Riflessioni sulla Pace e sulla Guerra - Umberto Eco



Riflessioni sulla Pace e sulla Guerra
Umberto Eco
Il 25 febbraio scorso è stata presentata, presso il palazzo dei
Giureconsulti a Milano, la Fondazione Sant'Egidio. In quella occasione
Umberto Eco ha pronunciato la relazione che segue.
Chi vi parla ha collaborato a fondare, nei primi anni Sessanta, il "comitato
italiano per il disarmo atomico" e ha partecipato ad alcune marce della
pace. Questo premetto, dichiarandomi pacifista per vocazione (certamente
ancora oggi); questa sera però dovrò non solo parlare male della guerra, ma
anche parlare male della pace. Cercate di seguirmi con indulgenza.
Ho scritto una serie di interventi sulla guerra a partire dalla guerra del
Golfo in avanti, e mi rendo conto che ad ogni capitolo dovevo modificare le
mie idee sul concetto di guerra. Come a dire che il concetto di guerra, che
era rimasto più o meno lo stesso (indipendentemente dalle armi che si
usavano) dai tempi dei greci sino a ieri, negli ultimi dieci anni ha dovuto
essere ripensato almeno tre volte.
La Paleoguerra
Qual è stato nel corso dei secoli il fine di quella guerra che chiameremo
Paleoguerra? Si faceva una guerra per sconfiggere l'avversario in modo da
trarre un beneficio dalla sua perdita, si cercava di realizzare le nostre
intenzioni cogliendolo di sorpresa, si faceva il possibile perché
l'avversario non realizzasse le proprie intenzioni, si accettava un prezzo
da pagare in vite umane per infliggere al nemico un danno maggiore del
nostro. A tali fini si dovevano poter mettere in campo tutte le forze di cui
si poteva disporre. Il gioco si giocava tra i due contendenti.
La neutralità degli altri, il fatto che dalla guerra altrui non traessero
danno, ma semmai profitto, era condizione necessaria per la libertà di
manovra dei belligeranti. Dimenticavo, c'era un'ultima condizione: sapere
chi fosse il nemico e dove stesse. Per questo, di solito, lo scontro era
frontale e coinvolgeva due o più territori riconoscibili.
Nel nostro secolo la nozione di "guerra mondiale", tale che potesse
coinvolgere anche società senza storia come le tribù Polinesiane, ha
eliminato il rapporto tra belligeranti e neutrali. L'energia atomica fa sì
che, chiunque siano i contendenti, dalla loro guerra è danneggiato l'intero
pianeta.
La conseguenza è stata la transizione dalla Paleoguerra alla Neoguerra
attraverso la Guerra Fredda. La Guerra Fredda stabiliva una tensione di pace
belligerante o belligeranza pacifica, di equilibrio del terrore, che
garantiva un notevole equilibrio al centro e permetteva, o rendeva
indispensabili, delle forme di Paleoguerra marginali (Viet Nam, Medio
Oriente, stati africani, eccetera). La Guerra Fredda in fondo garantiva la
pace al primo e secondo mondo, a prezzo di alcune guerre stagionali o
endemiche nel terzo.
La Neoguerra del Golfo
Con la caduta dell'impero sovietico cessano le condizioni della guerra
fredda, ma vengono al pettine i nodi delle guerre mai cessate nel terzo
mondo. Con l'invasione del Kuwait ci si rende conto che si deve in qualche
modo rimettere in opera una sorta di guerra tradizionale (se vi ricordate,
il richiamo era proprio alle origini della seconda guerra mondiale: "se si
fosse fermato subito Hitler non appena ha invaso la Polonia"...) ma ci si è
subito accorti che la guerra non era più (o non soltanto) tra due fronti
separati. Lo scandalo dei giornalisti americani a Baghdad era in quei giorni
pari allo scandalo, di dimensioni ben maggiori, di milioni e milioni di
musulmani filo-iracheni che vivevano nei paesi dell'alleanza anti-irachena.
Nelle guerre di un tempo i potenziali nemici venivano internati (o
massacrati); un compatriota che dal territorio nemico parlava delle ragioni
dell'avversario veniva, a fine guerra, impiccato - ricordate come fu
impiccato dagli inglesi John Amery, che attaccava il suo paese dalla radio
fascista, e come solo la grande notorietà e il soccorso degli intellettuali
di ogni paese salvò, a prezzo di una conclamata malattia mentale, il
traditore Ezra Pound.
Quali erano le nuove caratteristiche della Neoguerra?
È incerto chi sia il nemico. Tutti gli iracheni? Tutti i serbi? Chi bisogna
distruggere?
La guerra non è frontale. La Neoguerra non poteva più essere frontale a
causa della natura stessa del capitalismo multinazionale. Che l'Iraq fosse
stato armato dalle industrie occidentali non era un incidente, e parimenti
non è stato un incidente che dalle industrie occidentali fossero armati,
dieci anni dopo, i talebani. Era nella logica del capitalismo maturo, che si
sottrae al controllo dei singoli stati. Ricorderete un particolare
apparentemente minore, ma significativo: a un certo punto ci si accorge che
gli aerei occidentali avevano creduto di distruggere un deposito di carri
armati o aerei di Saddam per poi scoprire che anzitutto erano modelli
civetta e, successivamente, che erano stati prodotti, e venduti regolarmente
a Saddam, da una industria italiana.
Con le Paleoguerre si avvantaggiavano le industrie belliche di ciascuno dei
paesi belligeranti, con la Neoguerra iniziavano ad avvantaggiarsi
multinazionali che avevano interessi da una parte e dall'altra della
barricata (se barricata ci fosse ancora stata). Ma non soltanto. Se la
Paleoguerra ingrassava i mercanti di cannoni, e questo guadagno faceva
passare in secondo piano l'arresto provvisorio di alcuni scambi commerciali,
la Neoguerra, se arricchiva i mercanti di cannoni, metteva in crisi (e su
tutto il globo) le industrie dei trasporti aerei, del divertimento e del
turismo, degli stessi media (che perdevano pubblicità commerciale) e in
genere tutta l'industria del superfluo - ossatura del sistema - dal mercato
edilizio all'automobile. Nella Neoguerra alcuni poteri economici si trovano
in concorrenza con altri, e la logica del loro conflitto superava la logica
delle potenze nazionali. Avevo annotato a quei tempi che questa era l'unica
condizione che faceva sì che, almeno, fosse tipico di una Neoguerra il
dovere durare poco, perché prolungarla, alla fin fine, non poteva giovare a
nessuno.
