alternative al pensiero unico in economia



da cemmondialità
 
LE ALTERNATIVE AL PENSIERO UNICO
di Alessio Surian

Il Parco dell'Aspromonte ha ospitato dal 23 al 28 Settembre
la prima Scuola Estiva "Oltre il pensiero unico”,

una settimana laboratorio su antiutilitarismo, ecologia ed economia-etica.

Bisogna osare, e costruire una speranza per il futuro,
su basi tutt'affatto diverse da quelle della mondializzazione economica. (…)
Praticare la scelta della qualità, al posto di quella della quantità.
(Giovanna Ricoveri, in: I. Ramonet, Il pensiero unico e i nuovi padroni del mondo, Strategia della lumaca, Roma 1996).

Da qualche anno anche il CEM si confronta con il tema della globalizzazione e di come “cambiare rotta” rispetto ad un modello che, sia su scala mondiale, sia a livello locale accresce le ingiustizie e diminuisce la capacità di futuro del pianeta. Ai convegni CEM la questione è stata affrontata da Riccardo Petrella e da tre autori riuniti nel “Dizionario dello sviluppo”, Ivan Illich, Wolfgang Sachs (Abitare il limite), Serge Latouche (Cultura e pedagogia del dono). Ad aprile 2001, con l'articolo ” Planare dolcemente, Cambiamento sostenibile”, Tonino Perna provava ad evidenziare alcuni possibili scenari e motivi di impegno per un futuro sostenibile. Latouche è stato a settembre fra i protagonisti della prima iniziativa di formazione organizzata da un vasto arcipelago di reti (da Lilliput al MAUS, movimento antiutilitarista) a Gerace, nella cornice del Parco dell'Aspromonte di cui Tonino Perna è (stato) presidente e dove si sono realizzati in questi anni alcuni percorsi incoraggianti di recupero del territorio a partire da un progetto locale sostenibile, compreso il lancio di una moneta locale emessa dalla zecca di stato, l'Eco Aspromonte.
Impossibile dar conto in modo esaustivo dei numerosi interventi e gruppi di lavoro. Vari interventi e proposte intersecano i temi affrontati da questa rivista e interrogano gli educatori sulla loro proposta didattica. Osvaldo Pieroni (Università di Reggio Calabria, autore di “Fuoco, acqua, terra e aria”, Carocci, Roma, 2002), ha presentato alcune possibili risposte a due quesiti: che cos'è la globalizzazione e cosa significa oggi questione ecologica. Ha quindi posto in relazione i risultati recenti scaturiti da due indicatori come il GPI (Genuine Progress Index) e l'Impronta Ecologica con l'indicatore cardine dell'economia, ovvero il prodotto interno lordo, PIL. Ha così mostrato lo stridente contrasto tra crescita economica, qualità della vita e qualità dell'ambiente. La questione ecologica è stata quindi affrontata partendo dal presupposto che occorre superare la dicotomia natura-società, cogliendo piuttosto i processi di interazione, feedback e le contraddizioni tra i due aspetti della medesima unità.
Etica ed economia: separazione irriducibile o impegno necessario?
