La nonviolenza e' in cammino. 401



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 401 del 31 ottobre 2002

Sommario di questo numero:
1. Lidia Menapace, guerra e terrorismo
2. Raniero La Valle, la guerra globale e infinita
3. Anna Polo, il movimento antiliberista e la scelta nonviolenta
4. Luigi Pintor, due articoli dopo la strage di Mosca
5. Cristina Papa, Bowling for colombine
6. Davide Melodia, un'idea bizzarra
7. Un incontro di educazione alla pace a Tuscania
8. Riletture: Franca Ongaro Basaglia, Manicomio perche'?
9. Riletture: Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia
10. Riletture: Franca Ongaro Basaglia, Una voce
11. Riletture: Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Crimini
di pace
12. Riletture: Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), La
maggioranza deviante
13. Riletture: Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Morire
di classe
14. La "Carta" del Movimento Nonviolento
15. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LIDIA MENAPACE: GUERRA E TERRORISMO
[Ringraziamo Lidia Menapace (per contatti: menapace at tin.it) per averci messo
a disposizione questo suo intervento. Lidia Menapace e' nata a Novara nel
1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico,
pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto";
e' tra le voci piu' significative della cultura delle donne e dei movimenti
di pace, di solidarieta', di liberazione. La maggior parte degli scritti e
degli interventi di Lidia Menapace è dispersa in quotidiani e riviste, atti
di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. (a cura di), Per
un movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001]
"Guerra e terrorismo sono parimenti crimini contro l'umanita'", esordiva un
comunicato-stampa emesso dall'Associazione Rosa Luxemburg subito dopo
l'attentato alle Torri gemelle, e regolarmente ignorato dalla stampa.
Era il frutto di un percorso interno non privo di contrasti, iniziato dal
momento in cui Arafat si era lasciato fotografare con un mitra in mano per
lanciare la seconda Intifada, armata e militarizzata e non piu' laica ma
fanatizzata, a differenza della prima che - almeno per quanto mi riguarda -
avevo considerato molto importante perche' indicava una scelta di difesa
popolare nonviolenta.
Ne conseguiva, nel prosieguo del comunicato, che "cercar di rispondere alla
guerra col terrorismo o al terrorismo con la guerra e' come voler spegnere
un incendio con la benzina, una cosa irrazionale e criminale".
Guerra e terrorismo sono accomunati dalla stessa cultura di morte, non hanno
alcun rispetto per le vite innocenti, inquinano la cultura e le relazioni
tra persone, seminano sospetti e rivalse, introducono la vendetta come unica
risposta, procedono per escalations ultimative e quindi negano qualsiasi
predisposizione alla trattativa.
Cio' non significa che una persona o stato o partito o chiesa o continente
che decida di fare una scelta di "neutralita' attiva" non dia un giudizio o
non riconosca i contesti: Sharon ha certamente violato piu' risoluzioni
delle Nazioni Unite che chiunque altro; Saddam e' un odioso dittatore; Bin
Laden un terrorista tecnologicamente ben attrezzato; ma chi capeggia
coalizioni o crociate contro di loro li ha spesso istruiti sostenuti armati
ecc. ecc. Del resto Bush e Blair e Putin non sono da meno nel cercare lo
scontro militare e nel provocare il perseguimento di azioni belliche.
Il fatto che distingue un/a neutrale attivo/a (da un guerriero mascherato e
spesso addirittura inconsapevole) e' di essere convinto/a che se si
sostengono militarmente le ragioni di chi ha ragione, quelle ragioni vengono
irreparabilmente inquinate e si avvia o riavvia una  sequela di vendette
distruzioni ecc. senza fine.
Quando avviene un fatto tremendo come quello del Teatro di Mosca, la prima
cosa da fare e' l'elaborazione del lutto. Dare espressione al proprio animo
addolorato sconvolto scosso e' giusto e umano e serve per respingere da se'
qualsiasi idea di replicare quegli orrori.
Poiche' si ha bisogno di trovare rispondenza, suggerisco di specchiarsi nei
volti delle persone che cercano congiunti amici amiche dispersi. Gia' i
funerali sono piu' infettivi.
Le foto di persone non tornate dalla guerra, non scampate ai bombardamenti,
non piu' identificate dopo le atomiche, desaparecidos nelle dittature piu'
tremende,  distrutte dalla Shoah,  sbriciolate dai  carri armati razzi
kamikaze fanno una catena umana capace di avvolgere piu' volte il mondo,
dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.
Ma anche dopo le Torri e dopo il Teatro le uniche facce umane sono quelle di
chi cerca segni di vita e non si arrende alla morte e alla vendetta.
Cosi' come i volti dei e delle palestinesi ceceni irakeni balcanici
sierraleonesi ugandesi che camminano gravati di pesi di povere cose a fatica
sottratte ai militari di turno. In quelle facce voglio riconoscere una
comune umanita'.
Gli altri mi sembrano Caino e so che comunque nessuno deve voler uccidere
nemmeno Caino: ma riconoscere che e' Caino e' liberatorio, fa parte della
elaborazione del lutto.
Dopo e subito bisogna riprendere il cammino della ricerca di possibili
raffreddamenti dilazioni, trattenere rallentare ritardare gli inizi di
ostilita'.
Dopo tutto quel che e' successo, e non mancando di chiedersi chi ha fornito
a Putin (se gia' non lo aveva) il gas nervino messo fuori legge da tutti i
trattati internazionali, e con che faccia Blair e Putin pensano di
ispezionare i magazzini criminali di Saddam, se ancora (per ragioni che non
mi interessa nemmeno indagare) qualcuno pensa di mettere gli USA davanti
alla minaccia di veto al Consiglio di sicurezza, va bene, e' cosa da
sostenere.
Il cammino della pace e della nonviolenza non e' eloquente, meno che mai
magniloquente, predicatorio, eroico: e' modesto sobrio chiaro tenace, sa
leggere i simboli e i contesti, e' consapevole che chi ha in mano il piu'
potente assetto di morte nel mondo non puo' essere affrontato con nobili
messaggi, ne' pero' trattenuto con minacce: forse solo l'isolamento lo puo'
far recedere, e qui la voce delle moltitudini che sottraggono consenso -
come avrebbe detto Rosa Luxemburg - vale.
Facciamoci dunque sentire con un fastidioso tenace mai smesso rumore di
fondo di "no alla guerra; no alla guerra; no alla guerra senza se; no alla
guerra senza ma; no al terrorismo; no al terrorismo; no al terrorismo senza
'sono disperati'; no al terrorismo senza 'ma sono straccioni';  no e basta";
"no agli embarghi contro le popolazioni; no agli embarghi che fanno piu'
vittime delle bombe; no agli embarghi che colpiscono  la popolazione
civile"; "no a politiche che non riconoscano il diritto di tutti e tutte a
cercare lavoro sopravvivenza e futuro ovunque sul pianeta"; "no al
rinascente razzismo, no al rinato colonialismo".
Usiamo queste parole per segnare le lettere, per concludere le telefonate,
mettiamole sui quaderni sulle agende, mettiamo straccetti bianchi alle
cartelle zaini borse finestrini biciclette motorini finestre balconi.
Portiamo al bavero coccarde arcobaleno o con la scritta "L'Italia ripudia la
guerra, art. 11 della Costituzione vigente".
Senza questa piccola antieroica quotidiana esposizione personale non credo
molto alle statistiche quando dicono che la stragrande maggioranza e' contro
la guerra: persino i capi di stato maggiore dichiarano che la pace e' meglio
della guerra e che fanno la guerra per difendere la pace e si nascondono
nell'anonimato delle statistiche.
Se nessuno vuole la guerra, meno di tutti/e le madri e i proletari, perche'
poi la  fanno o la sostengono? chiediamo che alcune madri si costituiscano a
sostegno del diritto di dire di no, disertare, rifiutare, appoggiare il
disarmo; diciamo ai proletari che ricordino quanto hanno pagato.
Una donna molto semplice, Anna Adelmi, che fu la prima segretaria della
Camera del Lavoro di Crema nel corso della prima guerra mondiale, nel Natale
del 1919 invito' a Crema i bambini di Vienna, i figli del "tradizionale
nemico", per di piu' appena "vinto", col motto luminoso nella sua
semplicita': "Tanto la guerra noi proletari l'abbiamo persa tutti".
Per meno di cosi' credo poco ai proclami e ai sondaggi non accompagnati da
facce visibili, voci scandite, parole firmate.