Ma se la logica dei singoli stati in conflitto doveva, con la Neoguerra,
sottostare alla logica industriale delle multinazionali, doveva sottostare
anche alle esigenze dell'industria dell'informazione. Con la guerra del
Golfo si è assistito, per la prima volta nella storia, al fatto che i media
occidentali davano voce alle riserve e alle proteste non solo dei
rappresentanti del pacifismo occidentale, il papa in testa, ma persino degli
ambasciatori e dei giornalisti dei paesi arabi simpatizzanti per Saddam.
L'informazione dava continuamente la parola all'avversario (mentre il fine
di ogni politica bellica è bloccare la propaganda avversaria) e
demoralizzava i cittadini delle singole parti nei confronti del proprio
governo (mentre Clausewitz ricordava che condizione della vittoria è la
coesione morale di tutti i combattenti). Ogni guerra del passato si basava
sul principio che i cittadini, credendola giusta, fossero ansiosi di
distruggere il nemico. Ora invece l'informazione non solo faceva vacillare
la fede dei cittadini, ma li rendeva vulnerabili di fronte alla morte dei
nemici - non più evento lontano e impreciso, ma evidenza visiva
insostenibile. La guerra del Golfo è stata la prima volta in cui i cittadini
compiangevano i nemici (qualcosa di simile si era profilato ai tempi del
Viet Nam, anche se allora parlavano, in sedi ben specifiche e sovente
marginali, i gruppi radicali americani, ma non si vedeva l'ambasciatore di
Hô Chi Min o del generale Giap concionare alla BBC. Né si vedevano
giornalisti americani che trasmettevano notizie da un hotel di Hanoi come
Peter Arnett trasmetteva da un hotel di Baghdad).
L'informazione pone il nemico nelle retrovie. Pertanto si stabiliva con la
guerra del Golfo che nella Neoguerra odierna chiunque ha il nemico nelle
retrovie. Quand'anche i media fossero imbavagliati, le nuove tecnologie
della comunicazione permetterebbero flussi d'informazione inarrestabili - e
neppure un dittatore può bloccarli, perché si avvalgono di infrastrutture
tecnologiche minime a cui neppure lui può rinunciare. Questo flusso
d'informazione svolge la funzione che nelle guerre tradizionali svolgevano i
servizi segreti: neutralizza ogni azione di sorpresa - e non è possibile
guerra in cui non si possa sorprendere l'avversario. La Neoguerra
istituzionalizzava il ruolo di Mata Hari e produceva dunque una intelligenza
col nemico generalizzata.
Mettendo in gioco troppi poteri, spesso in conflitto reciproco, la Neoguerra
già non era più un fenomeno in cui il calcolo e l'intenzione dei
protagonisti avesse valore determinante. Per la moltiplicazione dei poteri
in gioco (eravamo davvero all'inizio della globalizzazione) essa si
distribuiva secondo assetti imprevedibili. Di conseguenza era anche
possibile che l'assetto finale risultasse conveniente per uno dei
contendenti ma, in linea di principio era perduta per entrambi.
Affermare che un conflitto si è rivelato vantaggioso per qualcuno a un
momento dato, implicherebbe che si identificasse il vantaggio "a un momento
dato" col vantaggio finale. Ma ci sarebbe momento finale se la guerra fosse
ancora, come voleva Clausewitz, la continuazione della politica con altri
mezzi (per cui la guerra finirebbe quando si raggiungesse uno stato di
equilibrio tale da consentire il ritorno alla politica). Ma già con le due
grandi guerre mondiali del ventesimo secolo si era visto che la politica del
dopoguerra sarebbe stata sempre e comunque la continuazione (con qualsiasi
mezzo) delle premesse poste dalla guerra. Comunque la guerra andasse, essa,
avendo provocato un riassetto generale che non poteva corrispondere
pienamente alla volontà dei contendenti, si sarebbe prolungata in una
drammatica instabilità politica, economica e psicologica per i decenni a
venire, che altro non avrebbe potuto produrre che una politica guerreggiata.
D'altra parte, è mai davvero accaduto diversamente? Decidere che le guerre
classiche producessero dei risultati ragionevoli - un equilibrio finale -
deriva da un pregiudizio hegeliano, per cui la storia ha una direzione. Non
c'è prova scientifica (né logica) che l'assetto del Mediterraneo dopo le
guerre puniche, o quello dell'Europa dopo le guerre napoleoniche, debba
essere identificato con un equilibrio. Potrebbe essere identificato con uno
stato di squilibrio che non si sarebbe verificato se non ci fosse stata la
guerra. Il fatto che l'umanità abbia per decine di migliaia di anni
praticato la guerra come una soluzione degli stati di squilibrio non è più
probante del fatto che nello stesso periodo l'umanità abbia deciso di
risolvere squilibri psicologici ricorrendo all'alcool o ad altre droghe.
La prova che queste mie riflessioni di allora non fossero campate in aria è
stata data dagli eventi che hanno seguito la guerra del Golfo. Le forze
occidentali hanno liberato il Kuwait, ma poi si sono arrestate perché non
potevano permettersi di procedere sino all'annientamento finale
dell'avversario. L'equilibrio che ne è risultato non era poi tanto diverso
da quello che aveva originato il conflitto, tanto è vero che ritorna
continuamente sul tavolo il problema di come distruggere Saddam Hussein.
Saddam non è finito a Sant'Elena, né è stato spinto al suicidio dagli agenti
romani, come è accaduto ad Annibale.
