La nonviolenza e' in cammino. 409



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 409 dell'8 novembre 2002

Sommario di questo numero:
1. Benito D'Ippolito: ancora per Dorothy Day nel CV anniversario della
nascita, un falso sonetto caudato
2. Giuseppe Barone: la figura, l'azione e il messaggio di Danilo Dolci
3. Antonietta Potente: non povero, ma impoverito
4. Mario Vadacchino: il nuovo riarmo. Requiem per due trattati
5. Hedi Vaccaro, obiettori
6. Lanfranco Mencaroni, don Abbondio a Firenze
7. Wendy Rose, epitaffio
8. Giovanni Sarubbi, una lettera a tutti i musulmani d'Italia
9. Maria Rosaria Sciglitano presenta Imre Kertesz
10. Riletture: AA. VV., Differenza che passione
11. Riletture: AA. VV., Le periferie della memoria
12. Riletture: The Boston women's health book collective, Noi e il nostro
corpo. Scritto dalle donne per le donne
13. Riletture: Daniela Danna, Matrimonio omosessuale
14. Riletture: Laura Di Nola (a cura di), Poesia femminista italiana
15. Riletture: Pat Patfoort, Costruire la nonviolenza
16. La "Carta" del Movimento Nonviolento
17. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. BENITO D'IPPOLITO. ANCORA PER DOROTHY DAY NEL CV ANNIVERSARIO
DELLA NASCITA, UN FALSO SONETTO CAUDATO
[L'incontenibile nostro Benito D'Ippolito ne ha scritta un'altra delle sue.
Il 29 novembre il Centro di ricerca per la pace di Viterbo commemorera'
Dorothy Day nel'anniversario della scomparsa; ma oggi ricorre il CV
anniversario della nascita, e il nostro caotico e claudicante battibastone
ha voluto ancora una volta far sentire non richiesta la sua voce, ma sapete
come va con certi amici. Dorothy Day e' stata una grande militante
nonviolenta americana (nata l'8 novembre 1897, deceduta il 29 novembre
1980), fondatrice del movimento del "Catholic Worker" (e della rivista
omonima); ha condotto innumerevoli lotte per la pace e la giustizia, ed ha
fondato decine di case di ospitalita' urbane e di comunita' agricole per i
piu' poveri. Opere di Dorothy Day: Una lunga solitudine. Autobiografia, Jaca
Book, Milano 1984. Opere su Dorothy Day: Jim Forest, L'anarchica di Dio,
Paoline, Cinisello Balsamo 1994; W. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker
Movement, Jaca Book, Milano 1981. Un sito utile: www.catholicworker.org]

"Sentir tudo de todas as maneiras" (Fernando Pessoa)

Si puo' essere anarchici e cattolici
la gioia condividere e il dolore
si puo' essere concreti e anche simbolici
si puo' esser tutto insieme, se ne hai il cuore.

Si puo' esser libertari ed apostolici
condividere le tenebre e le aurore
si puo' essere inurbati e ancor bucolici
si puo' esser tutti insieme, se hai l'amore.

Condividere la fame, e lo spauro,
nella notte greve e gelida il giaciglio,
la prigione condividere e l'oscuro

faticare per un sorso di vermiglio
poco vino e per un tozzo di pan duro:
esser fuoco che divampa, ed albo giglio

che non ve n'e' il simiglio:
compagna degli oppressi, seguace all'agnus dei
"di Dio il dono" Dorotea Day.

