La nonviolenza e' in cammino. 1159



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1159 del 29 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Massimo De Santi: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Un punto di riferimento
3. Tiziano Tissino: La forza della legge contro la legge della forza
4. Augusto Cavadi intervista Maria Bonafede
5. Lidia Menapace: Il coraggio
6. Una intervista di Gianpiero Landi a Luce Fabbri del 1981 (parte terza e
conclusiva)
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. STRUMENTI DI LAVORO. MASSIMO DE SANTI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Massimo De Santi (per contatti: maxcosmico at alice.it) per questo
intervento che estraiamo da una piu' ampia lettera personale.
Massimo De Santi e' presidente del Comitato internazionale di educazione per
la pace (Ciep) ed e' impegnato in varie altre esperienze associative,
istituzionali e di ricerca.
Giovanna Pagani e' presidente onoraria della sezione italiana della Lega
internazionale delle donne per la pace e la liberta' (Wilpf-Italia).
Dal sito dell'Universita' di Pisa riprendiamo la seguente scheda: "Massimo
De Santi e Giovanna Pagani sono due pacifisti che sono approdati alla
scienza del cervello da due prospettive differenti: una piu' scientifica,
quella di un fisico nucleare studioso di neuroscienze e di psicofisica della
comunicazione; e una piu' antropo-filosofica, quella di un'insegnante che ha
approfondito particolarmente aspetti psicoanalitici, psicosomatici e
psicolinguistici della materia. Gli autori si definiscono cittadini del
mondo e hanno scelto di vivere e fondare la sede del Ciep in Costa Rica,
poiche' questo e' il paese che ha abolito costituzionalmente l'esercito fin
dal 1948. Massimo e Giovanna, inoltre, sono sostenitori della necessita' di
una rivoluzione pedagogica, come unica via per riuscire a cambiare gli
attuali paradigmi, basati sulla logica del dominio tra gli esseri umani e lo
sfruttamento selvaggio delle risorse naturali della Madre Terra". Tra le
opere di Massimo De Santi e Giovanna Pagani: Il bambino e la pace, Edizioni
cultura della pace, San Domenico di Fiesole (Firenze) 1992; Intelligenza
emozionale e coscienza. Una didattica del cervello, Ibis, Como-Pavia
(disponibile anche in spagnolo: Inteligencia emocional y conciencia. Una
didactica del cerebro, San Jose', Costa Rica, 1998)]

Verificata la sintonia sul tema della nonviolenza a cui lavoro dal 1986, ho
deciso di abbonarmi ad "Azione nonviolenta".
Sono Presidente del "Ciep - Comitato Internazionale di Educazione per la
Pace", fondato in Costa Rica nel 1986, l'unico paese al mondo che ha abolito
effettivamente l'esercito nella sua Costituzione.
Il Comitato fu fondato con Jose' Figueres Ferrer, colui che aboli'
l'esercito nel 1948, divenuto poi presidente del Costa Rica per ben tre
volte.
Il nostro lavoro e' principalmente con i bambini, perche' convinti che se
non si scrivono sin dall'infanzia nei neuroni dei vari cervelli i principi
fondamentali della nonviolenza e' molto difficile promuovere una visione
nonviolenta del vivere e dell'agire quotidiano.
A questo fine, con mia moglie Giovanna Pagani ho scritto nel 1988 il primo
libro "Il bambino e la pace", dedicato allo scomparso e caro amico padre
Ernesto Balducci.
Successivamente, sempre con mia moglie ho scritto "Intelligenza emozionale e
coscienza. Una didattica del cervello", al fine di promuovere una cultura
della nonviolenza e della pace fondata sulle neuroscienze, a partire dal
modo di gestire l'aggressivita' biologica in modo culturalmente nonviolento.
Sono contento di abbonarmi ad "Azione nonviolenta", e come mia dichiarazione
di adesione aggiungo una poesia: "Inutile violenza".

Illusione immanente
nella nostra vita.
Scorciatoia nefasta
che uccide il dialogo.
Seminatrice infinita di odio.
Violenza distruttrice
che vuoi divorare la speranza
nel circolo perverso della guerra infinita.
Tu, violenza, sai bene
che finirai per autodistruggere te stessa
se non ti darai pace
e lascerai il passo
all'unica soluzione possibile
per l'evoluzione della specie umana:
la nonviolenza.

2. STRUMENTI DI LAVORO. UN PUNTO DI RIFERIMENTO
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

3. RIFLESSIONE. TIZIANO TISSINO: LA FORZA DELLA LEGGE CONTRO LA LEGGE DELLA
FORZA
[Ringraziamo Tiziano Tissino (per contatti: t.tissino at itaca.coopsoc.it) per
averci messo a disposizione questo suo articolo apparso sul quotidiano
"Liberazione" del 23 dicembre 2005. Tiziano Tissino e' impegnato nei Beati i
costruttori di pace, nella Rete di Lilliput, ed in numerose altre esperienze
ed iniziative nonviolente]

In questi ultimi anni la guerra e' ritornata prepotentemente alla ribalta
come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Legalita' e
diritto, sia interni che internazionali, sono stati ridotti a strame. I
risultati sono sotto i nostri occhi: la violenza ed il terrorismo, anziche'
placarsi, sono aumentati, mentre l'odio e la paura si diffondono sempre
piu'.
Questo scenario va di pari passo con il deterioramento della situazione nel
campo degli armamenti atomici. Le superpotenze nucleari (Usa in primis)
continuano a boicottare il Trattato di non proliferazione (in sigla: Tnp),
che impone loro non solo l'obbligo di non produrre nuove armi atomiche ma di
puntare, tramite trattative in buona fede, al completo smantellamento delle
esistenti. Non solo tali trattative sono ferme da anni, ma sono allo studio,
se non addirittura gia' in produzione, nuove armi nucleari, piu' piccole e
maneggiabili, fatte apposta per poter essere utilizzate concretamente sul
campo di battaglia. E mentre hanno gia' stanziato svariati miliardi di
dollari per il nucleare militare, gli Usa ed i loro alleati si permettono di
considerare stati-canaglia quei paesi che, nel loro piccolo, cercano di fare
altrettanto...
Le atomiche non servono a garantire la "deterrenza", al contrario, la loro
presenza e la minaccia di utilizzarle sono una delle principali cause di
pericolo e di instabilita' per l'intero pianeta. Ma dirlo non basta piu':
bisogna agire. Se non vogliamo che il destino dei popoli e delle persone
resti in balia della legge della forza, dobbiamo dare forza alla legge.
