La nonviolenza e' in cammino. 1170



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1170 del 9 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
0. Comunicazione di servizio
1. Maurizio Passerin d'Entreves: La teoria della cittadinanza nella
filosofia politica di Hannah Arendt (parte prima)
2. Giulio Vittorangeli: Una nuova politica estera
3. Marina Forti: Guantanamo afghana, fondi italiani
4. Daniele Barbieri presenta "Italiani, brava gente?" di Angelo Del Boca
5. Giobbe Santabarbara: Una cosa che sappiamo tutti
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

0. COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Si sono verificati nei giorni scorsi problemi tecnici al server che gestisce
la mailing list di distribuzione del nostro notiziario. Ci scusiamo con i
lettori e le lettrici per tutti gli eventuali disguidi che possano esserne
conseguiti. Speriamo che da oggi tutto torni a funzionare regolarmente.

1. RIFLESSIONE. MAURIZIO PASSERIN D'ENTREVES: LA TEORIA DELLA CITTADINANZA
NELLA FILOSOFIA POLITICA DI HANNAH ARENDT (PARTE PRIMA)
[Dal sito http://utenti.lycos.it/arendt1976/ riprendiamo il seguente testo,
di cui li' si segnala che fu presentato come working paper n. 102 a
Barcellona nel 1995 (non abbiamo avuto modo di verificare se sia - come e'
ragionevole supporre - lo stesso testo apparso col medesimo titolo nella
rivista "Teoria politica", 11 (2), 1995, alle pp. 83-107).
Maurizio Passerin d'Entreves, acuto studioso di filosofia politica, insegna
all'Universita' di Manchester ed e' autore di rilevanti saggi. Tra le opere
di Maurizio Passerin d'Entreves: The Political Philosophy of Hannah Arendt,
Routledge, London - New York 1994.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Nel corso dell'ultimo decennio si e' verificato un importante dibattito
nell'ambito della filosofia politica anglo-americana tra teorici liberali,
come John Rawls e Ronald Dworkin, e i loro critici comunitari, come Alasdair
MacIntyre, Michael Sandel, Charles Taylor e Michael Walzer, che ha avuto
come oggetto una serie di assunti fondamentali della teoria politica
liberale. In particolare, il dibattito si e' focalizzato sulla concezione
liberale della persona, sulla priorita' del giusto sul bene, sullo scopo e i
limiti della giustizia distributiva, e sulla concezione della comunita'. Il
nome di Hannah Arendt e' stato spesso chiamato in causa dai critici
comunitari del liberalismo in virtu' del fatto che ella aveva proposto una
visione della politica radicalmente opposta ai principi del liberalismo.
Esistono molti aspetti del pensiero politico della Arendt che si prestano a
questa lettura, in particolare, la sua critica della democrazia
rappresentativa, la sua enfasi sull'impegno civico e la deliberazione
politica tra i cittadini, la separazione della moralita' dalla politica, e
il suo elogio della tradizione rivoluzionaria. Collocare il pensiero della
Arendt nel coro crescente delle critiche comunitarie al liberalismo sarebbe,
tuttavia, un errore. La Arendt fu in realta' una severa difensora del
costituzionalismo e del governo della legge (rule of law), una sostenitrice
dei diritti fondamentali dell'individuo (tra cui includeva non solo il
diritto alla vita, alla liberta' di movimento, di fede e di espressione, ma
anche il diritto all'azione e all'opinione), e una critica di tutte le forme
di comunita' politica fondate sui vincoli del costume o della tradizione, o
basate su identita' religiose, etniche o razziali. Il pensiero politico
della Arendt non puo', in questo senso, essere identificato ne' con la
tradizione liberale ne' con le tesi avanzate da certi critici comunitari, in
particolare MacIntyre e Sandel. La Arendt non concepisce la politica come
uno strumento per la soddisfazione di preferenze individuali, ne' come un
modo per integrare gli individui attorno a una singola o esclusiva
concezione del bene. La sua concezione della politica si basa piuttosto
sull'idea della cittadinanza attiva, ovvero sul valore e l'importanza
dell'impegno civico e della deliberazione collettiva riguardo a tutte le
questioni che concernono la comunita' politica. La tradizione di pensiero
politico con la quale la Arendt si identifica e' quella dell'umanesimo
civico, rinvenibile negli scritti di Aristotele, Machiavelli, Montesquieu,
Jefferson e Tocqueville. Secondo questa tradizione la politica trove la sua
autentica espressione ogni volta che i cittadini si riuniscono in uno spazio
pubblico per deliberare e decidere su questioni riguardanti l'intera
collettivita'. Il valore dell'attivita' politica non risiede nel
raggiungimento dell'accordo su una concezione condivisa del bene, ma nella
possibilita' che offre a ciascun individuo di esercitare attivamente i suoi
poteri e diritti di cittadinanza, di sviluppare le capacita' di giudizio
politico, e di conseguire mediante l'azione collettiva un certo grado di
efficacia e influenza politica. La concezione della politica della Arendt,
con la sua enfasi sull'impegno civico e sulla libera deliberazione politica,
appartiene chiaramente a questa tradizione di pensiero politico. La sua
concezione dell'azione e del discorso politico ha come scopo primario la
riattivazione della partecipazione politica, e identifica le condizioni per
l'esercizio della cittadinanza attiva e dell'autodeterminazione democratica.
*
In questo saggio esaminero' la teoria della cittadinanza della Arendt e ne
mostrero' i rapporti con alcuni dei principali temi della sua filosofia
politica. In particolare, cerchero' di ricostruire la sua teoria della
cittadinanza attorno a tre temi: 1) la sfera pubblica; 2) la "agency"
politica e l'identita' collettiva; e 3) la cultura politica. Spero in questo
modo di dimostrare che, malgrado certe tensioni presenti nella filosofia
politica della Arendt, molti dei suoi argomenti sono degni di attenzione e
possono fornire la base per una concezione democratica, partecipatoria ed
egualitaria della cittadinanza. Iniziero' con l'esaminare la relazione tra
cittadinanza e sfera pubblica.
