lo sviluppo non e' il rimedio alla mondializzazione



intervento di serge latouche all'iniziaitiva di giovedi 13 giugno a Genova,
sala del camino, camera di Commercio


Lo sviluppo non è il rimedio alla mondializzazione, è il problema!

Esiste una quasi-umanità a sinistra (e anche al centro) per denunciare i
danni di una mondializzazione liberale, se non addirittura ultra-liberale.
Questa critica consensuale si articola su questi sei punti:
1) la denuncia delle disuguaglianze crescenti tanto tra il Nord e il Sud,
quanto all'interno di ciascun paese. La polarizzazione della ricchezza tra
le regioni e tra gli individui raggiunge infatti livelli insoliti. Secondo
l'ultimo rapporto del PNUD, se la ricchezza del pianeta si è moltiplicata
di sei volte dopo il 1950, il reddito medio degli abitanti di 100 dei 174
paesi censiti è in piena regressione e anche l'aspettativa di vita. Le tre
persone più ricche del mondo hanno una fortuna superiore al PIB totale dei
48 paesi più poveri! Il patrimonio dei 15 individui più fortunati supera il
PIB di tutta l'Africa subsahariana. Infine, i beni delle 84 persone più
ricche supera il PIB della Cina con il suo 1miliardo e 200 milioni di
abitanti!
2) La trappola del debito per i paesi del Sud con le sue conseguenze sullo
sfruttamento sconsiderato delle ricchezze naturali e la reivenzione del
servaggio e della schiavitù (in particolare dei bambini).
3) La distruzione dell'ecosistema e le minacce che l'inquinamento fanno
pesare sulla sopravvivenza del pianeta.
4) La fine del welfare, la distruzione dei servizi pubblici e lo
smantellamento dei sistemi di protezione sociale.
5) "L'onnimarchandisation", con i traffici di organi, lo sviluppo delle
"industrie culturali" e uniformizzanti, la corsa alla brevettabilità
dell'essere vivente.
6) L'indebolimento degli Stati-nazione e l'aumento di potere delle
multinazionali come "i nuovi padroni del mondo".
Ma, in queste condizioni, non è più questione di sviluppo, in particolare
al Sud, ma soltanto di aggiustamenti strutturali. Per il sociale, si fa
largamente appello a ciò che Bernard Hours chiama elegantemente "un samu
mondiale" di cui le ONG umanitarie, coloro che gestiscono l'emergenza sono
lo strumento fondamentale . Il terzo settore o l'economia sociale e
solidale hanno la vocazione a soddisfare lo stesso obiettivo al Nord:
supplire alle carenze del mercato (i "market faillures"). 
Lo sviluppo non può dunque essere il rimedio ai mali di cui è responsabile
in ultima istanza. Esso fa parte di tutto il problema come la
mondializzazione che ha generato. Esso deve, più ancora di questa, essere
demistificato, cosa invero meno facile e meno "popolare"...

Il (ri)sviluppo è il rimedio?

Tutto sommato, in parecchi lo pensano, e in particolare tutti coloro che
esaltano "un'altra mondializzazione". Bisognerebbe ritornare allo sviluppo
correggendolo, se sarà il caso, dei suoi effetti negativi. Uno sviluppo
"durevole" o "sostenibile" appare così come una panacea sia per il Sud che
per il Nord. É più o meno la conclusione di quello che noi abbiamo sentito
a Porto Alegre. Se la retorica pura dello sviluppo, che si fa prassi grazie
all'espertocrazia volontarista non fa più cassetta, il complesso di
convinzioni escatologiche in una prosperità materiale possibile per tutti
che si può definire come "lo sviluppismo", resta intatto. Smitizzando tale
"sviluppismo" si ritrovano smitizzate in profondità anche
l'occidentalizzazione  e la mondializzazione. Si contribuisce così a
lottare seriamente contro l'impero e l'influenza del pensiero unico.
Tale aspirazione "ingenua" ad un ritorno dello sviluppo testimonia al tempo
stesso una perdita di memoria e un'assenza di analisi sul significato
storico di tale sviluppo.