È che con la Neoguerra del Golfo si è profilato un problema assolutamente
nuovo rispetto non solo alla logica e alla dinamica, ma alla stessa
psicologia che governava le Paleoguerre. Il fine della Paleoguerra era
distruggere quanti più nemici fosse possibile, accettando che morissero
anche molti dei nostri. I grandi condottieri del passato percorrevano la
notte, dopo la vittoria, un campo di battaglia disseminato di migliaia e
migliaia di morti, e non erano stupiti del fatto che la metà di essi fossero
propri soldati. La morte dei nostri veniva celebrata con medaglie e
cerimonie commoventi, e dava origine al culto degli eroi. La morte degli
altri era pubblicizzata, magnificata e i cittadini, a casa, dovevano godere
e rallegrarsi per ogni nemico in più che fosse stato distrutto.
Con il Golfo si stabiliscono due principi: (i) non dovrebbe morire nessuno
dei nostri e (ii) che si dovrebbero uccidere gli avversari il meno
possibile. Per quanto riguardava la morte degli avversari, nel Golfo abbiamo
assistito a qualche reticenza e ipocrisia, perché nel deserto gli iracheni
sono morti in grande quantità, ma il fatto stesso che si cercasse di non
enfatizzare questo dettaglio era già un segno interessante. In ogni caso
pareva ormai tipico della Neoguerra cercare di non uccidere i civili, se non
per accidente, perché a ucciderne troppi si sarebbe incorsi nella
riprovazione dei media internazionali. Di qui l'uso e la celebrazione delle
bombe intelligenti. A molti giovani tanta sensibilità sarà forse parsa
normale, dopo 50 anni di pace dovuti alla benefica guerra fredda, ma
riuscite a immaginarvi questa sensibilità ai tempi in cui le V1
distruggevano Londra e le bombe alleate radevano al suolo Dresda?
Per quanto riguarda i propri soldati, il Golfo è stato il primo conflitto in
cui appariva inaccettabile perdere anche un solo uomo. Il paese in guerra
non avrebbe sopportato la logica paleomilitare che vuole i propri figli
pronti a morire, a migliaia e migliaia, per consentire la vittoria. La
perdita di un aereo occidentale era sentita come un fatto dolorosissimo e si
è giunti a celebrare, dagli schermi televisivi, militari catturati dal
nemico che, per salvare la vita, avevano acconsentito a farsi interpreti
della propaganda nemica (poverini, si diceva, sono stati costretti a suon di
botte - dimenticando il sacro principio che il soldato catturato non parla
neppure sotto tortura). Nella logica della Paleoguerra questi personaggi
sarebbero stati additati al pubblico disprezzo - o almeno si sarebbe gettato
un velo pietoso sul loro sfortunato incidente. Invece sono stati compresi,
avvolti da sensi di calda solidarietà, premiati, se non dalle autorità
militari, dalla curiosità mediatica, perché in fondo erano riusciti a
sopravvivere.
In poche parole, la Neoguerra era divenuta un prodotto mediatico, tanto che
Baudrillard ha potuto dire, per paradosso, che non ha avuto luogo, ma è
stata soltanto rappresentata televisivamente. I media vendono per
definizione felicità e non dolore: i media erano obbligati a introdurre
nella logica della guerra un principio di felicità massimale o almeno di
sacrificio minimale. Ora, una guerra che non debba comportare sacrificio e
si preoccupi di salvare il principio di felicità massimale deve durare poco.
Così è stato per la guerra del Golfo.
Ma è durata talmente poco da essere stata in larga parte inutile, altrimenti
Bush non sarebbe ora qui a discutere se e quando attaccare Saddam. La
Neoguerra era ormai in contraddizione con le stesse ragioni per cui veniva
fatta.
La Neoguerra del Kosovo
Tutte le caratteristiche della Neoguerra, profilatesi ai tempi del Golfo, si
sono riproposte con la guerra del Kosovo, e in misura ancora più intensa.
Non solo i giornalisti occidentali rimanevano a Belgrado, ma l'Italia
inviava aerei in Serbia e contemporaneamente manteneva relazioni
diplomatiche e commerciali con la Jugoslavia, e le televisioni della Nato
comunicavano ora per ora ai serbi quali aerei Nato stessero lasciando
Aviano, agenti serbi sostenevano le ragioni del loro governo dagli schermi
della televisione - e li abbiamo visti e sentiti. Ma non eravamo solo noi ad
avere il nemico in casa. Anche loro.
Ricorderete invece che una giornalista serba inviava giorno per giorno
corrispondenze anti-Milosevic alla "Repubblica". Come bombardare una città i
cui abitanti inviano lettere di amicizia al nemico manifestando ostilità
verso il loro governo? Certo, anche Milano nel 1944, era abitata da tanti
antifascisti che attendevano l'aiuto degli alleati, eppure questo non ha
impedito agli alleati, per ragioni militari ineccepibili, di bombardare
selvaggiamente Milano, e ai resistenti di non protestare, e pensare che
fosse giusto. Invece nei bombardamenti di Belgrado vigeva un clima di
vittimismo sia da parte di Milosevic, sia da parte dei serbi
antimiloseviani, sia da parte degli occidentali che bombardavano. Di qui la
pubblicità data all'uso delle bombe intelligenti, anche quando intelligenti
non si dimostravano affatto. Ancora una volta, nella seconda Neoguerra non
doveva morire nessuno, e in ogni caso meno che in Iraq, perché in fin dei
conti i serbi erano bianchi ed europei come chi li bombardava, e alla fin
fine si è dovuto persino proteggerli dagli albanesi, per proteggere i quali
dai serbi era iniziato il conflitto. Il conflitto non era certo frontale e
le parti in gioco non erano separate da una linea retta, ma da serpentine
intrecciate. Non si era mai vista una guerra che si basasse tanto sul
principio di felicità massimale e sacrificio minimo. Ragione per cui anche
questa è dovuta durare pochissimo.
Afghanistan
Con l'11 settembre si verifica un nuovo ribaltamento della logica bellica.