Dobbiamo chiedere che la legge venga fatta rispettare a tutti, anche ai
potenti, soprattutto ai potenti. Il diritto e la legalita' non possono
essere invocati solo per reprimere con i manganelli, mentre chi ci governa,
e chi pretende di governare il mondo, si ritiene al di sopra e al di fuori
di ogni controllo.
*
E' per questo che abbiamo deciso di citare in giudizio il governo
statunitense, chiedendo loro di riportarsi a casa le bombe atomiche presenti
ad Aviano e Ghedi. Quelle atomiche sono la' in violazione del Trattato di
non proliferazione nucleare, sottoscritto dall'Italia e ratificato dal
nostro Parlamento, con cui ci siamo impegnati a non ospitare sul nostro
territorio armi nucleari. Quel trattato e' vincolante, mentre non lo sono i
trattati segreti firmati all'insaputa del parlamento, mai ratificati e mai
depositati all'Onu.
Agire per vie legali non e' un'abdicazione dalla politica. Anzi, scegliere
di contrastare la violenza con la legalita' e' una scelta eminentemente
politica. E', dev'essere, la scelta della politica, perche' al di fuori di
questa scelta non c'e' piu' politica ma solo guerra.
La scelta dell'azione legale e' anche la scelta di dare forza ai singoli
cittadini e alle organizzazioni di base: materialmente, la citazione e'
stata presentata da un piccolo numero di persone, ma la nostra speranza ed
il nostro obiettivo e' di coinvolgere in questa causa quanta piu' gente
possibile, chiedendo a tutti di aderire a questa azione, contribuendo alle
spese legali, diffondendola in tutti gli ambiti e le realta'. La nostra
intenzione e' di costruire una vera e propria campagna di pressione
popolare, in modo che la magistratura competente si senta osservata e
sostenuta dall'opinione pubblica e possa cosi' con coraggio sancire quello
che peraltro dal punto di vista strettamente legale e' fin banale da dire:
le atomiche sono illegali.

4. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI INTERVISTA MARIA BONAFEDE
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti:acavadi at lycos.com) per averci
messo a disposizione questa intervista.
Augusto Cavadi, prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e'
impegnato nel movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a
Palermo, collabora a varie qualificate riviste che si occupano di
problematiche educative e che partecipano dell'impegno contro la mafia.
Opere di Augusto Cavadi: Per meditare. Itinerari alla ricerca della
consapevolezza, Gribaudi, Torino 1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a
questioni inevitabili, Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo,
Augustinus, Palermo 1990; Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad.
portoghese 1999; Ciascuno nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera,
Augustinus, Palermo 1991; Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad.
portoghese 1999; Le nuove frontiere dell'impegno sociale, politico,
ecclesiale, Paoline, Milano 1992; Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa
puo' fare ciascuno di noi qui e subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova
edizione aggiornata e ampliata Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la
lupara. Materiali su chiese e mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A
scuola di antimafia. Materiali di studio, criteri educativi, esperienze
didattiche, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Essere profeti oggi. La dimensione profetica dell'esperienza
cristiana, Dehoniane, Bologna 1997; trad. spagnola 1999; Jacques Maritain
fra moderno e post-moderno, Edisco, Torino 1998; Volontari a Palermo.
Indicazioni per chi fa o vuol fare l'operatore sociale, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce
"Pedagogia" nel cd- rom di AA. VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie,
Cliomedia Officina, Torino 1998, ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici.
Naufragio della politica e indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000;
Le ideologie del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato
in crisi? Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente
bella, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla
mafia, DG Editore, Trapani 2005. Vari suoi contributi sono apparsi sulle
migliori riviste antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa).
Maria Bonafede e' stata eletta da qualche mese moderatora della Tavola
valdese (e' la prima volta di una donna al vertice della Tavola valdese in
800 anni di storia); ha 51 anni, e' sposata e ha un figlio; ha due lauree,
in filosofia alla Statale di Milano e in teologia presso la Facolta' valdese
di Roma; ha svolto il ministero pastorale a Milano, Novara, Brescia e Roma;
dal 2000 e' stata vicemoderatora della Tavola]

Nel linguaggio comune "cristiano" e "cattolico" si adoperano sovente come
sinonimi. Da mille anni, pero', non e' cosi'. Sino all'undicesimo secolo,
infatti, esisteva (a prescindere da esigui filoni ereticali) una sola chiesa
cristiana: poi, da quando le chiese orientali greche e slave si sono
staccate dal papa di Roma costituendo la confederazione "ortodossa", si sono
moltiplicate nel mondo decine di comunita' cristiane, diverse dalla chiesa
cattolica (e non di rado da essa duramente avversate).
Per esempio le chiese valdesi e le metodiste che appartengono alla variegata
famiglia del protestantesimo e che, dal 1979, sono federate in un unico
patto d'integrazione.
Come e' stato riportato dalla stampa (forse per gli aspetti di costume piu'
che per interesse intrinseco verso l'evento), ad agosto il Sinodo, che si
riunisce in rappresentanza dei 35.000 fedeli sparsi per il Paese, ha eletto
come Moderatrice della Tavola - dunque come massimo esponente - la
cinquantunenne Maria Bonafede.
*
Di passaggio per poche ore a Palermo, l'abbiamo incontrata per una
conversazione amichevole a tutto campo. A cominciare - ovviamente - dal
motivo della visita in Sicilia:  "In quanto moderatora, faccio parte del
comitato che sovrintende il Centro diaconale della Noce. Non potevo dunque
mancare ad una delle poche riunioni annuali in cui si fa il punto su una
delle sedi piu' attive e piu' prestigiose che noi valdo-metodisti gestiamo
nel Mezzogiorno". Come e' noto, il Centro di via Evangelista Di Blasi e'
scuola elementare parificata (scelta anche da famiglie areligiose in quanto
ritenuta piu' laica di tante altre statali: i programmi non prevedono
l'insegnamento di nessuna religione), centro di accoglienza per immigrati
extracomunitari, foresteria per turisti e operatori sociali provenienti un
po' da tutto il mondo.