*
1. Cittadinanza e sfera pubblica
Una delle caratteristiche principali dell'eta' moderna per la Arendt e' la
perdita o il declino della sfera pubblica. La sfera pubblica designa quella
sfera della presenza dove regnano la liberta' e l'eguaglianza, dove i
cittadini interagiscono mediante il discorso e la persuasione, rivelano la
propria identita', e decidono per mezzo della deliberazione collettiva di
questioni di interesse pubblico. La perdita o l'erosione della sfera
pubblica e' collegata a un fenomeno piu' vasto che la Arendt designa col
termine "perdita del mondo" (loss of the world) o "alienazione dal mondo"
(world alienation). Con questa espressione la Arendt allude alla perdita di
un mondo comune, creato dall'uomo e composto di oggetti, artefatti e
istituzioni, che ci separa dalla natura e che fornisce un contesto
relativamente permanente e durevole alle nostre attivita' mondane. Con la
perdita o l'erosione di questo mondo comune viene a mancare quella struttura
stabile da cui deriviamo, in parte, il nostro senso della realta' e la
nostra identita' personale; inoltre, viene a mancare quello sfondo di
pratiche e istituzioni da cui puo' sorgere uno spazio pubblico per l'azione
e la deliberazione politica. Per la Arendt, quindi, la rivitalizzazione
della sfera pubblica, della sfera nella quale puo' fiorire la pratica della
cittadinanza, richiede sia il recupero di un mondo comune condiviso (ovvero
il superamento dell'alienazione dal mondo), sia la creazione di numerosi
spazi della presenza nei quali gli individui possono rivelare la propria
identita' e stabilire rapporti basati sulla reciprocita' e la solidarieta'.
Ora, se consideriamo la definizione di sfera pubblica fornita dalla Arendt
vediamo che essa gia' contiene queste due dimensioni, in quanto fa
riferimento sia allo spazio della presenza, sia al mondo che abbiamo in
comune.
*
Secondo il primo significato, la sfera pubblica e' quello spazio dove ogni
cosa che appare "puo' essere vista e sentita da tutti e ha la piu' ampia
pubblicita' possibile. Per noi, cio' che appare - che e' visto e sentito da
altri come da noi stessi - costituisce la realta'. Raffrontate con la
realta' che viene dall'essere visto e udito, anche le piu' grandi forze
della vita intima - le passioni del cuore, i pensieri della mente, i piaceri
dei sensi - caratterizzano un tipo di esistenza incerta e nebulosa fino a
quando non vengano trasformate, deprivatizzate e deindividualizzate, per
cosi' dire, in una configurazione che le adegui all'apparire pubblico... La
presenza di altri che vedono cio' che vediamo e odono cio' che udiamo ci
assicura della realta' del mondo e di noi stessi" (1).
In questo spazio della presenza le esperienze possono essere condivise, le
azioni giudicate, e le identita' rivelate.
La Arendt sostiene infatti che "Poiche' la nostra sensibilita' nei confronti
della realta' si fonda soprattutto sull'apparire e quindi sull'esistenza di
un dominio pubblico in cui le cose possono emergere dall'oscurita'
dell'esistenza latente, anche il barlume che illumina le nostre vite private
e intime deriva in ultima analisi dalla luce molto piu' forte del dominio
pubblico" (2).
E come sottolineo' nella prefazione a Men in Dark Times, domandandosi se in
certi periodi della storia non e' meglio dire che "La luce del pubblico
oscura ogni cosa" (Das Licht der Oeffentlichkeit verdunkelt alles): "Se la
funzione dello spazio pubblico e' quella di gettar luce sugli affari degli
uomini grazie alla creazione uno spazio dell'apparenza nel quale essi
possono mostrare negli atti e nelle parole, nel meglio e nel peggio, chi
sono e quello che possono fare, allora l'oscurita' e' arrivata quando questa
luce viene estinta da 'l'assenza di credibilita'' e dal 'governo
invisibile', da discorsi che non rivelano cio' che e' ma lo nascondono sotto
il tappeto, da esortazioni, morali o di altro tipo, che con la pretesa di
difendere le vecchie verita', riducono tutta la verita' a una trivialita'
senza senso" (3).
In questo senso la sfera pubblica come spazio della presenza fornisce la
luce e la "pubblicita'" necessarie per la conferma della nostra identita'
pubblica, per il riconoscimento di una realta' comune, e per la valutazione
delle azioni degli altri.
Per la Arendt, lo spazio della presenza viene creato ogni volta che gli
individui si riuniscono per motivi politici, cioe' "ovunque gli uomini sono
insieme nelle modalita' del discorso e dell'azione", e in questo senso esso
"anticipa e precede tutta la costituzione formale del dominio pubblico e
delle varie forme di governo" (4).
Questo spazio non e' ristretto a delle istituzioni o a dei luoghi e contesti
specifici; esso viene creato tutte le volte che l'azione viene coordinata
mediante il linguaggio e la persuasione ed e' orientata verso il
conseguimento di scopi collettivi. Tuttavia, poiche' e' un prodotto
dell'azione e della discussione collettiva, lo spazio della presenza e'
assai fragile e si attualizza solo nei momenti di azione e deliberazione
comune.
La sua peculiarita', scrive la Arendt, e' che "diversamente dagli spazi che
sono opera delle nostre mani, non sopravvive all'attualita' del movimento
che lo crea, ma scompare non solo con il disperdersi degli uomini - come nel
caso di grandi catastrofi, che distruggono il corpo politico di un popolo -
ma con la stessa scomparsa o l'arresto delle attivita'. Esso e'
potenzialmente ovunque le persone si raccolgono insieme, ma solo
potenzialmente, non necessariamente e non per sempre" (5).