Si badi che con l'11 settembre non inizia la guerra afghana ma la
confrontazione, ancora in atto, tra mondo occidentale e più specificamente
tra Stati uniti e terrorismo islamico.
Se l'11 settembre è stato l'inizio di un confronto bellico, in questa nuova
fase della Neoguerra dovremmo dire che si è completamente dissolto il
principio di frontalità. Anche coloro che pensano che il conflitto opponga
il mondo occidentale a quello islamico sanno che in ogni caso il confronto
non è più territoriale. I famosi 'stati canaglia' sono caso mai punti caldi
di appoggio al terrorismo, ma il terrorismo oltrepassa territori e
frontiere. Soprattutto, esso sta anche all'interno dei paesi occidentali.
Questa volta e per davvero il nemico sta nelle retrovie.
Salvo che ai tempi del Golfo e del Kosovo gli agenti nemici che agivano in
casa li si conosceva (tanto è vero che andavano alla televisione), mentre
col terrorismo internazionale la loro forza è che (i) essi rimangono ignoti,
(ii) i media dei nostri non possono monitorarli come Peter Arnett monitorava
la vita di Baghdad sotto i bombardamenti occidentali e (iii) del nemico
potenziale non fanno parte soltanto dei soggetti etnicamente stranieri
infiltratisi a casa nostra, ma potenzialmente anche dei nostri compatrioti -
a tal punto che è possibile, ed è in ogni caso possibile pensare, che le
buste all'antrace non fossero messe in circolazione da kamikaze musulmani ma
da gruppi settari yankee, neonazisti o fanatici di altra specie. Inoltre il
ruolo giocato dai media è stato ben diverso da quello che avevano avuto
nelle due Neoguerre precedenti, dove al massimo davano voce alle opinioni
dell'avversario.
Ogni atto terroristico viene compiuto per lanciare un messaggio che appunto
diffonda terrore, o come minimo inquietudine. Il messaggio terroristico
destabilizza anche se l'impatto è minimo, e a maggior ragione destabilizza
se l'obiettivo è un simbolo "forte". Quale era il proposito di Bin Laden nel
colpire le due torri? Creare "il più grande spettacolo del mondo", mai
immaginato neppure dai film catastrofici, dare l'impressione visiva
dell'assalto ai simboli stessi del potere occidentale e mostrare che di
questo potere potevano essere violati i maggiori santuari.
Ora, se il fine di Bin Laden era colpire l'opinione pubblica mondiale con
quella immagine, i mass media sono stati obbligati a darne notizia, a
mostrare il dramma dei soccorsi, degli scavi, della skyline mutilata di
Manhattan. Erano obbligati a ripetere quella notizia ogni giorno, e per
almeno un mese, con foto, filmati, infiniti racconti ripetuti di testimoni
oculari, reiterando agli occhi di chiunque l'immagine di quella ferita? È
molto difficile rispondere. I giornali con quelle foto hanno aumentato le
vendite, le televisioni con la ripetizione di quei filmati hanno aumentato
gli ascolti, il pubblico stesso chiedeva di rivedere quelle scene terribili,
vuoi per coltivare la propria indignazione, vuoi talora per inconscio
sadismo. Forse era impossibile fare diversamente, sta di fatto che in questo
modo i mass media hanno regalato a Bin Laden miliardi di dollari di
pubblicità gratuita, nel senso che hanno mostrato ogni giorno le immagini
che egli aveva creato, e proprio perché tutti le vedessero, gli occidentali
per trarne ragione di smarrimento, i suoi seguaci fondamentalisti per trarne
ragione di orgoglio. Così i mass media, mentre lo riprovavano, sono stati i
migliori alleati di Bin Laden, che in questo modo ha vinto la prima mano.
D'altra parte anche i tentativi di censurare o addolcire i comunicati che
Bin Laden inviava attraverso Al Jazeera si sono rivelati in pratica
fallimentari. La rete globale dell'informazione era più forte del Pentagono
e dunque si ristabiliva il principio fondamentale della Neoguerra per cui il
nemico ti parla in casa.
Anche in questo caso la Neoguerra non ha messo più di fronte due Patrie, ma
metteva in concorrenza infiniti poteri, salvo che questi vari poteri nelle
due Neoguerre precedenti potevano lavorare per abbreviare il conflitto e
indurre alla pace, mentre questa volta rischiano di prolungare la guerra.
L'ex direttore della Cia ha detto mesi fa in una intervista a "Repubblica"
che paradossalmente il nemico da bombardare sarebbero state le banche "off
shore", tipo quelle delle Cayman Islands e forse quelle delle grandi città
europee. Pochi giorni prima, a una trasmissione di Vespa, di fronte a una
insinuazione del genere (che però era indebolita dal fatto di venire non
dall'ex direttore della Cia ma da un no global), Gustavo Selva ha reagito
sdegnato, dicendo che è pazzesco e criminale pensare che le grandi banche
occidentali facciano il gioco dei terroristi. Ecco come un uomo politico di
età ampiamente pensionabile mostrava di non essere neppure in grado di
concepire la vera natura di una Neoguerra. Certamente l'aveva concepita
qualcuno a Washington, e sappiamo benissimo che nella prima fase, intercorsa
tra 11 settembre e l'inizio delle operazioni in Afghanistan, gli Stati Uniti
avevano pensato di poter condurre il conflitto come grande guerra di spie,
paralizzando il terrorismo nei suoi centri economici. Ma occorreva risarcire
subito una opinione pubblica americana profondamente umiliata e l'unico modo
di farlo subito è stato quello di riproporre una Paleoguerra.
Così il conflitto afghano è stato nuovamente basato su confronto
territoriale, scontro campale, modalità tattiche tradizionali, tanto da
ricordare le campagne ottecentesche degli inglesi al Kyber Pass, e
recuperava alcuni dei principi della Paleoguerra.
(i) Non era, di nuovo, consentito all'informazione di minare l'efficacia
delle operazioni militari dall'interno: di qui qualcosa di molto vicino alla
censura. Che poi il sistema globale dell'informazione facesse sì che quello
che non volevano dire i media americani lo dicesse una televisione araba era
certo il segno che la Paleoguerra non è davvero possibile nell'era di
Internet, ma si è tentato di tornarvi.