2. MAESTRI. GIUSEPPE BARONE: LA FIGURA, L'AZIONE E IL MESSAGGIO DI DANILO
DOLCI
[Ringraziamo Giuseppe Barone (per contatti: ester.paone at cirass.unina.it) per
averci meso a disposizione questo suo testo, apparso con il titolo "Chi tace
e' complice" nel suo utilissimo volume La forza della nonviolenza, Libreria
Dante & Descartes, Napoli 2000 (una preziosa bibliografia ragionata di tutte
le opere di Danilo Dolci). Giuseppe Barone e' uno dei piu' importanti
studiosi dell'indimenticabile Danilo]
Nato nel 1924 a Sesana, in provincia di Trieste, Danilo Dolci compie i primi
studi in Lombardia. Le sue letture spaziano dai Dialoghi di Platone ai
grandi poeti del Romanticismo tedesco ai classici del pensiero orientale.
Nel 1943 rifiuta di vestire la divisa repubblichina ed e' arrestato a
Genova: riesce a fuggire riparando in Abruzzo. Al termine del conflitto, e'
di nuovo a Milano, dove si iscrive alla facolta' di Architettura e conosce,
tra gli altri, Bruno Zevi. Per guadagnare qualcosa, insegna presso una
scuola serale a Sesto San Giovanni: tra gli operai che siedono dietro i
banchi c'e' anche Franco Alasia, col quale inizia un importante e fecondo
rapporto di amicizia e collaborazione.
E' del 1950 una scelta fondamentale per tutto il suo percorso successivo: a
un passo dal completamento degli studi, lascia l'Universita' e va a vivere a
Nomadelfia, la comunita' di accoglienza per bambini sbandati dalla guerra,
sorta nell'ex campo di concentramento nazifascista di Fossoli (Modena) per
volonta' di don Zeno Saltini, guardata con sospetto dai benpensanti e
considerata un pericoloso covo di sovversivi dalla gretta classe dirigente
di quegli anni e dalle stesse gerarchie cattoliche.
Due anni dopo, Dolci si trasferisce in Sicilia, nel piccolo borgo marinaro
di Trappeto (dove era gia' stato tra il '40 e il '41, per circa un mese, al
seguito del padre ferroviere), povero tra i poveri in una delle terre piu'
misere e dimenticate del Meridione. Comincia, cosi', a essere tracciata una
delle pagine piu' limpide e intense della difficile rinascita civile e
democratica dell'Italia dalle macerie morali e materiali del fascismo e
della seconda guerra mondiale. Dolci stesso parlera' di "continuazione della
Resistenza, senza sparare".
Il 14 ottobre 1952, sul letto di un bambino morto di fame, Danilo Dolci da'
inizio al primo di numerosi digiuni, che daranno grande popolarita' alle sue
battaglie per il lavoro, per il pane, per la democrazia. La protesta viene
interrotta solo quando le autorita' assumono precisi impegni in favore delle
poverissime popolazioni siciliane. Tra i primi a cogliere appieno il valore
di un gesto insolito per il nostro Paese e' Aldo Capitini, con il quale si
stabilisce un dialogo fitto, intenso, durato fino alla scomparsa del
filosofo perugino.
Il 10 dicembre dello stesso anno, Danilo Dolci diffonde una lunga
dichiarazione, invitando tutti a sottoscriverla: "Sento ora necessario
dichiarare", si legge nel volantino, "che se saro' chiamato per uccidere o
collaborare anche indirettamente alla guerra mi rifiutero': non voglio
essere assassino". E' probabilmente la prima volta che in Italia viene
apertamente pubblicizzata l'obiezione di coscienza.
Le condizioni di vita per centinaia di famiglie sono disperate. Il titolo di
uno dei primi libri di Dolci e' fin troppo esplicito: Fare presto (e bene)
perche' si muore. Per far fronte ai casi di poverta' piu' estrema, viene
costruita una casa-asilo per bambini. L'esperienza si conclude dopo alcuni
mesi con un'operazione di polizia, che pone i sigilli alla struttura e
strappa i bambini agli educatori per trasferirli in istituti pubblici.
Nel gennaio del '56, a poche settimane dalla pubblicazione di Banditi a
Partinico, oltre mille persone danno vita a un imponente sciopero della
fame, volto a denunciare il diffuso e tollerato fenomeno della pesca di
frodo, che priva i pescatori di ogni mezzo di sussistenza. Sempre del 1956
e' lo sciopero alla rovescia, con centinaia di disoccupati impegnati a
riattivare una strada comunale resa intransitabile dall'incuria delle
amministrazioni locali. La reazione dello Stato e', ancora una volta,
repressiva: una carica delle forze dell'ordine disperde i manifestanti,
mentre gli organizzatori vengono arrestati e tradotti all'Ucciardone.
Dolci - difeso da Piero Calamandrei - viene scarcerato al termine di uno
storico processo, al quale depongono come testimoni per la difesa Carlo Levi
e Elio Vittorini (1).
Danilo Dolci e' tutt'altro che isolato: nel corso degli anni si e'
progressivamente consolidato il sostegno nazionale e internazionale intorno
alla sua opera. Tra i tanti che in vario modo aderiscono alle sue battaglie
Norberto Bobbio e Ignazio Silone, Cesare Zavattini e Alberto Moravia, Enzo
Sellerio e Lucio Lombardo Radice, Erich Fromm e Bertrand Russell, Jean
Piaget e Aldous Huxley, Jean-Paul Sartre e Ernst Bloch. In Italia, Svizzera,
Germania, Svezia, Gran Bretagna, Olanda, Norvegia, Francia si costituiscono
numerosi gruppi di sostenitori. Centinaia di giovani si trasferiscono in
Sicilia da tutto il mondo per contribuire a un'imponente opera di riscatto
civile, democratico, economico.
Nel 1958, gli viene attribuito il Premio Lenin per la Pace. Dolci, pur
accettandolo, rilascia una lunga dichiarazione: "Non sono comunista, non ho
ancora visto un metro quadrato delle Repubbliche Sovietiche. Accetto il
Premio e ringrazio profondamente; andro' a Mosca, se mi danno il passaporto,
per riceverlo. Qualcuno dice: 'Ecco l'utile idiota di turno'; si e' premuto
affinche' rifiutassi. Mi si chiede, implicitamente o esplicitamente, da una
parte e dall'altra, una chiarificazione. (...) Si e' voluto, se non erro,
porre in rilievo due fatti che vanno ben oltre la mia persona ed il nostro
gruppo: la validita' delle vie rivoluzionarie nonviolente, accanto alle
altre forme di azione e di lotta, nell'affrontare la complessa realta'; la
continua necessita' di un'azione scientifica ed aperta, maieutica direi, dal
basso" (2). Nel maggio successivo, con i soldi del Premio, si costituisce il
Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, con sedi in diversi
Comuni dell'Isola, che diventera' rapidamente uno straordinario strumento al
servizio dello sviluppo di tutta la Sicilia occidentale.
Dolci non si atteggia a detentore di verita', non e' un guru venuto a
dispensare ricette, a insegnare come e cosa pensare. E' convinto che le
forze necessarie al cambiamento si possano trovare nelle persone piu'
avvertite del luogo; che non possa esistere alcun riscatto che prescinda da
una presa di coscienza dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale,
per la riuscita di un'impresa, che ciascuno la senta propria: i progetti
migliori, sulla carta piu' efficaci, falliscono se, calati dall'alto, sono
avvertiti estranei, ostili. Per questo il lavoro di autoanalisi popolare, il
metodo maieutico (3), non costituiscono un dettaglio o, peggio, una scelta
eccentrica: sono necessari alla riuscita di un programma veramente
rivoluzionario e nonviolento. "Un cambiamento", sostiene Dolci, "non avviene
senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non si
sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni" (4).
Proprio sviluppando l'intuizione di un contadino, nel corso delle riunioni
dedicate ad analizzare l'arretratezza economica della regione e
all'individuazione di possibili soluzioni, prende corpo il progetto per la
diga sul fiume Jato. Tecnici esperti, consultati, confermano che l'idea di
edificare un grande bacile per raccogliere la copiosa pioggia invernale e
utilizzarla nei mesi estivi e' tutt'altro che insensata. La realizzazione
richiedera' quasi dieci anni di lotte e mobilitazioni popolari. Questa diga,
che ha sottratto alla mafia il monopolio delle scarse riserve idriche
precedentemente disponibili, ha rivoluzionato la vita di migliaia e migliaia
di cittadini, consentendo nella zona la nascita di numerose cooperative e
una crescita economica assolutamente impensabile prima.
A Franco Marcoaldi che gli chiede se si ritenga un utopista, Dolci risponde:
"Sono uno che cerca di tradurre l'utopia in progetto. Non mi domando se e'
facile o difficile, ma se e' necessario o no. E quando una cosa e'
necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sara'
realizzata. Cosi' come realizzammo la diga di Jato, per la semplicissima
ragione che la gente di qui voleva l'acqua" (5).
Sin dal suo arrivo in Sicilia, Dolci individua nella criminalita'
organizzata un forte ostacolo allo sviluppo. Grazie a un lavoro attento,
continuo, capillare, cresce anno dopo anno un solidissimo fronte antimafia
(e questo, mentre per tanti rappresentanti dello Stato la mafia neppure
esiste). Nel 1965, nel corso di un'affollata conferenza stampa successiva a
una lunga audizione della Commissione parlamentare antimafia, Dolci denuncia
pubblicamente per collusione con la criminalita' organizzata l'allora
potentissimo ministro Bernardo Mattarella, il sottosegretario Calogero Volpe
