer; si era fatta costruire
un caminetto nel soggiorno della bella casa ai piedi della collina. Spero
che non vi sembrino divagazioni: in quei tocchi di leggerezza e
"frivolezza", in quel desiderio di agio, si esprimeva una Anna in parte
nuova, meno doverista rispetto ai tempi in cui la nostra priorita' era la
politica, piu' dolce con se stessa, piu' ragazzina, mi verrebbe da dire. E
piu' creativa: sono certa che tutti riconoscono l'originalita' dell'Atlante,
a cominciare dall'immagine di copertina, quasi un simbolo della sua
sensibilita'.
Sono stati anni pieni. Anna si crogiolava nel calore della nuova famiglia in
cui l'aveva introdotta Claudio, si godeva Leah, e Ada in versione materna.
Sperimentava cose nuove, la discesa di un fiume in canoa con tanto di
caschetto protettivo, nuove terapie per l'emicrania, l'incontro in canada
con le balene, lo shatsu, la scrittura narrativa - ricordo un suo breve
racconto in cui fotografava i vari tipi di borse che i pazienti in attesa
della chemioterapia portavano con se' a Candiolo, scegliendo la strada
difficile di far parlare gli oggetti e i gesti invece di descrivere i
sentimenti. Faceva progetti: una vacanza, una speciale sorpresa per Claudio,
un giro in Provenza alla ricerca delle terracotte locali, un soggiorno in
una beauty farm dove tutti i trattamenti erano a base di uva, un libro da
scrivere insieme sulla storia di Nella, Renzo e Carlo Angela, un altro che
avrebbe dovuto intitolarsi "Intanto vivo" e raccontare come la malattia
(certe malattie con l'"aura", il cancro, l'infarto) ridefiniscono le
relazioni, certe amiche e amici che si dileguano, persone meno intime che
corrono a starti vicino, alcuni che neppure chiedono: "come stai?", perche'
e' faticoso cercare parole adatte, altri che pur rischiando la goffaggine,
provano e riprovano a comunicare. Progettava il matrimonio, che e' avvenuto,
e subito dopo un viaggio con Claudio ad Agrigento. Ma fino ad Agrigento non
e' potuta arrivare.
Difficile non accorgersi di quanto Anna somigli a sua madre in questa
determinazione a non disperdere il tempo che rimane, a capitalizzare le
esperienze belle: "amore per la vita" l'ha definito Fabio Levi. Ricordo
l'ammirazione che tutte e due avevamo per queste parole di un ex deportato:
"ero la', e pensavo: Hitler puo' farmi di tutto, ma il fatto di aver vissuto
bene, facendo quel che mi piaceva, divertendomi, quello non poteva
togliermelo". Credo che la forza di Anna venisse anche dalla sua capacita'
di fare propri messaggi fuggevoli.
*
Non vorrei aver disegnato una immagine eroicistica. Disperazione e
ripiegamento su se stessa a volte prevalevano. Come avrebbe potuto essere
diversamente? Anna non coltivava illusioni, solo speranze, non aveva un
atteggiamento guerresco verso la malattia, nessuna sfida prometeica, nessuna
scorciatoia psicologista; sulle orme di Susan Sontag, rifiutava l'ideologia
che riconduce il male alla depressione, e le guarigioni al pensiero
positivo. Anna sapeva; ma voleva avere ancora bei giorni, passare tempo con
le persone care, fare un'escursione in montagna, una nuotata al mare, un
saggio, un corso. Questo e molto altro aveva raccontato in un'intervista a
"Una citta'", uno dei testi piu' coraggiosi e generosi fra i tanti usciti
finora.
Forse questo discorso sembra un'apologia, e non me ne dispiace. Anna la
merita per molte ragioni, non ultimo un tratto cui mi affido per concludere,
come mi sono affidata tante volte in passato per altre cose: la virtu'
quotidiana della cura. Essere intelligenti e' facile, un po' piu', un po'
meno lo siamo tutti. La differenza sta nel cuore. Ricordo come Anna si era
prodigata per una amica argentina, il suo dolore per il dramma familiare di
un'altra amica, la condivisione dei momenti difficili dei suoi cari; ricordo
una sua visita notturna mentre ero in ospedale, e al mattino la aspettava la
chemio.
*
I testi cui faccio riferimento, oltre che Renzo Segre, Venti mesi, Palermo,
Sellerio 1995, sono:
- Hannah Arendt, Le origini del totalirismo, Edizioni di Comunita', Milano
1996, ed. or. 1951.
- Hannah Arendt, Appendice a La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme,
Feltrinelli, Milano 1993, ed. or. 1963.
- Enrico Deaglio, La banalita' del bene, Feltrinelli, Milano 1991.
- Adriano Zamperini, Psicologia dell'inerzia e della solidarieta'. Lo
spettatore di fronte alle atrocita' collettive, Einaudi, Torino 2001.
- Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Editori Riuniti, Roma 1978.
- Anna Bravo, The rescued and the rescuers in private and public memories,
in J. Zimmerman (ed), The Jews of Italy under Fascist and Nazi Rule:
1922-1945, Cambridge University Press, 2005.

2. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: ANATOMIA DELL'UNIVERSITA' NEL RICORDO DI UNO
STORICO
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at lycos.com) per averci
messo a disposizione il seguente articolo, apparso nell'edizione di Palermo
del quotidiano "La Repubblica" del 15 febbraio 2006.
Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e'
impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a
Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di
problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia.
Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della
consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a
questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo,
Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad.
portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera,
Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad.
portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico,
ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa
puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova
edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la
lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A
scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze
didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza
cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain
fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo.
Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce
"Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie,
Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici.
Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000;
Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato
in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente
bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla
mafia, DG Editore, Trapani 2005. Vari suoi contributi sono apparsi sulle
migliori riviste antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa).
Paolo Viola (1948-2005), storico e docente universitario. Dal sito
dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche stralciamo la
seguente scheda: "Paolo Viola e' nato a Roma il 6 giugno del 1948. Ha
compiuto i propri studi liceali a Torino per poi trasferirsi alla Scuola
normale superiore di Pisa, dove ha iniziato i propri studi universitari. A
Pisa, durante il '68, alla formazione culturale si affianca in Viola
l'adesione ideologica e politica alle idee e ai dibattiti dell'estrema
sinistra, che lo spingono a fondere nella propria formazione accademica i
suoi primari interessi storici con quelli politici. I suoi interessi
vertono, in questo periodo sui rapporti tra giacobini e masse popolari
parigine. Prepara la tesi di laurea a Parigi, dove studia per due anni sotto
la direzione di Albert Soboul. Di nuovo in Italia, intraprende la propria
carriera universitaria, durante la quale resta influenzato dalla figura di
Furio Diaz, storico dell'Illuminismo ed esponente di spicco della sinistra
laica e democratica. Insegna per molti anni a Pisa, con una sola
interruzione di un triennio a Cosenza. Successivamente ha ottenuto il
trasferimento alla facolta' di scienze politiche dell'Universita' di
Palermo, dove insegna storia moderna...". Opere di Paolo Viola: Il Terrore,
Sansoni, Firenze 1975; Il trono vuoto, Einaudi, Torino 1989; La crisi
dell'Antico regime, Donzelli, Roma 1993; E' legale perche' lo voglio io;
Laterza, Roma-Bari 1994; con Adriano Prosperi, Storia moderna e
contemporanea, Einaudi, Torino 2000; L'Europa moderna. Storia di
un'identita', Einaudi, Torino 2004; con Antonino Blando, Quando crollano i
miti, Palumbo, 2004; con Pietro Corrao, Introduzione agli studi di storia,
Donzelli, Roma 2005; Oligarchie. Una storia orale dell'Universita' di
Palermo, Donzelli, Roma 2006]

