La nonviolenza e' in cammino. 411



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 411 del 10 novembre 2002

Sommario di questo numero:
1. Ida Dominijanni: Colleen Kelly a Firenze. Un dialogo
2. Enrico Peyretti, "disperati, non disperiamo"
3. Giuliana Martirani, si delinea un nuovo tipi di organizzazioni
4. Giuseppe Barone ricorda Danilo Dolci
5. Roberto Tecchio, sintesi del gruppo di lavoro su "i Gruppi di azione
nonviolenta come prima rete di difesa popolare nonviolenta delle istituzioni
democratiche" al seminario della rete Lilliput sulla nonviolenza
6. Marina Forti, l'orizzonte di Kyoto sbiadisce
7. Augusto Cavadi, la protesta in difesa della festa
8. Solignia Perez, prima di andare a scuola
9. Sommario e autori del n. 2 di "Quaderni Satyagraha"
10. Riletture: Aime' Cesaire, Les armes miraculeuses
11. Riletture: Elsa Joubert, Il lungo viaggio di Poppie Nongena
12. Riletture: Clarice Lispector, La passione secondo G. H.
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. RAYUELA. IDA DOMINIJANNI: COLLEEN KELLY A FIRENZE. UN DIALOGO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 novembre 2002 riprendiamo questo
dialogo. Ida Dominijanni e' una prestigiosa intellettuale femminista
italiana; Colleen Kelly, sorella di una delle vittime della strage dell'11
settembre, e' tra le animatrici del movimento pacifista americano]
"Due messaggi voglio lanciare a questo Forum. Il primo: dovete imparare a
distinguere il governo americano dal popolo americano: non sono la stessa
cosa, non potete scaricare su di noi le colpe del nostro governo. Il
secondo: per sconfiggere il terrorismo bisogna cambiare i cuori, non fare le
guerre. Mio fratello e' stato ucciso con un taglierino usato come un'arma di
distruzione di massa: questa memoria e' bene impressa nella mia mente. Ma il
presidente americano e l'Onu non possono usare la memoria dell'11 settembre
per legittimare l'attacco all'Iraq. Fra quel taglierino e questa guerra non
c'e' alcuna connessione".
Esile e forte come un filo d'acciaio, le ali della ragione piantate nelle
radici del dolore, Colleen Kelly arriva nella plenaria del Forum che discute
dell'Europa nel disordine mondiale, cioe' di come e quanto la ricostruzione
del Vecchio Continente possa arginare la volonta' di potenza del Nuovo, e
scuote l'aria, dando corpo al fantasma che vaga innominato nei labirinti
della Fortezza da Basso. Quel fantasma si chiama 11 settembre, e piu' che
con il terrorismo o con il crollo delle Torri ha a che fare con la ferita
aperta nel corpo della societa' americana. Che qui nel Forum si fa fatica a
tener presente, perche' giovane com'e' il movimento dei movimenti ha bisogno
di nemici certi e definiti; e un nemico ferito, che nemico e'? Percio' la
potenza americana, la guerra indefinita contro il terrorismo, la nuova
dottrina di Bush sono sempre nell'occhio del mirino, mentre quella ferita
resta fuori campo e fuori fuoco.
Colleen improvvisamente la incarna e il gioco si disordina, l'attenzione si
tende nella sala con piu' di tremila persone sedute sulle sedie e per terra,
lei parla e loro ascoltano, lei va avanti e loro tacciono, lei finisce e
loro si alzano tutte come una marea, cominciano ad applaudire e non la
smettono piu'. Qualcosa s'e' sciolto e s'e' mosso.
Colleen ha 40 anni, tre figli, radici irlandesi e vive nel Bronx, suo
fratello ne aveva 30 quella mattina, quando una breakfast conference - il
postfordismo non ha orari - lo porto' al WTC nel momento della catastrofe e
la catastrofe lo inghiotti' senza restituirne neanche il corpo per
piangerlo. Fu il caso invece a riportarne alla madre, che accompagna Kelly
qui a Firenze, una ciocca di capelli: perche' per caso la madre l'aveva data
a una sua amica ventisei anni prima, l'amica l'aveva conservata e cosi'
almeno quella piccola reliquia le ha aiutate a elaborare il lutto. "Ve lo
racconto - dice Colleen - per dirvi che ogni minima azione puo' lenire i
dolori del mondo, e che ogni gesto che facciamo oggi puo' rivelarsi decisivo
in futuro, fra ventisei anni o chissa' quando, ma dobbiamo crederci adesso".
Percio' lei ha cercato l'azione giusta da fare e l'ha trovata. Si chiama
"Peaceful Tomorrows" ed e' un'associazione di 56 familiari delle vittime
dell'11 settembre che non credono alla retorica presidenziale della vendetta
e della ritorsione perche' sono convinti che alimenta il circuito della
violenza, non vogliono guerre ne' in Afghanistan ne' in Iraq ne' altrove,
cercano risposte diverse al terrorismo, tengono contatti con le sue vittime
in tutto il mondo, preparano pratiche di nonviolenza in India, e sull'11
settembre vogliono ostinatamente aprire quel processo di elaborazione e
discussione collettiva che, dice Colleen, finora la societa' americana ha
mancato.
Ma quella ferita e' ancora aperta oppure e' stata definitivamente suturata
dalla fitness militarista?
"Sai, le reazioni all'11 settembre sono state diverse. C'e' chi non ne puo'
piu' di vedere e rivedere quelle immagini. C'e' chi vede bene l'uso che ne
viene fatto dai palazzi del potere per legittimare la guerra. Ma i piu' sono
ancora sotto shock, non hanno realizzato l'entita' del fatto e delle sue
conseguenze".
Ma una come te, Colleen, capisce anche il sentimento della vendetta, l'ha
provato? E che spiegazione ti dai del terrorismo?
"Vendetta no, non ne ho mai desiderata; giustizia pero' si'. Ma per fare
giustizia, bisogna capire. Non giustificare: non giustifico niente,
considero chi ha ucciso mio fratello pienamente responsabile di quello che
ha fatto. Ma mi domando perche' l'ha fatto, e che cosa possiamo fare noi
perche' non accada mai piu'. Non credo che si diventi terroristi per
poverta' o per disperazione, i kamikaze dell'11 settembre non erano ne'
poveri ne' disperati, venivano dalla middle class araba. Forse e' gente che
vive il cambiamento del nostro presente con un'intensita' volta al male...
Devono esserci dei fattori psicologici, una sorta di ossessivita' politica
malata che dovremmo analizzare".
La guerra invece non serve, non e' efficace, peggiora le cose. Ma Bush la
fara', Colleen, se voi americani per primi non lo fermate. E invece la
stragrande maggioranza degli americani sembra d'accordo con lui.
"Non e' cosi'. L'America e' divisa a meta' come una mela: meta' e' con lui,
meta' no. Lo dicono anche i sondaggi, quando sono fatti bene".
Perche' allora quel voto alle elezioni per il Congresso, che di fatto
autorizza Bush a fare quello che vuole?
"Sta' attenta, noi americani non ragioniamo cosi', sulla politica. Le
elezioni di mezzo tempo, per la gente comune, non sono importanti quanto le
presidenziali. Bush aveva gia' avuto l'autorizzazione del Congresso
sull'Iraq, la gente lo sapeva e per giunta non ha visto differenze decisive
fra repubblicani e democratici. L'opposizione alla guerra puo' montare
ugualmente, non la vedo in relazione diretta col risultato elettorale".
E il movimento pacifista che e' nato negli ultimi mesi? Dicono che sia
diverso da quello storico anti-Vietnam...
"Si', si discute nei campus universitari sulla natura di questo nuovo
pacifismo. Credo che sia importante anche per voi, per il movimento europeo,
conoscerlo meglio. Anzi, e' importante per voi e per noi conoscerci meglio
reciprocamente, con reti di informazione non ufficiali. Noi abbiamo bisogno
di amici: non di alleati, le alleanze spesso sono strumentali e
circoscritte, ma di amicizia, che e' qualcosa di piu'".
E di questo Forum, che cosa pensi?
"Sono impressionata da quanto ci temete. Dall'immagine e dal giudizio che
avete dell'America. L'America non lo sa, non ne ha idea. Continuiamo a
vivere come una grande isola protetta da due oceani, e non ci rendiamo conto
di quanto gli altri ci guardano, e di come ci vedono, e di quanto e' urgente
che noi invertiamo la rotta dalla guerra alla pace. Voglio provare ad aprire
una discussione su questo al mio ritorno a New York. Pero' anche voi, qui a
Firenze, dovreste riflettere su questo paradosso: siete troppo occupati a
guardare gli Stati Uniti, e pensate troppo poco all'Europa, che invece
potrebbe essere una voce unitaria e decisiva, in questo momento, come mai
non lo e'?".