e numerosi notabili siciliani: oltre cento persone - e molti, tra loro,
contadini - accettano di sottoscrivere, esponendosi direttamente,
testimonianze circostanziate. La storia non e' fatta di ipotesi; pure sono
evidenti le responsabilita' di una classe politica e anche di larghi settori
della magistratura che, invece di sostenere un movimento che avrebbe potuto
anticipare di alcuni decenni l'inizio di una piu' incisiva lotta alla mafia,
si adoperarono per isolare e spegnere il fenomeno, fino all'incredibile
condanna a due anni e mezzo di reclusione inflitta a Danilo Dolci e Franco
Alasia per il reato di diffamazione (6).
Il 15 gennaio 1968 e' una data drammatica: un violentissimo terremoto
sconvolge la Valle del Belice: il Centro sospende temporaneamente ogni altra
attivita' per contribuire alle opere di soccorso delle popolazioni colpite.
Risultano tragicamente evidenti i ritardi, l'improvvisazione e le omissioni
degli interventi ufficiali. Il 15 settembre dello stesso anno, viene reso
pubblico un accurato piano di sviluppo per le zone terremotate, frutto del
lavoro di decine di esperti. Per sostenere il progetto di Citta'-territorio
e denunciare la lentezza dell'opera degli organi dello Stato, si avviano
cinquanta giorni di pressione. Il plastico del piano, le cartine, la
documentazione raccolta sono presentati nei Comuni colpiti dal sisma e
discussi con i cittadini.
Il 25 marzo 1970 la prima emittente privata "illegale", Radio Libera
Partinico, lancia un appello disperato: la gente vive ancora nelle baracche,
neppure un edificio e' stato ricostruito, "la Sicilia muore". Si ripropone
un copione gia' noto: le forze di polizia fanno irruzione nei locali del
Centro, interrompono le trasmissioni, arrestano i responsabili. Da tutto il
mondo arrivano centinaia di messaggi di solidarieta' e di adesione
all'appello di Dolci. "Ogni volta che una catastrofe colpisce il Sud",
scrive Italo Calvino, "ci si dice: ancora altre popolazioni dovranno vivere
nelle baracche, quanti anni ci resteranno? E' possibile che un paese come
l'Italia che vanta i suoi 'miracoli economici' lasci senza tetto popolazioni
intere? Le catastrofi naturali sono fatalita'? Non sempre. In molti casi
sono prevedibili ed e' grave colpa non prevenirle. Ma anche quando l'uomo
non puo' nulla contro di esse, le loro conseguenze sono ben diverse in una
situazione statica e gretta, con un'economia che non pensa che al proprio
ristretto guadagno immediato, e in una situazione in cui tutte le risorse -
economiche, umane, naturali - vengono impegnate per il bene comune. Per
questo a vegliare a Partinico stanotte e' la coscienza dell'Italia, una
coscienza che e' per cosi' poca parte rappresentata dalla classe dirigente,
e che e' amaro privilegio dei poveri" (7).
Continuano, intanto, i riconoscimenti al lavoro di Dolci: mentre si
susseguono ben nove candidature al Premio Nobel per la Pace, nel 1968
l'Universita' di Berna gli conferisce la laurea honoris causa in Pedagogia.
Nel 1970 ottiene il Premio Socrate di Stoccolma "per l'attivita' in favore
della pace e per i contributi di portata mondiale nel settore
dell'educazione". L'anno successivo l'Universita' di Copenaghen gli assegna
il Premio Sonning "per il suo contributo alla civilizzazione europea".
A partire dal 1970, quattordici anni dopo la pubblicazione della prima
silloge, vedono la luce le maggiori opere poetiche di Dolci: Il limone
lunare (1970), Non sentite l'odore del fumo? (1971), Poema umano (1974), Il
Dio delle zecche (1976), Creatura di creature (1979), fino all'ultima
raccolta, di poco precedente la sua scomparsa, Se gli occhi fioriscono
(1997). I suoi versi, che Giancarlo Vigorelli, con felice espressione,
definisce "di atavica grazia e di moderna verita'", traggono linfa dalle
quotidiane esperienze di lotta, dal lavoro con gli ultimi, dall'impegno
educativo, pervenendo a esiti lirici altissimi.
Un mese di pressione antifascista promosso dal Centro Studi, attraverso
iniziative realizzate in ogni parte d'Italia, si conclude con una delle piu'
imponenti manifestazioni pubbliche del dopoguerra: oltre trecentomila
persone giungono a Roma il 28 novembre 1971.
Negli anni Settanta - naturale sviluppo del lavoro precedente - si
approfondisce la ricerca sulla struttura maieutica e sulle sue possibili
applicazioni: Dolci intensifica la collaborazione con i piu' importanti
educatori mondiali e con l'Unesco: un impegno che suscita meno clamore
rispetto alle prime iniziative, ma non meno essenziale.
Il nuovo Centro educativo di Mirto, del quale persino la collocazione
geografica era stata discussa nel corso delle usuali riunioni con la gente
del luogo, viene inaugurato nel gennaio del 1975 e puo' contare su un gruppo
di collaboratori davvero straordinario: Paulo Freire e Johan Galtung,
Ernesto Treccani e Paolo Sylos Labini, Gianni Rodari e Gastone Canziani,
Mario Lodi e Aldo Visalberghi.
Ma oltre che nel Centro di Mirto, che dovra' purtroppo fare i conti con
ostacoli d'ogni tipo opposti dalle istituzioni locali e nazionali, il nuovo
metodo educativo viene messo a punto nel corso dei sempre piu' frequenti
seminari che Dolci tiene presso scuole, universita', gruppi, associazioni.
Mentre l'attenzione per la sua opera da parte dei mezzi di informazione
italiani va scemando, non accenna a diminuire all'estero: a partire dal
1982, la Boston University Library comincia a raccogliere in modo
sistematico documentazione riguardante Danilo Dolci e Martin Luther King:
libri, volantini, manoscritti, corrispondenza, fotografie. Gli inviti di
organizzazioni e universita' straniere si moltiplicano. In India, nel 1989,
gli viene attribuito il Premio Gandhi.
Nel 1988, dopo anni di ricerche condotte con centinaia di collaboratori,
esce la Bozza di manifesto "Dal trasmettere al comunicare" (oggi giunta alla
sesta edizione con il titolo Comunicare, legge della vita, e tradotta in
molte lingue): vengono denunciati i danni derivanti in ogni ambito da
rapporti continuativamente unidirezionali, trasmissivi, violenti, e si
propone l'alternativa della comunicazione, della maieutica reciproca, della
nonviolenza; si fa luce su una serie di frequenti (e tutt'altro che
disinteressate) confusioni: tra potere e dominio, per esempio, o riguardo
alla cosiddetta comunicazione di massa (che, come dimostra Dolci, "non
esiste"); si giunge a osservare come qualsiasi forma di autentico progresso
e l'evoluzione intera non possano prescindere dall'esistenza di interazioni
creative opportunamente valorizzate.
E' un lavoro di ricerca intenso e appassionato, documentato dai suoi libri
piu' recenti, che impegna Dolci fino all'ultimo dei suoi giorni, con
un'attenzione costante alle conferme che giungono dal mondo scientifico (si
vedano le collaborazioni con Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Giuliano
Toraldo di Francia e Luca Cavalli Sforza) e dai gruppi (laboratori
maieutici) che, in Italia e all'estero, si richiamano alle sue metodologie.
Il 13 maggio 1996, l'Universita' di Bologna gli conferisce la laurea honoris
causa in Scienze dell'Educazione.
Tra il '96 e il '97, in preparazione di un'iniziativa pubblica di denuncia,
Danilo Dolci comincia a raccogliere documenti sulla base Nato de La
Maddalena, sede di sommergibili nucleari statunitensi, costruita senza
alcuna autorizzazione parlamentare e operante al di fuori di qualsiasi
possibilita' di controllo da parte del governo italiano e degli enti locali
interessati: sono impedite persino le verifiche sul livello di
radioattivita' delle acque circostanti.
Il 30 dicembre 1997, al termine di una dolorosa malattia, che non l'aveva
pero' fiaccato nello spirito e non gli impediva di meditare nuove
iniziative, Danilo Dolci si spegne, stroncato da un infarto: tra Partitico e
Trappeto, in quella terra di "banditi" e di "industriali", di contadini e
pescatori senza voce, che quarantacinque anni prima aveva scelto per avviare
la sua difficile, lunga battaglia.
*
Note
1. La documentazione relativa al processo e' raccolta in aa. vv., Processo
all'articolo 4, Torino, Einaudi, 1956.
2. Dal testo integrale della dichiarazione rilasciata il 16 gennaio 1958, in
seguito alla comunicazione ufficiale dell'assegnazione del Premio Lenin per
la Pace, conservata presso l'archivio del Centro per lo sviluppo creativo
"Danilo Dolci" a Partinico.
3. Diversi libri documentano le riunioni promosse e coordinate da Dolci con
contadini, pescatori, bambini. Si vedano, ad esempio, Inchiesta a Palermo
(1956), Spreco (1960), Conversazioni (1962), ma anche alcuni dei titoli piu'
recenti.
4. Si veda l'intervista rilasciata a Massimiliano Tarozzi per la rivista
bimestrale dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai "DuemilaUno", n. 49,
marzo-aprile 1995.
5. Da "la Repubblica", 19 luglio 1996.
6. Mite e sorridente, come sempre, Danilo talvolta ricordava il numero dei
processi subiti nel corso della sua vita: ventisei.
7. Il messaggio di Italo Calvino e' riportato in Giacinto Spagnoletti,
Conversazioni con Danilo Dolci, Milano, Mondadori, 1977.