(ii) Se l'avversario aveva vinto la prima mano dal punto di vista simbolico,
lo si doveva annientare fisicamente. È rimasto il principio che si doveva
rispetto formale ai civili innocenti (e dunque l'uso ancora una volta di
bombe intelligenti), ma si è accettato che, quando non agivano gli
occidentali bensì i locali dell'alleanza del nord, non si potesse evitare
qualche massacro, su cui si cercava di sorvolare.
(iii) Si è di nuovo accettato che si potessero perdere vite dei propri
soldati e si è invitata la nazione a prepararsi a un nuovo sacrificio. Bush
figlio, come il Churchill della seconda guerra mondiale, ha promesso ai
suoi, sì, la vittoria finale, ma anche lacrime e sangue, mentre Bush padre
non lo aveva fatto ai tempi del Golfo.
La Paleoguerra afghana ha forse risolto i problemi che essa stessa ha posto
(vale a dire che in talebani sono stati allontanati dal potere), ma non ha i
risolto i problemi della Neoguerra di terza fase da cui è stata originata.
Infatti se il fine della Neoguerra era eliminare il terrorismo
internazionale islamico e neutralizzarne le centrali, è evidente che esse
esistono ancora da altre parti, e l'imbarazzo è solo stabilire dove fare la
seconda mossa; se il fine era eliminare Bin Laden, non è affatto evidente
che vi si sia riusciti; se pure ci si fosse riusciti, forse si scoprirà che
Bin Laden era figura certamente carismatica, ma che nella sua immagine non
si risolveva il terrorismo fondamentalista islamico. Uomini acuti come
Metternich sapevano benissimo che anche mandando Napoleone a morire a
Sant'Elena non si eliminava il bonapartismo, e Metternich è stato costretto
a perfezionare Waterloo col Congresso di Vienna (che tra l'altro non è
bastato, come ha dimostrato la storia del XIX secolo).
Quindi, sino a questo punto, la Neoguerra iniziata l'11 settembre non è
stata vinta né risolta con la Paleoguerra afghana - e onestamente non saprei
dirvi se e come Bush avrebbe potuto agire diversamente, né è questo il punto
in discussione. Il punto è che, di fronte alle Neoguerre, pare che non ci
siano comandi militari capaci di vincerle.
A questo punto la contraddizione è massima e massima la confusione sotto il
cielo. Da un lato sono cessate tutte le condizioni per cui si possa condurre
una guerra, dato che il nemico si è totalmente mimetizzato, e dall'altro,
per poter dimostrare che in qualche modo al nemico si tiene ancora testa, si
debbono costruire simulacri di Paleoguerra, che però servono solo a tenere
saldo il fronte interno, e a far dimenticare ai propri cittadini che il
nemico non è là dove lo si sta bombardando, ma è tra noi.
Di fronte a questo smarrimento l'opinione pubblica (di cui certi capipopolo
si sono fatti interpreti) ha cercato disperatamente di ritrovare l'immagine
di una Paleoguerra possibile, e la metafora è stata quella della crociata,
dello scontro di civiltà, del rinnovato conflitto di Lepanto tra cristiani e
infedeli. Se si è in fondo vinta militarmente la piccola Paleoguerra
afghana, perché non sarebbe possibile vincere la Neoguerra globale,
facendola diventare una Paleoguerra mondiale, noi bianchi contro i Mori?
Messa così sembra una cosa da fumetto, ma il successo del libro di Oriana
Fallaci ci dice che, se fumetto è, viene letto da molti adulti.
I sostenitori della crociata non hanno pensato che, anche in questo caso, la
crociata è pur sempre una forma di Paleoguerra che non può essere condotta
nella situazione globale che ha creato le condizioni e le contraddizioni
della Neoguerra. Sulla impossibilità della crociata, e al di là di ogni
considerazione filosofica, morale o religiosa, avevo cercato di dire
qualcosa nell'autunno scorso, tracciando provocatoriamente uno scenario di
crociata possibile. Ripeto questo mio scenario, sperabilmente di pura
fantascienza.
Immaginiamo allora un confronto globale tra mondo cristiano e mondo
musulmano - scontro frontale, dunque, come nel passato. Ma nel passato c'era
un'Europa ben definita nei suoi confini, con il Mediterraneo tra cristiani e
infedeli, e i Pirenei che tenevano isolata la propaggine occidentale del
continente, ancora in parte araba. Dopo di che lo scontro poteva assumere
due forme, o l'attacco o il contenimento.
L'attacco è stato costituito dalle Crociate, ma si è visto che cosa è
successo. L'unica crociata che ha portato a una effettiva conquista (con
l'installazione di regni franchi in Medio Oriente) è stata la prima. Dopo
meno di un secolo Gerusalemme è caduta di nuovo in mano ai musulmani e per
un secolo e mezzo ci sono state altre sette crociate, che non hanno risolto
nulla.
L'unica operazione militare riuscita è stata più tardi la Reconquista della
Spagna, ma non era una spedizione oltremare, bensì una lotta di
riunificazione nazionale, che non ha eliminato il confronto tra i due mondi,
bensì ne ha semplicemente spostato la linea di confine. Quanto al
contenimento, si sono fermati i turchi davanti a Vienna, si è vinto a
Lepanto, si sono erette torri sulle coste per avvistare i pirati saraceni, i
turchi non hanno conquistato l'Europa, ma il confronto è rimasto.
Poi l'occidente, atteso che l'oriente s'indebolisca, lo colonializza. Come
operazione è stata certamente coronata da successo, e per lungo tempo, ma i
risultati li vediamo oggi. Il confronto non è stato eliminato, bensì acuito.

Se oggi si riproponesse lo scontro frontale, che cosa avrebbe questo scontro
di diverso rispetto ai confronti del passato? Ai tempi delle crociate il
potenziale bellico dei musulmani non era tanto dissimile da quello dei
cristiani, spade e macchine ossidionali erano a disposizione di entrambi.
