globalizzazione e libertà



Università degli Studi di Bari - Laboratorio di Epistemologia Informatica e
Dipartimento di Scienze Filosofiche

Sen, Amartya K., Globalizzazione e libertà.
Milano, Mondadori, Saggi, 2002, pp. 168, Euro 14,60, ISBN 8804504439
Recensione di Fabio Lelli - 15/12/2003

1. Il testo è formato da nove brevi interventi del Premio Nobel per l'
economia Amartya Sen. Quasi tutti sono stati redatti (poi eventualmente
rielaborati per la pubblicazione) in occasione di conferenze, simposi, o
lezioni. L'ultimo, "La libertà e il nostro futuro", è stato richiesto dall'
allora presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton. L'unione di questi testi
quindi non può costituire una elaborazione completa sul tema in questione,
vale a dire la globalizzazione; ad aiutare il lettore è stato inserito un
efficace schema riassuntivo ("Dieci punti sulla globalizzazione"), composto
dalla stesso Sen. Infatti le argomentazioni dei nove capitoli si snodano, e
talvolta si sovrappongono, intorno ad alcuni nodi tematici ben definiti.
2. Una prima riflessione è dedicata alle contestazioni di massa, spesso
definite genericamente "antiglobalizzazione", che hanno accompagnato eventi
come il G8 o altri summit internazionali delle grandi potenze economiche e
politiche mondiali. Innanzitutto, fa notare Sen, non è possibile definire
questa manifestazioni "antiglobalizzazione", poiché sono anch'esse eventi
"globalizzati", che riuniscono manifestanti di tutti le parti del mondo, che
godono di una grande visibilità mediatica, e che si appoggiano a strumenti
di comunicazione informatica. E' poi indubbio che le argomentazioni ed i
mezzi usati da questi movimenti siano spesso rozzi, qualche volta
addirittura violenti, ma non per questo le loro motivazioni possono essere
ignorate. Essi volgono la nostra attenzione verso le profonde iniquità che
caratterizzano l'ordine economico mondiale, siano esse a livello individuale
o a livello nazionale.
3. Occorre rimuovere alcuni equivoci sul termine "globalizzazione". L'
integrazione mondiale dell'economia, della società e dell'informazione non è
iniziata di recente, e non è neppure un fenomeno essenzialmente occidentale.
I viaggi, le migrazioni, i commerci, la diffusione della scienza e della
cultura da una parte all'altra del pianeta, sono eventi che proseguono da
migliaia di anni, e che hanno conosciuto nel tempo diverse direzioni. Anche
se oggi la colonizzazione culturale ed economica sembra procedere da
"occidente" ad "oriente", attorno all'anno Mille è stata la cultura araba a
dare nuovi fondamenti culturali e scientifici all'Europa.
Questo fenomeno ha dato e dà ancora, per Sen, enormi vantaggi a tutti gli
abitanti della Terra. Di conseguenza la soluzione alle iniquità che i
movimenti di protesta ci hanno fatto percepire non può essere un regresso:
le conquiste scientifiche, culturali e politiche (ad esempio l'idea di
"diritti umani", sulla quale torneremo fra poco) non possono essere
sottratte agli individui svantaggiati, perché queste sono (o meglio
potrebbero essere) gli elementi di base per il miglioramento della loro
qualità della vita. Né la globalizzazione, né il libero mercato sono in sé
fonte di iniquità; anzi, potrebbero essere di vantaggio per tutti, se ben
gestiti.
Di fronte ad un mondo globalizzato, ma allo stesso tempo ricolmo di
differenti tradizioni, culture e valori, per poter effettivamente
riconoscere le differenze, occorre non farsi sviare da dogmi o pregiudizi di
alcun genere. E' inutile e in più dannoso dividere il mondo in "occidentale"
ed "orientale". Non si tratta di una divisione utile all'analisi economica:
appellarsi alla maggiore "efficienza" dei valori orientali negli affari, non
coglie alcuni punti decisivi. Ogni cultura all'interno dell'area "orientale"
possiede caratteristiche peculiari, che non sono per nulla assimilabili a
quelle a lei più prossime geograficamente o etnicamente. Inoltre lo sviluppo
economico mondiale vede la crescita in varie epoche di diverse culture:
dobbiamo quindi concludere che ognuna di queste ha una certa caratteristica
favorevole agli affari?