3. MAESTRE. ANTONIETTA POTENTE: NON POVERO, MA IMPOVERITO
[Da Antonietta Potente, Gli amici e le amiche di Dio, Icone, Roma 2000, p.
88. Antonietta Potente e' nata in Liguria nel 1958, teologa domenicana,
docente di teologia morale a Roma e a Firenze, del 1994 vive in Bolivia, e
la' ha aperto la sua vita comunitaria a un'esperienza di condivisione e di
ricerca con famiglie di campesinos, di artigiani e di studenti di etnia
indigena; insegna teologia nelle universita' di Cochabamba e La Paz, tiene
conferenze e corsi in vari altri paesi latinoamericani. Tra le opere di
Antonietta Potente: Osare un tempo nuovo; La resistenza dei deboli. Una
lettura del cantico dei cantici ((1995); Raccogliere i frammenti. Dalla
teologia missionaria alla teologia contestuale (1996); Un tessuto di mille
colori. Differenze di genere, di cultura, di religione (1999); Sapienza
quotidiana. Una lettura del Qoelet dal sud del mondo; Gli amici e le amiche
di Dio (2000)]
La Bolivia, come altri paesi dell'America Latina, non e' un paese povero, ma
un paese impoverito: una lunga storia di sfruttamento ha portato alla
situazione attuale.