Per capire il pensiero dominante, ha spiegato Roberto Burlando (Università di Torino), bisogna mettere in luce come l'economia moderna abbia, storicamente e metodologicamente, due radici alquanto diverse, pur essendo entrambe legate alla politica: una etica e filosofica (a partire almeno da Aristotele con l'Etica Nicomachea) ed una “ingegneristica” (a cominciare da Cournot, Walras ecc.) - come ricorda, in un famoso libro di alcuni anni fa, il premio Nobel per l'economia Amartya Sen. Per Burlando, “entrambi gli approcci hanno portato contributi utili, anche se molto diversi tra loro. In termini molto generali si potrebbe affermare che l'uno ha approfondito l'analisi dei valori e in generale delle motivazioni delle scelte e azioni in ambito economico (che in tal modo trovano un elemento comune a quelle tradizionalmente di pertinenza di altri ambiti), e l'altro gli aspetti tecnici e tecnologici in senso lato. Sen rileva anche che l'approccio ingegneristico da un lato ha reso più facile la comprensione della natura dell'interdipendenza sociale ma che, dall'altro, ha indotto a vedere gli esseri umani in termini limitativi (precedentemente aveva definito il "prototipo" umano della teoria economica neoclassica come un "folle razionale"). Tanto che egli ritiene che l'economia moderna abbia subito un sostanziale impoverimento a causa della distanza venutasi a creare rispetto all'etica. Il problema è ancora più cogente – e il danno più grave – da quando un numero considerevole di economisti tende ad evidenziare, a volte addirittura in modo esclusivo, la dimensione economica di tutte le scelte e azioni umane e talvolta persino di quelle animali. In particolare vi sono due temi centrali dell'approccio etico che risultano fondamentali per qualunque concezione economica non riduttivamente tecnicista e ‘disumanizzata' e che, invece, da tempo ricevono una considerazione o affatto marginale, rispetto alla loro importanza, o meramente retorica. Il primo attiene proprio alle motivazioni dell'agire economico ed è collegato alla domanda etica in senso lato: Come bisogna vivere? Il secondo riguarda invece il giudizio sui risultati delle stesse azioni dal punto di vista del raggiungimento del bene umano – o bene comune come viene indicato in alcuni filoni, tra i quali H. Daly e J.B. Cobb Jr.”.
Schematicamente, Burlando ha richiamato due gruppi di interpretazioni del rapporto tra etica ed economia: nel primo si collocano coloro che ritengono o che le due siano completamente separate o che siano già sostanzialmente conciliate (salvo inevitabili episodi delinquenziali), nel secondo coloro che ritengono che le due debbano essere conciliate, ma che attualmente non lo siano. Secondo la prima opinione, l'economia è, di per sé, a-etica, essendo il mondo della realtà, delle decisioni efficienti e razionali in funzione delle cose che contano davvero e che, in ultima analisi, sono quelle materiali, tendenzialmente traducibili nel loro denominatore comune: il denaro. Che piaccia o no, il mondo è quello che è e non lo si può cambiare, né si possono cambiare gli esseri umani, che sono fondamentalmente egoisti (e se qualcuno è meno egoista e/o "assertivo" degli altri peggio per lui, perché nel mondo reale è destinato a rimetterci), prosaici nel loro materialismo e razionali nel perseguire solo il proprio interesse. In questa visione il mercato non è considerato solo lo strumento per eccellenza per l'allocazione di risorse scarse, ma anche una metafora del mondo intero, modalità di tutte le relazioni e misura del valore di ogni cosa, incluse le persone (il che, curiosamente, richiama la considerazione marxiana del feticismo delle merci). La logica del capitale finanziario porta questa impostazione al suo estremo, perché espunge ogni riferimento ad attività economiche concrete, materiali: non importa cosa si produce, come, perché e per chi, conta solo la possibilità di realizzare il guadagno più elevato nel minor tempo possibile e la finanza (ancor più se “creativa”) consente questa “smaterializzazione”, anche se a discapito del senso di quel che si fa e delle sue ricadute, umane, sociali e ambientali.