2. RIFLESSIONE. RANIERO LA VALLE: LA GUERRA GLOBALE E INFINITA
[Ringraziamo il curatore dell'Annuario della pace (Salvatore Scaglione, per
contatti: sascagl at infinito.it), e la casa editrice Asterios di Trieste, per
averci consentito di pubblicare come anticipazione larghissima parte di
questo intervento di Raniero La Valle (per contatti:
raniero.lavalle at tiscalinet.it), un carissimo maestro ed amico, ed uno dei
piu' lucidi e generosi costruttori di pace del nostro paese; intervento che
apparira' appunto nell'edizione dell'Annuario della pace edito da Asterios
per cura della Fondazione Venezia per la pace, in uscita a novembre e quindi
tra pochi giorni: uno strumento di lavoro pressoche' indispensabile per
tutte e tutti le operatrici e gli operatori di pace. Raniero La Valle e'
nato a Roma nel 1931, prestigioso intellettuale, giornalista, gia' direttore
de "L'avvenire d'Italia", direttore di Vasti, scuola di critica delle
antropologie, presidente del comitato per la democrazia internazionale, gia'
parlamentare, e' una delle figure piu' illustri della cultura della pace.
Tra le sue opere: Dalla parte di Abele, Mondadori, Milano 1971, Fuori dal
campo, Mondadori, Milano 1978, Marianella e i suoi fratelli, Feltrinelli,
Milano 1983,  Pacem in terris, l'enciclica della liberazione, Edizioni
Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1987]
La guerra globale - la cosiddetta guerra contro il terrorismo - e' la
verita' interna della globalizzazione, ed e' il punto in cui la modernita'
va a concludersi, e in cui esplode. La guerra globale e' una guerra
indistinta dalla vita, dalla pace, dalla politica. La vita, la pace, la
politica, sono diventate esse stesse guerra.
La guerra e' pervasiva, ubiquitaria, molecolare, e' la nuova modalita'
universale dei rapporti pubblici all'inizio del terzo millennio. Dopo
l'Afghanistan sara' la volta dell'Iraq, ma neanche l'Iran e la Corea del
Nord possono stare tranquilli, e poi c'e' una lista d'attesa, che giunge
fino a sessantuno Stati, tutti indiziati di contaminazioni di vario tipo
(anche involontarie) con il terrorismo. Come ha detto il segretario di Stato
americano Colin Powell, che pure sarebbe una "colomba", "ci fermeremo solo
quando la civilta' sara' di nuovo sicura": cioe' mai.
Per descrivere questa guerra si sono usate le espressioni piu' forti, per
rimarcare le differenze, le discontinuita' tra questa e tutte le guerre
precedenti. E io credo che si debbano prendere molto sul serio le
descrizioni e definizioni che hanno dato di questa guerra i loro autori, nel
momento in cui la annunciavano. Si tratta di una guerra "infinita", dunque
senza termini e senza confini, senza forma, una guerra senza regole e senza
condizioni, nemmeno quelle del diritto umanitario di guerra, che ci sono
voluti quattro secoli per costruire; infatti la guerra e' asimmetrica,
perche' ad avere il diritto di farla sarebbe una parte sola, la nostra, e
gli altri, anche se si difendono, sono "combattenti illegali"; percio', se
catturati, non sono prigionieri di guerra: sparita la vecchia distinzione,
rivendicata dal diritto pubblico moderno, tra nemici e criminali, e sparita
anche la tutela garantista dei criminali, i nemici vanno semplicemente
"eliminati"; presi "vivi o morti", anzi preferibilmente morti e, se vivi,
incarcerati o deportati; quelli tradotti a Guantanamo, saranno processati,
in quanto "non americani", dinanzi a una Corte marziale speciale di fresco
istituita da Bush, in giudizi che non comportano ne' prove ne' difensori,
con pene che includono la morte, e non prevedono appello, e saranno
immediatamente eseguite.
La civilta' giuridica finisce qui. Anche negli Stati Uniti molti si sono
scandalizzati; ma in America non e' il tempo della ragione, e il potere non
perdona.
Ora, capire come e' pensata, teorizzata e condotta questa guerra, inedita,
una guerra quale "non avete mai visto prima", significa capire in che senso
essa e' diversa dalla guerra cosi' come finora e' stata pensata in
Occidente. (...)
*
Il pensiero di guerra
In passato il pensiero della guerra e' stato il pensiero della "guerra
giusta". L'avevano elaborato i teologi medioevali, e serviva a giustificare,
ma anche a limitare strettamente le guerre dei principi cristiani. Essa
doveva essere decisa dall'autorita' legittima, doveva avere una giusta
causa, per lo piu' consistente nella reintegrazione di un diritto violato,
non dovevano esserci altri mezzi per conseguire quel risultato, doveva
esserci una proporzione tra i mali arrecati e il bene perseguito, e doveva
essere sufficiente a raggiungere il suo fine. Non si sa se queste condizioni
si siano mai realizzate o fossero realizzabili.
Poi, con la  modernita' e la nascita del diritto internazionale, a
cominciare da De Vitoria, la guerra viene fondata sull'idea
dell'autosufficienza dello Stato sovrano, in quanto societa' perfetta, che
come tale non deve dipendere da nessuno per avere giustizia, ma si fa
giustizia da se'; non solo ius defensionis (diritto di difesa) ma ius
vindicandi se et suos et persequendi iniurias (diritto di fare giustizia per
se' e per i suoi e di punire le offese); la guerra e' il modo in cui il
sovrano esercita la sua giurisdizione all'esterno, cosi' come con i
tribunali e la polizia esercita la giurisdizione all'interno (lo Stato
moderno di Hobbes, dira' Schmitt, e' lo Stato della moderna polizia).
Tutto cio' cessa di essere considerato razionale alla prova della seconda
guerra mondiale e della Shoah; e ancor meno razionale apparira' nella
prospettiva di una guerra atomica. Sicche' la guerra, uscita dalla ragione,
esce anche dal diritto, dove resta solo come caso d'eccezione, estremamente
condizionato, in quanto legittima difesa.
Quando alla fine del 1990 Bush (padre) sta ammassando l'armata per
ripristinare la guerra e cominciare col farla all'Iraq, padre Balducci
continua a ritenere che la guerra sia ormai "impensabile", fuori di ogni
ragione anche strumentale, e che percio' non ci sarebbe stata.
Invece ci fu, e poi quella jugoslava, e poi la guerra globale di oggi. Ma
non si tratta di un ripristino della vecchia razionalita': le costruzioni
mediatiche sulla guerra giusta, la guerra umanitaria, la guerra giustizia
infinita, la guerra preventiva per impedire lo sterminio progettato
dall'Iraq, sono solo inconsistenti messaggi promozionali a uso dell'opinione
pubblica occidentale. La razionalita' della guerra "giusta", della guerra
come esercizio legittimo della sovranita', della guerra come punizione del
reo, della guerra come difesa preventiva, e' finita per sempre. C'e'
un'altra razionalita' nell'attuale guerra globale.
*
Il limite del sistema
E la ragione va cercata nella logica interna dello stesso processo di
globalizzazione. Esso non ha cambiato il mondo, ma prima di tutto ha svelato
il mondo com'e', nei suoi limiti, nella sua poverta' e nelle sue tragedie. E
ha svelato anche il limite del sistema che ha permesso e garantisce la
ricchezza dei Paesi dominanti, cioe' il sistema capitalistico dominato dal
mercato: questo limite non e' geografico, tant'e' che il capitalismo si e'
diffuso fino agli estremi confini della terra, e non ha alcuna intenzione di
ritrarsene e di perdere pezzi di mercato; ma e' un limite economico, sociale
e umano e consiste nel fatto che tale sistema non puo' reggere la vita di
tutti gli uomini e donne della terra. Esso e' globale, ma non e' universale.
Spinge al massimo la libera circolazione dei capitali, ma non sopporta la
libera circolazione delle persone.
L'ora della verita' e' venuta con la rimozione del muro di Berlino quando,
caduto finalmente il limite esterno, il capitalismo avrebbe potuto
realizzare le sue promesse di estendere pace, sviluppo e diritti a tutti. E
da tutti a cio' era chiamato. Infatti il capitalismo che dai grandi Paesi
dell'Occidente si presentava a raccogliere l'eredita' del mondo, era un
capitalismo attraente, un capitalismo non solo di ricchezze e di lustrini
televisivi, ma anche di diritti, di protezione sociale, di pluralismo
politico. Non era il capitalismo selvaggio di oggi, era un capitalismo
ancora profondamente influenzato dall'esistenza di un campo antagonista,
dalla sfida esterna del mondo socialista, dal condizionamento interno delle
sinistre e dei sindacati, dal compromesso keynesiano.
Era un capitalismo che aveva dovuto accettare delle compatibilita' con
diritti e valori indipendenti dal mercato, un capitalismo certo avaro con i
bisogni, ma generoso nel fare spazio ai desideri. E quindi tutti ci volevano
entrare, o immigrandoci dentro, o facendosene invadere a casa loro, anche se
quel capitalismo invasivo doveva prendere la forma delle mafie.
Ma a quel punto insorge un limite interno; il sistema economico e sociale
vincente non e' in grado di rispondere ai fondamentali bisogni comuni, e
soprattutto a quel fondamentale bisogno comune che e' la sussistenza fisica,
e il lavoro, reso disponibile a tutti, per soddisfarlo. Pertanto, dopo la
caduta del muro di Berlino, appare chiaro che quel sistema non e' in grado
di reggere la vita e lo sviluppo del mondo. Non puo' sfamare tutti, non puo'
avere acqua e medicine per tutti, non puo' permettere la democrazia a tutti.
I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perche' sono fatti
per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni. Ma questo non e'
il solo problema. E' lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti
invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle
aree privilegiate del sistema.
Il Club di Roma gia' nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello
sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stava per finire il
petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano
per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di
inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici.
Contro il mito del progresso illimitato, si fa strada la coscienza della
scarsita'. Gli anni novanta, gli anni dopo la fine dell'Urss, sono gli anni
in cui i grandi poteri rimasti sono posti di fronte a queste alternative, a
queste scelte. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa
di tutti i rapporti mondiali, che postulano la pace, la giustizia e la
salvaguardia del creato, ci sono le teologie della liberazione dell'America
Latina, ci sono i pacifisti, ci sono i rapporti delle agenzie
intergovernative sul clima che denunciano i pericoli incombenti; ormai tutti
sanno che a lasciare andare le cose come sono non c'e' un futuro comune di
vita e di sviluppo, che la fruizione dei beni della terra quale e' goduta da
una parte dell'umanita' non si puo' estendere a tutti gli altri; che
l'ulteriore arricchimento e appagamento degli uni comporta l'impossibilita'
della sopravvivenza per gli altri. Dunque la scelta e' o l'innovazione di
sistema, o la selezione.
*
La scelta della selezione
La scelta del sistema e' quella di assumere una parte del mondo contro
l'altra. Se il mondo non si puo' tenere in piedi tutto, allora se ne
garantisce solo una parte, la propria. Un quinto contro gli altri quattro
quinti. La razionalita' economica si accorge che quello che conta e' la
quantita' di beni, non la quantita' di persone, e che percio' il sistema
funziona benissimo anche includendo solo un miliardo di persone, ma ad alta
intensita' di consumi, e distribuendo meno beni ma ad alta intensita'
tecnologica e ad alto contenuto di ricchezza. In questa logica ancora due
miliardi di persone sono considerate "interessanti", ma tutti gli altri, gli
altri tre miliardi, sono "uomini inutili", secondo una definizione della
Banca mondiale.
Percio' si rompe l'unita' del mondo. Se tutto il mondo non si puo'
sviluppare, che cresca e si arricchisca almeno una parte. Gli appagati e gli
esclusi. Se il cibo non si puo' distribuire a tutti, e nemmeno per il 2015,
come si era sperato, si potra' dimezzare il numero di quel miliardo e
duecento milioni di persone che vivono nella poverta' assoluta, con meno di
un dollaro al giorno, che almeno siano abbondanti le mense degli altri. I
sazi e gli affamati. Se il lavoro umano deve essere distrutto, perche' e' il
fattore piu' caro tra i costi di produzione, lo si conservi solo per coloro
che non possono essere sostituiti dalle macchine. I necessari e gli esuberi.
Se tutta la terra non si puo' salvare, perche' i mari si innalzeranno, e ci
sono isole, e continenti, e popoli a perdere, che si attrezzi, e si cinga di
mura, e si riempia di armi quella che deve sopravvivere, che non deve
naufragare. I sommersi e i salvati. Dunque si afferma una nuova razionalita'
che e' una razionalita' di selezione e di esclusione; una razionalita' di
apartheid; la razionalita' della competizione e della lotta per la vita,
perche', come aveva detto Spencer, "se gli uomini sono realmente in grado di
vivere essi vivono, ed e' giusto che vivano. Se non sono realmente in grado
di vivere, essi muoiono ed e' giusto che muoiano".
Ma qui c'e' una novita'. Chi si arroga la responsabilita' della selezione? E
quale il criterio della selezione? Di nuovo gli ariani contro i non ariani,
i bianchi contro i negri, i popoli civili contro i popoli incivili? Giammai.
La selezione la fanno i Mercati, che sono entita' astratte, irresponsabili.
Sono loro che votano. La Mano che divide, che separa, che discrimina, che
licenzia, e' la Mano invisibile del Mercato. La nuova razionalita' non e' la
razionalita' di una superiorita' razziale, etnica, religiosa. E' la
razionalita' del Mercato.
Ma per quanto la discriminazione non sia fondata su ragioni razziali,
ideologiche, religiose, o almeno il potere e il denaro che la operano se ne
proclamino immuni, il risultato e' pur sempre quello di una drammatica
rottura dell'unita' del mondo, dell'unita' della famiglia umana. Da una
parte gli eletti, dall'altra i respinti. Quelli che hanno titolo e quelli
che non ce l'hanno. Gli avec papier e i sans papier. In Palestina, ma per
tutt'altre ragioni, israeliani e arabi.
Questo mondo scisso e ghettizzato comporta un'antropologia. L'antropologia
della divisione, dell'esclusione, della diversita' di destino. L'umanita'
non e' piu' una. Uomini e no. I diritti sono umani, cioe' universali, ma che
cos'e' umano? Umano e' cio' che resiste al discrimine dell'elezione, della
selezione. E questa antropologia della selezione non interviene solo nello
stabilire la differenza tra Nord e Sud, popoli ricchi e popoli poveri, aree
dell'abbondanza e aree della fame, ma interviene anche a dividere, a
catalogare, emarginare, escludere ceti e persone negli stessi Paesi ricchi,
nelle stesse economie privilegiate del Nord del mondo; e' l'antropologia che
portera' le destre al potere in Europa, che ispirera' le leggi di
privatizzazione, di precarizzazione del lavoro, di contrasto alla
imparzialita' e indipendenza della giurisdizione, le riforme elitarie della
scuola e mercantili della sanita', le leggi contro gli immigrati.
* La resistenza degli esclusi
Ma la maggioranza scartata non accetta di essere votata all'esclusione. E'
questo che, come si lamenta la Nato, fa sorgere nuovi rischi e nuove minacce
alla sicurezza. Il grande problema che si apre con la fine dell'ordine
bipolare e la scomparsa dell'Urss e' percio' quello del governo del mondo.
L'idea e' che occorre stabilire un sovrano universale, e ad avere questo
trono non possono essere se non gli Stati Uniti perche', come doveva
spiegare Brzezinski, non c'e' altra alternativa che l'America all'anarchia
globale. Nell'aprile del 1992 le "linee guida" per la politica della difesa
degli Stati Uniti formalizzano la nuova dottrina. "Occorre impedire a
qualsiasi potenza ostile - dicono - il dominio di regioni le cui risorse le
consentirebbero di accedere allo status di grande potenza; queste regioni
comprendono il territorio dell'ex Unione Sovietica, l'Asia orientale e
sud-occidentale"; occorre "impedire l'ascesa di un futuro concorrente
globale"; occorre "dissuadere i Paesi industriali avanzati da qualsiasi
tentativo che miri a contestare la nostra leadership", cioe' la leadership
americana: e questo valeva per l'Europa.
Naturalmente occorreva anche tenere in mano le carte per l'ultima partita
sulla ripartizione e l'utilizzo delle riserve in via di esaurimento del
petrolio e degli altri combustibili fossili. Ma soprattutto occorreva al
piu' presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del
mondo: la guerra.
La guerra, agli inizi degli anni novanta, non solo era bandita dal diritto,
ripudiata dalle Costituzioni, ma godeva di un unanime discredito e
repulsione nell'opinione pubblica mondiale. La guerra, identificata ormai
con la guerra nucleare, era considerata come il male assoluto, anche dai
governanti. La guerra fredda era combattuta per evitare la guerra. Le
politiche dell'Occidente erano tutte politiche di pace, anche i missili si
mettevano per la pace, la filosofia della corsa al riarmo nucleare era la
dissuasione dalla guerra nucleare. La guerra era il terrore; la pace era
l'equilibrio del terrore, era la deterrenza: cioe' togliere il terrore con
il terrore.
Nella nuova situazione creatasi dopo il 1989 la guerra doveva essere
ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo
agghindata e adornata come una sposa.
*
Il ripristino della guerra
L'occasione la forni' l'Iraq e la sua disputa con l'Arabia Saudita e gli
altri Paesi Opec per il prezzo del petrolio, sceso a prezzi stracciati fino
a dodici dollari al barile. Fidando nel fatto che la guerra non usava piu',
l'Iraq occupo' il Kuwait. Questo crimine gli fu fatale. Il muro di  Berlino
era stato rimosso da un anno, l'Urss non era piu' in grado di fermare
l'Occidente. E Bush padre fece la guerra; la fece per due ragioni; la prima,
come spiego' poi nelle sue memorie, perche' non si poteva permettere che le
riserve di petrolio del Medio Oriente cadessero sotto il controllo di una
potenza ostile; e fu la prima guerra per il petrolio. (...).
Nel 1999 tocco' alla Jugoslavia. La guerra era stata ormai richiamata in
servizio, era "libera all'esercizio". Anche per quella guerra si parlo' di
petrolio, della necessita' di aprire un corridoio per gli oleodotti dal
Caspio. Ma la vera ragione fu politica. La ragione fu di uscire dall'ordine
delle Nazioni Unite, dove la guerra era ancora formalmente bandita, e
comunque sottoposta a limiti e condizioni, ed entrare, ormai senza altre
remore, nell'ordine della Nato; la Nato diventava essa la nuova comunita'
internazionale, la parte per il tutto, assumeva prerogative sovrane, si
investiva in proprio del diritto e del potere sovrano di guerra. Per far
questo cambiava i suoi statuti.
Il 24 aprile 1999, nel vertice atlantico di Washington, la Nato cambiava
finalita' e natura, dichiarava non piu' operanti i limiti degli articoli 5 e
6 del suo statuto che restringevano l'ipotesi di uso della forza armata alla
difesa contro un'aggressione, e rompeva percio' anche i limiti dell'articolo
51 della Carta dell'Onu sulla legittima difesa; inoltre la Nato infrangeva i
limiti della sua competenza territoriale, prevedeva interventi "fuori area"
e si assegnava come campo d'azione tutto il mondo; teorizzava la pace e la
sicurezza non piu' come indivisibili per tutti (che era il principio
fondativo dell'Onu), ma solo per se' e per i diciannove Paesi membri, e
individuava nuove infinite minacce alla sicurezza: terrorismo, sabotaggio,
criminalita' organizzata, interruzione di approvvigionamenti, movimenti
migratori, fattori politici, economici, sociali, ambientali, rivalita'
etniche, religiose, riforme mal pensate o fallite, violazione di diritti
umani, dissoluzione di Stati.
Per ognuna di queste possibili crisi si ipotizzava che ci potesse essere una
risposta militare. Per la prima volta la guerra veniva contemplata come
risposta a crisi politiche, sociali, economiche, religiose di ogni tipo.
*
L'istituzione della coppia guerra-terrorismo
Non a caso la prima delle nuove minacce alla sicurezza era individuata nel
terrorismo. Quest'ultima era una profezia destinata ad autorealizzarsi. Se
il mondo doveva restare pietrificato nella sua ingiustizia costitutiva, se
la guerra diventava il mezzo universale per gestire ogni genere di
contraddizioni o di crisi, e se l'esistenza di una unica superpotenza
militare faceva si' che la guerra restasse prerogativa e risorsa di una
parte sola, la quale per di piu' rivendicava di essere l'unica legittimata a
farla, agli altri non restava che il terrorismo.
In tal modo terrorismo e guerra erano assimilati come due variabili della
stessa fattispecie, come due surrogati dello stesso bene perduto: la
politica. E infatti, quando sono arrivati gli attentati al Pentagono e alle
torri Bush ha subito detto: sono atti di guerra. E ha risposto con la
guerra, perche' questa ormai e' l'unica lingua della politica.
Ma guerra e terrorismo non possono combattere l'una contro l'altro, perche'
sono la stessa cosa; nessuno puo' vincere senza nello stesso tempo far
vincere anche il suo nemico.
Guerra e terrorismo sono ambedue fuori legge, ambedue contrari alla ragione,
ambedue distruttivi della modernita'. La modernita', fragile, vulnerabile e
manufatta com'e' non e' compatibile ne' con il terrorismo ne' con la guerra.
Essa, con i suoi grattacieli, i suoi computer, le sue reti, il suo traffico
aereo, pu' vivere solo con la pace. Senza terrorismo, ma percio' anche senza
guerra. Oggi gli americani sono terrorizzati, perche' temono possa loro
succedere come a Israele, con i kamikaze in casa. Ma appunto Israele e' la
prova di dove portino le politiche di esclusione e di elezione, e' la prova
che la violenza, la prepotenza, la guerra non chiudono nessun problema, e
non fanno che rendere il terrorismo un fenomeno della vita quotidiana.
(...).