4. RIFLESSIONE. MARIO VADACCHINO: Il NUOVO RIARMO. REQUIEM PER DUE TRATTATI
[Ringraziamo il curatore dell'Annuario della pace (Salvatore Scaglione, per
contatti: sascagl at infinito.it), e la casa editrice Asterios di Trieste, per
averci consentito di pubblicare come anticipazione ampia parte di questo
intervento che apparira' appunto nell'edizione dell'Annuario della pace
edito da Asterios per cura della Fondazione Venezia per la pace, in uscita
in questi giorni: uno strumento di lavoro pressoche' indispensabile per
tutte e tutti le operatrici e gli operatori di pace. Mario Vadacchino,
fisico, e' professore di ottica quantistica al Politecnico di Torino.
Coordina gli esperti del Politecnico di Torino che forniscono consulenza
tecnica alla Associazione  parenti delle vittime della strage di Ustica.
Sulle questioni legate alle armi nucleari ha scritto articoli su ´"Ex
Machina" n. 4, 1986, e negli Atti del convegno su scudo spaziale, industria
bellica e tecnologie militari, Politecnico, Torino 2001]
L'anno 2002 sara' ricordato come l'anno che ha visto uscire di scena due
trattati di di­sarmo, quello abm1 e lo start 2 II; il trattato abm era uno
dei piu' vecchi trattati vigenti e si potrebbe dire che e' morto nella sua
maturita', mentre lo start II non e' mai cresciuto e si potrebbe dire che e'
morto nella culla.
I trattati di disarmo non sono stati mai nel passato disdetti da qualcuno
dei sottoscrittori: al massimo sono caduti in disuso perche', ad esempio, le
armi cui si applicavano non stavano piu' negli arsenali. E' quindi la prima
volta che una nazione disdice un trattato: e questo e' quello che hanno
fatto gli Stati Uniti con il trattato abm.
Il trattato sulla limitazione dei sistemi contro i missili balistici tra
Unione Sovietica e Stati Uniti o, come e' chiamato, trattato abm, era stato
firmato a Mosca il 26 maggio 1972 da Richard Nixon, presidente degli Usa e
da Leonid Brezhnev, segretario generale del Pcus, ed era entrato in vigore
il 3 ottobre 1972; un protocollo aggiuntivo, firmato il 3 luglio 1974 era
entrato in vigore il 24 aprile 1976.
*
Operazioni simboliche e rischi di guerra
Il ritiro dal trattato e' avvenuto utilizzando una possibilita' prevista dal
trattato stesso. L'articolo 15 del trattato prevedeva, nel primo comma, una
durata illimitata. Nel secondo comma si stabiliva che: "Ogni parte avra',
nell'esercizio della sua sovranita' nazionale, il diritto di ritirarsi da
questo trattato se decide che eventi straordinari legati all'oggetto di
questo trattato abbiano messo in pericolo i suoi interessi supremi. Dovra'
notificare questa sua decisione all'altra parte sei mesi prima dal ritiro
dal trattato. Questa notifica dovra' contenere una dichiarazione dell'evento
straordinario che la parte notificante considera come avente messo in
pericolo i suoi supremi interessi".
Il 13 dicembre 2001 gli Stati Uniti, con una nota diplomatica inviata a
Russia, Bielorussia, Kazachistan e Ucraina hanno messo in moto il meccanismo
di ritiro dal trattato abm; nella nota si afferma che "Gli Stati Uniti
riconoscono che il trattato fu fatto con l'Urss, che ha cessato di esistere
dal 1991. Da allora, siamo entrati in nuove relazioni strategiche con la
Russia che e' un collaboratore piuttosto che un avversario e stiamo
costruendo forti relazioni con la maggior parte degli Stati appartenuti
all'ex-Urss. Dal momento nel quale il trattato e' entrato in vigore nel
1972, un certo numero di Stati e di entita' non statali hanno acquisito o
stanno attivamente cercando di acquisire bombe per la distruzione di massa.
E' chiaro ed e' stato recentemente dimostrato, che alcune di queste entita'
sono pronte a utilizzare queste bombe contro gli Stati Uniti. Inoltre, un
certo numero di Stati sta sviluppando missili balistici, compresi quelli a
grande gittata, come mezzo di trasporto di bombe per la distruzione di
massa. Questi eventi pongono una minaccia diretta al territorio e alla
sicurezza degli Stati Uniti e mettono in pericolo i suoi supremi interessi.
Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno concluso che devono sviluppare,
provare e schierare un sistema contro i missili balistici per la difesa del
loro territorio nazionale, delle loro forze fuori del territorio nazionale e
dei loro amici e alleati. In base a quanto prescritto dall'articolo 15,
comma 2, gli Stati Uniti hanno deciso che eventi straordinari, legati
all'oggetto di questo trattato hanno messo in pericolo i loro supremi
interessi. Percio', nell'esercizio del diritto di ritirarsi dal trattato
previsto dall'articolo 15, comma 2, gli Stati Uniti notificano il loro
ritiro dal trattato. Secondo i termini del trattato, il ritiro avra' effetto
sei mesi dopo questa notifica".
Quindi dal 3 giugno 2002 il trattato abm non e' piu' in vigore e le parti
sono libere di installare sistemi di difesa contro i missili balistici.
Significativamente il giorno dopo la Russia ha dichiarato di non sentirsi
piu' vincolata al rispetto dello start II; si tratta di un'operazione piu'
simbolica che sostanziale, poiche' lo start II, mai diventato effettivo, era
in qualche modo sorpassato da un successivo accordo raggiunto da Bush e
Putin il 24 maggio 2002. Non e' pero' senza significato che lo start II
avrebbe dovuto eliminare dagli arsenali proprio i missili a testata
multipla, che sono uno dei mezzi per superare le difese antimissilistiche.
Sara' compito degli storici valutare quale e' stato il contributo del
trattato abm all'equilibrio strategico che si e' avuto negli ultimi
quarantacinque anni; non di pace, perche' di guerre convenzionali ce ne sono
state moltissime, ma di assenza di guerra combattuta con armi nucleari. E'
certo tuttavia che il principio affermato nel trattato abm e' ancora oggi
alla base delle strategie nucleari: ogni sua modifica unilaterale, come
peraltro di tutti i trattati di disarmo, aumenta il rischio di guerra
nucleare.
*
Trattato abm e teoria della dissuasione
Puo' essere utile, per capire che cosa manca oggi sulla scena strategica
mondiale, illustrare brevemente il significato del trattato abm: esso
imponeva alle due parti firmatarie, nell'articolo 1, "di non intraprendere
lo spiegamento di sistemi abm per la difesa del proprio territorio".
Alla fine degli anni sessanta Robert McNamara, ministro della difesa degli
Usa, si rese conto dell'irrealizzabilita' di tutte le teorie che prevedevano
l'uso delle armi nucleari e quindi dell'impossibilita' di vincere una guerra
nucleare.
Da un punto di vista pratico il problema non era quindi piu' quello di
mantenere una preponderanza strategica sull'Urss, conseguenza inevitabile
dell'ipotesi di scatenare una guerra nucleare e ovviamente vincerla, ma di
accettare una sostanziale parita', nel senso che ogni potenza doveva essere
in grado di dissuadere l'altra da un attacco per mezzo della possibilita' di
infliggerle un danno irreparabile. Il problema era diventato quindi quello
di garantire la stabilita' di questo equilibrio strategico. (...)
*
L'alibi degli "Stati canaglia" e le nuove strategie
Gli attuali progetti dell'amministrazione Bush, sono in realta' lo sviluppo
e la realizzazione di un'iniziativa presa da Clinton con il suo Missile
Defense Act. Clinton aveva nominato una commissione guidata da Rumsfeld,
attuale ministro della difesa, che aveva individuato alcuni Stati, definiti
"canaglia", i quali sarebbero in grado, entro cinque anni dopo averlo
deciso, di dotarsi di missili balistici in grado di colpire gli Stati Uniti,
portando una testata armata da una bomba nucleare o chimica o
batteriologica.
Queste nazioni sarebbero la Corea del Nord, l'Iran e l'Iraq (per l'Iraq gli
anni sarebbero dieci); di fatto solo la Corea del Nord sarebbe attualmente
in possesso di qualche missile intercontinentale, sulla cui efficienza
esistono pero' parecchi dubbi. Questi tempi, apparentemente lunghi, vanno
confrontati con quelli che sembra siano necessari per dotarsi di una difesa
antimissilistica, che sono stimati dell'ordine di vent'anni.
Nel Missile Defense Act si sostiene che e' politica degli Usa schierare,
appena tecnologicamente possibile, un nmd efficace in grado di difendere la
nazione da un attacco limitato con missili balistici. Clinton pose in
evidenza che questa decisione non era ancora quella di installare il
sistema, ma semplicemente di valutare il problema. Bush ha evidentemente
pensato che il tempo delle valutazioni era finito e ha assunto decisamente
l'iniziativa.
Molte critiche sono state fatte a questo progetto, critiche basate su di una
semplice analisi costi/ricavi.
I sostenitori dell'iniziativa abm affermano e lo dicono anche nella nota
diplomatica citata all'inizio che il trattato abm e la teoria della
dissuasione su cui e' basato, erano validi nell'epoca bipolare: oggi che i
rapporti con la Russia sono indirizzati verso la cooperazione vanno riviste
le dottrine strategiche. La tipologia del pericolo per gli Usa non e' piu'
rappresentata da una superpotenza con un forte armamento nucleare, ma da
Stati o entita' minori che in sostanza non hanno obiettivi civili da
proteggere e quindi sono fuori da uno dei principi base della dissuasione,
quale e' rappresentata dal trattato abm.
Data questa situazione, per certi aspetti innegabile, e' il bmd tecnicamente
in grado di ridurre la minaccia rappresentata dai cosiddetti "Stati
canaglia"? In altre parole sono realisticamente ottenibili i ricavi che si
attendono dall"iniziativa abm? Gia' al tempo di Reagan furono poste varie
obiezioni di natura tecnica alla possibilita' di costruire un efficace
sistema abm. E' un vecchio principio dell'arte militare che chi attacca per
primo gode di un certo vantaggio: puo' infatti scegliere il quando, il dove
e il come. Apparve allora, ma il discorso e' valido anche adesso, che il
costo di un sistema abm e le sue difficolta' sono enormemente piu' elevate
del costo delle tecniche utilizzabili al suo superamento. Al tempo di
Reagan, quando il pericolo veniva da un avversario ben definito, che era
l'Urss, si poteva contare su di una certa prevedibilita' tecnica e operativa
dell'attacco. Oggi invece l'avversario e' mal definito e quindi anche le
modalita' di un suo attacco: questo rende quindi ancora piu' difficile la
progettazione del sistema abm. Secondo l'opinione di molti autorevoli
tecnici, un sistema abm apprezzabilmente sicuro e' addirittura impossibile.
*
I costi della "sicurezza"
Confrontiamo ora questo dubbio ricavo con costi ben piu' sicuri. Non
considerero' il costo economico previsto, che e' di almeno sessanta
miliardi di dollari fino al 2010, cifra questa che puo' creare qualche
problema vista la situazione dell'attuale bilancio Usa. Considerero' invece
i costi politici rispetto alla sicurezza del mondo ed anche degli Stati
Uniti.
Non ci sono dubbi che la fine del trattato abm porra' sotto tensione gli
altri trattati che hanno fino a oggi regolato la relativa sicurezza del
mondo rispetto a un olocausto nucleare. Questo insieme di trattati, siglati
negli ultimi decenni con il lavoro di diplomatici, tecnici, politici e
militari, forma per cosi' dire un sistema. Un sistema di sicurezza non
completo, che lo sara' solo quando si decidera' di abolire le bombe nucleari
dagli arsenali, ma che ha tuttavia garantito una certa stabilita', evitando
fino ad ora l'utilizzo delle armi nucleari. Facendo solo alcuni esempi va
ricordato che alcune soluzioni del sistema bmd prevedono di collocare in
orbita armi laser e quindi mettono in difficolta' un venerando trattato del
1967, quello che proibisce di collocare sistemi d'arma nello spazio. Anche
il trattato contro gli esperimenti nucleari verrebbe prima o poi posto in
difficolta', per l'esigenza delle altre nazioni di adeguare il loro arsenale
alle necessita' imposte dalla bmd.
L'amministrazione Bush ha difeso il progetto bmd, sostenendo che esso
sarebbe progettato in modo da essere in grado di sostenere solo un attacco
portato con pochi missili e che quindi la capacita' di rappresaglia della
Russia e della Cina rimarrebbero intatte; molti commentatori non sono in
accordo su questo punto per vari motivi.
La Russia schiera attualmente circa seimila testate su missili strategici,
che sono permanentemente pronte al lancio, cioe' montate sui missili forniti
di combustibile. L'iniziativa americana, per quanto ridotta, puo' fare
ragionevolmente pensare alla Russia che la sua capacita' di rappresaglia
venga in qualche modo anch'essa ridotta. Inoltre anche un sistema ridotto
potrebbe in futuro servire come base per un sistema completo, perlomeno
attraverso l'esperienza acquisita nella sua installazione. Esiste ancora, e
questo non e' mai stato irrilevante per quanto riguarda lo sviluppo degli
armamenti, un problema di immagine: la Russia non puo' accettare di apparire
non eguale agli Stati Uniti.
Tutte queste considerazioni fanno pensare che la Russia sarebbe come minimo
obbligata a una costosissima rincorsa agli Stati Uniti. Il profilo sotto
tono tenuto finora dalla Russia di fronte alla iniziativa di Bush puo'
essere dovuto al fatto che passeranno ancora molti anni prima che il bmd
arrivi vicino alla sua installazione, ma e' certo che la cautela e' stata
obbligata viste le condizioni economiche attuali della Russia.
Per quanto riguarda la Cina le conseguenze del progetto bmd appaiono per
certi aspetti ancora piu' allarmanti: il potenziale nucleare della Cina e'
comparativamente molto inferiore al suo potenziale economico e questa e'
sempre una situazione inquietante. La Cina avrebbe attualmente un potenziale
strategico composto da una ventina di testate, non pronte per il lancio,
cioe' non installate sui missili e questi ultimi sono mantenuti nei silos,
ma senza carburante. Il ridotto numero di testate possedute potrebbe fare
pensare alla Cina che anche un sistema antimissile ridotto possa abbassare
significativamente la sua capacita' di rappresaglia; e paradossalmente
questa preoccupazione pare condivisa dagli ambienti governativi americani, i
quali hanno fatto capire che non sarebbero contrari a permettere alla Cina
una ripresa degli esperimenti, per permetterle di adeguare il suo arsenale
nucleare alla nuova situazione creata dall'installazione del sistema bmd.
Tenendo conto che lo sviluppo di un armamento nucleare da parte dell'India,
per quanto dichiarato rivolto a controbattere la minaccia del Pakistan, era
in realta' diretto contro la Cina, si comprende come le prospettive di una
nuova corsa al riarmo da parte cinese siano destinate a rendere ancora piu'
difficile e instabile il quadro strategico di una regione che e' al centro
di preoccupanti livelli di tensione.
Per concludere mi sembra si debba osservare come l'avere dedicato negli
ultimi tempi tutta l'attenzione agli atti terroristici abbia fatto passare
in secondo piano questi sviluppi degli armamenti nucleari, sviluppi che
possono rivelarsi, nel medio periodo, anche piu' drammatici di quelli legati
al terrorismo.

