L’11 marzo del pensionato Aznar



L’11 marzo del pensionato Aznar
di Gennaro Carotenuto

http://www.gennarocarotenuto.it/dblog/articolo.asp?id=124

L’11 marzo il mondo ha guardato a Madrid, alla dignità del suo dolore e
alla civiltà con la quale ha affrontato la lotta al terrorismo
rifiutando la logica bellicista statunitense. In pochi però hanno notato
l’assenza dell’uomo che appena un anno fa ne era Capo del governo, José
María Aznar.

Aznar è l’uomo che mentì al paese, sostenendo la pista ETA per gli
attentati dell’11 marzo 2004, e dal paese fu punito per la sua menzogna.
Aznar è anche l’uomo che portò in guerra un paese dove il 92% dei
cittadini era contrario alla guerra. Aznar è anche il primo capo del
governo della Spagna postfranchista ad avere riconosciuto un governo
golpista, quello Ernesto Carmona Stanga scaturito dal colpo di stato
dell’11 aprile 2002 a Caracas.

Dov’era dunque José María Aznar, mentre decine di capi di stato e
centinaia di ministri e notabili confluivano a Madrid? Sarebbe stato
troppo imbarazzante per lui esserci e dunque Aznar era in Messico, dove
lo stesso 11 marzo a Monterrey ha tenuto una conferenza nella locale
Università. Non ha toccato il tema delle stragi di Madrid ma ha
interloquito sul tema che oggi gli sta più a cuore: il pericolo Chávez.

L’ex capo del governo del Partido Popular, afferma che oggi la dittatura
cubana di Fidel Castro non è più un problema. Il problema è il
potenziale destabilizzatore dato dal Venezuela che “utilizzando le
pingui rendite petrolifere sta turbando lo sviluppo regionale esportando
un credo illiberale e antidemocratico”.

Per Aznar l’unità latinoamericana sarebbe un “mito destabilizzatore” e
il continente latinoamericano “che negli ultimi 25 anni aveva compiuto
enormi progressi, sta oggi patendo un pericoloso ritorno indietro”.

Interpretando il linguaggio del golpista e mentitore Aznar, come nel
pensiero di George W Bush e Roger Noriega, sottosegretario di Condoleeza
Rice per l’America Latina, la democrazia continua a coincidere con il
neoliberismo e solo con quello. Senza neoliberalismo non vi è democrazia.

Non solo: l’integrazione latinoamericana è un’avventurismo pericoloso da
fermare, al contrario di altre integrazioni, quella dell’UE, quella
Euroatlantica, il Grande Medio Oriente voluto da Bush. Queste vanno
benedette perché benedette dai mercati. Proprio i mercati sono gli unici
che potrebbero concordare con il giudizio storico di Aznar sull’ultimo
quarto di secolo, quello della distruzione neoliberale delle società
latinoamericane, dei morti per fame e delle privatizzazioni selvagge,
dei Menem, dei Collor de Mello, dei Fujimori, dei Fox e dei Carlos
Andrés Pérez. I “pingui benefici del petrolio” per Aznar sono temibili
se irresponsabilmente spesi in servizi sociali, ma vanno benedetti se
destinati a corruzione e plusvalore per i titoli finanziari.

Quello che Aznar teme –ma non solo lui, visto che il suo giudizio non è
dissimile da quello dell’ineffabile Internazionale Socialista- è
l’America Latina che rialza la testa, quella che processa i dittatori e
i torturatori imposti dal Nord, quella che si ribella e sconfigge il
golpismo fondomonetarista, quella del programma “Fame Zero” in Brasile,
o “Barrio Adentro” in Venezuela. Quello che Aznar -e Bush – teme è il
futuro dei popoli.