Questo viaggio di lavoro e' pero' anche un ritorno alle radici: "Mio padre
era palermitano e anche mio nonno materno era siciliano. Sono nata a Milano,
vivo con mio marito e mio figlio a Roma, ma quando leggo Sciascia o Bufalino
mi sembra di riconoscere qualche venatura del mio carattere. La fede
cristiana, infatti, mi spinge ad affrontare costruttivamente le sfide della
storia, ma avverto anche - in sottofondo - una sorta di saggezza arcaica,
mediterranea, che mi pressa in senso opposto: a non pretendere troppo e a
saper accettare anche i dati immodificabili che ci condizionano".
Maria Bonafede riconosce di essere soltanto all'inizio nella conoscenza
della realta' meridionale che, alla luce del nuovo incarico pastorale,
diventa indifferibile: "Tanto piu' - commenta aspirando l'ennesima
sigaretta, con la tazzina di caffe' in mano - che le nostre comunita' nel
Sud conservano qualcosa di pionieristico, di anticonformistico, che forse in
altre zone si va perdendo. Nelle Valli valdesi in Piemonte, ad esempio, si
nasce - per cosi' dire - protestanti: tutti lo sono e, in un certo senso,
non lo e' nessuno. Qui vedo che e' ancora un'opzione controcorrente, di
minoranza: dunque una scelta piu' faticosa, ma anche piu' consapevole e piu'
combattiva. Non e' un caso che registriamo una notevole fioritura di
vocazioni a farsi pastore - e pastora - proprio nel Meridione".
*
Perche' oggi ci si dovrebbe convertire al vangelo? Molte persone - colte,
psicologicamente equilibrate - pensano che sia un messaggio confortante: ma,
appunto, anche troppo. Perche' non dovrebbero accettare, con realismo, un
orizzonte meno consolatorio?  "E' quello che mi chiede con insistenza sempre
piu' critica mio figlio, studente liceale diciassettenne. Il papa attuale
pensa di poter far leva su dimostrazioni filosofiche e argomenti razionali
convincenti. Noi protestanti riteniamo, invece, di non avere motivazioni
stringenti. Viviamo, come tutte le altre creature, l'esperienza della
sofferenza, del male, del nonsenso: solo che riteniamo di poter accogliere,
in questo marasma caotico, una Parola di salvezza che apre alla speranza.
Nulla di schiacciante per evidenza, pero': solo una promessa debole, una
parola crocifissa".
Proprio il giorno prima Maria Bonafede ha partecipato - in rappresentanza
delle sue chiese - ad un importante incontro interconfessionale in
Campidoglio con altri cristiani, ebrei e musulmani. "Le difficolta' non
mancano in nessuno di questi fronti. Meno, forse, in questa fase, con gli
ebrei. Con i cattolici va recuperato il clima, molto piu' favorevole, del
post-concilio ecumenico celebrato a Roma negli anni Sessanta. Anche con gli
islamici la strada che resta e' ancora lunga: si ha l'impressione che troppo
spesso alla nostra mano tesa si risponda, dall'altra parte, con una
consapevolezza eccessiva dei propri pregi e dei propri meriti".
Anche a rischio di cadere nel banale, non posso sottrarmi alla curiosita' di
sapere cosa pensi del femminismo: "Sappiamo che il movimento delle donne ha
attraversato varie fasi: la contrapposizione al maschio in nome
dell'uguaglianza, la segregazione fra donne, la piu' recente e ambigua
stagione della differenza. Dico ambigua perche', con la scusa che siamo
differenti, rischiamo di cristallizzare lo status quo: di accettare come
ricchezza una disuguaglianza che, in effetti, penalizza noi donne. Abbiamo
cosi' assistito alla rinascita di tante espressioni della femminilita'
tradizionale che sembravano essere state spazzate via alla fine del XX
secolo. Oggi, pero', mi pare che un nuovo spirito critico si stia
risvegliando nelle giovanissime. Non so se si tratta di una constatazione
oggettiva o di un'illusione ottica. In ogni caso, il femminismo non e'
passato invano. Ancora all'inizio degli anni Sessanta, le nostre chiese
discutevano se ammettere o meno le donne al ministero pastorale. La stessa
recente elezione di una donna a presiedere la Tavola - e' la prima volta che
accade nella storia - sarebbe stata impensabile senza il movimento
femminista".
La informo sul dibattito - che ha animato, circa due anni fa, le pagine
palermitane di "Repubblica" - sulla insignificanza di molte prediche
domenicali: "Devo subito precisare che, dall'esterno, mi e' sembrato di
notare in questi ultimi venti anni un notevole miglioramento qualitativo
medio delle omelie nelle celebrazioni liturgiche cattoliche. Nella
tradizione protestante, la preparazione della predica ha avuto da sempre un
ruolo rilevantissimo: i maestri piu' anziani ci hanno sempre raccomandato di
iniziare a studiare il brano da commentare sin dalla mattina del lunedi',
ruminandolo per l'intera settimana. Ai colleghi cattolici raccomanderei
dunque quello che raccomando a me stessa: di studiare seriamente la Bibbia.
Non ci sono scorciatoie misticheggianti: bisogna informarsi, aggiornarsi,
approfondire senza la presunzione di sapere tutto il necessario. Altrettanto
importante, pero', e' lasciarsi sorprendere e colpire da quella pagina che
si deve spiegare: se un versetto biblico non ha detto nulla  a te pastore,
tu non sarai capace di comunicare nulla ai fedeli in ascolto. La gente
percepisce subito la differenza fra chi ripete a pappagallo una lezione
appena appresa e chi proclama a voce alta cio' che lo ha toccato nel
profondo del cuore".
Una teologa cosi' impegnata anche dal punto di vista del governo pastorale
trova il tempo di pregare? "In alcune fasi della mia vita mi e' stato piu'
facile trovare del tempo da dedicare esplicitamente al dialogo con Dio. Ma
in altre fasi vivo la preghiera non tanto come uno spazio speciale, quanto
come una dimensione che accompagna - quasi  musica di sottofondo -  i vari
momenti della giornata. Quando per esempio devo celebrare un funerale
difficile - intendo in seguito alla morte di una bambino o di una madre che
lascia un figlio handicappato - avverto dentro di me un groviglio di
sentimenti: compassione, rabbia, impotenza. Ecco, evitare di rimuovere
questo vortice, non provare pudore nel manifestarlo all'Eterno, chiedergli
di non farci cadere nella disperazione, appigliarmi alla tenue promessa di
una liberazione finale: in cio' consiste, molto spesso, il mio pregare".

5. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: IL CORAGGIO
[Da "Azione nonviolenta" di ottobre 2005 (disponibile anche nel sito:
www.nonviolenti.org) riprendiamo il seguente intervento di Lidia Menapace,
inserito nella serie delle "dieci caratteristiche della personalita'
nonviolenta" che ha fatto da leit-motiv della rivista lungo tutto il 2005.
Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara
nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle
donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

A lungo nell'anatomia animistica che gli antichi ci hanno tramandato ci si
e' chiesto dove avessero sede varie facolta', competenze, sentimenti. A
cominciare dalla vita, simboleggiata nel fiato, vento, anemos, animus,
respiro, spiritus. Per i greci il fegato era la sede dell'ardimento (del
resto ancora diciamo: che fegato!), lo era anche per i romani, che tuttavia
legavano il coraggio piuttosto all'essere maschio: virtus e' la stessa cosa
che virilita', una qualita' tipica dell'uomo, percio' quel tipo di coraggio
che serve nella guerra, virtus significa valore militare e nel cristianesimo
e' il risultato della guerra simbolica contro il male, lotta che fa
diventare "virtuosi".
Meravigliava nei primi secoli l'ardimento e il sacrificio anche delle donne
che testimoniavano la loro fede durante le persecuzioni come martiri e
spesso nei martirologi si legge che andavano oltre la debolezza tipica del
loro genere e raggiungevano il massimo ardire, valore ecc. "Vir facta sum"
dice di se' una martire.
Il termine coraggio e' piu' recente, e' di origine cavalleresca francese
medioevale. Coraggio e' dunque avere cuore. Nel cuore sono quelle stesse
qualita' che i greci collocavano nel fegato e i romani nell'uomo, temperate
tuttavia dal fatto che la cultura trobadorica aveva espressioni meno
corrusche e violente, era piu' ricca di sentimenti dolci: di conseguenza con
"coraggio" da allora non si indica solo una qualita' adatta allo scontro
militare. Poiche' tuttavia resta sempre molto presente la scena, il set del
duello, si comincia a indicare col termine "coraggio civile" un'altra forma
di ardire, che non e' - per l'appunto - militare.
Ecco dunque sciorinata un po' di storia, che ci aiuta a capire quali
caratteristiche evoca nel profondo di noi la parola coraggio: sempre una
qualita' un po' rude, brusca, forte, pesante, un sentimento duro, una
esperienza limite.
*
Sicche' l'immaginario popolare lega il coraggio agli strumenti della
violenza, all'addestramento allo scontro, alla capacita' di lotta, alla
forza nell'affrontare situazioni cariche di rischio, e nega tali qualita' a
chi fa professione di nonviolenza. Un che di femmineo, nel senso deteriore
del termine, resta legato a tale scelta, come se chi si dichiara nonviolento
non avesse coraggio. Dunque e' molto importante riflettere se il coraggio,
l'avere cuore e non lasciarlo cadere nelle situazioni difficili sia
incompatibile con la nonviolenza.
Ma prima di affrontare il tema nonviolenza-coraggio civile vorrei accennare
a un argomento che mi inquieta da un po': capitano guerre, terrorismo,
eventi calamitosi, delitti efferati, le persone temono per la loro sicurezza
e chi ha il potere continua a prendere decisioni per "dare sicurezza":
espulsioni, invii di armati, deterrenti sociali vari: siamo circondati di
rassicurazioni e la nostra paura cresce, e' un sentimento diffuso incerto
angoscioso. Delitti tremendi (madri che uccidono figli, spesso dichiarando
di sentirsi incapaci di gestirli), innamorati assassini, uxoricidi, pirati
della strada, incendi di case abitate da poveri immigrati, naufragi,
disastri aerei, luoghi di detenzione per persone che non hanno commesso
reati (siano prigionieri di guerra, siano clandestini della migrazione), uso
della tortura. E su tutto continua a risuonare la voce ardimentosa dei
"capi" che vantano la loro durezza, che non prendono in considerazione la
resa, continuano nelle violenze. "Vinceremo!", grido insensato che risuona
beffardo e ridicolo alla memoria di molti tra noi.
E' coraggio? a me sembra piuttosto ybris, la parola greca con la quale gli
antichi indicavano una forma di coraggio che sfida la ragione, ama il
rischio, vuole la supremazia. Molti miti ce ne parlano: Adamo ed Eva sfidano
la conoscenza e vengono cacciati dall'Eden, Prometeo vuole il possesso del
fuoco e Giove lo condanna ad avere il fegato perennemente mangiato
dall'aquila incatenato su una rupe, Giobbe subisce una immotivata
persecuzione divina. Il mito e' pieno di personaggi che non accettano limiti
o non accettano ingiustizie e persino quando - come Giobbe - non replicano
vendicandosi, il loro coraggio e' tale che come capita anche nel teatro
tragico greco la tenace resistenza, la pazienza proverbiale del personaggio
che soccombe, e' piu' forte della prepotenza di chi vince. Con ybris i greci
indicavano un sentimento di superiorita' attribuito a chi lancia tali sfide:
la radice della parola si ritrova in ueber, over, sopra, iper: insomma in
tutte le lingue indogermaniche il prefisso che regge la parola ybris indica
superiorita', sopraffazione, sovranita'. E suscita la vendetta del potere
supremo.
Si tratta di una primitiva idea di giustizia come vendetta e ripristino
dell'equilibrio etico attraverso la pena. Ma comunque indica un coraggio che
non accetta limiti e provoca una risposta tremenda. Quando Bush ha detto:
"Il nostro standard di vita non tollera riduzioni", ha pronunciato una frase
carica di ybris e la sprezzante e tremenda risposta di Katrina davvero
sembra presa dal mito greco o dal racconto evangelico delle vergini stolte.
Si capisce da qui che non e' coraggio quello che non include coscienza del
limite, misura della risarcibilita', ripristino dell'equilibrio violato.
*
A me pare che oggi sia di ragione avere coraggio calcolato, non considerare
umano lo sprezzo del pericolo, il disprezzo della vita, il calpestamento
della natura, il misconoscimento dei diritti. Tutte funeste espressioni di
temerita' ybris demenza irrazionalita', cui non riconosco titolo di
coraggio, che invece sta nell'affrontare insieme i rischi inevitabili e nel
ridurli, nell'intervenire con mezzi non distruttivi, nel rispettare i
diritti di tutti e tutte, anche quando essi non vengono riconosciuti. Il
coraggio civile che accompagna la nostra vita quotidiana affronta spesso
rischi difficolta' malattie morte miseria dolore solitudine: li' essere
senza coraggio non si puo': bisogna pur sovvenire chi ha bisogno, sostenere
chi e' sconfortato, aiutare chi e' in difficolta', impegnarsi per il
rispetto dei diritti, amare piu' la giustizia che la beneficenza.
