Cuba ci farà discutere. Lettera aperta di Sergio Cararo e Mauro casadio



CUBA E' DESTINATA A FARCI DISCUTERE

Lettera aperta alle direzioni del PRC, DS, PdCI, Verdi, ai portavoce del
Forum Sociale Europeo, al sindacalismo di base

di Sergio Cararo e Mauro Casadio *

I recenti avvenimenti a Cuba - tre esecuzioni capitali contro i dirottatori
di una nave e le pesanti condanne contro un gruppo di oppositori piuttosto
interni alle ingerenze statunitensi contro l'isola - hanno scatenato una
discussione aspra, ampia e trasversale nella sinistra italiana. Le mozioni
contro Cuba presentate e votate alla Camera, hanno suscitato le proteste di
alcuni pezzi del "popolo della sinistra". Le mozioni dei DS e del PRC
affermano, con ragionamenti e priorità anche assai diverse tra loro, che a
Cuba occorre introdurre la democrazia perchè le indiscutibili conquiste
sociali, da sole, non bastano a fare la differenza con il sistema
dominante. Qui si apre un problema serio, non solo per Cuba ma anche per
noi. Il sistema dominante, infatti, dimostra di possedere un suo modello
politico di democrazia capace di esercitare una egemonia globale fino a
manifestarsi come "unico modello possibile", giungendo a legittimarne la
sua esportazione anche attraverso la guerra, i bombardamenti, l'occupazione
militare di stati sovrani.Ma non c'é solo questo aspetto.

Questo modello ruota più o meno intorno ad alcuni assi che vengono
"martellati" come fondanti di ogni democrazia moderna: il pluralismo
politico, libere elezioni, separazione dei poteri, rapporti privati della
proprietà. I governi che non adottano tali criteri vengono prima o poi
inseriti nella lista dei "rogues states" da eliminare politicamente,
militarmente, economicamente. Il cambiamento di regime politico ed
economico di questi paesi è, ad esempio, una ambizione pubblica
dell'amministrazione Bush.

Da questi "fondamentali" del modello democratico dominante manca però
completamente qualsiasi riferimento alla giustizia e alla dimensione
sociale, ritenendo automatico che la democrazia affidi alla supremazia
della proprietà privata, al mercato e alle sue leggi invisibili la
definizione delle relazioni economiche e sociali. Si ripropone dunque la
contraddizione tra "uguaglianza" e "libertà" che dovrebbe rappresentare il
problema di Cuba ma che lo rappresenta anche per i suoi detrattori e
avversari ed un problema irrisolto anche per noi. Uno sguardo all'America
Latina ci dice che in tutto il contesto geopolitico in cui Cuba è inserita
(ed in cui va valutata), i diritti politici e i diritti sociali sono
inversamente proporzionali. Inoltre, e non è proprio un dettaglio, le
ingerenze statunitensi sul "patio trasero", su quell'America Latina che gli
USA considerano il loro cortile di casa, paiono destinate ad aumentare
pesantemente sia per imporre a quei paesi l'ALCA, il Plan Puebla Panama, il
Plan Colombia sia per scardinare le relazioni cresciute in questi anni tra
America Latina ed una Europa riottosa verso Washington. Non si può negare
che il Nicaragua sandinista stia ancora pagando un costo sociale, economico
e morale altissimo e devastante per aver accettato (e perduto) la sfida del
pluralismo politico impostagli dagli USA e da molti "consiglieri" europei.
Anche la vicenda argentina appare emblematica. Proprio nel paese dove la
devastazione sociale neoliberista è esplosa con la nota drammaticità (fino
ad arrivare ai bambini morti di fame in un paese che è stato ricco) la
dialettica politica ha visto le forze progressiste duramente penalizzate e
le urne inviare al ballottaggio proprio due dei protagonisti del massacro
sociale del paese. La vicenda del Venezuela è poi paradigmatica. Non basta
applicare il pluralismo politico, fare e vincere democraticamente le
elezioni, assicurare la libertà di stampa - come ha fatto Chavez - per
essere benvisti e accettati a Washington, Londra, Roma o Bruxelles. Se non
si attuano obbligatoriamente i loro programmi, la loro logica di mercato,
se non ci si piega ai diktat del FMI e ai progetti dell'ALCA, del Plan
Colombia e del Piano Puebla Panama, non si viene ammessi nel circolo dei
governi democratici, anzi, si entra direttamente nella lista dei governi a
rischio di "esportazione della democrazia", come ci indica l'onda lunga
bellicista avviata da Washington e i due tentativi di golpe contro
l'attuale governo venezuelano. Tutta questa potrebbe però essere liquidata
come una argomentazione superflua, magari pertinente, ma insufficiente a
spiegare quello che è accaduto a Cuba o il deficit democratico
rimproveratogli dalle mozioni presentate in Parlamento da almeno due dei
partiti della sinistra italiana e da tante lettere e prese di posizione.