Lo spazio della presenza deve quindi essere continuamente ricreato tramite
l'azione e il discorso; la sua realta' e' assicurata ogni volta che gli
attori si riuniscono con lo scopo di discutere e deliberare su questioni di
interesse pubblico, e scompare nel momento in cui queste attivita' cessano.
E' quindi sempre uno spazio potenziale che trova la sua realizzazione nelle
azioni e nei discorsi di individui che si riuniscono per intraprendere dei
progetti comuni. Puo' sorgere all'improvviso, come nel caso di eventi
rivoluzionari, o si puo' formare progressivamente come risultato degli
sforzi di modificare un atto legislativo o di politica sociale, per esempio,
salvare una costruzione storica o un parco naturale, estendere il sostegno
pubblico per la casa e la sanita', proteggere i gruppi minoritari dalla
discriminazione e dall'oppressione, lottare per il disarmo nucleare, e cosi'
via. Storicamente, questo spazio e' stato ricreato tutte le volte che sono
stati istituiti degli ambiti pubblici di azione e deliberazione collettiva,
dalle assemblee civiche ai consigli operai, dalle dimostrazioni e
occupazioni alle lotte per la giustizia e la parita' dei diritti.
*
Il secondo significato che la Arendt attribuisce alla sfera pubblica, cio'
che fornisce un sostegno allo spazio della presenza e indica all'azione i
suoi scopi precipui, e' il mondo, o piu' precisamente, il mondo che abbiamo
in comune. Questo e' il mondo che "e' comune a tutti e distinto dallo spazio
occupato privatamente da ciascuno" (6). Esso non si identifica con la terra
o con la natura; si identifica, piuttosto, "con l'artefatto umano, il
prodotto delle mani dell'uomo, come con i rapporti tra coloro che abitano
insieme il mondo costruito dall'uomo" (7). Pertanto, "Vivere insieme nel
mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo
hanno in comune, come un tavolo e' situato tra quelli che vi siedono
intorno; il mondo, come ogni in-tra, mette in relazione e separa gli uomini
nello stesso tempo" (8).
La sfera pubblica, intesa come mondo che abbiamo in comune "ci raccoglie
insieme e tuttavia ci impedisce, per cosi' dire, di caderci addosso a
vicenda. Cio' che rende la societa' di massa cosi' difficile da sopportare
non e'... il numero delle persone implicate, ma il fatto che il mondo che
sta tra di loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in
relazione e di separarle" (9).
Nello stabilire uno spazio tra gli individui, un "in-tra" che li unisce e li
divide allo stesso tempo, il mondo fornisce il contesto fisico all'interno
del quale l'attivita' politica puo' fiorire. Inoltre, in virtu' della sua
permanenza e stabilita', il mondo fornisce il contesto temporale nel quale
le vite dei singoli individui possono dispiegarsi e, una volta che siano
state preservate in una narrativa, acquisire una certa immortalita'.
Come scrive la Arendt: "il mondo comune e' cio' in cui noi entriamo quando
nasciamo e cio' che lasciamo dietro di noi alla morte. Esso trascende il
nostro arco di vita tanto nel passato che nel futuro; esso esisteva prima
che noi vi giungessimo e continuera' dopo il nostro breve soggiorno in esso.
E' cio' che noi abbiamo in comune non solo con quelli che vivono con noi, ma
anche con quelli che c'erano prima e con quelli che verranno dopo di noi. Ma
un tale mondo comune puo' superare il ciclo delle generazioni solo nella
misura in cui appare in pubblico" (10).
E' questa capacita' degli artefatti e delle istituzioni umane, del mondo che
abbiamo in comune, di durare nel tempo e di diventare l'eredita' comune di
successive generazioni, che permette agli individui di sentirsi a casa nel
mondo e di trascendere, seppure parzialmente, la transitorieta' della loro
esistenza (11). In effetti, senza un criterio di stabilita' e permanenza
offerto dal mondo, "[la] vita non potrebbe mai essere umana" (12). "Un mondo
durevole e permanente e' cio' di cui l'uomo, proprio in quanto essere
mortale, ha bisogno: in quanto, cioe', e' la creatura piu' effimera e vana
che si conosca" (13). Per la Arendt, quindi, la transitorieta' della vita
puo' essere parzialmente superata attraverso la costruzione di un mondo
durevole e stabile che permetta l'esercizio del ricordo e della
anticipazione, ovvero, della memoria e della fiducia nel futuro.
Come ella stessa afferma: "La vita nel suo senso non-biologico, lo spazio di
tempo che ha ogni uomo fra la nascita e la morte, si manifesta in azione e
discorso, i quali dividono con la vita la sua essenziale futilita'.
'Compiere grandi gesta e pronunciare grandi parole' non lascera' nessuna
traccia, nessun prodotto che possa durare dopo che il momento dell'azione e
del discorso e' passato... [se] il mondo delle cose fatte dall'uomo, la
sfera artificiale edificata dall'homo faber, [non] diventa una dimora per
gli uomini mortali" (14).
E' per questa ragione, la Arendt continua, che "Se l'animal laborans ha
bisogno dell'aiuto dell'homo faber per alleggerirlo dal suo lavoro e
sollevarlo dalla sua pena, e se i mortali ne hanno bisogno per edificare una
casa sulla terra, gli uomini che parlano e agiscono hanno bisogno dell'homo
faber nella sua veste piu' elevata, dell'artista, dei poeti e degli
storiografi, dei costruttori di monumenti o degli scrittori, perche' senza
di essi il solo prodotto della loro attivita', la vicenda che interpretano e
raccontano, non potrebbe sopravvivere" (15).
La caducita' umana puo' cosi' essere in parte trascesa dalla durabilita' del
mondo e dal ricordo pubblico delle vicende umane. Costruendo e preservando
un mondo che congiunge le varie generazioni e che rende possibile forme di
memoria collettiva, siamo in grado di "assorbire e far risplendere
attraverso i secoli qualsiasi cosa gli uomini abbiano voluto salvare dalla
rovina naturale del tempo" (16).