2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: "DISPERATI, NON DISPERIAMO"
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: peyretti at tiscalinet.it), una
delle figure piu' prestigiose della cultura della pace, per questo
intervento]
Dopo il voto al Consiglio di Sicurezza, la guerra che Bush vuole per scopi
suoi, che non c'entrano nulla col disarmo, non potra' piu' essere
preventiva, ma successiva ad una constatata violazione della risoluzione
Onu.
Saddam e' capace di violarla, e altrettanto Bush di inscenare una
violazione. Uno non e' migliore dell'altro. Un impossibile 100% non
legittima Saddam. La maggioranza nella minoranza non assolve il bellicismo
di Bush, che neppure una vera maggioranza potrebbe assolvere.
L'uomo semplice si aspetterebbe una identica risoluzione rivolta a tutti gli
stati capaci di nuclearismo e sterminismo, Usa compresi, ma e' abbastanza
smaliziato per sapere che i potenti sono estranei ad ogni giustizia.
L'arroganza guerriera di Bush, se non sconfitta sul piano giuridico, e'
fortemente limitata dal voto Onu, e comunque smascherata sul piano morale.
Ma i commentatori ben sistemati non lo dicono.
Se poi sara' ugualmente guerra, come dobbiamo temere, sara' seguita da una
grande ondata di terrorismo, su tutta la superficie dell'impero.
Bush non dira' che ha fallito, ma ne trarra' motivo per indurire il dominio,
perche' i potenti credono di sapere servirsi della violenza ribelle: la
strategia della tensione e' una loro invenzione. Ma essi, come il diavolo,
fanno le pentole senza coperchio.
La linea di Bush, dei suoi vassalli nostrani, e degli elettori ciechi che ne
hanno ora confermato nel Congresso la incertissima elezione presidenziale,
manifestera' tutta la sua stoltezza criminale.
A quel punto, dopo molti delitti, bisognera' chiedersi quale, tra i tanti
stati canaglia, e' il piu' canaglia.
L'altra America, quella che riconosce il resto dell'umanita', alzera' la sua
voce. Anche qualche vassallo meno prostituito dovra' pensare diversamente il
terorrismo, e cominciare a cercarne la cause profonde e remote. Dovra'
vedere che e' causato e usato: causato, in pochi stupidi che si atteggiano a
giustizieri, dalle infinite ingiustizie; usato dai dominatori per coprire le
stesse ingiustizie.
Ma l'opinione pubblica sara' lasciata libera di capire la realta', o ancora
violentata dal dominio delle falsita'?
Tocca a tutti noi difenderla e difenderci dallo stupro mediatico.
"Disperati, non disperiamo".
Per molti utili approfondimenti si veda il sito: www.arpnet.it/regis

3. MAESTRE. GIULIANA MARTIRANI: SI DELINEA UN NUOVO TIPO DI ORGANIZZAZIONI
[Da Giuliana Martirani, "Habitat", in Diego Cipriani, Guglielmo Minervino (a
cura di), L'abecedario dell'obiettore, La Meridiana, Molfetta (Ba) 1991, pp.
69-70. Giuliana Martirani e' nata a Napoli nel 1945, meridionalista, docente
universitaria di geografia politica ed economica e di politica
dell'ambiente, fa parte del direttivo dell'International Peace Research
Association (IPRA), e' membro di Pax Christi, del MIR, e collabora con
numerose altre esperienze pacifiste, ecologiste, della solidarieta',
nonviolente. Tra le opere di Giuliana Martirani: La geografia come
educazione allo sviluppo e alla pace, Dehoniane; Sviluppo, ambiente, pace,
Emi; Progetto Terra, Emi; A scuola dai poveri, Cittadella; La geografia
della pace, Edizioni Gruppo Abele; Gea, un pianeta da amare, Edizioni Gruppo
Abele; Facciamo politica!, Edizioni Qualevita; La civilta' della tenerezza,
Paoline]
Si delinea un nuovo tipo di organizzazioni micro-sociali, da piu' parti
definite il quinto potere dell'umanita': associazioni, comitati,
organizzazioni non governative, reti che spingono ad una nuova etica
economica e politica, alla solidarieta' come forma di governo politico e
alla nonviolenza come prassi per arrivarci. Si tratta di un piccolo
internazionalismo informale (a livello macro) che si basa su un nuovo tipo
di organizzazione politica comunitaria (a livello micro) che parte dalla
riappropriazione di potere da parte delle fasce piu' impoverite e impotenti
della societa' e del mondo e realizza l'onnicrazia di cui andava teorizzando
Capitini.