Oggi l'occidente è in vantaggio quanto a tecnologia di guerra. È vero che il
Pakistan, in mano ai fondamentalisti, potrebbe usare l'atomica, ma al
massimo riuscirebbe, diciamo, a radere al suolo Parigi, e subito le sue
riserve nucleari verrebbero distrutte. Se cade un aereo americano ne fanno
un altro, se cade un aereo siriano avrebbero difficoltà ad acquistarne uno
nuovo in occidente. L'Est rade al suolo Parigi e l'Ovest getta una bomba
atomica sulla Mecca. L'Est diffonde il botulino per posta e l'Ovest gli
avvelena tutto il deserto d'Arabia, come si fa coi pesticidi nei campi
sterminati del Midwest, e muoiono persino i cammelli. Benissimo. Non sarebbe
neppure una cosa troppo lunga, un anno al massimo, poi si continua tutti con
le pietre, ma loro avrebbero forse la peggio.
Salvo che c'è un'altra differenza rispetto al passato. Ai tempi delle
crociate i cristiani non avevano bisogno del ferro arabo per fare le loro
spade, né i musulmani del ferro cristiano. Oggi invece anche la nostra
tecnologia più avanzata vive sul petrolio, e il petrolio ce l'hanno loro,
almeno per la maggior parte. Loro da soli, specie se gli bombardi i pozzi,
non ce la fanno più ad estrarlo, ma noi rimaniamo senza. L'occidente
dovrebbe dunque ristrutturare tutta la sua tecnologia in modo da eliminare
il petrolio. Visto che ancora oggi non siamo riusciti a fare un automobile
elettrica che vada a più di ottanta chilometri all'ora e non impieghi una
notte per ricaricarsi, non so quanto tempo questa riconversione prenderà.
Anche a propellere aerei e carri armati, e a far funzionare le nostre
centrali elettriche a energia atomica, senza calcolare la vulnerabilità
delle nuove centrali, ci vorrebbe molto tempo. Poi vorrei vedere se le Sette
Sorelle ci stanno. Non mi stupirei se dei petrolieri occidentali, pur di
continuare a fare profitti, fossero pronti ad accettare un mondo
islamizzato.
Ma la cosa non finisce qui. Ai bei tempi andati i saraceni stavano da una
parte, oltremare, e i cristiani dall'altra. Oggi invece l'Europa è piena di
islamici, che parlano le nostre lingue e studiano nelle nostre scuole. Se
già oggi alcuni di loro si allineano coi fondamentalisti di casa loro,
immaginiamoci se ci trovassimo al confronto globale. Essa sarebbe la prima
guerra col nemico non solo sistemato in casa, ma assistito dalla mutua.
Si badi bene che lo stesso problema si porrebbe al mondo islamico, che ha a
casa propria industrie occidentali, e addirittura enclaves cristiane, come
l'Etiopia. Siccome il nemico è per definizione cattivo, tutti i cristiani
d'oltremare li diamo per perduti. La guerra è guerra. Sono già in partenza
carne da foiba. Poi li canonizzeremo tutti in piazza San Pietro.
Che cosa facciamo invece a casa nostra? Se il conflitto si radicalizza oltre
misura, e crollano altri due o tre grattacieli, o addirittura San Pietro, si
avrà la caccia al musulmano. Una sorta di notte di San Bartolomeo o di
Vespri Siciliani: si prende chiunque abbia i baffi e la carnagione non
chiarissima e lo si sgozza. Si tratta di ammazzare milioni di persone, ma ci
penserà la folla senza scomodare le forze armate.
Potrebbe prevalere la ragione. Non si sgozza nessuno. Ma anche i
liberalissimi americani, all'inizio della seconda guerra mondiale, hanno
messo in campo di concentramento, sia pure con molta umanità, tutti i
giapponesi che avevano in casa, anche se erano nati laggiù. Quindi (e sempre
senza guardare per il sottile) si vanno a individuare tutti coloro che
potrebbero essere musulmani - e se sono, per esempio, etiopici cristiani
pazienza, Dio riconoscerà i suoi - e li si mette da qualche parte. Dove? A
fare dei campi di prigionia, con la quantità di extracomunitari che girano
per l'Europa, si avrebbe bisogno di spazio, organizzazione, sorveglianza,
cibo e cure mediche insostenibili, senza contare che quei campi sarebbero
delle bombe pronte a esplodere.
Oppure li si prende, tutti (e non è facile, ma guai se ne resta appena uno,
e bisogna farlo subito, in un colpo solo), li si carica su una flotta di
navi da trasporto e si scaricano... Dove? Si dice "scusi signor Gheddafi,
scusi signor Hussein, mi prende per favore questi tre milioni di turchi che
cerco di sbatter fuori dalla Germania"? L'unica soluzione sarebbe quella
degli scafisti, li si butta a mare. Milioni di cadaveri a galla sul
Mediterraneo. Voglio vedere il governo che decide di farlo, altro che
desaparecidos, persino Hitler massacrava poco alla volta e di nascosto.
Come alternativa, visto che siamo buoni, li lasciamo stare tranquilli a casa
nostra, ma dietro a ciascuno mettiamo un agente della Digos che lo sorvegli.
E dove trovi tanti agenti? Li arruoli tra gli extracomunitari? E se poi ti
viene il sospetto sorto negli Stati Uniti, dove le compagnie aeree, per
risparmiare, facevano fare i controlli aeroportuali a immigrati dal terzo
mondo, e poi gli è venuto in mente che potessero non essere affidabili?
Naturalmente tutte queste riflessioni potrebbe farle, dall'altra parte della
barricata, un musulmano ragionevole. Il fronte fondamentalista non sarebbe
certo del tutto vincente, una serie di guerre civili insanguinerebbe i loro
paesi portando a orribili massacri, i contraccolpi economici ricadrebbero
anche su di loro, avrebbero meno cibo e meno medicine delle poche che hanno
oggi, morirebbero come mosche. Ma se si parte dal punto di vista di uno
scontro frontale, non ci si deve preoccupare dei loro problemi bensì dei
nostri.