Imboccare la decrescita
Serge Latouche e Mauro Bonaiuti si sono incaricati di mettere al centro della riflessione comune il tema della decrescita quale strada principale per rimediare all'attuale deriva neoliberista. Per Latouche decrescita non significa necessariamente un immobilismo conservatore: “l'evoluzione e la crescita lenta delle antiche società si integravano in una riproduzione allargata ben distribuita, sempre adattata alle costrizioni della natura. ‘La società vernacolare è sostenibile perché ha adattato il proprio modo di vivere all'ambiente circostante» conclude Edward Goldsmith, ‘mentre la società industriale non può sperare di sopravvivere perché, al contrario, si è sforzata di adattare l'ambiente circostante al proprio modo di vivere' . Pianificare la decrescita significa, in altri termini, rinunciare all'immaginario economico, cioè alla credenza che ‘di più' significhi ‘meglio'. Il bene e la felicità possono realizzarsi a un minor prezzo . La saggezza afferma generalmente che la felicità si realizza nella soddisfazione di un numero sapientemente limitato di bisogni. Riscoprire la vera ricchezza nella pienezza delle relazioni sociali conviviali in un mondo sano, può realizzarsi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura in una certa austerità nei consumi materiali. ‘Una persona felice' nota Hervé Martin, ‘non consuma antidepressivi, non consulta psichiatri, non tenta di suicidarsi, non rompe le vetrine dei negozi, non compera ogni giorno oggetti tanto costosi quanto inutili, in breve, non partecipa se non minimamente all'attività economica della società'. Una decrescita voluta e ben pensata non impone alcuna limitazione al dispiegarsi dei sentimenti e nella produzione di una vita festosa e addirittura dionisiaca”. Richiamando Kate Soper, Latouche ha ricordato come coloro che difendono la causa di un consumo meno materialista siano spesso presentati come degli asceti puritani che cercano di conferire un orientamento più spirituale ai bisogni e ai piaceri: “Ma questa visione è sotto diversi aspetti errata. Si potrebbe dire che il consumo moderno non si interessa sufficientemente ai piaceri della carne, non è abbastanza interessato all'esperienza sensoriale, è troppo ossessionato da tutta una serie di prodotti che filtrano le gratificazioni sensoriali ed erotiche e ce ne allontanano. Una buona parte dei beni che sono considerati essenziali per un livello di vita elevato, svolgono più una funzione anestetica che stimolante l'esperienza sensoriale, sono più avari che generosi in materia di convivialità, di relazioni di buon vicinato, di vita non stressata, di silenzio, di odori, e di bellezza … Un consumo ecologico non implicherebbe né una riduzione del livello di vita, né una conversione di massa verso l'extra-mondanità, ma piuttosto una concezione differente del livello di vita stesso”.
Perché piccolo è - effettivamente - bello
A livello economico decrescita significa innanzitutto riduzione nei flussi materiali di produzione e consumo. Mauro Bonaiuti (Università di Modena) ha quindi sottolineato come questa prospettiva “implichi innanzitutto una riduzione delle dimensioni (scala) dei grandi apparati produttivi (imprese trans-nazionali), e, più in generale, delle grandi organizzazioni (tecnocrazie, sistemi di trasporto, cura, svago, ecc.). Il cammino verso un sistema economico e sociale sostenibile non potrà avviarsi seriamente sino a quando non si diverrà consapevoli che la gran parte delle risorse (e del lavoro) sono oggi impiegate - come abbiamo mostrato - non per produrre benessere - ma per alimentare le tecnostrutture stesse. Più è alto il grado di complessità, maggiore è l'entropia, maggiori sono le risorse che tali megamacchine esigono semplicemente per la loro autoconservazione. L'esempio dell'automobile – riportato in precedenza – mostra come una tecnologia più semplice possa essere più efficiente, da un punto di vista sistemico, di una più complessa. L'approccio bioeconomico suggerisce che il benessere è legato, più che ai flussi di beni e servizi prodotti, alle condizioni delle strutture (stocks) che intervengono nel processo di produzione e consumo. Come accade nell'universo biologico, in cui gli organismi non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile, ma utilizzano risorse e assumono dimensioni adeguate al contesto ecologico in cui vivono, così le strutture economiche (impianti, beni durevoli, ecc.) dovrebbero essere ripensate secondo forme e dimensioni tali da garantire una duratura capacità di produrre benessere in condizioni di minima dissipazione entropica. Le condizioni per un benessere duraturo non si ottengono, infatti, puntando sulla massimizzazione dei flussi di reddito e consumo a breve, quanto piuttosto cominciando ad immaginare e a realizzare strutture (tecnologie, beni durevoli, relazioni sociali), in grado di “sostenere” un buon livello di benessere, in modo duraturo, pur dissipando quantità modeste di materia/energia. Questo non significa affatto invocare un ritorno al passato, né tantomeno avere come unico obbiettivo la minimizzazione dei flussi di risorse naturali.