4. MEMORIA. GIUSEPPE BARONE RICORDA DANILO DOLCI
[Ringraziamo ancora una volta Giuseppe Barone (per contatti:
ester.paone at cirass.unina.it) per averci messo a disposizione anche questo
suo testo, apparso su "Azione nonviolenta" n. 12 del dicembre 2001 con il
titolo Nessi, creativita', comunicazione: utopia e progetto di Danilo Dolci.
Giuseppe Barone e' uno dei piu' importanti studiosi dell'indimenticabile
Danilo, di cui ha curato tra l'altro una eccellente bibliografia ragionata:
La forza della nonviolenza, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000.
Aggiungiamo qui una relativamente sintetica ma assai accurata scheda
biografica di Danilo scritta sempre da Giuseppe Barone (e' il breve profilo
comparso col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libriccino di
scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante & Descartes,
Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in provincia
di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella Nomadelfia di
don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta' strada tra Palermo e
Trapani, in una delle terre piu' povere e dimenticate del paese. Il 14
ottobre dello stesso anno da' inizio al primo dei suoi numerosi digiuni, sul
letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta viene interrotta
solo quando le autorita' si impegnano pubblicamente a eseguire alcuni
interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i
tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica
italiana e mondiale le disperate condizioni di vita nella Sicilia
occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico: le iniziative
si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla
rovescia", con centinaia di disoccupati - subito fermati dalla polizia -
impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con i soldi del
Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il "Centro studi e iniziative
per la piena occupazione". Centinaia e centinaia di volontari giungono in
Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile, "continuazione
della Resistenza, senza sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di
studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema
politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di
primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso l'allora
ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco,
Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si
moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta', in Italia e all'estero
(da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da
Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti
avversari Dolci e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare,
sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero rivoluzionario
e' il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina
verita' preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare,
fare. E' convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal
coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea
di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze
locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui
ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e
ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una
parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna,
rinnovata, a concretarsi nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E'
proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende
corpo l'idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un
futuro economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia,
che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno
strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di
acqua per tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo:
saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi
digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne
sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia
di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora
coltivabile; l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di
numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento
economico, sociale, civile. Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del
lavoro precedente, cresce l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il
Centro promuove iniziative per valorizzare l'artigianato e l'espressione
artistica locali. L'impegno educativo assume un ruolo centrale: viene
approfondito lo studio, sempre connesso all'effettiva sperimentazione, della
struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita'. Col
contributo di esperti internazionali si avvia l'esperienza del Centro
Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di
ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso:
muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e
dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre
societa' connessi al procedere della massificazione, all'emarginazione di
ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso
la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della
"scienza della complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico,
propone "all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei
rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul
"reciproco adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli
esiti piu' recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi
fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura
maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare,
legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina
del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un
infarto lo spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie
residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della
sua vita"]
Ho conosciuto Danilo Dolci nel 1985, partecipando nel liceo che frequentavo
a un seminario su "Poesia e maieutica". Di Danilo non sapevo molto: avevo
letto alcuni dei Racconti siciliani che mi avevano colpito e interessato, e
poche altre pagine. Mi aspettavo la solita lezione: piu' o meno
interessante, piu' o meno noiosa.
Quel giorno, la prima sorpresa. Tutti fummo invitati a disporci in circolo e
a presentarci brevemente. Danilo non teneva conferenze: parlava poco e
ascoltava molto. Poneva domande che scuotevano le intelligenze e le
coscienze, riusciva a suscitare risposte e nuovi fecondi interrogativi da
tutti. Ciascuno, a turno, interveniva, esponeva il proprio punto di vista,
in un clima di ascolto e di rispetto reciproco. Sovente i contributi piu'
importanti venivano da quanti la scuola aveva sbrigativamente bollato
svogliati, distratti, incapaci.
Credo di aver compreso quel giorno come in ciascuno esista - quasi sempre
sopito, represso - un bisogno profondo di esprimersi e di comunicare: ogni
individuo e' una miniera di idee e di creativita', perlopiu' sprecate (il
tema dello "spreco" e' stato sempre centrale nel percorso intellettuale di
Danilo: dallo spreco delle risorse idriche o economiche in genere nella
Sicilia del dopoguerra a quello delle risorse creative degli individui nelle
societa' moderne. Spreco e' anche il titolo di uno dei libri piu' belli di
Danilo, pubblicato nel 1960 da Einaudi).
Danilo, la struttura maieutica, riuscivano a far riemergere energie
nascoste.
Dopo quel primo, casuale incontro, come e' capitato ad altri, ho cominciato
una collaborazione continuata fino alla scomparsa di Danilo. E che, in
qualche modo, ancora prosegue.
Danilo era un costruttore di ponti (di nessi, avrebbe detto lui): di fronte
a una cultura e una storia (occidentali, moderne) fondate sulle divisioni
(spesso arbitrarie) e le gerarchie, sui rapporti intesi in senso solamente
unidirezionale, Danilo valorizzava la cooperazione, il reciproco adattamento
creativo, la comunicazione. Non misconosceva il valore della cultura
"ufficiale", ma restituiva voce e dignita' a quella popolare: nel corso
delle riunioni - come nei suoi libri - sapeva far dialogare esperienze
diverse: il contadino con il fisico nucleare, il pescatore con il premio
Nobel, mettendo in luce la ricchezza di ciascun sapere, il valore di ciascun
punto di vista, se autentico.
La sua riflessione ha riguardato aspetti cruciali, essenziali della crisi
dei nostri tempi e del fallimento della Modernita', senza mai scadere in
pura astrazione, senza mai smarrire il senso di un radicamento profondo
nella realta': il mondo nuovo di cui parlava Danilo non era una favola
bella, ma un progetto concreto, che cominciava a realizzarsi nelle lotte per
la diga sul fiume Jato, nelle battaglie nonviolente contro la mafia e per
l'occupazione, nella nascita delle cooperative - e della cultura
cooperativa - nella Sicilia nordoccidentale, nell'impegno educativo, nei
laboratori maieutici, con la poesia.
Una rivoluzione del modo di pensare, di essere, di vivere, costruita dal
basso verso l'alto, cui ciascuno nel proprio ambito poteva, e puo', dare
inizio. Un grande, lungimirante, ambizioso programma di riscatto,
autocoscienza e autodeterminazione che riguarda tutti, nessuno escluso,
individui e gruppi. Ma, pure, un lavoro la cui portata e', per molti
aspetti, ancora tutta da indagare, approfondire.
Sara' essenziale ragionare sul modo per proseguire una ricerca che ha
impegnato Danilo in ciascuno dei suoi giorni, sino all'ultimo. L'eredita'
che ci viene consegnata e' enorme.
Creativo e rigoroso nel contempo, il percorso di Danilo Dolci ha saputo
coniugare utopia e progetto. La sua vita e la sua opera ci hanno mostrato la
possibilita' di una strada, ardua ma concreta, per un futuro alternativo
alla massificazione, alla disgregazione, alla violenza.