3. RIFLESSIONE. ANNA POLO: IL MOVIMENTO ANTILIBERISTA E LA SCELTA
NONVIOLENTA
[Ringraziamo Anna Polo (per contatti: anna.polo at tin.it) per questo lucido e
nitido intervento. Anna Polo, militante del Partito Umanista, e' fortemente
impegnata per i diritti umani e nella solidarieta' concreta]
Il Social Forum di Firenze e la manifestazione del 9 novembre contro la
guerra offrono ancora una volta l'occasione ad un movimento ampio e
variegato come quello antiliberista di definirsi rispetto a un tema
centrale: violenza o nonviolenza.
Dopo Genova, non c'e' stata alcun "esame di coscienza", alcuna ammissione di
responsabilita' o messa in discussione delle proprie scelte, da parte di
portavoce e dirigenti riguardo ai rapporti ambigui e complici con una
minoranza violenta. Eppure e' stata proprio questa resistenza a definirsi,
questo rifiuto di isolare i violenti in nome di una supposta unita' del
movimento, a creare le condizioni perche' poi si scatenasse la bestiale
violenza poliziesca.
Non stiamo parlando solo dei famigerati black block, sui quali sussistono
seri dubbi di connivenza con la polizia e ai quali sarebbe comunque ingenuo
pensare di lanciare appelli nonviolenti, ma di frange consistenti, anche se
ancora, per fortuna, minoritarie, che rimangono all'interno del movimento:
dai centri sociali piu' radicali, a Ya basta, ai Disubbidienti di Casarini e
compagni.
Gia' molte volte questi prepotenti hanno imposto ad una maggioranza di
tutt'altro avviso le loro scelte violente, spesso dettate semplicemente
dalla volonta' di protagonismo e dalla speranza di ottenere visibilita' sui
mass media, esponendo gli altri manifestanti al rischio di cariche e
pestaggi. Sono bravissimi a presentarsi come i piu' rivoluzionari, a
travestire le loro provocazioni da denuncia coraggiosa e a tacciare di
codardia chiunque non accetti di venire coinvolto nelle loro guerre private
contro la polizia, le "banche armate'" o la Croce Rossa.
Peccato che non li si veda mai quando si tratta per esempio di condurre un
lavoro difficile, umile e continuativo, lontano dalla luce dei riflettori, a
sostegno dei diritti degli immigrati, in particolare quelli rinchiusi nei
lager come quello di via Corelli a Milano.
Cosi' pochi violenti rischiano di screditare un intero movimento, facendo
passare l'equazione antiliberista = spaccavetrine.
Tutto questo e' noto da tempo, eppure adesso, alla vigilia del Social Forum
di Firenze, ci troviamo ancora una volta nella stessa situazione ambigua che
ha portato ai tragici fatti di Genova.
Come umanisti, sosteniamo in tutto il mondo la necessita' di opporsi al
neoliberismo e di costruire un altro sistema, basato sui diritti umani e non
sul profitto. Ci sentiamo dunque, almeno idealmente, parte del movimento che
i mass media definiscono sbrigativamente "no-global", ma non possiamo
condividere l'ambiguita' che sta portando ad accettare la violenza come un
metodo di lotta.
Negli ultimi tempi, per fortuna, altre voci oltre alla nostra si sono levate
a denunciare questa situazione e a chiedere di isolare i violenti, ma gli
appelli non bastano: occorre una chiara scelta di campo, ponendo la
nonviolenza come discriminante e rifiutandosi di organizzare qualsiasi
iniziativa, dai dibattiti alle manifestazioni, insieme ai violenti.
Se alcuni vogliono insistere nelle loro bravate provocatorie, che lo
facciano per conto proprio, senza nascondersi dietro ad una manifestazione
pacifica come quella del 9 novembre a Firenze.
Chi sceglie la violenza non puo' parlare di diritti umani.
Chi sceglie la violenza non puo' far parte di un movimento che aspira a
costruire un nuovo mondo, opposto al sistema inumano oggi dominante.