Con comprensibile fierezza, l'ateneo palermitano celebra il bicentenario
della sua fondazione. Si sa che, in queste circostanze, la commozione vela
la memoria. O, per lo meno, seleziona i ricordi: cacciando, quanto piu'
lontano possibile dalla coscienza, i meno gradevoli. Ma gli storici non
possono permettersi - almeno intenzionalmente - il lusso della retorica:
devono provare a restituire il passato per intero, con le sue luci e le sue
ombre. Tanto piu' se si tratta di storici rigorosi, austeri per opzione
professionale e forse anche - almeno ai primi approcci - per carattere, come
il compianto Paolo Viola. Che - a parziale lenimento del sincero dispiacere
provocato, in quanti l'avevamo conosciuto ed apprezzato, dalla prematura
dipartita - ha affidato all'editore Donzelli, e alla compagna Titti Morello,
il suo ultimo volume (Oligarchie. Una storia orale dell'Universita' di
Palermo) da poche settimane in libreria.
Come si evince dall'Introduzione, il periodo cronologico considerato e' il
lungo segmento dalla fine della seconda guerra mondiale ai nostri giorni: le
fonti scritte dunque s'intrecciano con le testimonianze di protagonisti,
piu' o meno illustri, ancora viventi. Anzi, e' lo stesso ricercatore ad
essere coinvolto nell'oggetto della ricerca, si' da guardare eventi e
personaggi con uno sguardo "insieme esterno ed interno" (p. 9). Con quali
risultati? Il sugo di questa storia non e' certo particolarmente
lusinghiero: "il carattere oligarchico si e' mescolato a tratti di un
individualismo sleale nei confronti dell'istituzione, e ha finito col
danneggiare doppiamente l'ateneo stesso" (p. 6). Per essere piu' chiari: da
una parte "il professore universitario palermitano, ma probabilmente
italiano, quando indossa i panni accademici, ha riflessi conservatori di
chiusura corporativa oligarchica e danneggia culturalmente l'ateneo";
dall'altra, se apre all'esterno "le porte della cittadella universitaria"
(soprattutto alle forze politiche ed economiche), lo fa solo per rafforzare
il proprio potere individuale e dunque senza remore nel subordinare e
mortificare gli interessi di quella stessa istituzione da cui pure "trae il
proprio prestigio". In questi due secoli, o per lo meno nell' ultimo
sessantennio, si e' andata dunque snodando la dialettica fra chiusura
oligarchica della casta e apertura strumentale degli individui. Ne vogliamo
qualche esempio? Tra i tanti riportati da Viola il lettore avvertira'
soltanto l'imbarazzo della scelta.
Chiusura oligarchica ha significato, tra l'altro, meccanismi perversi di
reclutamento del personale docente. I baroni hanno favorito, nelle fasi di
cooptazione dei nuovi colleghi, figli, nipoti (e amanti): se non propri,
almeno degli amici e degli amici degli amici. Anche dalle nostre parti e'
valso il principio di ripartizione delle cattedre vigente nel resto del
Paese: una al mio candidato, una al tuo, la terza a chi la merita. Purtroppo
piu' di una volta e' capitato che le cattedre sono state solo due... Si e'
trattato solo di malcostume clientelare o non anche di paura nel dare spazio
a personalita' che avrebbero potuto fare ombra? Ricordo la descrizione che,
molti anni fa, un docente palermitano forniva - con amara scanzonatura - ad
un sociologo inglese: un cattedratico, per evitare concorrenti, sceglie come
assistente un allievo un po' meno  intelligente; il quale, arrivato a sua
volta in cattedra, ne sceglie un altro ancora un po' meno acuto; e cosi'
via. Alla legittima curiosita' dell'interlocutore ("Ma, allora, lungo il
corso dei decenni, non si dovrebbe arrivare allo zero assoluto?"), il
professore rispondeva in maniera logicamente impeccabile: "Cosi' sarebbe se,
dopo alcune generazioni, non si arrivasse ad un barone cosi' poco perspicace
da non accorgersi che il suo assistente e' una persona piu' intelligente di
lui, si' che il ciclo possa ricominciare daccapo".
Apertura all'esterno in un'ottica d'interesse privato ha comportato, tra
l'altro, una grande cautela nell'occuparsi di cosa e' andato accadendo nel
territorio. In un contesto notoriamente inquinato, ci si sarebbe aspettato
dal piu' importante centro di cultura l'attento, coraggioso, spietato
monitoraggio del sistema di potere mafioso nei suoi risvolti criminali,
economico-finanziari, politico-amministrativi. Ma - sino alle stragi del
'92 - la produzione scientifica su questi fenomeni e' stata (almeno
quantitativamente) limitatissima. In Cose di cosa nostra Giovanni Falcone
informava Marcelle Padovani del fatto, difficile a credersi, che un giovane
palermitano potesse arrivare a laurearsi in giurisprudenza e a vincere un
concorso in magistratura senza aver mai udito una sola ora di lezione sulla
mafia.
Ma oggi come vanno le cose? Non credo si possano dare risposte
generalizzanti. In alcuni istituti e' possibile che i meritevoli trovino
accoglienza e incoraggiamento, a prescindere dai cognomi familiari e dalle
tessere di partito. In altri ambienti e' notorio che la dittatura degli
ordinari non ammette smagliature, al punto che - in nome di contrasti
ideologici o solo temperamentali - ricercatori stimati a livello nazionale
per le loro pubblicazioni non riescono ad ottenere la cattedra. Non mancano
poi le situazioni in cui lo studente e' fortemente sollecitato a spendere
soldi per testi il cui pregio maggiore, se non esclusivo, e' di essere stati
scritti dallo stesso insegnante che li ha adottati. Storture, deformazioni,
censure: mai gradevoli, ma particolarmente dolorose quando ascrivibili a
direttori di dipartimento o presidi di facolta' che si dicono, e in altri
contesti si dimostrano effettivamente, democratici e progressisti. Farne
autocritica, pubblica o tacita purche' operosa, sarebbe un modo adeguato di
celebrare il plurisecolare anniversario.