5. MAESTRE. HEDI VACCARO: OBIETTORI
[Da Hedi Vaccaro, A che punto siamo con il servizio civile, Claudiana,
Torino 1981, pp. 17-18. Hedi Vaccaro, impegnata nel MIR e in molteplici
esperienze di solidarieta' e di educazione e promozione della pace, e' una
delle figure piu' vive e piu' belle della nonviolenza. Tra le sue opere: (a
cura di), A che punto siamo con il servizio civile, Claudiana, Torino 1981;
(con Giulio Giampietro), Giorgio scopre la nonviolenza, Paoline, Roma 1985]
Mentre l'esercito prepara la societa' alla guerra, gli obiettori con il loro
servizio civile vogliono preparare una societa' diversa, senza armi, la
difesa popolare nonviolenta e stanno costruendo una nuova societa' piu'
comunitaria, piu' umana.

6. RIFLESSIONE. LANFRANCO MENCARONI. DON ABBONDIO A FIRENZE
[Lanfranco Mencaroni, amico e collaboratore di Aldo Capitini, anima
l'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini e cura l'utilissimo sito del
"Cos in rete" (per contatti: e-mail: capitini at tiscalinet.it; sito:
www.cosinrete.it); riportiamo uno stralcio di un suo recente pungente
intervento]
Quello che da' piu' fastidio nella vicenda del Social Forum a Firenze e' il
coro, naturalmente orchestrato dall'alto, di tanti don Abbondio che
affacciati alle finestre dei giornali, delle radio, delle televisioni di
loro proprieta' gridano a perdifiato contro i Renzi e le Lucie che chiedono
solo di sposarsi in pace.
Gridano accusando i poveri ragazzi di minacciarli, sapendo benissimo che i
violenti, i fuorilegge, i pericolosi sono loro stessi e i loro superiori,
sperando che Renzo arrabbiato gli tiri sul serio qualche sasso addosso.
(...).
Ci dispiace soltanto che a fronte di molti rappresentanti del Social Forum
apertamente schierati con la nonviolenza e ovviamente ignorati dai media
governativi, ci sia ancora qualche Renzo che ami fare il gradasso, minacci
occupazioni, dichiari di non temere scontri con la polizia e riceva l'onore
del palcoscenico accanto ai don Abbondio, come sia logico faccia il potere,
ma come non basta a farli ragionare.