Resta una qualita' un po' severa, forse: ma ci si puo' anche sempre ridere
sopra, farci pratica di understatement, ridurne gli aspetti truci,
raccontare quanta paura si e' dovuta vincere per avere coraggio. Il coraggio
non e' infatti assenza di paura, ma capacita' di governarla.
Racconto sempre di una notte dell'inverno 1944, quando portavo un messaggio
a formazioni partigiane sulle rive del Lago Maggiore e imboccando, senza
documenti durante il coprifuoco, una salita in una gelida stagione innevata
(tutto il contorno dell'horror c'e') mi bloccai, perche' da una svolta vidi
spuntare la canna di un fucile - immobile - e a mia volta restai ferma, poi
mi rimisi in moto facendo con gli scarponi il massimo rumore possibile per
far venir fuori chi imbracciava l'arma e rifilargli la "scusa" che faceva
parte della mia copertura, se era un repubblichino o un nazi, o riferire il
messaggio, se era il mio contatto. Ma niente succedeva e ancora mi vengono i
brividi dalla paura e mi ricordo passi sempre piu' lenti e timorosi finche'
la vicinanza mi rivelo' che la famosa canna di fucile era la stanga di un
carretto che sporgeva dalla svolta e la risata liberatoria fu il segno che
avevo finalmente coraggio.

6. MEMORIA. UNA INTERVISTA DI GIANPIERO LANDI A LUCE FABBRI DEL 1981 (PARTE
TERZA E CONCLUSIVA)
[Dal sito www.socialismolibertario.it riprendiamo la seguente intervista a
Luce Fabbri a cura di Giampiero Landi apparsa su "A rivista anarchica" nel
n. 95 dell'ottobre 1981 (sito: www.arivista.org).
Gianpiero Landi (per contatti: gplandi at racine.ra.it) e' un prestigioso
studioso e valoroso militante libertario. Tra le opere di Giampiero Landi:
(a cura di), Andrea Caffi, un socialista libertario, Edizioni Biblioteca
Franco Serantini, Pisa 1996.
Luce Fabbri, pensatrice e militante anarchica, educatrice profonda e
generosa, un punto di riferimento per tutti gli amici della dignita' umana e
della nonviolenza. Nata il 25 luglio 1908, figlia di Luigi Fabbri (il grande
militante e teorico libertario collaboratore di Errico Malatesta), dal 1929
in esilio dapprima a Parigi, poi a Bruxelles e via Anversa in America
Latina, a Montevideo in Uruguay, ove da allora risiedera' (ma ancora sovente
molto viaggiando); la morte la coglie il 19 agosto 2000, operosa fino alla
fine, sempre attiva, generosa, mite, accogliente; sempre lucida, sempre
limpida, per sempre Luce. Opere di Luce Fabbri: per un primo avvio
segnaliamo l'ampia e preziosa intervista  a cura di Cristina Valenti: Luce
Fabbri, vivendo la mia vita, apparsa su "A. rivista anarchica" dell'estate
1998 (disponibile anche nella rete telematica alla pagina web:
http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/247/22.htm; ora anche nel sito:
www.arivista.org). Tra le sue opere in volume ed in opuscolo segnaliamo: a)
scritti politici: Camisas negras, Ediciones Nervio, Buenos Aires 1935; (con
lo pseudonimo Luz D. Alba), 19 de julio. Antologia de la revolucion
espanola, Coleccion Esfuerzo, Montevideo 1937; (con Diego Abad de
Santillan), Gli anarchici e la rivoluzione spagnola, Carlo Frigerio Editore,
Lugano 1938; La liberta' nelle crisi rivoluzionarie, Edizioni Studi Sociali,
Montevideo 1947; El totalitarismo entre las dos guerras, Ediciones Union
Socialista Libertaria, Buenos Aires 1948; L'anticomunismo, l'antimperialismo
e la pace, Edizioni di Studi Sociali, Montevideo 1949; La strada, Edizioni
Studi Sociali, Montevideo 1952; Sotto la minaccia totalitaria, Edizioni RL,
Napoli 1955; Problemi d'oggi, Edizioni RL, Napoli 1958; La libertad entre la
historia y la utopia, Ediciones Union Socialista Libertaria, Rosario 1962;
El anarquismo: mas alla' de la democracia, Editorial Reconstruir, Buenos
Aires 1983; Luigi Fabbri. Storia d'un uomo libero, BFS, Pisa 1996; Una
strada concreta verso l'utopia, Samizdat, Pescara 1998; La libertad entre la
historia y la utopia. Tres ensayos y otros textos del siglo XX, Barcelona
1998; b) volumi di poesia: I canti dell'attesa, M. O. Bertani, Montevideo
1932; Propinqua Libertas, Bfs, Pisa 2005; c) scritti di storia e di critica
letteraria: Influenza della letteratura italiana sulla cultura rioplatense
(1810-1853), Ediciones Nuestro Tiempo, Montevideo 1966; L'influenza della
letteratura italiana sulla cultura rioplatense (1853-1915), Editorial Lena &
Cia. S. A., Montevideo 1967; La poesia de Leopardi, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1971; Machiavelli escritor, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1972; La Divina Comedia de Dante Alighieri, Universidad
de la Republica, Montevideo 1994. Ad essi si aggiungono i saggi pubblicati
nella "Revista de la Facultad de Humanidad y Ciencias" di Montevideo, e gli
interventi e le interviste su molte pubblicazioni, e le notevoli
traduzioni - con impegnati testi propri di introduzione e commento - (tra
cui, in volume: di opere di Nettlau, di Malatesta, del padre Luigi Fabbri, e
l'edizione bilingue commentata del Principe di Machiavelli). Opere su Luce
Fabbri: un punto di partenza e' l'utilissimo dossier, Ricordando Luce
Fabbri, in "A. rivista anarchica", n. 266 dell'ottobre 2000, pp. 28-41
(disponibile anche nel sito: www.arivista.org)]

Verso la nonviolenza
- Gianpiero Landi: Nell'articolo di "Volonta'" di cui stiamo parlando, ci
sono accenni che fanno pensare che tu propenda per una strategia
nonviolenta. E' cosi'?
