la spesa per interessi vera zavorra per l'italia



dal corriere.it 11 - 1 - 2003

 
  
 
  
 Sabato 11 Gennaio 2003 
 
 
 
 
L’INTERVENTO / Secondo l’ex ministro del Tesoro Visco, il governo è
costretto a drenare il 3% del Pil in più rispetto ai Paesi concorrenti

 
«La spesa per interessi, vera zavorra dell’Italia»

di VINCENZO VISCO*


Si discute da qualche tempo sui problemi dell’economia italiana e sulle sue
prospettive. Alcuni sottolineano le difficoltà (congiunturali) derivanti
dalla crisi internazionale, e la persistenza di rigidità nei mercati, altri
parlano esplicitamente di un rischio di «declino». In verità, prescindendo
dai problemi comuni all’Italia e ad altri Paesi europei (congiuntura e
rigidità) la tesi del «declino» è sostanzialmente condivisibile. Tuttavia
va chiarito che le cause del processo e il suo inizio risalgono a oltre 20
anni fa, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. E’ in quel
periodo infatti che, dopo il secondo shock petrolifero, l’Italia
diversamente dagli altri Paesi non riesce né a riequilibrare i conti
pubblici, né ad indurre comportamenti non inflazionistici negli operatori
economici. Nel decennio 1974-1984 l’inflazione media italiana risulta
infatti del 15,8%; al tempo stesso per gran parte degli anni ’70 e ’80
mentre la spesa pubblica cresceva (di oltre 6 punti), si continuava a
mantenere la pressione fiscale a un livello inferiore di 10 punti alla
media europea. 
In tale contesto i conti della finanza pubblica venivano fatti tornare ex
post grazie all’inflazione che svalutava il debito pubblico e i risparmi
privati (imposta inflazionistica), ponendo al tempo stesso le premesse per
progressive svalutazioni del cambio. Si trattava ovviamente di un modello
demenziale, ma politicamente attraente dal momento che evitava scelte
esplicite e dolorose. Questo approccio, a suo modo coerente, entra in crisi
con l’adesione dell’Italia allo Sme (Sistema monetario europeo, ndr) e con
la fine dell’obbligo della Banca Centrale di finanziare il disavanzo
pubblico: i tassi di interesse reali diventano improvvisamente positivi
dopo molti anni, e in assenza di ogni correzione dal lato delle entrate e
delle spese comincia l’inesorabile crescita del debito pubblico italiano a
causa della persistenza di forti disavanzi primari e di elevati tassi di
interesse reali e nominali. Nel 1980, infatti il rapporto tra debito e Pil
(Prodotto interno lordo) era ancora pari al 57,7%, nel 1987 era già salito
al 91%, fino a raggiungere il 108% nel 1992 e il 124% nel 1994. 
Il rischio di un collasso finanziario si materializzò sia nel 1992 e
successivamente nei primi mesi del 1995 e fu evitato grazie a drastici
interventi di emergenza ancora vivi nella memoria degli italiani. Il
periodo 1996-2001 ha segnato il ritorno alla normalità finanziaria dopo
oltre 20 anni di disordine e irresponsabilità. 
È evidente che nella situazione descritta nessun Paese può essere gestito
adeguatamente: esso può vedere il suo reddito crescere, ma non può
programmare il suo futuro. Ed è nel decennio degli anni ’80 che si pongono
le premesse per la crisi attuale delle grandi imprese, per l’uscita
dell’Italia da settori produttivi decisivi, per il deterioramento di
importanti apparati pubblici (istruzione, università, burocrazia), per i
mancati investimenti infrastrutturali, ecc. Nel decennio successivo si è
salvato il salvabile (anche brillantemente), tuttavia l’eredità del passato
continua a pesare sul presente e peserà ancora per non pochi anni a venire.
Infatti l’Italia è oggi un Paese con uno stock di debito almeno doppio
rispetto a quello degli altri Paesi europei; il che significa che, pur
avendo dimezzato, negli anni ’90, la spesa per interessi (dal 13% del Pil
del 1993 al 6,3% del 2001), questa rimane tuttavia ancora doppia rispetto a
quella cui devono far fronte gli altri Paesi, il che significa altresì che
il bilancio pubblico è costretto a drenare ogni anno dall’economia italiana
circa 3 punti di Pil (35 miliardi di euro, 70.000 miliardi di vecchie lire)
in più rispetto ai Paesi concorrenti. 
Le difficoltà attuali e i rischi futuri per il Paese derivano da qui, e la
mancata consapevolezza, anzi la negazione di questo problema da parte di
ampi strati dell’opinione pubblica, e purtroppo della maggioranza politica
attuale, non possono che accentuarli. Ma c’è di più: l’equilibrio raggiunto
dalla finanza pubblica italiana è basato su una pressione fiscale pari
(checché se ne dica) a quella media europea, e su una spesa primaria (per
beni e servizi) inferiore di tre punti alla media europea: i tre punti di
differenza servono a finanziare l’eccesso di spesa per interessi. Quindi se
non è vero che i cittadini italiani sono ipertassati rispetto agli
standards europei, è assolutamente vero che i servizi che essi ricevono
sono inferiori al valore delle imposte pagate, cosa che rende molto
difficile il rapporto con l’opinione pubblica. Stando così le cose dovrebbe
essere evidente che, mentre va evitata una crescita delle imposte per
ragioni di competitività, non vi sono neppure spazi credibili per riduzione
della spesa pubblica tali da consentire sostanziali riduzioni delle
imposte, aumenti delle spese in conto capitale, aumenti delle pensioni
minime, ecc. 
Le attuali difficoltà di bilancio (malamente camuffate da interventi di
natura finanziaria) derivano proprio dall’aver trascurato, ignorato ed
esorcizzato questi elementari dati di fatto: la rigidità del bilancio
pubblico italiano è infatti tale che basta un attimo di disattenzione per
provocare guai molto seri che non possono, ahimè, essere evitati dalla
«immaginazione al potere». Ciò non significa che non vi siano prospettive
per l’Italia, al contrario. Ma al di là delle possibilità che possono
derivare dalla ripresa di una crescita duratura in Europa, esse vanno
ricercate con grande consapevolezza e selettività delle scelte sapendo che
il sentiero è stretto e che occorre investire sul futuro con discernimento
capovolgendo la nostra tendenza storica ad ipotecarlo. Purtroppo
l’approccio attuale, che riproduce in sostanza il modello fallimentare
degli anni ’80, sembra andare nella direzione opposta. 
* ex ministro del Tesoro