5. RIFLESSIONE. ROBERTO TECCHIO: SINTESI DEL GRUPPO DI LAVORO SU "I GRUPPI
DI AZIONE NONVIOLENTA COME PRIMA RETE DI DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA DELLE
ISTITUZIONI DEMOCRATICHE" AL SEMINARIO DELLA RETE LILLIPUT SULLA NONVIOLENZA
[Pubblichiamo la sintesi del gruppo di lavoro sul tema "i Gruppi di azione
nonviolenta come prima rete di difesa popolare nonviolenta delle istituzioni
democratiche" svoltosi durante il seminario della Rete Lilliput sulla
nonviolenza tenutosi a Ciampino il 27-29 settembre 2002. il gruppo era
introdotto e coordinato da Roberto Tecchio (per contatti:
trestele at tiscalinet.it), che e' uno dei piu' noti formatore alla nonviolenza
e dirige un laboratorio permanente su questo tema presso il Cipax di Roma;
un'ampia notizia biobibliografica su Roberto Tecchio e' nel n. 239 de "La
nonviolenza e' in cammino"]
Dopo un breve giro di prima conoscenza si e' cercato di definire l'obiettivo
del nostro gruppo e abbiamo ritenuto accettabile che questo fosse
"approfondire il rapporto tra Difesa popolare nonviolenta (in sigla: Dpn) e
Gruppi di azione nonviolenta (in sigla: Gan".
Inizialmente abbiamo cercato di precisare meglio il concetto di Difesa
popolare nonviolenta partendo da una definizione che fu presentata nel
Progetto per la Dpn finanziato dalla Campagna di obiezione alle spese
militari (anni 1991-1994).
"La Difesa popolare nonviolenta (Dpn) e' un sistema di salvaguardia delle
conquiste civili e delle strutture sociali di vitale importanza, da ogni
aggressione e da ogni sistema di sopraffazione. Si basa sul principio che
nessun popolo puo' essere dominato stabilmente senza la sua tacita o
esplicita collaborazione. I suoi attori protagonisti: la gente comune. I
suoi strumenti: i mezzi di lotta nonviolenti quali la noncollaborazione, la
disobbedienza civile, il boicottaggio, il programma costruttivo. Il suo
laboratorio: la resistenza nonviolenta all'ingiustizia."
Il dibattito ha voluto precisare meglio cosa si vuole difendere e da cosa.
E' venuto fuori che la Dpn dovrebbe difendere i beni comuni disponibili
(l'ambiente, l'acqua, etc.) e le conquiste civili, sia quelle gia' in
essere, sia quelle che si potrebbero acquisire come nuove, dai centri di
potere (militare, economico, politico).
Affrontando le questioni di chi attua la Dpn e con quali strumenti, si e'
presa in considerazione la proposta dei Gruppi di azione nonviolenta (Gan).
I Gan devono operare in modo da far emergere i conflitti e affrontarli
sforzandosi di arrivare alla loro trasformazione in modo nonviolento, quindi
senza arrivare a conclusioni che vedano dei perdenti e dei vincitori,
trovando soluzioni accettabili da tutte le parti in gioco.
La caratteristica fondamentale del Gan deve essere l'autonomia, come
d'altronde lo e' per il nodo della rete. Ma altrettanto importante e' il suo
radicamento nelle problematiche del territorio locale ed il coinvolgimento
della popolazione locale. Questo collegamento e' quello che più rende il Gan
uno strumento di Dpn. A questo livello il Gan diventa uno strumento di
coscientizzazione popolare sul "servizio delle istituzioni", sul valore da
una parte della legalita' e dall'altra della disobbedienza civile, meglio
l'obiezione di coscienza, alle leggi ingiuste e alle pretese
antidemocratiche delle istituzioni stesse.
Come il nodo lilliput deve essere aperto al contributo di tutti, cosi' deve
esserlo il Gan. Potra' partecipare chiunque sia persuaso della nonviolenza e
abbia intenzione di trasformare in senso nonviolento i conflitti affrontati.
Non e' apparso facile capire se e quale differenza ci sia tra nodo e Gan. Se
si volesse fare un distinguo tra nodo e Gan, si potrebbe dire che il nodo
analizza la situazione, sensibilizza, costruisce alleanze, in una parola fa
politica, il Gan e' di servizio al nodo in quanto si concentra sull'azione,
condotta secondo il metodo nonviolento, cioe' secondo una prassi nella quale
la premessa di lavoro politico che e' stata fatta nel nodo e' premessa
fondamentale.
Per dare piu' incisivita' alle azioni dei Gan, dei nodi e quindi della Rete
Lilliput, si e' giudicato positivo che i Gan agiscano anche su priorita'
definite a livello nazionale e/o internazionale cosi' da rappresentare
un'unica risposta all'avversario di cui si cerca la "conversione" e di
presentarsi a piu' cittadini possibile contemporaneamente senza la
mediazione dei mezzi di informazione.
Sebbene si ritenesse che la sede del gruppo di lavoro non fosse quella
idonea per decidere le priorita' di intervento a livello nazionale, sono
state suggerite alcune questioni fondamentali che possono prestarsi ad
interventi coordinati dei Gan: la guerra e la produzione di armamenti di
distruzione di massa, in particolare la guerra che gli Usa stanno
dichiarando all'Iraq, la legge Bossi-Fini e il conflitto immigrazione, il
monopolio dell'informazione, la questione giustizia (legge Cirami, etc.).
In conclusione il gruppo ha concordato con quanto il gruppo di lavoro
tematico sulla nonviolenza ha dichiarato nei verbali di Marina di Massa e
Firenze. Una rete di Gan diffusa sul territorio nazionale  sarebbe di fatto
un presidio democratico di fronte alle involuzioni autoritarie alla quale
stiamo assistendo in Italia e non solo, una volta acquisite le capacita' di
attivarsi come "difesa popolare nonviolenta" da un aggressore interno alle
istituzioni democratiche.