Anche dal punto di vista politico, si è soliti considerare la democrazia e i
diritti umani universali come il frutto maturo della sola cultura
occidentale. Si può per questa via arrivare a negare l'adattabilità di
queste conquiste al mondo orientale, considerandolo, in blocco e
confusamente, essenzialmente legato a concezioni politiche teocratiche ed
autoritarie. Si dimentica così che la democrazia e i diritti umani sono
conquiste recenti anche per l'occidente, e che le culture orientali, come
tutte le culture, conoscono al loro interno una certa variabilità, sia
diacronica che sincronica.
Infatti, anche in un singolo momento storico, una cultura non è mai così
compatta da non presentare differenze o voci di dissenso al suo interno. Ed
è allo stesso tempo impossibile negare che ciascuna cultura conosca una
variabilità nel tempo dei suoi valori. L'argomento dei "limiti percettivi",
secondo il quale è possibile valutare giudizi e valori solo all'interno
della propria cultura è smentito anche dall'attività di controllo e di
censura dei regimi illiberali: perché farlo se è impossibile "pensare
diverso"?
Un altro forte argomento contrappone Sen alla filosofia comunitarian: la
definizione dell'identità di una singola persona non consiste unicamente o
primariamente nella cultura di appartenenza. Esistono diversi gruppi
variamente sovrapposti. E' noto che l'appartenenza culturale non sempre
coincide con quella nazionale. Ma ci sono anche gruppi religiosi,
professionali, politici, linguistici, sessuali ed altro ancora, che sono il
più delle volte trasversali alle nazioni e alle stesse "culture" prese in
considerazione dalla filosofia comunitarian. E tutti questi gruppi sono
necessari a definire l'identità del singolo. Sta al singolo decidere
autonomamente quale priorità dare alle sue appartenenze nel caso di valori
in conflitto.
E' su questo ultimo aspetto che si fonda una profonda critica di Sen all'
assetto istituzionale mondiale. Data la globalizzazione, ed i rapporti
trasversali che questa comporta, come sarebbe da definire una "giustizia
globale"? Il più delle volte essa è intesa come un mero sinonimo di
"giustizia internazionale", ma questo è un grave errore: ogni essere umano
non è completamente rappresentato dalla "nazione", proprio perché la sua
identità, e quindi i suoi interessi e suoi valori, non sono interamente
definiti dall'appartenenza nazionale. Occorrono nuove istituzioni, realmente
trasversali, e che considerino ogni portatore di valori ed interessi come
parte in gioco (di conseguenza non le "Nazioni Unite", come si evince dal
nome.).
Qui si nasconde anche una delle falle del pensiero contrattualistico (Rawls
compreso): i contraenti (storici o ideali, a seconda di quale
contrattualismo si considera) come devono essere scelti? I diversi problemi
della giustizia "globale" devono prendere in considerazione, di volta in
volta, diversi gruppi, diverse potenziali appartenenze. Ma il
contrattualismo non sa rendere conto di questo aspetto, rimanendo o
"utopicamente universale" (gruppo "umanità"), o "nazionalisticamente
particolare" ("gruppo nazione"). Meglio adottare per la gestione della
giustizia, la metafora dello "spettatore imparziale" (da Adam Smith), non
direttamente coinvolto nel contratto (o meglio "nei" contratti), legato ad
una razionalità il più possibile oggettiva. Ad una contrattazione descritta
dal punto di vista "egoistico" dei contraenti (che cercherebbero, secondo
Rawls, di massimizzare i vantaggi e di minimizzare i rischi), Sen
contrappone una valutazione esterna, una sorta di "arbitrato": l'intervento
cioè di un "terzo" nella risoluzione di una contesa nella quale non è parte
in causa.