3. LUTTI. GIOVANNI GANDINI

E cosi' anche Giovanni Gandini se ne e' andato.
Saranno trent'anni che non leggo "Linus", ma il nome del suo fondatore non
lo ho mai dimenticato, e non ho dimenticato cosa fu la sua creatura per la
mia generazione: quale vivida apertura a una pluralita' di linguaggi, quale
palpitante accostamento a una fruizione non consumista, non alienante, delle
forme di comunicazione di massa. "Linus" conto' forse piu' dei francofortesi
e di Opera aperta e Apocalittici e integrati nel fornire strumenti atti a
consentirci di leggere criticamente e per cosi' dire metalinguisticamente
alcuni tratti decisivi della realta' che ci opprimeva, e della dimensione
estetica come esperienza relazionale di liberazione. Se fu beata ingenuita',
fu tuttavia un'ingenuita' beata.
E penso ancora che nella koine' dei movimenti giovanili di contestazione tra
'68 e '77 quella rivista di fumetti abbia contato molto piu' di tanti fogli
paludati, e di tante gesticolazioni e coazioni verbali la cui illeggibilita'
ed il cui dereismo oggi ci sorprendono ancora (ed erano correlativo oggetto
dell'astratto che disumanizza, dell'ideologia come falsa coscienza che
reifica e uccide). Invece il ricordo di quel "Linus" ci commuove ancora.
Forse anche perche' reca l'aroma di un tempo e un'eta' piu' felici - non
perche' meno tragici , ma perche' meno vili, piu' generosi di oggi.

4. MEMORIA. IBRAHIM RUGOVA

In un attimo e' stata rimossa la figura e la vicenda di Rugova. Noi invece
lo ricordiamo ancora come il promotore della decennale resistenza
nonviolenta, che fu sconfitta dal triplice terrorismo delle mafie e delle
democrature, dell'est e dell'ovest.
Ma che Rugova sia stato sconfitto, e che dopo il '99 la prospettiva
nonviolenta in Kosovo sia stata duramente repressa e quasi annichilita dal
congiurare di molte violenze e complicita', e che forse anche la figura, la
persona di Rugova ne sia stata logorata - ed offesa e offuscata dallo stato
delle cose ancor piu' che dalla malattia, ebbene, tutto cio' non toglie
valore a quell'esperienza, a quella scelta, a quella speranza, che e' ancora
la nostra: poiche' solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

5. MEMORIA. ROBERT SHECKLEY

Chi sbigottisce oggi dinanzi al fascismo televisivo (e per essere chiari: la
televisione non porta al fascismo, la televisione e' il fascismo)
evidentemente non aveva letto Sheckley cinquanta, quaranta, trent'anni fa.
Ora che Robert Sheckley non e' piu', almeno noi qui gli rendiamo omaggio, e
lo ricordiamo come un maestro e un compagno di lotte.