6. AMBIENTE. MARINA FORTI: L'ORIZZONTE DI KYOTO SBIADISCE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 6 novembre 2002 riportiamo il seguente
articolo. Marina Forti e' una esperta in questioni ambientali globali]
L'orizzonte di Kyoto si allontana. E' questa la vera novita' emersa da una
conferenza internazionale sul clima conclusa la settimana scorsa a New
Delhi - l'ottava conferenza dei circa 170 paesi firmatari della Convenzione
quadro delle Nazioni Unite sul clima. Una novita' sconfortante. Sembrava che
il Protocollo sul clima approvato nell'ormai lontano 1997 nella citta'
giapponese potesse entrare in vigore all'inizio dell'anno prossimo: sara' il
primo trattato internazionale che obblighera' 37 paesi industrializzati a
tagliare le loro emissioni di gas "di serra" come l'anidride carbonica,
responsabili del riscaldamento abnorme della temperatura terrestre. Serve la
ratifica di almeno 55 paesi, che rappresentino insieme il 55% del totale
delle emissioni di gas di serra contate nel 1990. Ora siamo al 37,4%, e con
Canada e Russia (che conta per il 17,4% del totale) la soglia sarebbe
raggiunta.
Entrambi i paesi avevano confermato durante il recente Vertice di
Johannesburg sullo sviluppo sostenibile di voler ratificare il trattato
entro fine anno. Ora pero' Mosca prende tempo. Durante la conferenza a Delhi
i parlamentari di Mosca hanno detto ai loro colleghi europei che bisogna
ancora superare notevoli "resistenze federali", da parte dei leader delle
repubbliche. Forse sara' per agosto o settembre prossimo: se tutto va bene
dunque l'entrata in vigore del Protocollo sara' per la fine del 2003.
"Piu' passa il tempo, piu' il Protocollo di Kyoto diventa obsoleto", fa
notare Valerio Calzolaio, deputato Ds (che ha partecipato alla fase
ministeriale della conferenza di New Delhi - e fa notare come il governo
italiano abbia brillato per assenza: non il ministro, neppure un
sottosegretario...). Il punto e' che di fronte al cambiamento del clima gia'
visibile sul pianeta, e' un piccolo obiettivo quello di tagliare le
emissioni di gas di serra del 5,2% rispetto al 1990 entro il 2008-2012 (con
quote differenziate per paesi, o gruppi di paesi: l'Unione europea dovra'
ridurre del 15%). Certo, anche un inizio modesto e' importante per invertire
la tendenza, ma con tale ritardo, e senza l'adesione degli Stati Uniti - un
quarto delle emissioni mondiali di anidride carbonica - l'effetto reale
rischia di essere irrilevante.
Per il resto, la conferenza di New Delhi ha aggiunto poco. Definite e
approvate le linee-guida per la "seconda comunicazione" che ciascun paese
firmatario dovra' presentare al segretariato della Convenzione sul clima:
per molti paesi "in via di sviluppo" cio' introdurra' un conteggio preciso e
comparabile delle emissioni prodotte. C'e' un accordo su come usare i fondi
che i paesi industrializzati sono impegnati a stanziare per il trasferimento
di tecnologie "pulite" nei paesi in via di sviluppo. Piccoli passi nella
grande burocrazia internazionale del clima...
Sul piano piu' strettamente politico, la conferenza di New Delhi sembra
approfondire il confronto-scontro tra paesi industrializzati (i 39 firmatari
del Protocollo di Kyoto) e quelli detti in via di sviluppo. Washington ha
sempre rifiutato gli obblighi del Protocollo di Kyoto perche' danneggiano
l'economia americana e perche' non c'e' un meccanismo che imponga obblighi
anche a grandi paesi in via di sviluppo come India, Cina, Brasile. L'India
ha ribadito che i paesi piu' poveri hanno il sacrosanto diritto di aumentare
i propri consumi. E' nato un vano conflitto tra la necessita' di "mitigare"
il cambiamento del clima (ridurre le emissioni dei gas di serra) e
"adattare" le societa' e le economie al cambiamento ormai irreversibile.
L'India ha proposto una bozza di risoluzione che all'inizio non citava
neppure il Protocollo di Kyoto - suscitando l'ira dell'Unione Europea.
Forse l'unica novita' positiva e' quella portata dalla Germania: il governo
tedesco non solo conferma che si atterra' al suo obiettivo (nella
suddivisione dei compiti interna all'Unione Europea deve ridurre del 21% le
sue emissioni di gas di serra: ed e' vicina all'obiettivo, con il 19%).
Annuncia gia' il passo successivo: entro il 2020 avra' ridotto le emissioni
del 40%, a prescindere da Kyoto e da altri negoziati internazionali. Almeno
qualcuno guarda al futuro.

7. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: LA PROTESTA IN DIFESA DELLA FESTA
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti: acavadi at lycos.com) per averci
messo a disposizione questo suo commento gia' apparso nell'edizione
palermitana del quotidiano "La repubblica" del 5 novembre 2002. Augusto
Cavadi e' docente di filosofia, storia ed educazione civica, impegnato nel
movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a Palermo, collabora a
varie qualificate riviste che si occupano di problematiche educative e che
partecipano dell'impegno contro la mafia, ha pubblicato molti utili libri]
Non so se i protagonisti ne abbiano coscienza, ma la rivolta dei commessi
palermitani contro l'apertura indiscriminata dei negozi dai Morti a
Capodanno solleva un problema di civilta'. Non siamo di fronte a una mera
questione sindacale: come talora avviene in casi analoghi, si mette in
discussione tutto un modo di concepire e di gestire la vita.
Riflettiamo un momento. Che cosa significa che i commercianti palermitani,
in perfetta sintonia con i rivenditori di tutto l'Occidente "progredito",
tendano ad alzare le saracinesche anche nei giorni tradizionalmente
riservati al riposo settimanale? Innanzitutto ed immediatamente, questo: che
prevedono di vendere di piu'. Prima di scandalizzarci, o di far finta di
scandalizzarci, dobbiamo riconoscere che si tratta di un desiderio piu' che
legittimo. In una fase di abbassamento preoccupante della domanda di beni e
di servizi, e' logico che l'offerta tenda ad articolarsi e a moltiplicarsi.
Sarebbe meglio che molti negozi fallissero, chiudessero per sempre e
licenziassero i dipendenti? Allora, se ci sono casi concreti di sfruttamento
del personale e di elusione della normativa in proposito, ha senso
protestare e sostenere le vittime affinche' denunzino i datori di lavoro e
facciano valere i loro diritti in sede legale. Ma non illudiamoci:
all'interno di una certa logica, il sistema trovera' i propri correttivi
legislativi.
Il vero obiettivo dovrebbe essere analizzare e ribaltare l'impianto
culturale che sta alla base, e al principio, di tutto il resto. Un impianto
fondato su due criteri-guida.
Il primo: che non ci si diverte davvero se non si compra qualcosa. La vera
ragione delle decisioni contestabili di chi ha in mano le redini della
catena di  distribuzione e' l'attitudine dei clienti potenziali per i quali
fare festa vuol dire fare shopping. Si avverte il bisogno di segnare uno
stacco fra il feriale e il festivo: e  poiche' le liturgie religiose non
appassionano piu', gli eventi artistici sono apprezzati da pochi
intenditori, gli appuntamenti sportivi non sono quotidiani, occorre pure
inventarsi qualcosa per vincere la noia. Cosi' mentre i luoghi della
socializzazione religiosa o politica scompaiono dalla mappa cittadina, i
musei restano semivuoti, teatri e cinema si riempiono solo in occasione di
spettacoli sempre piu' simili ai prodotti televisivi, al contrario i
supermercati si affollano di famigliole gratificate gia' dal solo
passeggiare in mezzo alle meraviglie del capitalismo avanzato.
Ma, a lungo andare, anche comprare stanca. Ecco dunque emergere un secondo
criterio-guida del sistema culturale in cui siamo, piu' o meno, tutti
coinvolti: la perdita del senso della festa. Se la domenica si finisce col
fare esattamente quello che si puo' fare, e spesso si fa, negli altri sei
giorni, cade la differenza fra il feriale e il festivo. Il tempo si distende
in un continuum uniforme e si scolora in un grigio anonimato.
Palermo, la Sicilia, l'Italia seguono a ruota i modelli nord-americani ed
europei: basta fare un giro per quei Paesi e si capisce gia' verso dove
andiamo. Se la vertenza dei commessi resta, come e' probabile, una
rivendicazione sindacale, e' destinata a fallire il suo obiettivo. Le
differenze fra i Paesi piu' liberisti e quelli social-democratici anche su
questo punto sono importanti, ma non decisive.
L'unica, fievole speranza e' che si realizzi cio' che auspica nei suoi libri
l'antropologo Franco Cassano: che i meridionali capiscano che, nelle
questioni di civilta', non hanno solo da imparare ma anche da insegnare.
E che alcune caratteristiche (lentezza, meditativita', amore della quiete,
attitudine al dono...) giudicate, dal punto di vista del Nord del mondo,
difetti, possono essere invece interpretate - e difese, e diffuse - come
pregi e come risorse. I commessi di Palermo, probabilmente, non lo sanno: ma
la loro protesta vuole dire - fra l'altro - che a sud della Padania dobbiamo
imparare a lavorare meglio, ma senza dimenticare la lezione mediterranea
(dall'Andalusia alla Grecia) sul valore del riposo, del divertimento e della
festosita'. Sarebbe un peccato che intellettuali, educatori, politici e
responsabili delle varie confessioni religiose lasciassero inascoltato il
senso profondo di quella protesta, solo apparentemente locale e occasionale.