Il concetto di sfera pubblica si riferisce, dunque, sia a un mondo comune
stabile e duraturo nel tempo, sia a qualcosa che e' molto piu' fragile e
transitorio, lo spazio della presenza che sorge ogni volta che gli individui
interagiscono mediante il discorso e la persuasione. La Arendt sottolinea
che il mondo e le attivita' che si svolgono nella sfera pubblica sono
necessarie per la costituzione di una vibrante vita politica; il mondo e le
attivita' pubbliche sono a loro volta in un rapporto di reciproca
dipendenza. Come ella scrive: "Se non entrasse nei discorsi degli uomini e
non costituisse il loro orizzonte, il mondo non sarebbe un artificio umano
ma un ammasso di cose irrelazionate... senza un mondo dell'artificio umano,
le faccende umane sarebbero fluttuanti, futili e vane come il vagabondare di
tribu' nomadi. La saggezza malinconica dell'Ecclesiaste - 'Vanita' delle
vanita'; tutto e' vanita''... e' certamente inevitabile ovunque e ogni volta
che sia cessata la fiducia nel mondo come luogo adatto alla presenza umana,
all'azione e al discorso" (17).
*
Note
1. Arendt, H.: The Human Condition, Chicago, The University of Chicago
Press, 1958, p. 50; trad. it.: Vita Activa, Milano, Bompiani, 1964, p. 56.
2. Ibid., p. 51; trad. it., p. 57.
3. Arendt, H.: Men in Dark Times. New York, Harcourt Brace Jovanovich, 1968,
p. VIII.
4. Arendt, H.: The Human Condition, op. cit., p. 199; trad. it., op. cit.,
p. 211.
5. Ibid., p. 199; trad. it., pp. 211-212.
6. Ibid., p. 52; trad. it., p. 58.
7. Ibid., p. 52; trad. it., pp. 58-59 (traduzione leggermente modificata).
8. Ibid., p. 52; trad. it., p. 59.
9. Ibid., pp. 52-53; trad. it., p. 59.
10. Ibid., p. 55; trad. it., pp. 61-62.
11. Cfr. ibid., p. 173; trad. it., p. 183, dove la Arendt sostiene che: "Il
mondo delle cose fatte dall'uomo, la sfera artificiale edificata dall'homo
faber, diventa una dimora per gli uomini mortali, che si manterra' stabile e
sopravvivera' all'alternarsi delle loro vite e azioni, solo in quanto
trascenda sia il mero funzionalismo delle cose prodotte per il consumo che
la mera utilita' degli oggetti prodotti per l'uso".
12. Ibid., p. 135; trad. it., p. 141.
13. Arendt, H.: Between Past and Future, New York, Viking Press, 1968, p.
95; trad. it.: Tra passato e futuro, Firenze, Vallecchi, 1970, p. 105
(traduzione leggermente modificata).
14. The Human Condition, op. cit., p. 173; trad. it., op. cit., p. 183
(traduzione leggermente modificata).
15. Ibid., p. 173; trad. it., p. 183 (traduzione leggermente modificata).
16. Ibid., p. 55; trad. it., p. 62.
17. Ibid., p. 204; trad. it., p. 217. Cfr. Men in Dark Times, op. cit., pp.
24-25, dove la Arendt sostiene che il discorso umanizza il mondo e allo
stesso tempo ci rende umani: "Il mondo comune rimane 'inumano' nel senso
letterale della parola se non viene costantemente parlato dagli uomini. Il
mondo, infatti, non e' umano solo perche' e' fatto dagli esseri umani, e non
diventa umano solo perche' la voce umana vi risuona, ma solo quando diventa
l'oggetto del discorso... Tutto cio' che non diventa oggetto di discorso...
puo' trovare una voce umana che lo faccia risuonare nel mondo, ma non e'
veramente umano. Noi umanizziamo cio' che accade nel mondo e a noi stessi
solo quando ne parliamo, e nel fare cio' impariamo a essere umani".
(Parte prima - Segue)

2. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI. UN NUOVO PROGRAMMA DI POLITICA ESTERA
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

In un toccante documento scritto da reduci delle forze armate degli Stati
Uniti ai militari effettivi ed ai riservisti (pubblicato dalla rivista
"Marea", n. 4/2005), si legge: "Non c'e' onore nell'omicidio. Questa guerra
e' un omicidio detto in altri termini. Quando in una guerra ingiusta una
bomba vagante colpisce una madre con la sua bambina, non e' un 'danno
collaterale', e' un omicidio. Quando in una guerra ingiusta un bambino muore
per dissenteria perche' una bomba ha danneggiato l'impianto di trattamento
delle acque di scolo, non si tratta di un'azione di 'distruzione delle
infrastrutture nemiche', ma di omicidio. Quando in una guerra ingiusta un
padre muore di infarto perche' una bomba ha distrutto le linee telefoniche
impedendogli di chiamare i soccorsi, non si tratta di 'annientamento dei
servizi di comando e di controllo', ma di omicidio. Quando in una guerra
ingiusta piu' di mille soldati di leva provenienti dalla campagna muoiono in
una trincea nel tentativo di difendere la citta' dove sono nati e cresciuti,
non e' 'vittoria', ma omicidio".
*
Tutto questo e' drammaticamente vero, ma se guardiano alla politica estera
italiana, non vediamo nessuna svolta (neanche nell'attuale opposizione di
centrosinistra che si candida a sostituire il governo Berlusconi), per
uscire dal sistema di guerra e ripudiare concretamente la guerra con vere
politiche di disarmo.
Leggendo il generico programma dell'Unione e le interviste rilasciate dai
suoi leader, in sintesi abbiamo una politica di continuita' del sistema di
guerra e di alleanze, con qualche misero correttivo.
Per elaborare un programma di politica estera realmente alternativo a quello
del governo di centrodestra, il centrosinistra non puo', per esempio,
limitarsi a promettere il ritiro delle truppe dall'Iraq, tra l'altro con
modalita' tali da rimandarlo all'infinito aspettando luce verde da
Washington, esattamente come fa in questi giorni Berlusconi.