- Luce Fabbri: E' da molto tempo che io "desidero" arrivare a una concezione
nonviolenta e mi faccio continuamente obiezioni. Penso che la violenza sia
eminentemente autoritaria, che generi sempre autorita', che anche quando e'
in certo modo una reazione obbligata, o quando e' una violenza di
ribellione, degeneri facilissimamente in autorita'. Penso che la rivoluzione
meno violenta e' quella meno autoritaria. Quanto piu' si crea prima della
rivoluzione, tanto meno violenta sara' la rivoluzione, per il fatto che gia'
si sono create le condizioni del mondo nuovo anticipatamente; e quanto meno
violenta e' la rivoluzione, tanto meno autoritario sara' il suo sbocco, e
piu' facile una vittoria nel nostro senso. Tutto questo l'ho sempre pensato.
Ora gli ultimi sviluppi della realta' mondiale, anche della situazione
italiana, mi portano sempre piu' a pensare che il nostro terreno di lotta
non e' quello della violenza. Penso che non si puo' essere assoluti in
questo campo. Una posizione assoluta la possono prendere solo coloro che
credono in Dio, e lasciano a Dio la responsabilita' di quello che succede, o
si accontentano di stare in pace con la propria coscienza. Non credendo in
Dio, e sentendosi responsabili, in certo modo corresponsabili di quello che
succede, per azione o per omissione, riconosco che a volte si puo'
presentare la necessita' della violenza. Ci puo' essere una sorta di
fatalita', di obbligo, la scelta e' volta per volta.
Anche se non oso arrivare a un'affermazione assoluta di negazione della
violenza, ritengo pero' che moralmente essa e' negativa, da un punto di
vista libertario porta all'opposto di quello che vogliamo, e date poi le
condizioni della lotta attuale in cui le armi si fanno sempre piu'
sofisticate e terribili, l'entrare sul terreno della violenza significa
mettersi presto o tardi al servizio di blocchi di potenze, di forze oscure
che noi non conosciamo, quindi uscire completamente dal nostro campo. Penso
che la nostra strada e' piu' una strada di sacrificio che di affermazione di
forza. Non so se mi spiego. Tutti i movimenti e partiti che partendo da
obiettivi socialisti e di liberazione umana si sono posti sul terreno della
violenza, hanno fallito. Magari hanno avuto un successo apparente, come i
bolscevichi, ma una volta conquistato il potere hanno realizzato il
contrario di quanto dichiaravano. Nessuno che sia arrivato al potere,
soprattutto con la violenza, ha fatto qualcosa nel senso delle sue idee.
Sussiste il fatto bruto del potere: se si pensa che il trionfo sta nello
stare al governo, allora si', ma solo allora, si puo' parlare di vittoria.
La violenza e' forse talvolta una dolorosa necessita', ma quando si cede a
quella necessita' - e a volte non c'e' altra strada - si ritorna indietro.
La violenza in se stessa e' un ritorno indietro. Oggi poi un'azione violenta
richiede un'organizzazione autoritaria. Una preparazione rivoluzionaria di
carattere insurrezionale richiede una militarizzazione. Io penso che al
punto in cui sono arrivate le cose c'e' una necessita' quasi disperata di
mettere la lotta su un terreno nuovo, che non sia il terreno dei nostri
avversari, perche' se ci mettiamo su quel terreno, sono piu' forti loro, e
perche' la violenza crea un circolo vizioso da cui e' necessario uscire. Il
terrorismo ci mantiene prigionieri in questo circolo terribile ed e'
naturale che, salvo eccezioni isolate, i movimenti libertari dei vari paesi
gli siano rimasti estranei.
*
Quale ruolo per l'anarchismo
- Gianpiero Landi: Qual e', a tuo avviso, il terreno dell'anarchismo? Qual
e' il suo ruolo, la sua funzione nel mondo contemporaneo? Quale dev'essere
la sua strategia?
- Luce Fabbri: Io penso che il nostro terreno sia quello della creazione dei
germi di un mondo libero e della propaganda della tolleranza e della
molteplicita': bisogna cercare che si ammetta attorno a noi l'esistenza
della pluralita' e della convivenza delle posizioni. Bisogna stimolare
soprattutto la creazione di organi che possano essere domani i nuclei di una
societa' libera. Per quello abbiamo bisogno delle liberta' fondamentali, per
quello credo che bisogna difendere la democrazia dove ancora sussiste, con
tutte le sue debolezze, perche' ci offre la possibilita' di organizzarci, di
creare comunita', di coordinare sforzi, di studiare ed eventualmente
contribuire a rendere forti gli organismi spontanei, che possono essere
domani utilizzati per un'organizzazione libertaria. Credo che il nostro
compito sia di approfittare delle liberta' di cui ancora si gode in una
parte del mondo, per andare creando realizzazioni nostre. Bisogna attuare
l'autogestione nella maggior misura possibile gia' nella societa' presente,
perche' si possa realizzare domani un cambiamento di struttura che sia il
meno cruento, e quindi il meno autoritario possibile. Dobbiamo studiare e
utilizzare tutti quegli organismi, esistenti gia' oggi, che non siano
strumenti di sfruttamento e di dominazione, o che non lo siano
necessariamente, e possano essere magari modificati e indirizzati nel nostro
senso. Per esempio io ho fiducia nel movimento cooperativo, tanto di
produzione quanto di consumo. So che in molti paesi, anche in Italia, il
cooperativismo e' strettamente legato ai partiti, ed e' diventato quasi
esclusivamente un fenomeno di integrazione capitalistica. Ritengo che questa
degenerazione non sia affatto inevitabile, e che la nostra funzione sarebbe
quella di vigilare all'interno delle cooperative perche' esse non si
trasformino in senso capitalistico. Certo le cooperative sono obbligate
all'osservanza di certe forme del mondo capitalista perche' non vivono
isolate, pero' bisogna cercare che questi compromessi siano il piu' limitati
possibile. In questo senso credo che un'azione nostra nel loro seno sarebbe
positiva. Credo che anche il sindacalismo possa svolgere una funzione
positiva, benche' il sindacato abbia degenerato moltissimo, e si sia
convertito in un organo di potere. Pero', nella misura in cui noi possiamo
influire sui sindacati, penso che essi siano da annoverare tra gli organi di
una nostra societa' futura, purche' non pretendano di averne il monopolio.