8. POESIA E VERITA'. SOLIGNIA PEREZ: PRIMA DI ANDARE A SCUOLA
[Da AA. VV., Una cotona de manta blanca. Storie e poesie di donne nel nuovo
Nicaragua, "Quaderni di dimensione donna", 8/1986, p. 35. E' una poesia
elaborata all'interno dell'esperienza del "Taller de poesia de San Carlo". I
laboratori (talleres) di poesia sono stati una delle esperienze di
socializzazione - e di presa di parola dal basso e da tutti - piu' belle,
fresche ed originali della rivoluzione sandinista]

Con la mia divisa
camicetta bianca
gonna blu
prima di andare a scuola
mi fermo sulla porta
solo per vederti passare.

9. RIVISTE. SOMMARIO E AUTORI DEL N. 2 DI "QUADERNI SATYAGRAHA"
[La seguente scheda abbiamo ripreso dal sito del Centro Gandhi di Pisa
(pdpace.interfree.it). Per richieste e contatti: e-mail:
pdpace at interfree.it]
- Uno strumento per la formazione alla nonviolenza, di Rocco Altieri
Rocco Altieri e' studioso del pensiero e dell'opera di Aldo Capitini, di cui
ha pubblicato la biografia intellettuale: La Rivoluzione Nonviolenta, Pisa,
BFS, 1998. Membro del consiglio scientifico del CISP (Centro
Interdipartimentale di Scienze per la Pace), e' docente in Teoria e prassi
della nonviolenza presso il corso di laurea di Scienze per la Pace,
Universita' di Pisa.
- Il magistero nonviolento di Tolstoj, di Gloria Gazzeri
Introduce il saggio di Tolstoj qui tradotto, per la prima volta, in
italiano: La nostra concezione della vita, illustrando per sommi capi
l'importanza che ha avuto Tolstoj nella formazione dell'idea nonviolenta.
Gloria Gazzeri, professoressa in pensione, vive a Roma, dove e' attiva nel
promuovere la cultura della nonviolenza in una prospettiva di profondo
rinnovamento religioso. Fondatrice e infaticabile animatrice
dell'associazione Amici di Tolstoj, da anni e' impegnata nella riscoperta e
diffusione degli scritti nonviolenti del grande scrittore russo.
- La nostra concezione della vita, di Lev Tolstoj
- I maestri della nonviolenza e il crollo delle due superpotenze, di
Antonino Drago
A un anno dall'11 settembre viene proposta una interpretazione
"apocalittica" degli avvenimenti, capace di sviluppare una nuova coscienza
storica, anche alla luce dei testi di due maestri della nonviolenza, Lanza
del Vasto e Aldo Capitini, che nei segni dei tempi hanno presagito il crollo
delle due superpotenze.
Antonino Drago e' uno storico alleato della Comunita' dell'Arca, fondata in
Francia da Lanza del Vasto, e da qualche anno e' diventato anche studioso
attento del pensiero di Aldo Capitini. Ha pubblicato sulla spiritualita' di
Lanza del Vasto: Atti di vita interiore, edizioni Qualevita,  Torre dei
Nolfi (Aq) 1997; su Capitini: L'azione politica di Capitini nel dopoguerra,
in "Il Ponte", anno LIV, n. 10, Firenze 1998, pp. 148-198. Docente di Storia
della Fisica presso l'Universita' degli Studi di Napoli "Federico II",
nell'ultimo anno ha insegnato Strategie della Difesa Popolare Nonviolenta
presso il corso di laurea di Scienze per la Pace dell'Universita' di Pisa.
- Uscire dal circolo vizioso tra terrorismo e terrorismo di stato: alcune
condizioni psicologiche, di Johan Galtung
Quello che viene qui presentato, e' il terzo intervento di Johan Galtung a
proposito della situazione mondiale dopo l'11 settembre. Si tratta del
discorso di accettazione del Premio Morton Deutsch (emerito precursore della
mediazione dei conflitti internazionali) per la Conflict Resolution, in
occasione della CX convenzione dell'American Psychological Association,
Peace Division (48), Chicago; 25 agosto 2002.
Johan Galtung, norvegese, tra i maggiori precursori della Peace Research, e'
attualmente il direttore di Transcend, un programma dell'ONU per la
trasformazione nonviolenta dei conflitti. Della sua sterminata produzione
scientifica segnaliamo le piu' recenti pubblicazioni in italiano: La Pace
con mezzi pacifici, Esperia, Milano 2000; e La Trasformazione Nonviolenta
dei Conflitti, Il metodo Transcend, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2000.
- Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il futuro, di Pat
Patfoort
L'articolo illustra, in modo compendioso ma efficace, il modello
Maggiore/minore (M-m) e quello dell'Equivalenza, che sono alla base di tutta
l'elaborazione teorica della Patfoort, mirante alla attivazione di processi
di riconciliazione. Tali modelli vengono qui applicati alle recenti crisi
internazionali (Israele-Palestinesi, Usa e loro "nemici"), chiarificando
come l'alternativa nonviolenta possa promuovere una nuova mentalita' e
comportamenti di pace.
Pat Patfoort e' un'antropologa fiamminga, trainer, mediatrice e autrice di
livello internazionale in gestione e trasformazione nonviolenta dei
conflitti. Lavora sui conflitti da 25 anni, a tutti i livelli e in diversi
tipi di societa' e culture. Ha fondato a Bruges in Belgio il Centro per la
gestione nonviolenta dei conflitti. Il suo testo fondamentale e' Uprooting
Violence. Building Nonviolence, Cobblesmith Pub., Freeport, Maine, 1995. In
italiano sono stati pubblicati: Una introduzione alla nonviolenza, Edizioni
del Movimento Nonviolento, Verona 1988; Costruire la nonviolenza. Per una
pedagogia dei conflitti, La Meridiana, Bari 1992; Io voglio, tu non vuoi.
Manuale di educazione nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001.
- Il conflitto armato e i processi di resistenza civile nonviolenta in
Colombia, di Ruben Dario Pardo Santamaria
Anche in una situazione di estrema e "irrisolvibile" violenza, quale e' la
situazione oggi vissuta dalla Colombia, quando sembra non ci siano vie di
uscita, appare e si sviluppa alla base, dalla periferia della societa', una
pratica popolare nonviolenta capace di esercitare un potere popolare. Si
esamina l'esperienza delle comunita' di villaggio che con metodi nonviolenti
cercano di arginare e trasformare la violenza dilagante, restituendo
solidarieta', fiducia e speranza alla gente.
Ruben Dario Pardo Santamaria e' un giovane e promettente studioso, che sta
preparando la sua tesi di dottorato in sociologia presso la Pontificia
Universita' Gregoriana di Roma sulla trasformazione nonviolenta del
conflitto armato in Colombia, suo paese di origine.
- Il secolo nucleare, di Giovanni Salio
Il secolo nucleare e' il secolo XX che, con le esplosioni atomiche
dell'agosto del '45, sollecita nello scritto di Salio a una perdurante
consapevolezza dei rischi epocali che minacciano l'umanita'. La costante
escalation degli armamenti atomici interpella gli uomini del nuovo secolo a
rifiutare la rassegnazione e a proseguire le azioni di lotta per addivenire
al disarmo delle nazioni e alla messa al bando delle armi di distruzione di
massa.
Giovanni Salio, gia' ricercatore di fisica dell'Universita' di Torino, si
dedica ora completamente alla sua opera a favore della nonviolenza.
Segretario dell'IPRI (Italian Peace Research Institute), principale
animatore del Centro Sereno Regis, e' conosciuto in tutta Italia per la sua
instancabile attivita' di conferenziere e di pubblicista. Tra i suoi libri
ricordiamo: Il Potere della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995.
- La violenza delle armi rende smemorati, di Olivier Maurel
Attraverso il ricorso a tabelle statistiche, relative a 27 conflitti di
diverso tipo (guerriglia, terrorismo, guerra civile o internazionale) che si
sono susseguiti negli ultimi 25 anni fino al 1996, si smitizza il luogo
comune sulla violenza come "mezzo rapido" per risolvere i problemi.
Olivier Maurel e' un insegnante francese, co-autore di Armee ou defense
civile non-violente, La Gueule ouverte, 1975, e autore di Trafics d'armes de
la France, Maspero, Paris 1977.
- Fucili e rivoluzione, di Brian Martin
Con un ragionamento rapido ma efficace, si dimostra quanto sia illusoria la
pretesa di progettare una rivoluzione armata nell'epoca contemporanea,
lasciando, pero', aperta la strada all'ipotesi di un'azione di
trasformazione condotta con mezzi nonviolenti.
Brian Martin vive a Wollongong in Australia e insegna matematica applicata
all'Universita' di Camberra. Assertore dell'efficacia dell'azione sociale
nonviolenta, e' tra i principali autori della Peace Research a livello
mondiale. In italiano e' stato pubblicato il suo libro: La piramide
rovesciata per sradicare la guerra, La Meridiana, Molfetta (Ba)1990. Altre
sue opere in inglese sono: Social Defence, Social Change, Freedom Press,
London 1993; Information Liberation, Freedom Press, London 1998.
- Gandhi e l'ideale di un paese democratico, di Itala Ricaldone
Il Mahatma si espresse molto fermamente sulla interdipendenza tra
nonviolenza e lavoro costruttivo. Questa necessita' e' ancora piu' valida