4. RIFLESSIONE. LUIGI PINTOR: DUE ARTICOLI DOPO LA STRAGE DI MOSCA
[I seguenti due articoli di Luigi Pintor sono apparsi rispettivamente sul
quotidiano "Il manifesto" del 27 e del 29 ottobre 2002. Luigi Pintor e' nato
nel 1925 a Roma, fratello di Giaime, antifascista, giornalista a "L'Unita'"
dal 1946 al 1965, parlamentare, radiato dal PCI nel 1969 ha dato vita al
"Manifesto", dapprima rivista e poi quotidiano su cui ancora scrive. E' uno
straordinario corsivista politico, unisce una prosa giornalistica di
splendida bellezza ad un rigore morale e di ragionamento di eccezionale
nitore. Opere di Luigi Pintor: I mostri, Alfani, Roma; Servabo, Bollati
Boringhieri, Torino; Parole al vento, Kaos, Milano; La signora Kirchgessner,
Bollati Boringhieri, Torino; Il nespolo, Bollati Boringhieri, Torino 2001;
Politicamente scorretto, Bollati Boringhieri, Torino 2001]
* Il copione
Sospiro di sollievo nel mondo generalmente inteso perche' la spettacolare
vicenda del teatro di Mosca si e' conclusa in pochi giorni con un bagno di
sangue contenuto rispetto alle previsioni e alle minacce dei protagonisti.
Meno di settanta (pare) i morti innocenti, senza contare ovviamente i
guerriglieri e le diciotto vedove cecene. Terrore e sofferenza ma un finale
di morte facile, anche se la dinamica del blitz e' quanto mai oscura. Un gas
nervino di fabbricazione inglese che avra' un avvenire, nessuna immolazione
o perche' non c'e' stato tempo o perche' i kamikaze non appartengono alla
cultura cecena. Strage ridotta al dieci per cento, che dopo la fantastica
inefficienza russa che ha permesso il sequestro di massa puo' essere
considerato tecnicamente un successo.
Sospiro di sollievo di breve durata, temo, per il mondo generalmente inteso.
Il 22 ottobre a Mosca non e' stato l'11 settembre a New York, come non e'
stato un altro sabato di ottobre a Bali. E' anche estremamente dubbio che
questi eventi che si succedono a catena possano essere ricondotti a un'unica
matrice sovranazionale, se non come effetto di imitazione. Ma ce n'e'
abbastanza per prendere atto che esistono in meta' del globo piaghe
sanguinose incancrenite che contagiano l'altra meta', popolazioni e
nazionalita' e culture che si ribellano alla propria condizione. Se non
troveranno sollievo neanche noi lo troveremo.
Che cosa se ne fara' Putin di questa efficace gassazione, che mentre
continuo a scrivere appare piu' truce di quando ho cominciato (i 70 morti
ora sono piu' di 90), se non sa negoziare una soluzione in Cecenia diversa
dai rastrellamenti e da una guerra zarista?
All'Onu si continua a discutere della guerra all'Iraq che non ha quasi nulla
a che fare con la lotta al terrorismo ma quasi tutto a che fare col
proposito americano di ridurre il medio oriente a un protettorato
permanente, nello spirito di Lawrence d'Arabia e riportandoci alle guerre
mesopotamiche con la variante petrolifera e missilistica. Non sospireremo di
sollievo se il Consiglio di sicurezza, fortunatamente diviso, non lo
fermera'.
Ma perche', se l'Onu esiste e le grandi potenze volessero disinnescare il
terrorismo con l'azione politica anziche' con la guerra cieca, non
progettano una forza di interposizione che ristabilisca i confini in
Palestina in conformita' dei trattati e di trentennali risoluzioni
internazionali? Domanda candidamente sciocca, senza rispondere alla quale e'
pero' vano stupirsi se l'insicurezza e la paura entrano nei teatri delle
metropoli d'occidente.
Ma da questa presa d'atto ci ritraiamo. Forse le cose sono andate troppo
avanti per invertire la rotta anche soltanto a parole. A ben pensarci, non
c'e' un governo o un leader politico influente che rivendichi il primato
della politica sulla forza per fronteggiare le cause dell'instabilita'
mondiale. Qui da noi manifestare per la pace in questo spirito e' diventato
un rischio piu' che un buon diritto. In America e' triste che quel cecchino,
invece di far riflettere sull'educazione militare, rallegri i fautori della
pena di morte. In Russia sara' triste se la tragedia del teatro di Mosca
avra' l'effetto meccanico di moltiplicare da una parte e dall'altra i morti
della guerra cecena.
* Uomini e topi
Forse ho sbagliato nel commentare a caldo la tragedia di Mosca e mi e'
rimasto in bocca un sapore amaro. Ho parlato d'altro, dello scenario
mondiale di cui quella tragedia e' un aspetto. Ma per guardare la foresta in
modo "politicamente corretto" non ho visto l'albero nel suo orrore come ora
lo vedo. L'uomo di nome Putin, che ne avra' avuto un altro nei codici della
polizia segreta, non doveva chiedere scusa ai suoi sudditi perche' non li ha
salvati tutti ma perche' non li ha ammazzati tutti. Qualcosa non ha
funzionato nella gassazione mortale, concepita e attuata in un modo che non
poteva e non doveva selezionare le vittime. Meglio tutti morti, colpevoli e
innocenti, che un nemico vivo. Nessuno puo' mettermi in ginocchio, questo e'
stato il messaggio. Kaputt, in tedesco.
Da oggi le armi chimiche o batteriologiche o quali che siano non sono piu'
una risorsa eventuale del terrorismo ma uno strumentario in dotazione dei
servizi di stato e un loro vanto. Non lacrimogeni all'aperto ma gas mortali
in luogo chiuso, con iniezioni letali come variante del colpo supplementare
alla nuca. Se un governo usa questo metodo contro i suoi nemici,
incuriosendo la scienza e le televisioni, sara' da oggi piu' facile che si
invertano le parti e piu' difficile scandalizzarsene.
Ah, ma quegli ostaggi non erano destinati a morire tutti e comunque per mano
di spietati carnefici? Forse, io non lo so, nessuno lo sa, quei carnefici
sono morti come rapinatori inesperti. Quello che invece ora si sa per certo,
quello che e' accaduto realmente, e' che un capo di stato ha fatto in
anticipo il lavoro dei terroristi in formato neanche tanto ridotto. Quello
che si sa e' che un teatro affollato di una capitale europea e' stato
disinfestato da una ditta specializzata in materia.
I topi non impietosiscono. Non c'erano, nell'operazione predisposta con
tanta cura, le salmerie del caso, ambulanze e infermerie, antidoti e
soccorsi, ospedali allertati. Lo ripeto, l'uomo del Kgb dovrebbe scusarsi
con se stesso per l'opera incompiuta, chiedere spiegazioni ai servizi
speciali che hanno lasciato in vita testimoni scomodi, e ora affrettarsi a
ridurre la Cecenia a una popolazione di vedove per pareggiare il conto.
Dice l'ipocrita: ma che altro poteva e potrebbe fare? Mille altre cose
dovrebbe saper fare, uno che non gestisce una macelleria ma governa un
paese, anche dichiararsi inetto. Ma l'ipocrita incalza: e' pero' un uomo
forte. Non abbastanza da evitare che un gruppo di disperati e di donne in
nero gli invadano la capitale, ma abbastanza da vendicarsene con lo stile
del suo mestiere d'origine. Dichiaro' una volta di non aver mai ucciso
nessuno, in carriera, ora ha colmato la lacuna.
E' un capo russo, non americano, dunque non e' l'antiamericanismo che mi fa
stravedere. E' questa stoffa, questa pasta di cui sono fatti gli uomini di
governo piu' importanti del mondo. Non vorrei incontrarli in un vicolo. Da
loro vengono solo miserevoli messaggi. Non e' sempre stato cosi' o soltanto
cosi'. Il culto della personalita' e' sempre stato un male, ma il culto
della non-personalita' del nostro tempo e' molto peggio.