In Spagna gli stessi sindacalisti anarchici riconobbero, tardi, che era
stato un errore concentrare tutto nei sindacati. Concludendo, ritengo che
oggi piu' che mai l'anarchismo abbia una ragione d'essere e una funzione. I
compiti che ha di fronte sono immensi.
L'anarchismo si pone l'obiettivo dell'abolizione dello Stato, che e' un
punto finale che conserva la sua validita' indipendentemente dal fatto se si
puo' raggiungere totalmente oppure no. Io ritengo che ogni posizione ideale
e' un'utopia, non si puo' realizzare come e' stata concepita, nelle
condizioni ideali in cui e' stata concepita. Una teoria e' sempre
relativizzata dalle circostanze concrete. Penso che l'anarchismo non sfugga
a questo: esso non puo' realizzarsi cosi' come noi lo concepiamo, nei
termini di un fine ideale, ma possiamo solo avvicinarci a tale fine il piu'
possibile. Nei limiti in cui tutto e' possibile, cioe' nei limiti di
un'approssimazione, di un avvicinamento, penso che l'anarchia sia
realizzabile. Ma l'importanza del nostro movimento non sta solo nella sua
capacita' realizzatrice; sta anche e forse soprattutto nel suo compito
attuale e permanente di testimone d'una esigenza invincibile dell'essere
umano, sta nella sua presenza attiva e inquietante, che agisce come un
pungolo nel senso d'una sempre maggiore liberta', identificata (e non in
contrasto) con una sempre maggiore giustizia.
*
Appendice: alcuni brevi estratti da scritti di Luce Fabbri
Gli equivoci del socialismo
La socializzazione (non la nazionalizzazione) dell'economia e' la via
attuale della liberazione dell'individuo dalla tirannia delle esigenze
economiche, spesso impersonale ma sempre opprimente. Questo significato
liberale del socialismo - solo presentito nel secolo scorso quando il
socialismo pareva la traduzione teorica naturale delle esigenze della classe
operaia in lotta contro l'impresa capitalista ed il correlativo sistema del
salariato - appare molto piu' chiaro in questo secolo, dopo l'esperienza dei
monopoli economici padroni dello Stato e, assai piu', dopo i diversi
esperimenti di capitalismo statale che trasformano lo Stato in grande
impresario monopolista e l'economia in uno strumento di governo.
La trasformazione che ha subita il mondo intorno a noi in questi ultimi
trent'anni ha rimosso in profondita' il contenuto della parola socialismo,
che sembrava cosi' semplice ai tempi eroici della Prima Internazionale. Ci
muoviamo in acque torbide, che ancora non sono passate per il necessario
processo di sedimentazione e di chiarificazione. Ma a questo processo tutti
noi dobbiamo collaborare. Si tratta - ancora una volta - d'un lavoro che e'
non solo d'azione, ma anche di vocabolario. Pero' le definizioni le da',
sempre piu' chiare ed esatte, la storia che stiamo vivendo; tra l'altro essa
s'e' incaricata di delimitare il significato della parola socialismo, di
mostrare per esempio, la gran distanza che separa la nazionalizzazione dalla
socializzazione.
La causa principale del malinteso fu - nel secolo scorso - il predominio
delle tendenze marxiste all'interno del movimento socialista, tendenze che
basavano il loro programma su un'interpretazione generale della storia, in
stretta relazione - come, d'altronde, il liberalismo capitalista - con i
caratteri di quello speciale periodo che, con un po' di buona volonta',
possiamo estendere a tutto il secolo XIX, ma che in nessun modo potrebbe
riconoscersi nella nostra societa' d'oggi. Facendo consistere l'obiettivo
del socialismo nella conquista del potere da parte della classe operaia e
interpretando quindi la socializzazione come una statizzazione
dell'economia, il socialismo marxista, tanto nel suo settore democratico e
legalitario quanto nel suo settore rivoluzionario (che metteva la legalita'
fra i suoi fini seppure non fra i suoi mezzi), tendeva a rinforzare lo
Stato, ereditando l'atteggiamento storico della democrazia giacobina ed
allontanandosi dalla democrazia liberale. Le sue ultime derivazioni erano
destinate ad essere totalitarie, come tendono al totalitarismo le ultime
deviazioni del mondo capitalista, che s'inserisce nello Stato per altra via
ma con lo stesso risultato.
Il non aver separato abbastanza nettamente il concetto generale di
socialismo dalla teoria marxista, che e' solo una delle sue formulazioni,
da' un carattere confuso e provvisorio a tutte le intuizioni di socialismo
liberale che si sono manifestate in questi ultimi trent'anni, quasi tutte
come risultato dell'inversione di valori che s'e' prodotto sulla linea di
sviluppo della rivoluzione russa.
(Luce Fabbri, Sotto la minaccia totalitaria, Edizioni RL, Napoli 1955, pp.
27-29)
*
Il luogo dell'anarchismo
Nel punto a cui siamo giunti con l'analisi possiamo ora veder chiaro cio'
che e', secondo me, il luogo attuale dell'anarchismo concepito come un ramo
del socialismo. Si suole definirlo come socialismo libertario, e non
liberale, perche' quest'ultima parola e' carica per lui di molta
inaccettabile storia: ma e' indubbiamente l'erede, dentro il campo
socialista, della lunga tradizione liberale.
Nel campo anarchico non e' molto comune l'uso, in senso positivo,
dell'aggettivo "liberale". L'influsso marxista su tutti i movimenti di
sinistra da un lato, e dall'altro la politica odiosamente conservatrice dei
partiti, che, per il fatto di averlo sulla loro bandiera, se ne considerano
proprietari, lo hanno trasformato in termine spregiativo. Malgrado cio', o
meglio appunto per cio', puo' essere interessante ricordare come gia' nel
1923 un anarchico italiano, Camillo Berneri, lo rivendicava per
l'anarchismo. Infatti in quell'anno egli inviava a Piero Gobetti una lettera
(pubblicata nel n. del 24 aprile 1923 di "Rivoluzione liberale" e
ripubblicata in "Volonta'" di Napoli del 30 settembre 1951) in cui affermava
la necessita' di intraprendere una serie di studi sulla storia del
liberalismo economico in seno al socialismo, che egli pensava avrebbero
condotto alla conclusione che, nella Prima Internazionale, gli anarchici
sono stati "i liberali del socialismo". Ed aggiungeva: "Storicamente, cioe'
nella loro funzione di critica e d'opposizione al comunismo autoritario e
centralizzatore, lo sono tuttora". L'unica cosa da osservare sarebbe che
questo liberalismo era per gli anarchici in realta' piu' una costante
politica che economica, giacche' non si puo' riservare a Bakunin ed ai
collettivisti, ma sarebbe da estendere anche a quelli che accettarono il
sistema economico di Marx senza accettarne la concezione autoritaria.