a) L'oblio della storia.
Ritorniamo sui "trenta (anni) gloriosi". La regolazione keyneso - fordista
di cui si sente oggi la nostalgia è come la repubblica che diventa bella
sotto l'impero. Si è dimenticato in fretta che nel maggio 1968, è proprio
quella società del "ben-essere", che veniva denunciata come la società dei
consumi e la società dello spettacolo capace di generare soltanto la noia
di una vita fatta di "metrò-lavoro-nanna", e fondata sul lavoro a catena,
ripetitivo e alienante. Se si esaltano ancora spesso i circoli virtuosi di
questo sviluppo che costituisce un "gioco-vincente-vincente-vincente" si
dimenticano spesso i due perdenti: il terzo-mondo e la natura. Certo, lo
Stato guadagnava, il padronato guadagnava e i lavoratori, sostenendo la
pressione, miglioravano il loro tenore di vita, ma la natura era
saccheggiata senza vergogna (e di questi noi non abbiamo finito di pagare
il conto.), mentre il terzo mondo delle indipendenze sprofondava sempre più
nel sotto-sviluppo e nella perdita della propria identità culturale.
Comunque sia, questo capitalismo regolato dall'era dello sviluppo sarà
stato una fase transitoria verso la mondializzazione .
b) L'assenza di analisi del significato storico dello sviluppo. 
 Ricordiamo la cinica formula di Henry Kissinger: "La mondializzazione non
è che il nuovo nome della politica egemonica americana". Se lo sviluppo non
è stato che il proseguimento della colonizzazione attraverso altri mezzi,
la nuova mondializzazione, a sua volta, non è che il proseguimento dello
sviluppo con altri mezzi. Lo Stato si nasconde dietro il mercato. Gli
stati-nazione che si erano già fatti più attenti nel passaggio dal modello
della colonizzazione allo sviluppo lasciano il passo al profitto della
dittatura dei mercati  (da loro stessi organizzati...), con il loro
strumento di gestione l'FMI, che impone i piani di aggiustamento
strutturale  . Tuttavia, se le "forme" cambiano considerevolmente (e non
solo le forme) occorre sempre fare i conti con slogans e ideologie che
mirano a legittimare l'impresa egemonica dell'Occidente e, oggi,
particolarmente degli Stati Uniti. In questo approccio non viene rimesso in
questione l'immaginario economico. Si ritrova sempre l'occidentalizzazione
del mondo con la colonizzazione degli spiriti attraverso il progresso, la
scienza e la tecnica. L'economicizzazione e la tecnicizazzione del mondo
sono spinte al loro punto d'arrivo. Ora, è proprio questo che costituisce
la fonte di tutti i mali di cui si accusa la mondializzazione.