7. POESIA E VERITA'. WENDY ROSE: EPITAFFIO
[Da AA. VV., Parole nel sangue. Poesia indiana americana contemporanea,
Mondadori, Milano 1991, p. 191. Wendy Rose e' nata a Oakland, California,
nel 1948, di ascendenza Hopi e Me-wulk, docente all'Universita' della
California; e' antropologa, pittrice, poetessa, autrice di molti libri]

Le radici dell'umanita' sono aggrovigliate nei miei capelli,
e le foglie (effimero castano scuro) accecano i miei occhi.

Dimmi, fenice,
la rinascita e' un uccello cosi' bello?

8. AMICIZIA. GIOVANNI SARUBBI: UNA LETTERA A TUTTI I MUSULMANI D'ITALIA
[Questa lettera e' stata diffusa il 5 novembre, per l'inizio del Ramadan, da
Giovanni Sarubbi, animatore della bella rivista "Il dialogo" e tra i
promotori dell'appello ecumenico al dialogo cristianoislamico. Per contatti:
redazione at ildialogo.org]
A tutti i musulmani d'Italia
E' con profonda stima ed amicizia fraterna che vogliamo augurarvi un buon
Ramadan 2002.
Come certo voi sapete siamo da oltre un anno impegnati sul tema del dialogo
cristiano islamico.
Da oltre un anno esponenti di tutte le chiese cristiane del nostro paese si
stanno mobilitando per realizzare tale giornata il prossimo 29 novembre,
ultimo venerdi' del Ramadan 2002, anche per dare continuita' all'ispirazione
profetica che porto' lo scorso anno Giovanni Paolo II ad assumere per primo
una iniziativa analoga.
Per la giornata del 29 novembre sono previste iniziative di preghiera e di
digiuno in molte parti díItalia ed in tutte le confessioni cristiane di cui
stiamo dando man mano conto sul sito www.ildialogo.org.
Purtroppo i rumori di guerra, proprio in coincidenza con la fine del
Ramadan, si stanno facendo piu' forti. Noi speriamo che da oggi e fino al 29
novembre, possano svilupparsi in Italia e nel mondo vaste iniziative
nonviolente a sostegno della pace e contro ogni guerra, per il dialogo fra
le religioni e contro la folle teoria dello "scontro di civilta'".
Ci auguriamo veramente che Iddio possa aiutare tutti gli uomini e le donne
di buona volonta' del mondo ad imboccare decisamente la via della pace e
della coesistenza pacifica, del rispetto di ogni essere umano e della natura
di cui facciamo parte.
E' con questi sentimenti e con questo augurio che vi diciamo "Buon Ramadan".
Che Iddio accolga le vostre e le nostre preghiere per la pace.
Che Iddio benedica il vostro lungo digiuno ed il nostro digiuno comune del
29 novembre. Mai come in questo momento il vostro Ramadan e' anche il nostro
Ramadan.
Shalom - Salaam
Giovanni Sarubbi, direttore de "Il dialogo"
*
Per la giornata del 29 novembre e' disponibile un libro della Emi, dal
titolo La rivincita del dialogo, ed un numero speciale del periodico "il
dialogo" (sito: www.ildialogo.org) con articoli, documenti, proposte di
liturgie, finalizzate ad aiutare quanti vogliano approfondire le ragioni del
dialogo e i contenuti dell'appello ecumenico a fare del 29 novembre 2002 la
giornata nazionale del dialogo cristiano-islamico.
Il libro puo' essere richiesto direttamente alla Emi, sito: www.emi.it, tel.
051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis at emi.it.
Il numero speciale puo' essere richiesto alla redazione de "Il Dialogo",
e-mail: redazione at ildialogo.org, tel. 3337043384. Il costo dello speciale e'
di 50 centesimi di euro a copia comprese le spese di spedizione con un invio
minimo di 25 copie. In alternativa lo speciale puo' essere scaricato
gratuitamente dal sito de "Il dialogo", www.ildialogo.org, e riprodotto a
proprie spese. Lo speciale de "Il dialogo" sara' inoltre diffuso dalla
rivista "Tempi di Fraternita' di Torino a tutti i suoi abbonati.
Sono altresi' disponibili un fascicolo curato da Stefano Allievi dal titolo
Islamica, che comprende tutta la principale bibliografia in italiano
sull'islam (si puo' richiedere gratuitamente a: cultura at carpidiem.it) e il
numero speciale di "Confronti" dal titolo Noi e loro (che si puo' richiedere
a: redazione at confronti.net).
Per firmare l'appello e per adesioni o segnalazione di iniziative, ci si
puo' rivolgere a:
- Giovanni Sarubbi: e-mail: redazione at ildialogo.org,  tel. 3337043384;
- Brunetto Salvarani: e-mail: b.salvarani at carpi.nettuno.it, tel. 3291213885.
Per l'elenco completo dei firmatari dell'appello, per tutti i materiali ad
esso relativi e per le iniziative in corso si puo' visitare il sito:
www.ildialogo.org