Cosi' il centrosinistra non perde occasione per confermare la presenza di
truppe italiane in Afghanistan come se quella non fosse una guerra, ma un
conflitto dalla "natura diversa". E non perde occasione per rivendicare la
sua guerra, quella "buona" e "umanitaria" contro l'ex Jugoslavia, senza
interrogarsi sul disastro che in questi quasi sette anni ne e' seguito fino
all'attuale caos e impasse. Sembra quindi evidente che intenda proseguire
nell'attuale modello di difesa, che prevede la proiezione di potenza europea
con le missioni oltreconfine e le "guerre di sicurezza" magari targate Onu.
Perche', come dice Prodi, occorre definire quali tipi di intervento armato
possano essere considerati giustificati, e il metodo piu' ovvio e' quello
che fa dipendere la legittimita' dall'approvazione dell'Onu. In una parola
rifiutando il vero interrogativo: se e' giusto che l'Italia resti nel solco
delle guerre americane, o scelga fino in fondo la pace iscritta nella
propria Costituzionale.
Il problema e' tutto qui, nel fatto che nessuno s'interroga sul ritiro piu'
profondo e necessario: quello dalla guerra.
*
Quanto al movimento contro la guerra che in questi quattro anni ha espresso
in numerose occasioni politiche una chiara visione della politica estera
italiana e del ruolo di guerra dell'Italia, oggi avverte una fase di
inevitabile stanchezza e riflusso, "la tentazione che ha preso la
maggioranza degli e delle attiviste, [e' quella] di delegare in questa fase
alla 'politica' le azioni e le decisioni, sperando che finalmente, dopo
tante lotte e movimentazioni, i rappresentanti della sinistra siano
finalmente disponibili o meno restii a dare corso alle richieste del
movimento. Ma la realta' invece ci delude. Nel dilemma se delegare ai nostri
leader politici o rilanciare la nostra iniziativa e autoorganizzazione,
credo che sia una urgente necessita' scegliere la seconda strada, perche' a
quanto pare se oggi riflettiamo sul programma dell'Unione e su come e da chi
verra' attuato, non possiamo che ritrovarci a mani vuote o con qualche
briciola in mano insieme a tanta retorica e fumo negli occhi" (Nella
Ginatempo).
E' questa la sfida reale che spetta a tutti quelli che cercano faticosamente
non solo di opporsi, ma di costruire un mondo che non sia solo saccheggio,
profitto, supremazia economica e soprattutto guerra.

3. MONDO. MARINA FORTI: GUANTANAMO AFGHANA, FONDI ITALIANI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 7 gennaio 2006. Marina Forti, giornalista
particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud
del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto"
sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle
lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora
di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
Feltrinelli, Milano 2004]

Il governo italiano ha contribuito in modo generoso alla riforma
penitenziaria in Afghanistan, e in particolare a un progetto di
ristrutturazione delle carceri di Kabul per migliorarvi le condizioni di
detenzione: un milione di dollari, gia' stanziato per rimodernare il vecchio
carcere di Pol-e Charki, vecchia struttura di epoca sovietica. Nelle
intenzioni delle Nazioni Unite, il carcere cosi' rinnovato sara' il modello
a cui dovranno adeguarsi tutte le prigioni afghane, nel rispetto degli
standard minimi internazionali sul trattamento dei detenuti. Belle parole,
che si leggono nei documenti delle Nazioni Unite e anche del nostro
ministero degli esteri. La realta' e' che con i soldi del contribuente
italiano il carcere di Pol-e Charki sta per diventare un nuovo carcere di
massima sicurezza dove trasferire parte dei detenuti della base navale
americana di Guantanamo: un'altra delle prigioni speciali degli Stati Uniti
nel quadro della "guerra al terrorismo". La notizia che gli Usa preparano
una "Guantanamo 2" in Afghanistan e' stata pubblicata giovedi' dal
quotidiano britannico "Financial Times" (e ripresa ieri da molti
quotidiani). Il progetto e' trasferire i prigionieri di origine afghana in
Afghanistan, in modo da allentare le critiche che piovono da piu' parti
sull'amministrazione Usa per il fatto di mantenere centinaia di persone agli
arresti senza accuse precise.
*
A Guantanamo sono entrate circa 750 persone dai primi mesi del 2002, per lo
piu' prese prigioniere in Afghanistan durante e subito dopo i bombardamenti
che portarono al crollo del regime dei Taleban nell'autunno 2001: "nemici
combattenti", secondo l'amministrazione di Washington, che ha rifiutato di
riconoscere loro i diritti riconosciuti dalle Convenzioni di Ginevra sui
prigionieri di guerra. Solo nel 2005, dopo un ordine della Corte Suprema,
sono cominciate audizioni per definire lo status e le accuse dei detenuti.
Molti sono allora risultati detenuti "per errore". Ad agosto scorso 510
persone erano ancora detenute a Guantanamo; 167 erano state rilasciate
(senza imputazioni ne' una parola di scuse), 67 trasferite alla custodia di
altri governi. Sempre in agosto il governo Usa aveva annunciato che 110 dei
restanti detenuti di Guantanamo, afghani, saranno presto trasferiti in
Afghanistan.
Le forze Usa hanno gia' i loro detenuti "speciali" in Afghanistan: circa 500
persone, rinchiuse senza accuse o processo nella base aerea di Bagram vicino
a Kabul o in quella di Kandahar nel sud, piu' un numero imprecisato di
persone in carceri segrete sparse per il paese, come sospetti terroristi.
Per trasferire i prigionieri di Guantanamo dunque gli Usa hanno bisogno di
un luogo apposito in Afghanistan, di massima sicurezza. E questo nuovo
carcere speciale, rivela il "Financial Times", sara' appunto Pol-e Charki.