Tornando dunque all'Ovest, si creerebbero all'interno del nostro
schieramento gruppi filoislamici, non per fede ma per opposizione alla
guerra, nuove sette che rifiutano la scelta dell'occidente, ghandiani che
incrocerebbero le braccia e si rifiuterebbero di collaborare coi loro
governi, fanatici come quelli di Waco che inizierebbero (senza essere
fondamentalisti musulmani) a scatenare il terrore per purificare l'occidente
corrotto. Si creerebbero per le strade di Europa cortei di oranti che
attendono disperati e passivi l'Apocalisse. Ma non è indispensabile pensare
solo a queste frange.
Accetterebbero tutti la diminuzione dell'energia elettrica senza neppure
poter ricorrere alle lampade a petrolio, l'oscuramento fatale dei mezzi di
comunicazione e quindi non più di un'ora di televisione al giorno, i viaggi
in bicicletta anziché in automobile, i cinematografi e le discoteche chiuse,
la coda ai McDonalds per avere la razione giornaliera di una fettina di pane
di crusca con una foglia d'insalata, insomma la cessazione di una economia
della prosperità e dello spreco? Figuriamoci che cosa importa a un afghano o
a un profugo palestinese vivere in economia di guerra, per loro non
cambierebbe nulla. Ma noi? A quale crisi di depressione e demotivazione
collettiva si andrebbe incontro? Saremmo disposti ad accettare l'appello di
un nuovo Churchill che ci promettesse lacrime e sangue?
Quanto si identificherebbero ancora con l'occidente i neri di Harlem, i
diseredati del Bronx, i chicanos della California?
Infine, che cosa farebbero i paesi dell'America Latina, dove molti, senza
essere musulmani, hanno elaborato sentimenti di rancore verso i gringos,
tanto che anche laggiù, dopo la caduta delle due torri, c'è chi sussurra che
i gringos se la sono cercata?
Insomma, la guerra globale potrebbe certo vedere un Islam meno monolitico di
quello che si pensa, ma certo vedrebbe una cristianità frammentata e
nevrotica, dove pochissimi si candiderebbero a essere i nuovi Templari,
ovvero i kamikaze dell'occidente.
Questo è, l'ho detto, uno scenario di fantascienza, che non vorrei mai
vedere realizzato. Ma va disegnato per mostrare che, il giorno che si
realizzasse, non porterebbe alla vittoria di nessuno. Quindi, anche
trasformandosi in Paleoguerra globale la Neoguerra di terza fase non
condurrebbe ad alcun risultato che non fosse la sua continuazione perenne in
uno scenario desolato da Conan il Barbaro.
Il che significa che nell'era della globalizzazione una guerra globale è
impossibile, ovvero che porterebbe alla sconfitta di tutti.
Quando scrivevo le mie riflessioni sulla Neoguerra del Golfo, la conclusione
che la guerra fosse ormai impossibile mi portava alla idea che forse era
giunto il momento di dichiarare il tabù universale della guerra, ma mi rendo
ora conto, dopo le esperienze successive, che si trattava di una pia
illusione. Oggi la mia impressione è che, poiché la Neoguerra non ha né
vincitori né vinti, e le Paleoguerre non risolvono nulla se non sul piano
della soddisfazione psicologica del vincitore provvisorio, il risultato sarà
una forma di Neoguerra permanente, con tante Paleoguerre periferiche sempre
riaperte e sempre provvisoriamente richiuse.
Immagino che la cosa non piaccia perché, tutti voi che mi ascoltate, siete
affascinati dall'ideale della Pace. L'idea che l'inutilità delle Neoguerre
potesse portare a prendere sul serio la Pace era certamente molto bella, ma
è appunto irrealistica. È che la vicenda stessa della Neoguerra ci induce a
riflettere sulla natura equivoca della nozione di Pace.
Quando si parla di pace e si auspica la pace, si pensa sempre (nella misura
consentita dal nostro orizzonte di visione) a una pace universale o globale.
Non parleremmo di pace se pensassimo solo al bene di una pace per pochi,
altrimenti andremmo ad abitare in Svizzera - o entreremmo in un monastero,
come si usava fare in tempi molto bui di invasione permanente. La pace o si
propone come concetto globale, pare, o non vale la pena di pensarla.
Il secondo modo di pensare la pace, complementare al primo, è che essa sia
situazione originaria. Dall'idea di una condizione edenica a quella di una
età dell'oro, si è sempre caldeggiata la pace pensando che si trattasse di
restaurare una condizione primordiale dell'umanità (che contemplava persino
la pace tra mondo umano e mondo animale) che era stata a un certo punto
corrotta da un atto di odio e sopraffazione. Ma non dimentichiamo che, di
fronte ai miti dell'età dell'oro, Eraclito ha avuto il coraggio di affermare
che, se tutto scorre, allora "la lotta è la regola del mondo e la guerra è
comune generatrice e signora di tutte le cose" Seguiranno a ruota lo homo
homini lupus di Hobbes e lo struggle for life di Darwin.
Proviamo allora a immaginare che la curva generale dell'entropia sia
dominata dal conflitto, dalla distruzione e dalla morte, e che le isole di
pace siano quelle che Prigogyne chiama strutture dissipative, momenti di
ordine, piccoli e graziosi bubboni della curva generale dell'entropia,
eccezioni alla guerra, che costano molta energia per poter sopravvivere.
Passando dalla scienza alla metafora (non esiste chi sappia una scienza
della pace) direi che la pace non è uno stato che già ci era stato donato,
che si tratta solo di restaurare, ma una faticosissima conquista, come
quelle che avvenivano nelle guerre di trincea, pochi metri alla volta, e a
costo di molte morti.