5. CINEMA E VERITA'. CRISTINA PAPA: BOWLING FOR COLOMBINE
[Ringraziamo Cristina Papa (per contatti: womenews at womenews.net) per aver
scritto per il nostro notiziario questo articolo. Cristina Papa e' tra le
animatrici del sito "Il paese delle donne" (www.womenews.net), un punto di
riferimento per tutte e tutti]
Il 20 aprile 1999, due ragazzi di un normale liceo della profonda provincia
americana entrano nella loro scuola e iniziano a sparare sulla folla di
quelli che, probabilmente, potrebbero essere considerati loro amici/che.
Quando la polizia arriva conta 900 bossoli e alcuni giovani corpi.
Da questo episodio, che ha turbato profondamente l'America, prede spunto il
film di Philip Moore, Bowling for Colombine, premio speciale a Cannes 2002,
che procede, con la curiosita' di un entomologo, all'osservazione
dell'americano maschio bianco possessore di armi.
I volti di giovani e meno giovani americani che raccontano il loro rapporto
con fucili e pistole si alternano al ricordo di agghiaccianti episodi di
cronaca nera, il piu' tremendo forse quello di un bambino di sei anni che ha
ucciso una sua compagna di classe con un colpo di pistola.
In un veloce montaggio di interviste si susseguono, come in un teatrino,
delle maschere che producono in chi guarda  un effetto spesso tragicamente
esilarante: un ragazzo cieco che imbraccia il suo fucile e posa orgoglioso
davanti alla sagoma del tiro al bersaglio su cui ha messo a segno colpi
tutti mortali (impossibile non chiedersi come avra' fatto) e che
accarezzando la canna del fucile dice "quando sono con lui mi sento al
sicuro"; un ragazzo che la polizia della sua citta' ha a lungo considerato
come il pericolo pubblico numero due, purtroppo non il numero uno aggiunge,
e che vezzosamente spiega che in effetti non ha mai prodotto le cose grosse
che avrebbe potuto realizzare seguendo le ricette di un manuale che ha a
casa, si e' infatti limitato a produrre "solo" un ordigno da 20 chili
utilizzando del napalm, ma, specifica con una punta di orgoglio, napalm
fatto in casa, e via via in un crescendo dall'effetto sempre piu' surreale.
"Moore sembra un idiota e fa l'indiano, ed e' questo che gli permette di
fare domande a cui nessuno si sogna piu' di rispondere, come quando chiede a
un poliziotto se a Los Angeles si potrebbe arrestare qualcuno per il grande
inquinamento atmosferico".
Nella sua opera di decostruzione di luoghi comuni Moore ci conduce prima
all'interno delle piu' importanti fabbriche di armi, dove un direttore con
una faccia serena e tranquillizzante cerca di convincere chi ascolta che la
sua azienda e' poco piu'  pericolosa di una fabbrica di marmellate, e poi
sui luoghi del degrado sociale e ambientale, sfatando via via l'idea che la
violenza sia come un virus che si trasmette per contagio guardando film
violenti o vivendo in una famiglia appena appena dissimile da quella di
Barbie.
Ed e' dopo aver fatto giustizia di questi che sono solo banali luoghi comuni
che Moore, famoso in America per il suo decennale lavoro di denuncia delle
speculazioni e licenziamenti dell'ex presidente della General Motors Roger
Smith, che il film dimostra l'originalita' del suo approccio.
Con l'innocenza di un bambino il regista si pone infatti una domanda
cruciale: come mai nel vicino Canada circolano molte piu' armi che negli Usa
ma nello scorso anno i morti per armi da fuoco si contano sulle dita? Forse
nel Canada non ci sono famiglie povere o disgregate? Forse nel Canada i
giovani non hanno ragione di essere incerti del loro futuro o motivi per
essere arrabbiati?
Ed ha senso dire che la violenza e' una caratteristica intrinseca alla
cultura americana, o questa violenza non deve essere invece attribuita al
fatto che tutto negli USA sembra contribuire all'affermarsi della cultura
del nemico, con il suo inevitabile strascico di paura?
E basta a spiegare questa paura il bombardamento, in senso quasi letterale,
che l'american@ medi@ subisce da tutti i media, anche quando, apparentemente
trasmettono spettacoli di intrattenimento?
Si', basta, e' la tesi di Moore, che noi non possiamo non condividere. Per
averne conferma basta guardare in successione un notiziario canadese, dove
la guerra viene presentata come una cosa da scongiurare a tutti i costi, e
uno americano, o ascoltare le esperienze di vita degli abitanti dei due
stati.
Sereni e sorridenti canadesi, uomini e donne, raccontano di come l'aver
subito furti o aggressioni non abbia per loro significato automaticamente
avvertire "l'altro" come minaccia, le porte continuano a rimanere aperte.
Non la poverta', dunque, o la disoccupazione, maggiore in Canada che negli
USA, non il numero di armi, proporzionalmente piu' diffuse in Canada, non la
visione di film violenti che anche i ragazzini canadesi sembrano seguire con
entusiasmo, fa la differenza.
Quel che veramente rende il popolo americano violento e' l'essere totalmente
in balia della propria paura, l'incertezza di un sistema sociale che rende
la vita di ciascun@ un percorso ad ostacoli, un campo minato in cui una
banale malattia, un imprevisto, possono significare la fine di un'esistenza
tranquilla. E non v'e' dubbio che chi guadagna da questa paura e' la potente
industria bellica che questa paura fomenta e rende, se possibile, sempre
piu' irrazionale e bestiale.
Un film complesso e bellissimo, ironico e didattico senza mai essere
didascalico, un documentario multimediale che intreccia diversi generi,
cartoni animati, telegiornali, fiction, spot pubblicitari e testimonianze
orali, per dare vita ad un solo messaggio: "non dar retta a chi ti dice che
l'unico modo per sopravvivere alle presunte minacce del mondo che ti
circonda e' renderlo sempre piu' armato e minaccioso. Se vuoi la pace
costruisci la pace, sociale, ambientale, esistenziale".
Un film da vedere per ricordarci quanto, nonostante i nostri sforzi, sia
facile cadere nella trappola di chi vuole che la paura ci trasformi in
animali senza testa guidati solo dall'istinto di morte.
Michael Moore infatti diserta davvero quando, presentandosi in giro come un
idiota e un ignorante, mostra come in realta' idiota sia chiunque continui a
trovare finte scuse per accettare di vivere nella paura e nell'odio.
Un film che, purtroppo, Bush e i suoi elettori non andranno mai a vedere.

