V-day, perché ci sono più spine che rose



V-day, perché ci sono più spine che rose

 

Sabato pomeriggio chi scrive stava percorrendo l'A22 e poi l'A1 da Bolzano verso Firenze. Il caso ha voluto che passassi da Modena pochi minuti dopo la conclusione dei funerali di Luciano Pavarotti. In quel tratto d'autostrada, per alcuni minuti sono stato sorpassato da stormi di auto blu, auto di scorta, con sirene al vento. Sembravano incrociarsi tra loro, sorpassandosi in maniera acrobatica come fossero delle frecce tricolori di terra.

 

di Gennaro Carotenuto

Andavo esattamente a 130 km all’ora e quelle auto blu volavano a 180 se non a 200 o più, in condizioni di evidente pericolosità. Credo che il codice della strada in questi casi preveda il sequestro dell'auto, il ritiro della patente e finanche l'arresto in caso d'incidente. In quelle auto dovevano esserci Fini, Prodi, Berlusconi, Parisi... la crema della crema della casta politica.

Contemporaneamente le piazze italiane erano piene per la manifestazione convocata da Beppe Grillo. Lo spettacolo indecoroso delle auto blu in autostrada avrebbe dovuto farmi precipitare ad aderire alla piazza grilliana che invece continua ad indurmi riflessioni tiepide.

Le piazze di Grillo, configurano per l’ennesima volta il tetto oltre il quale la democrazia non può andare, il limite fisico di rappresentatività della democrazia liberale oltre il quale la stessa democrazia liberale non permette ai cittadini di andare. E’ un concetto che nessuno espresse meglio del segretario di Stato statunitense, Henry Kissinger quando affermò che non avrebbe permesso (e non lo permise) che il Cile diventasse socialista solo per la volontà dei propri cittadini.

Mille Kissinger si riempiono quotidianamente la bocca di “volontà degli elettori”, a patto di indurla e limitarla a non toccare quegli interessi che sono al di sopra della democrazia stessa e quindi vulnerano la democrazia stessa limitandola. Per esempio, lo stesso Grillo ne fa una rivendicazione fondamentale, se in Italia (o in qualunque altro paese), si facesse un referendum sulla precarietà che sta distruggendo la vita oramai a più di una generazione, come credete che finirebbe? Se in democrazia, i cittadini decidessero di abolire ogni tipo di contratto precario con un referendum, per vedere l’effetto che fa, e se hanno davvero ragione o torto gli economisti neoliberali, sarebbe loro permesso?

Non è un caso che oramai in Italia chiunque osi criticare la precarietà, è successo anche a Grillo, venga zittito con la bicicletta insanguinata dai deliranti assassini di Marco Biagi. E’ un ricatto volgare e da respingere e chi veramente offende la memoria di Marco Biagi è chi se ne fa scudo per difendere la sottomissione del lavoro al capitale. Ma è un ricatto che è espressione di ciò che c’è veramente in ballo: la messa in discussione del predominio neoliberale dell’economia sulla politica che è il tratto fondamentale dei nostri tempi. L’economia (neoliberale) come religione, quasi una “religione politica” nella quale si fa carriera politica solo se si ci si fa garanti dell’adesione all’ortodossia neoliberale, ma dove il potere vero, al di là dei parafernali, dei benefit e dei privilegi di casta, resta nelle mani dell’economia. Qualcuno mi faceva notare che tutti i privilegi dei politici sono poca cosa rispetto ai privilegi dei quali godono i sacerdoti dell’alta finanza e i principi delle grandi imprese.