Il quotidiano afferma che le Nazioni Unite e l'Unione Europea hanno
resistito al piano americano di farne un carcere per sospetti di terrorismo:
ma il mese scorso il Corpo genieri dell'esercito Usa ha annunciato un
appalto per la costruzione di celle di massima sicurezza proprio a Pol-e
Charki, segno che alla fine e' prevalsa la volonta' degli americani.
*
La ristrutturazione del carcere, avviata la primavera scorsa dalle Nazioni
Unite, fa parte di un progetto piu' generale per la ricostruzione del
sistema giudiziario in Afghanistan. La responsabilita' di guidare questo
capitolo della ricostruzione e' stata affidata all'Italia, che dunque sta
coordinando il lavoro: dalla riscrittura dei codici di procedura penale e
civile, un codice minorile, la creazione di "corti itineranti", una legge
appena approvata sui diritti dei detenuti, la formazione di giudici e
avvocati - fino alla riabilitazione della Corte d'Appello e delle carceri di
Kabul, e poi delle carceri provinciali. Per questo Roma ha stanziato in
tutto 22 milioni di euro negli ultimi tre anni. E' uno degli aspetti
migliori dell'impegno internazionale, almeno in teoria: si pensi che oltre
meta' degli afghani non ha accesso alla giustizia, si legge su "Irin News"
(bollettino umanitario delle Nazioni Unite), e che "nelle prigioni di Kabul
ci sono persone detenute da molti anni senza sentenza, e nella prigione
femminile ci sono donne 'criminali' secondo la tradizione, ma non secondo la
costituzione", riconosce il ministro della giustizia afghano Ghulam Sarwar
Danish.
La ristrutturazione delle carceri in particolare e' stata chiesta
dall'Unodc, il programma Onu per la lotta alla droga e al crimine: riguarda
Pol-e Charki, il carcere maschile di Kabul, e il centro di detenzione
femminile presso la sede centrale della polizia. Per il blocco 1 di Pol-e
Charki sono stati stanziati due milioni di dollari, di cui uno gia fornito
dal governo italiano. Il lavoro era al 90% completato l'estate scorsa, poi
sara' la volta del blocco 2. Ma nel frattempo il nuovo carcere ha cambiato
destinazione.

4. LIBRI. DANIELE BARBIERI PRESENTA "ITALIANI, BRAVA GENTE?" DI ANGELO DEL
BOCA
[Ringraziamo Daniele Barbieri (per contatti: pkdick at fastmail.it) per averci
messo a disposizione come anticipazione questa sua recensione.
Daniele Barbieri, nato a Roma il 3 ottobre 1948, vive a Imola; pubblicista
dal 1970 e giornalista professionista dal 1991, da sempre impegnato nei
movimenti per la pace, di solidarieta' e per i diritti civili, ha lavorato
all'interno dei quotidiani "Il manifesto" (per il quale e' stato a lungo
corrispondente dall'Emilia Romagna), "L'unione sarda" e "Mattina"
(supplemento bolognese de "L'unita'"); ha collaborato a numerose riviste,
fra cui "Mondo nuovo", "Musica jazz", "Azione sociale", "Muzak", "Il
discobolo", "Politica ed economia" (di cui e' stato redattore), "Meta",
"Cyborg", "Alfazeta", "Mosaico di pace", "Hp - Acca parlante", "Zero in
condotta", "Amici dei lebbrosi", "Redattore sociale", attualmente e'
redattore del settimanale "Carta"; da tempo collabora con il mensile "Piazza
grande" (con cui ha organizzato anche vari corsi di giornalismo sociale) e
con alcune ong (in particolare il Cospe) nella formazione o in ricerche; ha
lavorato all'agenzia on line "Migranews" (sostenuta dalla linea Equal
dell'Unione europea): nel giugno 2005 la Emi di Bologna ha pubblicato il
volume "Migrante-mente, il popolo invisibile prende la parola" che raccoglie
una selezione di venticinque autori e autrici fra quelli che hanno scritto
per "Migranews". Come reporter (e come persona impegnata contro le guerre)
e' stato nei Balcani, in America latina e in Africa; nell'aprile del 2002 si
e' recato in Palestina con una delegazione del "Coordinamento degli enti
locali per la pace". E' genitore di Jan, oggi 13 anni. Inoltre e' autore o
co-autore di alcuni testi per la scuola (due sulla fantascienza e uno sullo
sport), di un book-game sul '68 e inoltre di "Agenda nera: 30 anni di
neofascismo in Italia", de "I signori del gioco: storia, massificazione,
interpretazioni dello sport" (con lo pseudonimo di Gianni Boccardelli) e di
testi inseriti in alcuni libri a piu' mani.
Angelo del Boca, nato a Novara nel 1925, giornalista, storico, docente
universitario; presidente dell'Istituto Storico della Resistenza di Piacenza
e direttore della rivista storica "Studi piacentini". Tra le opere di Angelo
Del Boca: Apartheid: affanno e dolore, Bompiani; Gli italiani in Africa
Orientale, 4 voll., Laterza, poi Mondadori; Gli italiani in Libia, 2 voll.,
Laterza, poi Mondadori; L'Africa nella coscienza degli italiani, Laterza;
Una sconfitta dell'intelligenza, Laterza; La trappola somala, Laterza; Il
Negus, Laterza; I gas di Mussolini, Editori Riuniti; Gheddafi. una sfida dal
deserto, Laterza; Italiani, brava gente?, Neri Pozza. Ha curato anche i
volumi collettanei Le guerre coloniali del fascismo; Adua. Le ragioni di una
sconfitta; ambedue presso Laterza]

"La nostra venuta, dal lato dello scopo umanitario, e' stata perfettamente
inutile. Ormai e' chiaro che tutta la storia della guerra e' stata
gonfiata... i massacri quasi di sana pianta inventati". Ancora: "Ho sentito
dire di una grande missione di civilta', renderci amiche quelle popolazioni,
rispettarne la religione, la proprieta' e la famiglia, far loro apprendere i
benefici della civilta' ma io vedo dappertutto l'ombra della forca".