6. ARGUZIE. DAVIDE MELODIA: UN'IDEA BIZZARRA
[Ringraziamo Davide Melodia (per contatti: melody at libero.it) per questo
frizzante intervento, ricco di quella vena di ironia e di benignita' che
tutti gli amici di Davide ammirano in lui. Davide Melodia, infaticabile
costruttore di pace, e' nato a Messina nel 1920; prigioniero di guerra nel
1940-'46; maestro elementare, pastore evangelico battista, maestro
carcerario, traduttore al quotidiano "Il Giorno", pittore, consigliere
comunale e provinciale, dirigente dei Verdi; pacifista nonviolento,
segretario del Movimento Nonviolento (1981-83), segretario della Lega per il
Disarmo Unilaterale (1979-83), membro del Movimento Internazionale della
Riconciliazione, vegetariano, predicatore evangelico, dal 1984 quacchero. Ma
questa mera elencazione di alcune sue scelte ed esperienze non ne rende
adeguatamente la personalita', vivacissima e generosa. Opere di Davide
Melodia: Ritmi sociali (diffuso nella rete telematica); Introduzione al
cristianesimo pacifista, Costruttori di pace, Luino (Va) 2002]
Se dovessi morire prima di Berlusconi e lui pero' fosse nello stesso giorno
moribondo, e avesse bisogno di un cuore, di un cervello e di un fegato, gli
farei dono di tali organi, che so essere ancora in forma.
Perche'? Ovviamente perche' col mio cervello non tramerebbe infami
stravolgimenti della democrazia, col mio cuore farebbe opere di bene invece
dei suoi interessi, col mio fegatio avrebbe il coraggio di rimangiarsi tutte
le leggi ingiuste sin qui varate.
Ma temo che i tempi del suo malore e della mia dipartita non corrispondano.