Grillo mette in discussione la politica in quanto garante dei grandi interessi economici? A parole sì, ma nella pratica vale la pena riflettere. La cosiddetta “società civile”, che resta la parte migliore della società, si è autoconvocata più volte negli ultimi anni, da “Mani Pulite”, al movimento cosiddetto “no global”, fino ai Girotondi. Quello di Grillo è l’ennesimo esempio, senz’altro il minore, il meno propositivo, ma forse il più disperato. In tutti questi movimenti la società civile si è mossa con pulizia, con competenza, con proposte concrete, solidali, necessarie, riscattando il vero senso della partecipazione politica, quello della democrazia che si fa partecipazione, democrazia partecipativa, per chiarire dove voglio andare a parare. Ma ognuno di questi movimenti, dopo un periodo di auge è stato sconfitto dagli apparati partitocratici, dai burocrati di partito, dalla casta. Se il centrosinistra ha fatto proprio lo scambio indecente calderoliano tra legge elettorale porcata e liste bloccate è perché quei leader e quella classe politica con la quale secondo Nanni Moretti non avremmo vinto mai, è ancora lì. Ed è ancora lì non perché vince o perde le elezioni, ma perché è garante, come Berlusconi, degli stessi portatori d’interesse, stakeholders, per parlar come chi dice d’economia e finge di parlare di democrazia.

C’è un solo paese al mondo dove si sia tenuto un referendum popolare sulle privatizzazioni. Questo paese è l’Uruguay. Nei primi anni ’90 l’allora governo di centro-destra dovette prendere atto che ben il 72% dei cittadini (di destra e di sinistra) si sentissero più sicuri se la luce, il gas, il telefono eccetera, fossero rimasti pubblici. Quale democraticissimo governo francese, olandese o britannico ha sentito mai il pudore di consultare i cittadini sulla stessa materia? Nessuno, perché il popolo bue avrebbe votato quasi certamente alla stessa maniera del popolo bue uruguayano. Credete che la maggioranza dei cittadini statunitensi, se potesse davvero esprimersi, confermerebbe il sistema di salute privatistico descritto da Michael Moore nel suo ultimo film, o preferirebbe un sistema pubblico, magari all’italiana? In Spagna nel 2003, l’allora capo del governo, José María Aznar decise di partecipare all’avventura irachena nonostante il 90% degli spagnoli, tra i quali la maggior parte dei suoi elettori, fosse totalmente contraria. Interessi superiori chiamavano e gli stessi strumenti della democrazia liberale davano ad Aznar il potere di prendere una decisione che, se non era antidemocratica, era come minimo ademocratica. D’altra parte è vero anche il contrario: la classe politica, prende continuamente decisioni puerili andando dietro al sondaggismo d’accatto e prendendo posizione solo in ragione di quel che crede pensare l’opinione pubblica. A patto che non siano cose veramente importanti.

CARTA STRACCIA In questo contesto Grillo fa alcune proposte, e firmano in 300.000. Ma entrando nel merito dei tre punti ai quali Grillo ha chiamato a firmare 300.000 cittadini, solo uno appare incontestabile, quello sul voto di preferenza. Quando Roberto Calderoli presentò la sua "porcata", la sinistra promise battaglia per poi acquietarsi, tutta, di fronte a quella proposta indecente: le liste bloccate. Dai DS a Rifondazione, dalla Margherita ai Verdi, per non parlare delle destre, tutti colsero l'opportunità e imbottirono le liste di burocrati di partito e di figure invise agli elettori. Oggi, quegli uomini senza qualità sono in Parlamento (il peggiore della storia della Repubblica) e non c'è nessuna proposta di riforma elettorale che prevede la reintroduzione delle preferenze.

Il punto sul "Parlamento pulito" poi si presta ad un inghippo ed è palesemente incostituzionale. Se è del tutto condivisibile l'idea dell'interdizione dai pubblici uffici (ma le leggi ci sono già) per i condannati, collegare alla sola condanna in primo e secondo grado (quando si è ancora innocenti) semplicemente rende quelle 300.000 firme carta straccia. Non si capisce se chi ha compilato il documento da firmare è solo un arruffone o se c'è un'intenzionalità nel raccogliere firme pesanti dal punto di vista politico ma fin d'ora inutili a fini pratici per giungere ad un referendum.