Di quale recente guerra umanitaria parlano queste accorate denunce? Far
apprendere i benefici della civilta' o guerre per scopi umanitari non sono
pretesti nuovi. Infatti la prima citazione e' del 2 ottobre 1900 in una
lettera del tenente medico Giuseppe Messerotti Benvenuti e si riferisce alla
partecipazione italiana nella cosiddetta "guerra contro i boxer" in Cina; la
seconda frase e' di Filippo Turati il quale nella seduta parlamentare del 18
dicembre 1913 si scagliava contro le infamie italiane in Libia.
*
Questi esempi sono ripresi dall'ultimo libro dello storico Angelo Del Boca,
"Italiani, brava gente?" (Neri Pozza, 320 pagine, 16 euro) con il
sottotitolo "Un mito duro a morire" che pero' l'editore ha omesso nella
copertina.
Un libro da leggere, da regalare non solo ai piu' giovani ma a chi vuol
dimenticare e ai tanti che non hanno mai saputo. Dal punto di vista storico
c'e' ben poco di nuovo: a cercare nelle biblioteche si trova tutto ma e' un
patrimonio condiviso da relativamente poche persone, nonostante le molte
pubblicazioni di Del Boca (con buone vendite) o di qualche altro storico e
di rari giornalisti controcorrente. Il principale merito di questo nuovo
libro e' nella sintesi accompagnata, come sempre, dall'efficacia del
raccontare, dalla forza delle fonti, dall'onesta' intellettuale di chi non
accetta di registrare solo quel che torna a puntello di tesi precostituite.
"Pagine buie della nostra storia" sintetizza la quarta di copertina. Il
libro apre con alcune riflessioni sulla identita' (e sulla "reputazione")
degli italiani, e prima di chiudersi sull'oggi, con considerazioni tutto
sommato ottimistiche, squarcia il velo che avvolge undici momenti della
nostra storia. Eccoli in sintesi: il cosiddetto brigantaggio; l'isola-lager
di Nocra davanti a Massaua; la tragicomica partecipazione italiana alla
campagna contro i boxer in Cina; stragi, sconfitte e deportazioni nella
prima "impresa" libica; le infamie di Cadorna (e non solo) durante la prima
guerra mondiale; i molti misfatti africani del fascismo (in Somalia, poi
nella ri-occupazione della Libia, e in due capitoli sull'aggressione
all'Etiopia); il tentativo di "bonifica etnica" in Slovenia; infine la "resa
dei conti", cioe' il crollo del fascismo e la lotta di Liberazione (ma fu
anche guerra civile) fino all'epurazione mancata contro i criminali fascisti
con una permanente amnesia.
In questa lunga vicenda vi sono evidentemente sia elementi di continuita'
che di rottura; in particolare fra l'Italia del fascismo e quelle subito
precedente o successiva. Mussolini insisteva sulla necessita' che gli
italiani si mostrassero feroci ma padre Agostino Gemelli aveva sostenuto,
durante il massacro del '15-'18, che "la miglior qualita' del soldato nella
guerra di massa e di lunga durata e' appunto l'assenza di ogni qualita':
l'essere rozzo, ignorante, passivo. Solo cosi' e' possibile appieno quella
trasformazione della sua personalita'... che fa di lui un perfetto pezzo
della macchina bellica... il soldato cessa di essere padre, marito,
cittadino per essere solo soldato".
Quanto all'Italia repubblicana e democratica annota fra l'altro Del Boca che
"la frustrazione e l'indignazione dei partigiani sarebbero stati anche
maggiori se soltanto avessero saputo cio' che oggi noi sappiamo da quando
sono stati desecretati i documenti dell'Office of Strategic Services": per
esempio che gia' "nell'ottobre 1945 ufficiali della Decima flottiglia Mas
erano utilizzati presso una base sperimentale alleata a Venezia" o che nel
novembre 1945 gli alleati cercavano di "sottrarre il principe Valerio
Borghese alla giustizia italiana".
Il capitolo piu' sorprendente e' forse quello sul brigantaggio, sulla
censura che - dopo 150 anni - ancora avvolge un fenomeno complesso quanto
poco esplorato: repressioni del tutto ingiustificate, campi di
concentramento per meridionali, censure che resistono dopo 150 anni. Cosi'
commenta Del Boca: "Quante sono le vittime di questa insulsa guerra
fratricida? Le statistiche sono scarse e sicuramente incomplete". Eppure
oggi sarebbe possibile tracciare un quadro piu' veritiero anche perche'
"sono finalmente disponibili gli inventari dei documenti conservati negli
Archivi di Stato e sono di piu' facile accesso l'archivio segreto vaticano e
alcuni archivi spagnoli". Ma quando qualcuno prova a riaprire questa pagina
ancor oggi fioccano (da destra e non solo) le accuse di "lesa patria".
*
Questa incapacita' di fare i conti con la storia e' confermata - oggi, cioe'
nell'Italia democratica - da molti episodi: la permanente censura contro un
film ("Il leone del deserto") colpevole solo di raccontare i misfatti
italiani in Libia; il racconto a senso unico delle "foibe"; le reticenze
sugli "armadi della vergogna" (cioe' i documenti occultati sui crimini di
guerra nazifascisti); la Rai che acquista dalla Bbc e traduce per non
trasmetterlo "Fascist Legacy", un prezioso documentario inglese (di Ken
Kirby) del 1989. Ed e' in questa amnesia collettiva che puo' confermarsi, e
forse rinascere, il ritornello dell'italiano comunque "buono e bravo" del
quale il ministro degli esteri, in chiusura del 2005, ci ha cantato una
nuova strofa. Il 28 dicembre infatti, rivolgendosi al contingente militare
italiano nei Balcani, il ministro ha detto: "Gli italiani per la loro storia
non saranno mai percepiti come truppe d'occupazione ma di liberazione dalla
guerra civile, dalla miseria e dalla poverta'". Senza dubbio il ministro va
bocciato in storia: sia che si riferisse genericamente alle truppe italiane
fuori dai confini, sia che pensasse ai soli Balcani. Puo' verificarlo
acquistando appunto, con soli 16 euro, "Italiani, brava gente?". Bisogna per
onesta' ammettere che il ministro resta in larga compagnia: contrariamente
alla Germania, l'Italia non ha saputo fare i conti con le ombre del suo
passato. Cosi' il mito dell'italiano "bravo", persino in guerra e
addirittura nelle avventure coloniali, puo' resistere perche' a scuola come
nei media la maggior parte degli italiani e' privata di decisive
informazioni e alla voce degli storici scomodi (in testa Del Boca) vien
messa la sordina. "L'Italia e' ripetente, spesso promossa in latino, sempre
bocciata in storia, all'ombra del tricolor" come suggeriva un cantautore
ribelle degli anni '60.