7. ESPERIENZE. UN INCONTRO DI EDUCAZIONE ALLA PACE A TUSCANIA
Mercoledi 30 ottobre si e' svolto presso il liceo scientifico di Tuscania
(Vt) un incontro del corso di educazione alla pace.
Nelle tre ore di intenso lavoro (che aveva avuto una anticipazione in altra
classe con un'altra ora di conversazione centrata sul ricordo della figura
di Primo Levi) si e' riflettuto sul tema "La violenza contro l'umanita'" e
su come opporsi ad essa con l'azione nonviolenta.
L'incontro si e' aperto con la lettura e la discussione dello stupendo passo
biblico del Genesi, capitolo 18, versetti 22-26, in cui Abramo colloquia con
l'Eterno per salvare la vita degli esseri umani di Sodoma. E' un testo
capitale, indipendentemente dalla fede religiosa o dalla visione del mondo
laica di ognuno di noi.
Si e' poi letto ed analizzato il salmo 137 (o 136, a seconda della diversa
numerazione, come e' noto), quello "Presso i fiumi di Babilonia", e se ne
sono analizzate le interne dialettiche alla luce della dinamica
dell'oppressione che devasta le vittime e che si riproduce nell'invocazione
della vendetta.
Si e' poi letta e commentata la nota poesia di Salvatore Quasimodo, Alle
fronde dei salici, che mutuando quel modulo biblico rievoca il percorso
storico ed esistenziale della scelta della Resistenza; di Quasimodo si sono
poi letti e commentati altri due testi, Uomo del mio tempo (nella stessa
raccolta Giorno dopo giorno del '47), e In questa citta' (dalla sezione
Ancora dell'Inferno ne La terra impareggiabile del '55-'58). Naturalmente si
e' altresi' brevemente presentata la figura di Quasimodo e le vicende
storiche e culturali del suo tempo.
Si e' poi letta e commentata una poesia di Ernesto Cardenal, Presso i fiumi
di Babilonia, che nuovamente adotta il modulo del medesimo salmo adattandolo
alla realta' dell'oppressione imperialista di cui e' vittima l'America
Latina (ovviamente alla lettura e al commento si e' fatta precedere un'ampia
presentazione della figura di Cardenal e della storia del Nicaragua, ma
anche della "poesia conversazionale" tipica di tanti poeti americani, del
nord e del sud, con riferimento anche ai poeti statunitensi impegnati nelle
esperienze della cultura alternativa e del pacifismo).
Si e' poi tradotta e commentata un'altra grande poesia di Cardenal, Oracion
por Marilyn Monroe, servendosi di una bellissima edizione illustrata
nicaraguense arricchita dal commento di Dorothee Soelle e non disponibile in
edizione italiana).
Si e' poi passati ad una esercitazione di lettura ad alta voce, come
esperimento di controllo della voce e della respirazione, utilizzando - dopo
una breve esposizione di essenziali nozioni tecniche sulla fonazione, sulla
musica, sul linguaggio e sulla lettura - come testi di riferimento alcune
delle Poesie di Svendborg di Bertolt Brecht (ella traduzione di Franco
Fortini); tutti i parrtecipanti si sono esercitati alla lettura, ed ogni
lettura e' stata anche occasione di commento ed approfondimento.
Infine e' stato ricordato padre Ernesto Balducci, della cui figura ed opera
il coordinatore dell'incontro ha ricordato alcuni elementi salienti,
aggiungendo poi il racconto commosso di alcuni episodi di vita su cui ha
potuto dare una personale diretta testimonianza; l'intendimento dei corsisti
era di leggere poi alcuni testi balducciani, ma la fine delle tre ore ha
impedito che l'esercitazione proseguisse, cosicche' i testi di Balducci
proposti sono stati distribuiti ai partecipanti proponendo loro di
leggerseli ognuno per proprio conto a casa.
Il prossimo incontro del corso di educazione alla pace al liceo scientifico
di Tuscania e' tra due settimane.