IL POLITICO PEDONE Ma il punto di gran lunga più importante, e che concerne la riformabilità e la stessa sostenibilità della democrazia liberale così come l’abbiamo conosciuta in età repubblicana, è il terzo, quello sulla non rieleggibilità dopo il secondo mandato, che chi scrive considera demagogico e pericoloso. Il potere politico ha bisogno di essere solido anche quando rappresenta in maniera legittima la partecipazione popolare. Le classi dirigenti, gli oligarchi, hanno il potere materialissimo dei soldi. Le gerarchie vaticane pesano sulle anime. I politici di passaggio, che peso avrebbero rispetto a tali poteri ben più tangibili dei loro?

Se i politici fossero solo dei pedoni, per onesti che fossero, non diverrebbero espressione della volontà dei cittadini ma i rappresentanti di poteri ben più forti e duraturi del loro. I politici di passaggio, che alla piazza disperata oggi sembrano buona cosa, sarebbero autorevoli o sarebbero solo degli "Yes-man" dei veri poteri forti, la Confindustria, il Vaticano, la grande finanza, le multinazionali di rapina, le rapaci, piccole, grette classi dirigenti locali (quasi sempre lì da decine di generazioni, qual che sia il regime politico di turno) che si ritroverebbero con più e non meno potere? C’è di più, il “politico delegato”, soprattutto in epoca di strapotere televisivo, non sarà il delegato del proprio condominio o del proprio quartiere o della propria fabbrica, ma tanto più sarà il delegato di chi lo ha preselezionato per telegenicità e per rispondenza agli interessi che lo rappresentano. Avremmo un parlamento di lobbisti, alternabili in maniera indolore per il sistema.

Allora non c’è nulla da fare contro la partitocrazia in quanto espressione dell’abdicazione della politica in favore dell’economia? Il tetto sulla testa della democrazia imposto dall’economia è il male minore? Qualche mese fa il presidente boliviano Evo Morales spiegò a chi scrive perché come primo atto del proprio governo dimezzò il suo stipendio, portandolo a 1.500 € al mese e altrettanto fece con ministri e parlamentari. Qualcuno lo considererà demagogico, ma il ragionamento di Evo è opposto a quello tipico delle democrazie liberali all’occidentale: solo chi accetta di entrare in politica rinunciando ad un’ascensione di carriera, lo farà per spirito di servizio. Forse è improponibile da noi, ma è necessario ragionare su un nuovo meccanismo di controllo che garantisca chi non ha interessi economici “superiori” e permetta se non di scegliere, almeno di controllare realmente , il potere legislativo e anche quello esecutivo. Dopo un paio di secoli di discreta e a volte buona efficienza, l’economia, nella forma del neoliberismo, appropriandosi della politica ha rotto il patto che garantiva l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri. Questo non è più sufficiente, ed è bene prendere atto, che il patto sociale fu rotto da Margareth Thatcher e Ronald Reagan oramai quasi trent’anni fa e oggi sono necessari strumenti partecipativi che ricreino o creino potere popolare e limitino la dittatura dell’economia.

Delle cose veramente importanti la democrazia rappresentativa oggi non si occupa, le dà per scontate, come se il modello economico lo avesse deciso il padreterno al tempo di Adamo ed Eva. Il “movimento di Grillo”, se così si può dire, nella sua vera foia di essere bipartisan (bipartisan di cosa?), di essere al di sopra e al di fuori della politica con quel suo preoccupante voler distruggere i partiti, lascia esattamente le cose come stanno. Perché le cose come stanno si possono cambiare in due modi diversi: da destra o da sinistra. Se si vogliono cambiare da sinistra si restituisce dignità alla politica sull’economia ridando potere ai cittadini per scegliere che modello di sviluppo vogliono. Se si cambiano da destra, si mantiene intatto il predominio dell’economia sulla politica e ci si limita al mugugno, al qualunquismo, allo sberleffo, e all’antipolitica, dove tutto è spreco e niente è convivenza civile. Grillo, nella migliore delle ipotesi, su questo non si è espresso chiaramente.

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