4. Assieme a Martha C. Nussbaum, Amartya Sen è un sostenitore dell'approccio
delle capacità (capabiblities). Secondo questo approccio, lo sviluppo di uno
Stato non può essere valutato unicamente dal P.I.L., come previsto dall'
economia classica, ma dalle capacità possedute dai suoi abitanti. L'
attenzione si sposta dunque verso l'individuo e ciò che lo rende un essere
umano, per cui il valore della "libertà" viene riconosciuto come intrinseco
allo sviluppo: è uno degli obbiettivi da far raggiungere ad ognuno. Ma la
libertà ha anche un valore strumentale rispetto allo sviluppo. Per esempio
senza le libertà politiche la stessa economia di mercato viene danneggiata,
e questo Sen lo può provare con diverse analisi empiriche. Inoltre, senza la
libertà di stampa, né i cittadini, né il governo sarebbero a conoscenza dei
veri problemi del paese, e quindi non potrebbero porvi rimedio
adeguatamente. In questo senso la libertà di stampa ha un valore
strumentalmente di "protezione". Infine, come si è già detto, il libero
mercato potrebbe essere un equo strumento di redistribuzione, ma certo non
lo può essere se non si ha la possibilità di potervi entrare. Senza queste
libertà di base non è proprio possibile parteciparvi attivamente, essere
cioè uno degli agenti del mercato e quindi beneficiare della redistribuzione
delle ricchezze che ne consegue. Una considerazione questa che ricorda da
vicino Ronald Dworkin.
Ma Sen si spinge oltre. Perché sostenere il libero mercato come mezzo
privilegiato? Anche se praticato con tutti i "correttivi" escogitati dalla
riflessione liberale, comunque potrebbe essere rigettato moralmente, poiché
unicamente fondato sul profitto. Ma anche il libero mercato ha una base
filosofica molto solida, che è proprio la libertà considerata come valore in
sé:
Essere genericamente contro i mercati sarebbe quasi altrettanto stupido che
essere contro la conversazione fra persone. La libertà di scambiare parole,
beni o doni non deve essere difesa per i suoi effetti benefici ma generici;
è parte del modo in cui gli esseri umani stanno in società, vivono ed
interagiscono. (p. 141)
Se si vuole considerare il valore della libertà in tutte le sue
sfaccettature, occorre difendere sia la libertà dei mercati, sia la libertà
politica, sia la libertà di stampa. Tuttavia questi aspetti possono trovarsi
in contraddizione fra loro. Per inciso, Sen avrebbe potuto indicare più
esplicitamente il loro ordine di priorità.
5. Quali sono, più nello specifico, le soluzioni proposte da Sen per poter
rimediare a quella iniquità dalla quale siamo partiti? Le soluzioni
dovrebbero essere di carattere istituzionale, ma con alcune avvertenze. Le
riforme istituzionali devono essere prese a livello globale e non
semplicemente internazionale, tenendo anche conto dei legami che esistono
fra configurazione sociale e problemi ambientali. Sono un esempio calzante
le agenzie delle Nazioni Unite (FAO, UNICEF, ecc.), che operano davvero
trasversalmente, oltre i meri rapporti fra nazioni. Inoltre, per permettere
lo sviluppo di un'equa economia di mercato, occorre che queste istituzioni
forniscano a tutti le condizioni per potervi partecipare. Quindi esse stesse
non devono essere istituzioni economiche, bensì istituzioni non-market, che
in fin dei conti sono logicamente precedenti rispetto allo sviluppo
economico.
Ad esempio, l'istruzione di base è uno dei punti centrali dello sviluppo
delle capacità personali, dello sviluppo economico, ed anche della
sostenibilità di questo sviluppo. Sen a questo proposito si rifà a
Condorcet, contrapponendolo a Malthus. Il pensatore illuminista era un
sostenitore della libertà, anche per affrontare problemi come la carenza di
risorse alimentari: su questa linea Sen pensa che il calo della fertilità,
per prevenire futuri squilibri nel rapporto produzione/consumo delle
risorse, può essere efficacemente ottenuto fornendo alle donne una buona
istruzione di base e dando loro la possibilità di decidere autonomamente la
propria condotta riproduttiva. La coercizione (alla Malthus), motivata dalla
sfiducia nella libertà e nella ragione, è meno efficiente, e ha fatto
tragicamente aumentare la mortalità infantile, specie femminile, in Cina,
dove è stata adottata dal governo.
6. Sen ricorda nella sua bella autobiografia (disponibile nella pagina a lui
dedicata dal Premio Nobel) l'importanza che ha rivestito la sua preparazione
filosofica, che si è avvantaggiata dei colloqui e delle collaborazioni con
Rawls, Nozick, Nussbaum, e altri.