Poniamo dunque un questione ai compagni e agli amici cubani e,
specularmente, alla sinistra critica verso Cuba. In tale contesto
geopolitico e storico, se il modello democratico "universale" o percepito
come tale un pò da tutti, è quello indicato dai maggiori stati
imperialisti, quale modello democratico dovrebbe adottare Cuba?

a) Un suo modello originale fondato su un partito unico, il voto sui
candidati e la possibilità di revoca degli eletti, un modello che però
contrasta con la percezione di quello oggi ritenuto universale

b) Il modello occidentale dominante fondato, più che sul pluralismo, su un
bipartitismo che, come dice Eduardo Galeano, somiglia molto più ad un
sistema fondato sue due fazioni di un unico partito e che non consente
cambiamenti radicali sul piano politico e dei rapporti di proprietà;

c) Un modello ancora tutto da inventare e sperimentare, che
corrisponderebbe alle migliori aspirazioni verso un nuovo mondo possibile
ma che (oltre a questo perdurante "buco" di sperimentazione che può
alimentare un dibattito ma non può isolvere i problemi di uno Stato) deve
anche misurarsi con il problema assai concreto di far esistere e difendere
ciò che fino ad oggi è stato conquistato, cercando di non fare la fine del
coraggioso ma ingenuo Nicaragua sandinista.

Cuba non sempre coincide con quello che desideriamo ma è una realtà che
rappresenta un punto di resistenza alle ingerenze imperialiste sull'America
Latina perchè viene percepita come un esempio di progresso sociale,
indipendenza e dignità da parte delle forze popolari di quel continente. I
suoi problemi interni seminano più interrogativi qui in Europa, dove siamo
in qualche modo condizionati dal "modello democratico dominante" e molto
meno lì dove questo modello entra in contraddizione con la sua aspirazione
progressiva sul piano sociale e morale seminando miseria e regressi
considerevoli.

Per fornire a Cuba qualcuno degli attrezzi delle nostre cassette, dovremmo
quantomeno avere qualcosa da offrire in positivo sul piano dei risultati
politici, della capacità di condizionare la politica estera dei nostri
governi, sul piano di una sperimentazione avanzata e socializzabile di
democrazia pienamente utilizzabile anche in una realtà come quella
latinoamericana o in situazioni di "guerra non dichiarata" come quella a
cui è sottoposta Cuba da anni ed a cui ha dovuto fare fronte contando
essenzialmente sulle proprie forze. Su questo terreno, il deficit è di Cuba
o soprattutto nostro?

Discutiamone lealmente ma diamo un ordine di priorità ai problemi e non
commettiamo l'errore di negarci alla solidarietà e alla difesa del progetto
rivoluzionario di Cuba. La realtà dell'unipolarismo USA e dell'egemonia
neoliberale, la sorte toccata al Nicaragua sandinista, la guerra contro la
Jugoslavia e poi la guerra e l'occupazione dell'Iraq qualcosa dovrebbero
aver insegnato a tutti noi. Troppi "se" e troppi "ma" non aiutano Cuba ma
neanche noi stessi. Per cercare di dare delle risposte, non definitive ma
neanche superficiali a queste domande sarebbe utile costruire una occasione
di confronto e dibattito "a tutto campo" nei prossimi giorni. Cosa ne
pensate?