nei progetti di cooperazione internazionale, per attuare programmi che
intendono eliminare situazioni esistenti insopportabili. L'articolo
ripercorre i principi gandhiani ispiratori dell'Assefa, organizzazione di
volontari che lavorano per lo sviluppo dei villaggi rurali dell'India,
ponendo a fondamento dell'azione di cooperazione la partecipazione
democratica dal basso e lo sviluppo integrale per tutti, soprattutto per gli
ultimi, secondo il programma denominato da Gandhi Sarvodaya.
Itala Ricaldone studiosa e divulgatrice in Italia dell'opera di Vinoba
Bhave, il discepolo prediletto da Gandhi, e' la presidentessa di Assefa
Italia.
- Antonio Carbonaro e l'educazione alla pace, di Alberto L'Abate
Questa relazione e' stata presentata al convegno su Le ragioni della
sociologia: giornate di studio in memoria di Antonio Carbonaro (Firenze,
23-24 novembre 2001). Antonio Carbonaro va annoverato tra i fondatori della
sociologia italiana, e come tale, percio', alcuni dei piu' noti sociologi
del nostro paese hanno voluto partecipare al convegno organizzato in sua
memoria: tra questi ricordiamo Filippo Barbano, Franco Ferrarotti, Luciano
Gallino, Giuseppe De Rita, Alessandro Pizzorno, Luciano Cavalli. L'Abate da
parte sua ha enfatizzato le importanti intuizioni di Antonio Carbonaro
rispetto alla costruzione di una pedagogia della pace. Carbonaro individua
la necessita' di ricostruire l'autonomia dell'individuo dallo Stato sovrano
attraverso la riconquista del senso di responsabilita' etico. Decisivo e',
percio', il ruolo dell'educazione come formazione del carattere. L'Abate
mette a confronto le riflessioni di Carbonaro con i risultati di una sua
recente ricerca su I giovani e la pace.
Alberto L'Abate docente emerito di metodologia della ricerca sociale presso
l'Universita' degli Studi di Firenze, e' il principale promotore e
ispiratore del nuovo corso di laurea per Operatori di Pace dell'ateneo
fiorentino. Figura storica della nonviolenza italiana, intellettuale attivo
in ogni iniziativa pacifista e antinucleare, e' stato l'ideatore
dell'Ambasciata di Pace nel Kossovo e della Campagna per una soluzione
nonviolenta del conflitto nei Balcani. Saggista prolifico, ricordiamo la sua
ultima ricerca Giovani e pace: ricerche e formazione per un futuro meno
violento, Pangea, Torino 2001.
- Danilo Dolci e il lavoro maieutico a Lula
Viene esaminata una delle ultime iniziative di Danilo Dolci in Sardegna,
poco prima della sua morte improvvisa. Il metodo maieutico lasciato in
eredita' da Danilo e' una possibilita' creativa per lo sviluppo della
solidarieta' sociale e della coscienza popolare, necessari per vincere la
violenza e promuovere lo sviluppo integrale.
Pietro Calia e' il giovane animatore del gruppo maieutico di Lula ( Nuoro).
Allievo di Elisa Nivola (assistente di Capitini ed erede della sua cattedra
di pedagogia all'Universita' di Cagliari), per suo tramite ha conosciuto di
persona Danilo Dolci ed e' diventato subito il piu' attivo praticante in
Sardegna del metodo maieutico.
- Caratteristiche e strumenti per conciliare o mediare una controversia, di
Paolo S. Nicosia
L'articolo presenta, in modo inevitabilmente generale, le principali
caratteristiche personali e professionali di un conciliatore o mediatore
stragiudiziale (o mediatore di controversie), indicando insieme gli elementi
o strumenti fondamentali a sua disposizione, che vengono analizzati e
sintetizzati attraverso la presentazione di una "check list".
Paolo S. Nicosia docente di Mediazione e conciliazione nel corso di Laurea
in Scienze per la Pace dell'Universita' di Pisa, fondatore di Concilia
s.a.s.(con sede ad Assisi), una delle prime societa' private italiane che si
occupano di consulenza e formazione in conciliazione, mediazione e
negoziazione (per Cciaa, enti pubblici e privati); conciliatore per le Cciaa
di Milano e Perugia. E' autore di libri sui sistemi alternativi di
risoluzione delle controversie, ricordiamo: P. S. Nicosia e A. Ruggiero,
Manuale del conciliatore, tecniche di risoluzione extragiudiziale delle
controversie, Etas, Milano 2000. P. S. Nicosia, La tutela extragiudiziale
degli interessi. Negoziazione, conciliazione-mediazione e arbitrato in
Italia per difendere gli interessi sul fondamento dell'autonomia privata,
Editrice La Tribuna, Piacenza 2002.
- Nuovi studi per la pace e servizio civile, di Pierluigi Consorti
Dal punto di osservazione di uno dei principali protagonisti dell'avvio del
corso di laurea in Scienze per la Pace dell'Universita' di Pisa, si traccia
un profilo comparato degli indirizzi dei nuovi studi accademici sulla pace,
enfatizzando gli elementi caratterizzanti del corso di laurea pisano, che
puo' assolvere a una funzione altamente qualificante del servizio civile,
anche alla luce della nuova normativa italiana dell'obiezione di coscienza e
del servizio civile volontario.
Pierluigi Consorti lavora presso il Dipartimento di diritto pubblico ed e'
docente "garante" del corso di laurea in Scienze per la Pace
dell'Universita' di Pisa, dove dirige lo sportello per i diritti umani. La
sua attivita' di ricerca e' principalmente orientata allo studio dei
rapporti tra diritto e religione, fra legge e norme di coscienza. Ha
ultimamente pubblicato: L'avventura senza ritorno. Intervento e ingerenza
umanitaria nell'ordinamento giuridico e nel magistero pontificio, Edizioni
Plus, Pisa 2002.
- Ziviler Friedensdienst (il servizio civile di pace tedesco), di Ylenia
Sacco
L'articolo presenta il Servizio civile di pace tedesco quale esempio felice
dei nuovi strumenti attualmente praticabili, capaci di sviluppare una
cultura della pace e una strategia di prevenzione dei conflitti nell'ambito
di una nuova politica di sicurezza responsabile. Sottolineata la
possibilita' e l'opportunita' storica, anche grazie alle recenti normative,
di attuare analoghi progetti in Italia, dopo un breve riferimento alla
nascita e alla evoluzione del Servizio civile di pace tedesco, vengono
descritte le modalita' e il volume dei finanziamenti, gli obiettivi e i
metodi di intervento. Viene infine brevemente delineata la struttura di un
corso di formazione per volontari di pace.
Ylenia Sacco e' nata a Torino. Laureata in Scienze Politiche all'Universita'
di Torino, con una tesi in Relazioni Internazionali su Il cambiamento del
ruolo strategico-militare della Germania dopo la riunificazione: la gestione
del nuovo fattore "sicurezza". Si e' perfezionata in Germania presso le
Universita' di Muenster e di Colonia, dove ha seguito un progetto di ricerca
in politica internazionale sull'allargamento della Nato verso i paesi
dell'Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca). Ha lavorato con la ong Ngpsp
(Non Governamental Peace Strategies Project) operante nel settore telematico
e di analisi della conflittualita' internazionale. Collabora con il Centro
Studi Sereno Regis di Torino. Si occupa di politica della sicurezza,
risoluzione nonviolenta dei conflitti, servizio civile di pace.
- Scienza, conoscenza e istruzione in Lanza del Vasto, di Andrea Cozzo
Secondo Lanza del Vasto la conoscenza non puo' esaurirsi nella scienza, a
torto quasi sempre presentata come neutro fine in se', e trasmettersi in un
modo distaccato e pretenziosamente tecnico, basato sul principio della cieca
obbedienza del discente al docente, che oggi si pratica. L'attuale scienza
apparentemente libera e' in realta' sottomessa a scopi che sfuggono a chi
impara (e talvolta anche a chi insegna). Riflettere sulla scienza e
sull'istruzione non puo' coincidere con il pensare a come conoscere di piu'
(o fare imparare piu' facilmente); cio' deve significare, soprattutto,
capire il rapporto che sussiste fra cio' che impariamo e conosciamo - e
ancor piu' fra come impariamo e conosciamo - e la societa' che, in tal modo,
andiamo a costruire. Pensare l'istruzione significa pensare un sistema di
vita; non solo una cultura, ma anche un tipo di economia e un tipo di
rapporti sociali.
Andrea Cozzo ricercatore di Lingua e civilta' greca presso l'Universita' di
Palermo, ha tenuto quest'anno, presso la stessa Universita', un modulo di
Teoria e pratica della nonviolenza. Si occupa da anni dello studio della
violenza culturale, soprattutto in ambito didattico, e ha svolto seminari
sulla nonviolenza in diverse scuole. Del tentativo di intrecciare la ricerca
sulla Grecia antica con quella sulla nonviolenza e' frutto il suo recente
volume intitolato Tra comunita' e violenza. Conoscenza, logos e razionalita'
nella Grecia antica, Carocci, Roma 2001. Ha dato vita con altri, cinque anni
fa, al Seminario Nonviolenza, un gruppo di studio e azione che si riunisce
nei locali del Corpo Basso della Facolta' di Lettere di Palermo.