8. RILETTURE. FRANCA ONGARO BASAGLIA: MANICOMIO PERCHE'?
Franca Ongaro Basaglia, Manicomio perche'?, Emme Edizioni, Milano 1982,
pp.88. Franca Ongaro Basaglia e' a nostro avviso una delle piu' importanti
pensatrici e militanti dell'ultimo mezzo secolo.

9. RILETTURE. FRANCA ONGARO BASAGLIA: SALUTE/MALATTIA
Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia, Einaudi, Torino 1982, pp. 278.
Franca Ongaro Basaglia e' a nostro avviso una delle piu' importanti
pensatrici e militanti dell'ultimo mezzo secolo.

10. RILETTURE. FRANCA ONGARO BASAGLIA: UNA VOCE
Franca Ongaro Basaglia, Una voce, Il Saggiatore, Milano 1982, pp. X + 150.
Franca Ongaro Basaglia e' a nostro avviso una delle piu' importanti
pensatrici e militanti dell'ultimo mezzo secolo.

11. RILETTURE. FRANCO BASAGLIA, FRANCA ONGARO BASAGLIA (A CURA DI): CRIMINI
DI PACE
Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Crimini di pace,
Einaudi, Torino 1975, pp. X + 486. Franca Ongaro Basaglia e' a nostro avviso
una delle piu' importanti pensatrici e militanti dell'ultimo mezzo secolo.
Franco Basaglia e' stato il suo degno, grande compagno.

12. RILETTURE. FRANCO BASAGLIA, FRANCA ONGARO BASAGLIA (A CURA DI): LA
MAGGIORANZA DEVIANTE
Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), La maggioranza
deviante, Einaudi, Torino 1971, 1978, PP. 190. Franca Ongaro Basaglia e' a
nostro avviso una delle piu' importanti pensatrici e militanti dell'ultimo
mezzo secolo. Franco Basaglia e' stato il suo degno, grande compagno.

13. RILETTURE. FRANCO BASAGLIA, FRANCA ONGARO BASAGLIA (A CURA DI): MORIRE
DI CLASSE
Franco Basaglia, Franca Ongaro Basaglia (a cura di), Morire di classe,
Einaudi, Torino 1969, 1978, senza numerazione di pagine ma pp. 88. Franca
Ongaro Basaglia e' a nostro avviso una delle piu' importanti pensatrici e
militanti dell'ultimo mezzo secolo. Franco Basaglia e' stato il suo degno,
grande compagno.

14. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

15. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: http://www.nonviolenti.org;
per contatti, la e-mail e': azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
http://www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben at libero.it;
angelaebeppe at libero.it; mir at peacelink.it, sudest at iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: http://www.peacelink.it. Per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac at tin.it

Numero 401 del 31 ottobre 2002