6. MEMORIA. PIETRO MARIA TOESCA

Pietro Maria Toesca e' stato uno dei maggiori filosofi della nonviolenza in
Italia.
E lo e' stato nel senso piu' forte e profondo: cercatore, sperimentatore di
verita', la verita' che rispetta e unisce le persone, e le libera.
Con gratitudine qui lo ricordiamo, e lo indichiamo a esempio.

7. MEMORIA. UMBERTO ECO: FILOSOFARE AL FEMMINILE
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo di Umberto
Eco, apparso nella sua rubrica "La bustina di Minerva" nel settimanale
"L'espresso" alcuni anni fa.
Umberto Eco e' nato ad Alessandria nel 1932, docente universitario,
saggista, romanziere, e' probabilmente il piu' noto intellettuale italiano a
livello internazionale. Tra le opere di Umberto Eco segnaliamo
particolarmente Opera aperta, Apocalittici e integrati, La struttura
assente, Trattato di semiotica generale, Il superuomo di massa (Cooperativa
scrittori, poi Bompiani), Lector in fabula, Semiotica e filosofia del
linguaggio (Einaudi), I limiti dell'interpretazione, La ricerca della lingua
perfetta nella cultura europea (Laterza), Cinque scritti morali, Kant e
l'ornitorinco, tutti editi presso Bompiani (ad eccezione di quelli
diversamente segnalati). Opere su Umberto Eco: Teresa De Lauretis, Umberto
Eco, La Nuova Italia, Firenze 1981; Renato Giovannoli (a cura di), Saggi su
"Il nome della rosa", Bompiani, Milano 1985, 1999; AA. VV., Semiotica:
storia, teoria, interpretazione. Saggi intorno a Umberto Eco, Bompiani,
Milano 1992 (con una utile bibliografia di e su Eco); Roberto Cotroneo, Eco:
due o tre cose che so di lui, Bompiani, Milano 2001.
Gilles Menage (Angers 1613 - Parigi 1692) e' stato filologo illustre,
umanista di vastissima erudizione (tra l'altro accademico della Crusca ed
autore nel 1669 di un noto trattato sulle Origini della lingua italiana),
poeta. Tra le sue opere recentemente edite in Italia: Lettres inedites a
Pierre-Daniel Huet (1659-1692), Liguori, Napoli 1993; Storia delle donne
filosofe, Ombre corte, Verona 2005]