In ogni modo il carattere liberale, in senso ampio, dell'anarchismo risalta
assai piu' oggi, alla luce dell'esperienza totalitaria. Essa e', tra
l'altro, la dimostrazione del carattere politico che riveste la proprieta'
(o il controllo) dei mezzi di produzione e degli organismi di distribuzione:
porta quindi su terreno antistatale la lotta contro lo sfruttamento. Ora,
guardando il passato, vediamo che, facendo della liberta' il centro delle
loro aspirazioni, gli anarchici si sono trovati fin da principio sulle
posizioni che sono oggi diametralmente opposte a quelle totalitarie.
Infatti, nato con Godwin in Inghilterra e con Proudhon in Francia,
l'anarchismo ha visto fin dai primi tempi il carattere autoritario del
privilegio economico ed ha riconosciuto, nelle diverse possibilita' di
strutturazione ugualitaria dell'economia che offre il socialismo, un mezzo
di liberazione della persona umana, oppressa tanto dalle sue necessita'
materiali - insoddisfatte o soddisfatte a prezzo d'abdicazioni - quanto
dalle limitazioni alla sua liberta' politica. Mutualismo, collettivismo,
comunismo, cooperativismo, sindacalismo, furono tutte correnti vive in seno
al socialismo anarchico, che tende sempre piu' verso un certo eclettismo su
questo terreno, basandosi sul carattere misto e sperimentale che ha
naturalmente ogni societa' ampia e complessa a cui non si voglia imporre
dittatorialmente un sistema unico.
L'esperienza spagnola degli anni che vanno dal 1936 al 1939, con i suoi
successi ed i suoi insuccessi, messa a confronto con l'esperienza russa, e'
stata una preziosa lezione nel senso della rivalorizzazione - in seno ad
un'economia socializzata - della piu' ampia autonomia degli individui e
degli organismi locali cosiddetti di base. Su terreno socialista e contro le
tendenze totalitarie, l'anarchismo torna a presentare le esigenze che il
vecchio liberalismo presentava contro la democrazia giacobina da un lato e
contro l'assolutismo monarchico dall'altro. Essenzialmente, queste esigenze
consistono in un ritorno alla realta' concreta costituita dalla persona
individuale e dalla sua sfera d'azione, come sfera di rapporti con altre
persone, entro la collettivita' locale in cui convergono e si organizzano
tutte le attivita' d'un nucleo geografico determinato. E nello stesso tempo,
s'intende, una molteplicita' d'organismi funzionali non necessariamente
locali, anche vastissimi e senza limiti di frontiere, al servizio di comuni
interessi materiali (lavoro, consumo, sanita', etc.), culturali ed etici. In
molte di queste attivita' l'organizzazione puo' raggiungere la scala
mondiale senza cadere nell'autorita' e senza intaccare l'autonomia delle
persone altro che nella misura da queste liberamente e di volta in volta
consentita, ed ampliandone in cambio la potenza effettiva e il raggio
d'influenza, purche' si basi su vincoli federativi di coordinazione e non su
vincoli gerarchici di subordinazione.
Bisogna sottrarsi all'ossessione dell'inevitabilita' della riduzione
dell'uomo a robot scientificamente determinato e della societa' a una
immensa macchina di cui ognuno di noi sarebbe un minimo ingranaggio, sempre
piu' sprovvisto di volonta'.
Le radici della vita stanno in ogni essere umano. Al di la' degli squilibri
di transizione che accompagnano ogni mutamento importante, si puo' sempre
tendere alla dignita' e alla liberta' dell'essere umano, qualunque siano le
circostanze esterne, purche' ci sia in noi una volonta' sufficiente, una
"tensione" adeguata.
(Luce Fabbri, Sotto la minaccia totalitaria, Edizioni RL, Napoli 1955, pp.
45-48)
*
L'onnipotenza dello stato
E qui si comincia a vedere la convergenza fra la controrivoluzione russa
della falce e del martello e i regimi reazionari d'occidente. In occidente
la classe sfruttatrice non ha cambiati i suoi quadri, pero' sente anch'essa,
sotto i colpi della crisi interna che la travaglia, la necessita' di una
trasformazione. Dal capitalismo privato e dal dominio della concorrenza,
siamo passati ai trust, che lasciano poco posto all'iniziativa individuale e
mettono il potere (non il beneficio) economico in poche mani; ecco un primo
passo verso l'organizzazione burocratica del capitalismo. Il fascismo e' un
secondo passo, in quanto rappresenta uno sforzo disperato da parte del gran
capitale per impadronirsi direttamente della rete amministrativa e del
potere politico dello Stato per sfuggire alla sentenza di morte che contro
il capitalismo ha pronunciato la logica delle cose. Da questa presa di
possesso all'identificazione la strada puo' essere lunga, pero' la tendenza
a trasformare lo stato capitalista in un capitalismo statale, burocratico,
centralizzato, mi sembra evidente. La classe dirigente vuol sussistere e
conservare il privilegio, rassegnandosi magari a trasformare la forma e i
modi del privilegio. Il fascismo le da' il modo di conservare il controllo
della trasformazione.
Del resto la tendenza e' generale. I punti piu' audaci dei moderatissimi
programmi di fronte popolare tendono appunto ad aumentare la forza dello
stato in campo economico. E questa forza e' destinata ad essere messa al
servizio delle vecchie o (nel migliore dei casi) nuove caste dominanti. In
fondo, piu' o meno coscientemente, tutti i governi sono dalla stessa parte
della barricata; pero', com'e' naturale, assai piu' chiaramente quelli
totalitari, che non dipendono nemmeno in piccola proporzione dal gioco dei
partiti. Il fatto che alleanze o rivalita' militari li dividano non deve
trarci in inganno, piu' di quanto non c'ingannasse nel '14 la
contrapposizione fra la liberta' francese e il militarismo prussiano.
Queste sono le ragioni permanenti e profonde di quel complesso di cose che
in questo momento ci stringe il cuore d'angoscia.
(Lucia Ferrari [Luce Fabbri], Bisogna dirlo, "Studi Sociali", II serie, n.
6, 20 settembre 1937)
(Fine)

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1159 del 29 dicembre 2005

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