*
Anche per questo fare i conti con le "guerre umanitarie" di oggi (Iraq ma
anche Kossovo, per citare le ultime due dove sventola il tricolore) e'
difficile: i governi attuali dipingono di nuovo le imprese armate come
portatrici di civilta' e pochi vanno a verificare. Mentre persino il
presidente Ciampi resuscita un ambiguo concetto di patria. Per questo spiace
che, quasi in chiusura dell'ultimo capitolo Del Boca, dopo tantissime
affermazioni giuste (anche sull'Italia di oggi: "tutti ricchi, tutti felici,
tutti anticomunisti" e' l'ironico titolo), si lasci scappare questa frase
sulle missioni di peace-keeping: "Dovendo fare confronti, si puo' persino
sostenere che i militari italiani si sono comportati meglio dei colleghi
degli altri contingenti. E non e' poco, se si pensa al passato". Non e' poco
a confronto degli orrori precedenti, d'accordo; ma appare riduttivo quanto
si legge nell'ultima nota del libro, appunto a proposito del peacekeeping:
"Un solo neo: durante la missione Restore Hope nel '93 in Somalia... furono
denunciati alcuni casi di violenza su prigionieri somali". Non fu l'unico
caso, non e' il solo "neo": dal Kossovo come dall'Iraq filtrano molte
notizie vergognose anche se il coro mediatico preferisce parlare d'altro,
negare, invocare assoluzioni senza processi. Davvero "un mito duro a morire"
quello di noi "italiani, brava gente".

5. EDITORIALE. GIOBBE SANTABARBARA: UNA COSA CHE SAPPIAMO TUTTI

E' la seguente: un pacifismo senza nonviolenza ormai e' null'altro che la
complicita' con la guerra, appena mascherata dal saper parlare con garbo.
Puo' servire a fare qualche miserabile carriera che porti alla prebenda, o
alla cattedra, o al laticlavio. Ma del sistema degli assassini e del regime
della corruzione e della catastrofe resta in sempiterno complice. E
l'ipocrisia costi' dispiegata non ha piu' neppure quel tratto di buone
maniere e di segreto omaggio alla virtu' che La Rochefoucauld le attribuiva,
ma solamente aggiunge infamia a infamia.
*
E' per questo che non abbiamo stima alcuna di quei sedicenti pacifisti
"senza se e senza ma" (e gia' solo l'uso di una simile formula smaschera
quanto di dittatoriale e alienato - e quindi intimamente fascista - in tal
posizione s'incisti) che senza batter ciglio salmodiano la pace come
assoluto e inneggiano ad un tempo ai caudillos, agli eserciti e alle
guerriglie per cui nutron simpatie.
Ne' di quei democratici di sinistra (senza maiuscole, non parliamo di un
partito ma dell'intera rappresentanza delle sinistre non totalitarie nelle
istituzioni) che un giorno sventolano l'arcobaleno e il giorno prima o
quello dopo veston la giubba e ordinano ai bombardieri di decollare, a
seconda che si trovino all'opposizione o al governo.
Ne' della sinistra totalitaria e violentista che pretende di essere insieme
addirittura nonviolenta e costitutivamente fin penosamente militarista e
autoritaria, contro la guerra e a favore dei picchiatori, antifascista e
insieme squadrista, che mentre avida s'inerpica agli assessorati e ai
ministeri ad ogni compromesso rotta allucinatamente proclama che "siamo
tutti sovversivi" e non s'avvede ne' della contradizion che nol consente ne'
del disonestissimo delirio, ne' della turpe miseria di tutto cio', e che se
ne infischia della coerenza tra mezzi e fini, della differenza tra verita' e
menzogna, della distinzione tra il bene e il male.
Ne' di quei pezzi della cosiddetta societa' civile che campano del
saccheggio del pubblico erario e dei subappalti che il ceto politico e
burocratico e i poteri finanziari loro elargiscono per far qualche alata
concione, installar l'intendenza dopo la strage, e dare una mano di calce
sui muri irrorati dal sangue dei fucilati.
*
Se mai pote' esistere in passato, ormai non esiste piu' alcun movimento per
la pace senza la scelta della nonviolenza.
Ormai non esiste piu' alcuna politica di pace senza la scelta della
nonviolenza.
Non esiste piu' alcuna politica degna di questo nome, senza il ripudio della
guerra, dell'uccidere, della violenza e della sua cultura e delle strutture
sue; non si da' piu' politica tout court, che non sia lotta contro la
violenza che distrugge il mondo: vale a dire, ancora una volta, che ogni
impegno civile, ogni virtu' repubblicana, ogni decidersi e agire in pro
della verita' e della giustizia, per il pubblico bene, sono oggi condannati
a restare inani e sopraffatti, se non si fa la scelta della nonviolenza.
Poiche' solo la nonviolenza e' la scelta, la scelta di lotta e di
responsabilita', adeguata ai compiti dell'ora. Solo la nonviolenza nel modo
piu' nitido e piu' intransigente si oppone all'uccidere, salva le vite,
istituisce convivenza, civilta', dignita'.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1170 del 9 gennaio 2006

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