La vecchia affermazione filosofica per cui l'uomo e' capace di pensare
l'infinito mentre la donna da' senso al finito, puo' essere letta in tanti
modi: per esempio che siccome l'uomo non sa fare i bambini, si consola coi
paradossi di Zenone. Ma sulla base di affermazioni del genere si e' diffusa
l'idea che la storia (almeno sino al XX secolo) ci abbia fatto conoscere
grandi poetesse e narratrici grandissime, e scienziate in varie discipline,
ma non donne filosofe e donne matematiche.
Su distorsioni del genere si e' fondata a lungo la persuasione che le donne
non fossero portate alla pittura, tranne le solite Rosalba Carriera o
Artemisia Gentileschi. E' naturale che, sino a che la pittura era affresco
di chiese, montare su un'impalcatura con la gonna non era cosa decente, ne'
era mestiere da donna dirigere una bottega con trenta apprendisti, ma appena
si e' potuta fare pittura da cavalletto le donne pittrici sono spuntate
fuori. Un poco come dire che gli ebrei sono stati grandi in tante arti ma
non nella pittura, sino a che non si e' fatto vivo Chagall. E' vero che la
loro cultura era eminentemente auditiva e non visiva, e che la divinita' non
doveva essere rappresentata per immagini, ma c'e' una produzione visiva di
indubbio interesse in molti manoscritti ebraici. Il problema e' che era
difficile, nei secoli in cui le arti figurative erano nelle mani della
Chiesa, che un ebreo fosse incoraggiato a dipingere madonne e crocifissioni,
e sarebbe come stupirsi che nessun ebreo sia diventato papa.
Le cronache dell'Universita' di Bologna citano professoresse come Bettisia
Gozzadini e Novella d'Andrea, cosi' bella che doveva tenere lezione dietro
un velo per non turbare gli studenti, ma non insegnavano filosofia. Nei
manuali di filosofia non incontriamo donne che insegnassero dialettica o
teologia. Eloisa, brillantissima e infelice studente di Abelardo, aveva
dovuto accontentarsi di divenire badessa.
Ma il problema delle badesse non e' da prendere sottogamba, e vi ha dedicato
molte pagine una donna-filosofo dei nostri tempi come Maria Teresa
Fumagalli. Una badessa era un'autorita' spirituale, organizzativa e politica
e svolgeva funzioni intellettuali importanti nella societa' medievale. Un
buon manuale di filosofia deve annoverare tra i protagonisti della storia
del pensiero grandi mistiche come Caterina da Siena, per non dire di
Ildegarda di Bingen che, quanto a visioni metafisiche e a prospettive
sull'infinito, ci da' del filo da torcere ancora oggi.
L'obiezione che la mistica non sia filosofia non tiene, perche' le storie
della filosofia riservano spazio a grandi mistici come Suso, Tauler o
Eckhart. E dire che in gran parte la mistica femminile dava maggior risalto
al corpo che non alle idee astratte sarebbe come dire che dai manuali di
filosofia deve scomparire, che so, Merleau-Ponty.
Le femministe hanno da tempo eletto a loro eroina Ipazia che, ad
Alessandria, nel quinto secolo, era maestra di filosofia platonica e di alta
matematica. Ipazia e' diventata un simbolo, ma purtroppo delle sue opere e'
rimasta solo la leggenda, perche' sono andate perdute, e perduta e' andata
lei, fatta letteralmente a pezzi da una turba di cristiani inferociti,
secondo alcuni storici sobillati dal quel Cirillo di Alessandria che, anche
se non per questo, e' stato poi fatto santo.
Ma c'era solo Ipazia?
Meno di un mese fa e' stato pubblicato in Francia (da Arlea) un librettino,
Histoire des femmes philosophes. Se ci si chiede chi sia l'autore, Gilles
Menage, si scopre che viveva nel diciassettesimo secolo, era un latinista
precettore di Madame de Sevigne' e di Madame de Lafayette e il suo libro,
apparso nel 1690, s'intitolava "Mulierum philosopharum historia".
Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all'eta'
classica, il libro di Menage ci presenta una serie di figure appassionanti,
Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la
cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia
l'epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Menage, sfogliando i testi antichi
e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate citate ben
sessantacinque, anche se aveva inteso l'idea di filosofia in senso
abbastanza lato. Se si calcola che nella societa' greca la donna era
confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle
preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica
notorieta' la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che
debbono avere fatto queste pensatrici per potersi affermare. D'altra parte,
come cortigiana, per quanto di qualita', viene ancora ricordata Aspasia,
dimenticando che era versata in retorica e filosofia, e che (teste Plutarco)
Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare almeno tre enciclopedie filosofiche odierne e di
questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non e' che non siano
esistite donne che filosofassero. E' che i filosofi hanno preferito
dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.

8. LUTTI. BENITO D'IPPOLITO. IN DIFESA DELLE PIANTE ORNAMENTALI. PROSOPOPEA

Solenni, silenziose, le piante ornamentali
come puoi tu non sentirle sorelle?
Nobli, immote, viventi monili
e ricordo della prima quiete
quando il caos cedette all'urto della forma
che cresce, dirama, arabesca
e illude che il mondo abbia un senso,
lenisce l'angoscia della morte.
Ornamento del mondo quando il mondo
suona rotondo come la voce
la musica, l'alito che da' la vita.
Ruah.

Non come gli uomini sporchi e puzzolenti
ladri e vigliacchi, privi di radici
frenetici nel muoversi e gracchianti
che piu' non sanno assecondare il lieve
muover del vento, respiro delle onde.

Neppure presi la mira, il fucile
fece da se'.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1218 del 26 febbraio 2006

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