Le grandi Paces che abbiamo conosciuto nella storia, quelle che riguardavano
ampli territori, come la Pax Romana o ai giorni nostri la Pax Americana (ma
c'è stata anche una Pax Sovietica che ha tenuto a freno per settant'anni
territori ora in ebollizione e mutuo conflitto), e quella grande e benedetta
Pax del primo mondo che si chiamava Guerra Fredda e che tutti rimpiangiamo
(ma forse potremmo, che so, andare alla ricerca della struttura della Pax
Mogul, o della Pax Cinese) sono state il risultato di una conquista e di una
pressione militare continua, per cui si manteneva un certo ordine e si
riduceva la conflittualità al centro a prezzo di tante piccole guerre
(Paleoguerre) periferiche. Le grandi Paces sono state il risultato di una
potenza militare.
La cosa può piacere a chi sta dentro all'occhio del ciclone, ma chi se ne
sta ai margini subisce le Paleoguerre che servono a mantenere l'equilibrio
del sistema. Come a dire che, se si ha pace, la pace è sempre la nostra, mai
quella degli altri. Citatemi un solo esempio di pace nel mondo, almeno negli
ultimi millenni, che sia sfuggito a questa regola sciaguratamente non aurea
ma certamente ferrea. Se c'è qualcosa di valido nella tematica no global è
la persuasione che i vantaggi di una globalizzazione pacifica si pagano con
gli svantaggi di chi vive alla periferia del sistema.
Cambierà forse questa regola della pace con l'avvento delle Neoguerre? Direi
proprio di no perché, a riassumere quanto ho cercato di dire sinora, dalle
Paleoguerre alla Neoguerra di Terza Fase si sono verificati questi
cambiamenti:
(i) Le Paleoguerre creavano uno stato di squilibrio transitorio e bilaterale
tra due contendenti, lasciando un equilibrio generico alla periferia dei
neutrali.
(ii) La Guerra Fredda ha creato un equilibrio forzoso, surgelato, al centro
dei due primi mondi, a prezzo di molti squilibri transitori in tutte le
periferie, agitate dal tante piccole Paleoguerre.
(iii) La Neoguerra di terza fase promette uno squilibrio permanente al
centro - divenuto territorio di inquietudine quotidiana e di attentati
terroristici permanenti - contenuto a titolo di salasso permanente da una
serie di Paleoguerre periferiche, di cui l'Afghanistan è stato solo il primo
esempio.
Quindi, se ne conclude che stiamo certamente peggio di prima, visto che è
crollata anche l'illusione, data dalla guerra fredda, che almeno al centro
dei primi due mondi ci fosse uno stato di pace. In fondo è la perdita di
questa pace quella che gli americani hanno avvertito sulla propria pelle
l'11 settembre, e di qui il loro shock.
Non credo che su questo globo di uomini che sono lupi ai propri fratelli si
raggiungerà la pace globale. In fondo lo ha pensato Fukuyama con la sua idea
della fine della storia, ma gli eventi recenti hanno dimostrato che la
storia riprende e sempre in forma di conflitto.
Se la pace globale è il prodotto della guerra - e quanto più la guerra
diventa autofaga e incapace di risolvere i problemi che l'hanno determinata,
tanto più la pace diventa impossibile - che cosa rimane per chi crede che la
pace sia una conquista e non una eredità da pretendere per grazia divina?
Rimane la possibilità di lavorare per una pace a chiazza di leopardo,
creando ogni volta che si può situazioni pacifiche nella immensa periferia
delle Paleoguerre che si susseguiranno ancora l'una dopo l'altra.
Badate che se la pace universale è sempre il risultato di una vittoria
militare, la pace locale può nascere da una cessazione della belligeranza.
Per raggiungere una pace locale non è necessario fare guerre. Una pace
locale si stabilisce quando, di fronte alla stanchezza dei contendenti, una
Agenzia Negoziatrice si propone come mediatore. La condizione per la
mediazione è che la Paleoguerra fosse marginale e, tanto tempo dopo il suo
inizio, i media non la seguano più con troppo interesse. A quel punto chi
accetta la mediazione non perde la faccia di fronte all'opinione pubblica
internazionale. Perifericità del conflitto e memoria corta dei media sono
dunque condizione essenziale della mediazione pacifica. Nessuna negoziazione
o mediazione pare capace, oggi come oggi, di sanare uno squilibrio centrale,
specie se esso non dipende più dalla volontà di alcun governo. Non è quindi
prevedibile un progetto di pace per la Neoguerra di terza fase, ma solo per
ciascuna delle Paleoguerre che essa produce.
Una serie successiva di paci locali potrebbe, agendo da salasso, diminuire
nel lungo periodo le condizioni di tensione che tengono in vita la Neoguerra
permanente. Il che significa - se il ridurre il progetto a un esempio non
rischia di farne perdere di vista la flessibilità e l'applicabilità a
situazioni molto diverse tra loro, minime e massime - che una pace fatta
oggi a Gerusalemme certamente contribuirebbe alla riduzione della tensione
in tutto l'epicentro della Neoguerra globale.
Ma anche se non si raggiungesse sempre e comunque questo risultato, una pace
realizzata come piccola bolla nella curva generale del disordine entropico,
anche se non fosse né meta finale né tappa verso una meta precisa,
rimarrebbe pur sempre esempio e modello.
La pace come esempio. Può essere, se volete, e per omaggio a chi mi ha
invitato stasera, un concetto molto cristiano, ma avverto che sarebbe stato
accettato anche da molti saggi pagani: facciamo la pace tra noi due, sia
pure e soltanto tra Montecchi e Capuleti, questo non risolverà i problemi
del mondo ma mostrerà che una negoziazione è sempre e ancora possibile.
Il lavoro per la riduzione dei conflitti locali serve a dare la fiducia che
un giorno si risolveranno anche i conflitti globali. È pia illusione, ma
talora bisogna mentire con l'esempio. Mente male chi mente a parole, ma
mente bene chi, facendo qualcosa, lascia pensare che altri possano fare
altrettanto, anche se mente in quanto lascia pensare attraverso l'esempio
che una proposizione particolare (alcuni p fanno q) possa necessariamente
trasformarsi in proposizione universale (tutti i p fanno q).
Ma queste sono le ragioni per cui l'etica (e la retorica) non sono logica
formale. L'unica nostra speranza è lavorare sulle paci locali.