È possibile chiarire questo punto con un semplice esempio. Da un punto di vista entropico, é certamente meglio per il pescatore dedicare un certo ammontare di lavoro e di risorse per costruirsi una rete, od una barca da pesca (stock), piuttosto che affidarsi alla semplice pesca con le mani. Questo significa che, da un punto di vista bioeconomico, non si auspica la minimizzazione nell'uso delle risorse, né il regresso tecnologico, né tantomeno lo sciopero dell'ingegno. Ingegno, risorse naturali, e lavoro andrebbero finalizzati - tuttavia - alla cura e alla progettazione di quegli stock (sistemi naturali, impianti, beni durevoli, relazioni sociali, valori) che sono in grado di produrre benessere in modo duraturo, pur utilizzando quantità modeste di risorse ed energia. In altre parole, tali soluzioni ricercano le migliori combinazioni tra complessità, benessere ed entropia, nella consapevolezza che, generalmente, le soluzioni più complesse sono anche le più energivore. In generale occorrerà spostare il baricento dell'attenzione, nel processo economico, dai flussi agli stocks (naturali, economici, relazionali) in quanto questi ultimi sono in grado di sostenere un benessere (più) duraturo, pur con modesti apporti di materia, energia e lavoro.
Dis-apprendere lo sviluppo
Gli aspetti più strettamente educativi sono emersi con il lavoro di Davide Biolghini (in particolare sulla RES, vedi scheda) ed Enrico Euli sulle reti e con la riflessione di Marco Deriu sul dibattito attorno al tema dello sviluppo e della globalizzazione. Per Deriu tale dibattito si è in gran parte arenato nella celebrazione del concetto di sviluppo sostenibile che a livello ideale sembrava potesse mettere d'accordo tutti o quasi tutti. Il suo intervento si è quindi concentrato sull'ambivalenza del paradigma della sostenibilità, con le sue due possibili interpretazioni e prospettive, fondamentalmente opposte: da una parte una sostenibilità, quella implicita nell'idea di sviluppo sostenibile che spinge in direzione di una tecnocrazia ecologica, dall'altra un'idea di ecologia sociale, che spinge ad una ridiscussione radicale dei fondamenti del nostro immaginario culturale.
“Nel primo caso – afferma Deriu - il concetto di sostenibilità arriva a rappresentare in una forma aggiornata e più sottile il vecchio approccio scientifico e in seguito economico-produttivo di un possibile dominio e controllo sulla natura da parte dell'uomo. Nel secondo caso, al contrario l'idea di sostenibilità rappresenta una possibile porta per uscire dalla cornice ideologica in cui si trova la sinistra occidentale”. Il tema è stato approfondito con 15 tesi. Per ragioni di spazio ne scegliamo due che richiamano temi cari a questa rivista e sono strettamente legate fra loro.
Secondo Deriu, riconoscere la necessità del limite non è più sufficiente. Il pensiero critico può portarci a riconoscere il problema del limite ma da solo non può condurci all'interno di una mentalità diversa, non può realizzare la sostenibilità e tantomeno la decrescita. Ciò va visto anche in relazione ad un'altra tesi:
“Siamo dipendenti da questo sistema e non abbiamo altre alternative che disintossicarci. L'accesso all'epoca del doposviluppo è molto più simile al processo di disapprendimento e di disintossicazione. Ci si deve disabituare a uno stile di vita e anche a una forma mentale e psicologica. La cultura dello sviluppo si costituisce in diverse dimensioni di dipendenza:
•  Una dimensione di dipendenza politica. Il consenso è legato alla promessa di un miglioramento del proprio status socioeconomico. Il benessere dello sviluppo è qualcosa di posizionale, ovvero si misura in rapporto a quelli che stanno peggio (Hirsh). la decrescita non è un obiettivo politico attraente. A meno che non si riesca a far emergere la dimensione di liberazione implicita in questa proposta.