Alla base dei suoi argomenti in questo volume deve esserci una ben definita
filosofia morale e antropologica, che collochi in posizione dominante la
libertà umana e che sia coerente con l'approccio delle capacità. A questo
proposito, ricordo che Martha Nussbaum si riallaccia esplicitamente ad
Aristotele. Purtroppo in questo volume l'aspetto più propriamente filosofico
non viene particolarmente approfondito. Sebbene Sen affianchi spesso
argomenti puramente economici a pochi accenni filosofici, una base
fondativa, come una teoria del valore (in senso assiologico) è assolutamente
necessaria a giustificare una posizione economico-politica che non può
essere fondata sulla pura valutazione economica. Di particolare rilevanza la
sua difesa del libero mercato, vale a dire l'inserimento esplicito della
libertà di commercio nell'essenza delle relazioni umane. Senza questa base,
neppure si potrebbe giustificare il suo seppur critico ottimismo sull'
argomento "globalizzazione". Sarebbe invece rimasta aperta la porta a
soluzioni drastiche o dal punto di vista economico o dal punto di vista
politico.
Una presa di posizione filosofica forte ne avrebbe segnalato chiaramente l'
immediato ed inevitabile peso pratico e politico, soprattutto in interventi
pubblici e programmatici come quelli contenuti in questo volume.

1. Dieci punti sulla globalizzazione
2. Globalizzazione: valore ed etica - La natura della globalizzazione; La
ranocchia nel pozzo e il mondo globale; Istituzioni "non market" e divisione
equa; Le basi istituzionali della partecipazione e della sicurezza;
Asimmetrie internazionali e istituzioni; Sfide etiche e le tensioni future;
Osservazioni conclusive.
3. Giustizia oltre i confini - Universalismo in senso ampio; Concezioni
separatiste; Affiliazioni plurali; Contrattualismo e "spettatore imparziale"
a confronto; Limiti dell'approccio contrattualista: un esempio; Istituzioni
e molteplicità di agenzie; Osservazioni conclusive.
4. La minaccia della frammentazione - Le nostre molteplici diversità;
Influenze sociali; La prospettiva "comunitarista"; Barriere culturali;
Conflitti di identità; Nazioni, individui, umanità; Globalizzazione e
giustizia globale; Ragione o capitolazione?
5. Diritti umani su scala globale? - Divisioni apparenti e contrasti
culturali; Differenze fra le tradizioni occidentali e "valori asiatici";
Differenze all'interno della civiltà islamica; Dispute nazionali e critiche
dall'interno; Osservazioni conclusive.
6. Libertà di parola e sviluppo economico - Libertà da cosa?; Libertà come
valore universale; Libertà e sviluppo; Libertà di stampa; A cosa serve?; Il
valore intrinseco della libertà; Le funzioni informative della stampa;
Protesta e sicurezza; Ruolo costruttivo e formazione di valori; Impieghi
della libertà di stampa; Osservazioni conclusive.
7. Ambiente, popolazione ed economia mondiale - Il problema della
popolazione e il rapporto Nord-Sud; Produzione di cibo, popolazione e prezzi
mondiali del cibo; Minacce all'ambiente naturale; Benessere e azione delle
donne; Osservazioni conclusive.
8. Valori e successo: Europa e Asia - Tre problemi distinti; Rilevanza dei
valori per i risultati economici; Impatto delle differenze valoriali; L'Asia
e l'Occidente; Eurocentrismo e Asiacentrismo; Osservazioni conclusive.
9. La libertà e il nostro futuro - Libertà come fine e come mezzo efficace;
Paura della libertà; Libertà politica; Mercati e libertà di scambio;
Opportunità sociali; Fertilità e coercizione; Osservazioni conclusive.

Amartya Kummar Sen, è nato il 3 Novembre 1933 a Santiniketan, in India. Ha
studiato al Presidency College di Calcutta e al Trinity College di Londra.
Ha insegnato in diverse prestigiose università (Dehli, Oxford, Cambridge,
Staford, Cornell, MIT), ha collaborato con John Rawls, Robert Nozick, Martha
Nussbaum, Thomas Scanlon e altri celeberrimi filosofi ed economisti. Nel
1998 gli è stato assegnato il Premio Nobel per l'economia. Dal 1998 insegna
al Trinity College.