da Liberazione del 14 ottobre 2004: Si rompe il silenzio



Si rompe il silenzio Da Palermo a Trento decine di atenei sono in
agitazione, e una mobilitazione così diffusa non si vedeva dai tempi di
Ruberti. Ciò fa presagire e sperare in un autunno caldo per l'Università,
che rompa il silenzio e l'empasse di un lungo periodo di sonno. Non è
ininfluente la spinta esercitata in questi mesi dai movimenti, a partire da
quello in difesa della scuola pubblica. Ma indubbiamente l'opposizione a
questa riforma si impianta su un sistema universitario pubblico già
dequalificato e precarizzato dalle politiche precedenti, e dunque su una
situazione che oggettivamente presenta il conto delle scelte di questi
quindici anni. Scelte prevalentemente concertate da una lobby accademica,
che trasversalmente è seduta fra i banchi del Parlamento, e che è stata
responsabile delle pessime riforme fatte fin qui.

Questa mobilitazione contro l'ennesimo atto di smantellamento del sistema
pubblico dell'istruzione è destinata a durare, se come pare, riuscirà a
connettere in una unica lotta diverse soggettività del mondo accademico,
studenti, ricercatori, docenti, e a non accettare la logica concertativa
delle lobby accademiche, peraltro già tentata in questi mesi dalla
Conferenza dei rettori. Non è una battaglia categoriale ciò che
caratterizza questa mobilitazione. Ma la messa in discussione del valore
stesso dell'università e della ricerca pubblica. E ciò ha a che fare almeno
con due generazioni di studenti e di ricercatori oggi precari, che
rischiano di essere espulsi da un sistema che riproduce una visione
escludente, mercificata e gregaria della produzione dei saperi.

Non a caso la novità più rilevante ed interessante di questa mobilitazione
è rappresentata dalla rete nazionale dei ricercatori precari, intrecciata
alla lotta più generalizzata del precariato cognitivo che abbiamo visto
produrre con la Mayday un percorso che esce dalla frammentazione, e
ripropone la centralità del conflitto sociale. E' dunque sul modello di
università pubblica, sul suo valore, e sulle sue finalità che si gioca la
partita. Sapendo che questo modello è stato trascinato dalle politiche
neoliberiste degli ultimi dieci anni dentro la dinamica della competizione,
competizione che ha prodotto una torsione dei fondamenti etici e civili
della funzione culturale della produzione dei saperi. Sacrificata la
partecipazione sociale alla loro costruzione, ristretti gli spazi di
democrazia dentro gli atenei, il valore della conoscenza è stato ridotto ad
interessi di parte, piegato alla logica dei brevetti e della
privatizzazione delle produzioni scientifiche.

Ciò che le politiche neoliberiste non tollerano è l'eccedenza della
produzione culturale, la sua finalità pubblica ed extraeconomica. Ne
consegue che sull'istruzione e la ricerca bisogna risparmiare, delineando
la costruzione di pochi poli di eccellenza strettamente legati ai profitti
dei sistemi produttivi territoriali. La spesa statale per l'università è la
metà di quella investita in Francia e in Inghilterra, la spesa pro capite
per studente è la metà di quella degli altri paesi europei, il numero di
dottorandi ogni 1000 abitanti fra i 25 e i 35 anni è di 0,75 in Germania,
0,63 in Francia e Inghilterra, in Italia appena di 0,17. A ciò si aggiunge
che l'età media di un ricercatore italiano e di 50/55 anni e la durata
media del precariato di 8 anni. Da questo punto di vista la finanziaria che
ci apprestiamo a discutere chiude il cerchio. Riduzione delle risorse e
blocco delle assunzioni precipiterà il sistema universitario al collasso.

Per queste ragioni alla battaglia sociale e parlamentare per il ritiro del
ddl Moratti uniamo l'iniziativa politica sulla finanziaria proponendo alle
altre forze delle opposizioni un salto di qualità, cioè di praticare un
percorso che si misuri con la possibilità di delineare una proposta
alternativa condivisa su scuola, università e ricerca, in sintonia con la
lotta dei movimenti e la loro elaborazione. Un pacchetto di emendamenti
comuni su temi nevralgici della manovra, a partire dalla stabilizzazione
dei precari, il diritto allo studio, nuove politiche sociali di sostegno
agli studenti, lo sblocco delle assunzioni, le immissioni in ruolo, un
forte rilancio dell'investimento pubblico su questi settori strategici. Già
oggi un primo incontro dei capigruppo di Camera e Senato per avviare il
lavoro. All'orizzonte la manifestazione unitaria del 6 contro la
finanziaria dove una centralità questi temi dovranno averla, e lo sciopero
generale della scuola del 15 novembre, che sarebbe importante estendere
anche all'Università, proprio perchè la connessione di questi movimenti
rappresenterebbe il punto di forza più grande per fermare la Moratti.

Titti De Simone 

da Liberazione del 14 ottobre 2004