•  Una dimensione di dipendenza simbolico-antropologica: senza l'idea di progresso, sviluppo e crescita si apre un'angoscia del vuoto (VD al di là dello sviluppo). Nella maggioranza delle persone in Occidente c'è una forma di difesa rispetto all'idea di sviluppo, nonostante le sue contraddizioni e i suoi risultati, dovuta alla paura di abbandonare un riferimento ideale per il quale ci si è tanto impegnati, si è tanto lottato, ci si è tanto sacrificati. Abbandonare il mito dello sviluppo significa confrontarsi con il senso di vuoto, di spaesamento, di mancanza di prospettiva.
•  Una dimensione di dipendenza materiale: economia, organizzazione, spostamenti, servizi. È evidente che l'intera organizzazione materiale attorno a noi risponde alle logiche di una società di crescita. Il cambiamento delle abitudini si deve confrontare con le resistenze dell'organizzazione materiale.
•  Una dimensione di dipendenza psicologica: il consumo come bisogno emotivo, relazionale, identitario; gli oggetti come appendici dell'io dell'uomo moderno.
Il quarto livello è il più difficile da affrontare. Nel complesso dunque per quanto possiamo certamente cercare di autolimitarci, tuttavia rispetto a questo genere di cose il semplice volontarismo può avere un impatto molto limitato”.

Carta per la Rete italiana di Economia Solidale RES (sintesi)
Quali sono i principi su cui si basano le reti di economia solidale?
•  Nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su principi di cooperazione e reciprocità.
•  Giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali).
•  Partecipazione democratica
•  Disponibilità a entrare in rapporto con il territorio (partecipazione a progetti locali).
•  Disponibilità a entrare in relazione con le altre realtà dell'economia solidale condividendo un percorso comune.
•  Investimento degli utili per scopi di utilità sociale.
Che cosa sono i Distretti di economia solidale?
Sono “laboratori pilota” locali in cui si sperimentano forme di collaborazione e di sinergia per un modello economico che pratica modalità opposte a quello (dominante e presentato come unico possibile) della globalizzazione neoliberista, sulla base di:
•  Economia equa e socialmente sostenibile : i soggetti che appartengono ai Distretti si impegnano ad agire:
•  in base a regole di giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali)
•  in modo equo nella distribuzione dei proventi delle attività economiche (investimento degli utili per scopi sociali con lavoratori locali e del Sud del mondo)
•  con criteri trasparenti nella definizione dei prezzi da attribuire a merci e servizi
•  Sostenibilità ecologica : i soggetti aderenti ai Distretti si impegnano a praticare un'economia rispettosa dell'ambiente (sia nell'uso di energia e materie prime, sia nella produzione di rifiuti) e il più possibile contenuta nell'impatto ambientale
•  Valorizzazione della dimensione locale , il che significa dare la priorità alla produzione e al consumo delle risorse del territorio, sia in termini di materie prime ed energia, che di conoscenze, saperi, pratiche tradizionali, relazioni e partecipazione a progetti locali.
•  Partecipazione attiva e democratica : i soggetti che fanno parte dei Distretti, nel definire concretamente come gestire i processi economici e le relazioni al proprio interno e con gli altri soggetti del proprio territorio, faranno riferimento a metodi partecipati.
Possono far parte dei Distretti :
•  le imprese dell'economia solidale e le loro reti/associazioni
•  i consumatori dei prodotti e servizi dell'economia solidale e le loro reti/associazioni
•  i risparmiatori-finanziatori delle imprese e delle iniziative dell'economia solidale e le loro reti/associazioni o imprese
•  i lavoratori dell'economia solidale
•  le istituzioni, in particolare gli enti locali, che intendono favorire sul proprio territorio la nascita e lo sviluppo di esperienze di economia solidale
Gli obiettivi principali proposti ai vari soggetti che faranno parte dei Distretti sono :
A. utilizzare prioritariamente beni e servizi forniti da altri membri del Distretto stesso
B. investire preferibilmente gli utili nelle imprese che fanno parte del Distretto
C. promuovere e diffondere in modo sinergico la cultura dell'economia solidale, degli stili di vita sobria e del consumo critico.


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