10. RILETTURE. AIME' CESAIRE: LES ARMES MIRACULEUSES
Aime' Cesaire, Les armes miraculeuses, Gallimard, Paris 1946, 1970, 1989,
pp. 162 (vi e' una traduzione italiana presso Guanda, Parma 1962). Uno dei
grandi libri, e uno dei grandi autori, della poesia novecentesca.

11. RILETTURE. ELSA JOUBERT: IL LUNGO VIAGGIO DI POPPIE NONGENA
Elsa Joubert, Il lungo viaggio di Poppie Nongena, Giunti, Firenze 1987,
1991, pp. XIV + 338. Un classico della letteratura di testimonianza
antiapartheid, tradotto nella bella collana "Astrea".

12. RILETTURE. CLARICE LISPECTOR: LA PASSIONE SECONDO G. H.
Clarice Lispector, La passione secondo G. H., Editori La Rosa, Torino 1982,
Feltrinelli, Milano 1991, pp. 164, lire 11.000. Scrive l'autrice "agli
eventuali lettori" in limine al libro: "questo libro e' un libro come un
altro, ma avrei piacere fosse letto solo da persone dall'anima gia'
formata...".

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti, la e-mail e': azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben at libero.it;
angelaebeppe at libero.it; mir at peacelink.it, sudest at iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it. Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac at tin.it

Numero 411 del 10 novembre 2002