9. MEMORIA. MARIA ROSARIA SCIGLITANO PRESENTA IMRE KERTESZ
[Questo articolo abbiamo tratto dal quotidiano "Il manifesto" dell'11
ottobre 2002. A Kertesz e' stato recentemente attribuito il premio Nobel per
la letteratura]
Si fiutava aria di nobel per Imre Kertesz gia' nel 1999 alla Buchmesse di
Francoforte, quando l'Ungheria, ospite d'onore, si presento' con una nutrita
schiera di scrittori in larga parte gia' noti al pubblico tedesco. Nato a
Budapest nel 1929, Kertesz e' noto anche come traduttore di Canetti, Freud,
Hofmannsthal, Nietzsche, Joseph Roth, Wittgenstein - nei suoi scritti si
ferma principalmente sulla storia dell'orrore nel '900, sull'odio razziale,
sullo sterminio, sulla disumanita' che alloggia nell'animo umano. Dopo la
guerra ha lavorato come giornalista, il suo esordio letterario l'ha pagato
con il bando, e solo dopo la caduta del muro di Berlino ha ottenuto,
finalmente, un riconoscimento anche in Ungheria. Aveva quarantacinque anni
quando usci' il suo romanzo titolato Sorstalansag (Essere senza destino,
tradotto dal tedesco da Barbara Griffini per Feltrinelli nel `99); ma non
suscito' alcuna eco critica fino a quando, nel 1983, Gyorgy Spiro' - noto
scrittore e storico della letteratura - non lo recupero', determinandone lo
straordinario successo in patria e fuori. Kertesz vi racconta la storia di
un ragazzo sopravvissuto a Auschwitz che, una volta tornato a casa, non
ritrovandosi piu', viene assalito da un atroce senso di nostalgia per
l'ambiente orribile, eppure protettivo, del lager. Il libro parte dal dato
autobiografico - la deportazione dello scrittore adolescente in uno dei
campi di concentramento di Auschwitz - che restera' il punto di partenza per
ciascuno dei libri a venire. Il problema dell'identita' si pone in
Sorstalansag in maniera struggente, ma nell'intervista rilasciata dallo
scrittore al mensile "Mozgo' Vilag" nell'ottobre del 1997 egli ritorna piu'
serenamente sull'argomento: "Non ho problemi di identita'. Il fatto di
essere ungherese non e' piu' assurdo del fatto di essere ebreo e il fatto di
essere ebreo non e' piu' assurdo del fatto stesso che esisto". Nello stesso
anno pubblica A nyomkereso (L'esploratore) e nell'88 A kudarc (Il fiasco).
Ma il suo disagio di vivere Kertesz lo esprimera' in maniera piu' raffinata
e toccante in un altro suo romanzo del 1990: Kaddis a meg nem szuletett
gyermekert (Kaddish per un bambino non ancora nato, da me tradotto per il
Saggiatore, nel '96, e non ancora pubblicato). Il kaddish, la preghiera
ebraica per i morti, da' il ritmo alla narrazione in cui un intellettuale
del centro Europa si chiede se abbia il diritto di trasmettere la sua
pesante eredita' paterna - l'eredita' di un sopravvissuto all'Olocausto - a
una creatura destinata fin dalla nascita all'infelicita'.
"I sopravvissuti devono rassegnarsi: Auschwitz sta per sgusciare via dalle
loro mani sempre piu' indebolite dall'eta'. Ma, poi, di chi sara' l'eredita'
dell'Olocausto? La domanda non si pone: sara' delle nuove generazioni se,
ovviamente, ne sentiranno l'esigenza. C'e' una terribile ambiguita' nella
gelosia con la quale i sopravvissuti si attaccano ai diritti di proprieta'
esclusivamente morali dell'Olocausto": cosi' si esprime Kertesz sulle pagine
del "Die Zeit", nel settembre del 1998, in una lunga riflessione sorta dalla
polemica che fece seguito al film di Benigni La vita e' bella. L'inchiesta
minuziosa sui sentimenti di un ebreo sopravvissuto alle deportazioni e in
cerca di casa - nel senso di famiglia, di patria, di identita' -
raggiungera' le sue vette piu' alte nel libro in forma di diario intitolato
Valaki mas (Qualcun altro), uscito nel `97: qui Kertesz annota pensieri
relativi alla scrittura, alla vita, al ricordo e alla rinuncia alla memoria,
in una sorta di documento filosofico nel quale rivede le sue scelte nei sei
anni del silenzio creativo che lo separano dal romanzo breve Az angol
lobogo' (Lo stendardo inglese). Un anno dopo, A gondolatnyi csend, amig a
kivegzoosztag ujratolt (Un attimo di silenzio mentre il plotone di
esecuzione carica), raccoglie saggi e interventi sulla conoscenza e le
responsabilita' dell'Olocausto.
"I decenni mi hanno insegnato che l'unica via verso la liberazione passa
attraverso la memoria. Ma anche le modalita' del ricordo variano. L'artista
spera che l'esattezza della rappresentazione, che riporta anche lui nei
sentieri mortali, lo condurra' alla forma piu' nobile di liberazione, alla
catarsi, alla quale forse anche il suo lettore prendera' parte, in seguito.
Potrei contare sulle dita delle mani gli scrittori che hanno creato una
grande letteratura sull'esperienza dell'Olocausto... e' molto piu' frequente
che lo rubino ai suoi depositari e ne facciano una merce scadente. Oppure
istituzionalizzano l'Olocausto, ne stabiliscono il rituale politico-morale,
ne elaborano il linguaggio - spesso falso - impongono alla divulgazione
persino le parole che, quasi automaticamente, provocano negli
ascoltatori-lettori il riflesso dell'Olocausto: insomma, lo straniano in
tutti i modi possibili e impossibili. Istruiscono i sopravvissuti: come
devono riflettere su quello che hanno vissuto, del tutto indipendentemente
da come questa mentalita' si accorda con le esperienze reali; il testimone
autentico un po' per volta sara' soltanto d'impaccio, bisogna rimuoverlo
come una sorta di ostacolo".

10. RILETTURE. AA. VV.: DIFFERENZA CHE PASSIONE
AA. VV., Differenza che passione, volume monografico di "Volonta'", n.
1-2/88, pp. 216, lire 15.000. Una bella raccolta di saggi di autrici ed
autori prevalentemente di area libertaria.

11. RILETTURE. AA. VV.: LE PERIFERIE DELLA MEMORIA
AA. VV., Le periferie della memoria, Anppia, Movimento Nonviolento,
Torino-Verona 1999, pp. 180, lire 10.000. Una bellissima e commovente
raccolta di profili di testimoni di pace.

12. RILETTURE. THE BOSTON WOMEN'S HEALTH BOOK COLLECTIVE: NOI E IL NOSTRO
CORPO. SCRITTO DALLE DONNE PER LE DONNE
The Boston women's health book collective, Noi e il nostro corpo. Scritto
dalle donne per le donne, Feltrinelli, Milano 1974, 1980, pp. 488. Un libro
di straordinaria utilita' (forse soprattutto per i maschi che vorrebbero
impegnarsi per un mondo meno ingiusto e per la dignita' umana, e sovente
sono dei fascisti nelle loro relazioni con le altre persone).

13. RILETTURE. DANIELA DANNA: MATRIMONIO OMOSESSUALE
Daniela Danna, Matrimonio omosessuale, Erre Emme, Pomezia (Roma) 1997, pp.
320, lire 25.000. "Un libro che fa il punto sulla situazione delle coppie
gay e lesbiche e sulla loro volonta' di unione ufficiale" scritto da una
autorevole studiosa e militante.

14. RILETTURE. LAURA DI NOLA (A CURA DI): POESIA FEMMINISTA ITALIANA
Laura Di Nola (a cura di), Poesia femminista italiana, Savelli, Roma 1978,
pp. 176. Una bella raccolta di versi di poetesse e militanti, con interventi
di Mariella Bettarini, Biancamaria Frabotta, Sandra Petrignani.

15. RILETTURE. PAT PATFOORT: COSTRUIRE LA NONVIOLENZA
Pat Patfoort, Costruire la nonviolenza, La Meridiana, Molfetta (Ba) 1992,
pp. 128, lire 22.000. Un utile manuale per una pedagogia dei conflitti
dell'autorevole studiosa nonviolenta.

16. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

17. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti, la e-mail e': azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben at libero.it;
angelaebeppe at libero.it; mir at peacelink.it, sudest at iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it. Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac at tin.it

Numero 409 dell'8 novembre 2002