II L'impostura dello sviluppo

Il vero sviluppo è definito, nel rapporto della commissione del Sud, come
"un processo che permette agli esseri umani di sviluppare la loro
personalità, di acquistare fiducia in se stessi e di condurre un'esistenza
degna e piena" . È evidente che quel tipo di sviluppo non si è mai
realizzato da nessuna parte. È la ragione per la quale bisogna denunciare
l'etnocentrismo del concetto stesso di sviluppo e l'attuale forma
perniciosa in cui sta risorgendo nello sviluppo durevole.
a) L'etnocentrismo dello sviluppo.
Il concetto di sviluppo è intrappolato in un dilemma: se la parola sviluppo
vuol dire tutto e il suo contrario, allora indica in particolare tutte le
esperienze storiche di dinamica culturale della storia dell'umanità, dalla
Cina degli Han all'impero Inca. In questo caso non indica niente in
particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica, è
meglio sbarazzarsene. Se invece ha un contenuto proprio, tale contenuto
indica allora necessariamente ciò che esso ha in comune con l'esperienza
occidentale del decollo dell'economia così come si è strutturata a partire,
diciamo, dalla rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750 -1800.
In questo caso, qualunque sia l'aggettivo che gli si accosti, il contenuto
implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica,
l'accumulazione del capitale, con tutti gli effetti positivi e negativi che
conosciamo: competizione spietata, crescita senza limiti delle
disuguaglianze, saccheggio senza ritegno della natura. Ora, il nocciolo
duro che tutti gli sviluppi hanno in comune con quella esperienza è legato
a "valori" che sono il progresso, l'universalismo, il dominio della natura,
la razionalità quantificabile. Questi valori sui quali poggia lo sviluppo
e, particolarmente il progresso, non corrispondono affatto alle aspirazioni
universali profonde .
Esse sono legate alla storia dell'Occidente, raccolgono poca eco nelle
altre società. Le società animiste, per esempio, non condividono la fede
nel dominio della natura, come non la condividono il buddismo o l'induismo.
La costituzione indiana prevede e prescrive il rispetto degli animali, in
conseguenza di questo alcuni tribunali hanno condannato la produzione di
conserve. Al di là dei miti sui quali è basata, l'idea dello sviluppo è
totalmente priva di senso e le prassi ad essa legate sono assolutamente
impossibili perché inpensabili e vietate. 
Oggi tali valori occidentali sono precisamente quelli che bisogna rimettere
in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo
contemporaneo (e della "mondializzazione" liberale) ed evitare le
catastrofi verso le quali ci porta l'economia mondiale. È chiaro che è lo
sviluppo realmente esistente  quello che da due secoli domina, che
ingigantisce i problemi sociali e ambientalistici attuali: esclusione,
sovrappopolamento, povertà, inquinamenti vari ecc. Lo "sviluppismo"
manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. In questo paradigma
non c'è posto per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti né
per il rispetto dell'uomo rivendicato dagli umanitaristi. Lo sviluppo
realmente esistente  appare, dunque, nella sua verità e lo sviluppo
alternativo  come una mistificazione.
Accostando al concetto di sviluppo un aggettivo, non si tratta veramente di
mettere in questione l'accumulazione capitalista, al più si tratta di
aggiungere un elemento sociale o una componente ecologica alla crescita
economica come non molto tempo fa si è potuto aggiungervi una dimensione
culturale. Se ci si concentra sulle conseguenze sociali, come la povertà,
il tenore di vita, i bisogni essenziali, o sulla nocività arrecata
all'ambiente, occorre evitare gli approcci olistici o globali di un'analisi
della dinamica planetaria di una Megamacchina tecno-economica che è
funzionale alla concorrenza senza pietà e ormai senza volto. Che si voglia
o no, non si può impedire che lo sviluppo sia diverso da quello che è
stato. Lo sviluppo è stato ed è l'occidentalizzazione del mondo6. Le parole
si radicano nella storia; esse sono legate con le rappresentazioni che
sfuggono, il più delle volte, alla coscienza di coloro che parlano, ma che
hanno presa sulle nostre emozioni. Ci sono parole dolci, parole che recano
sollievo al cuore e parole che feriscono. Ci sono parole che mettono in
subbuglio un popolo e sconvolgono il mondo. E poi ci sono parole velenose,
parole che penetrano nel sangue come una droga, pervertono il desiderio e
ottenebrano il giudizio. Sviluppo è una di queste parole tossiche. Si può,
certo, proclamare che ormai "un buon sviluppo, è prima di tutto valorizzare
quello che facevano i genitori, avere delle radici", 7 è definire una
parola attraverso il suo contrario. Lo sviluppo è stato, è e sarà prima di
tutto uno sradicamento. Ha soprattutto comportato una crescita
dell'eterenomia a detrimento dell'autonomia delle società.
b) L'impostura dello sviluppo durevole/sostenibile.
Il fatto di aggiungere il qualificativo "durevole" o "sostenibile" non fa
che imbrogliare un po' di più le cose. Così, circola in questo momento un
manifesto per uno sviluppo sostenibile firmato da parecchie celebrità tra
cui Jean - Claude Camdessus, l'ex Presidente del Fondo Monetario
Internazionale. Sephan Schmeideny, animatore di un'associazione di
industriali sensibili alla difesa dell'ambiente, consulente di Maurice
Strong presidente del P.N.U.E. per l'organizzazione di Rio '92, scrive: "Il
funzionamento di un sistema di mercato libero e concorrenziale, in cui i
prezzi integrano i costi della difesa dell'ambiente con le altri componenti
economiche, costituisce il fondamento di uno sviluppo durevole". Alcuni
economisti neo-classici dicono con un pizzico di provocazione, ma non senza
fondamento, che sono loro i veri sostenitori dello sviluppo durevole, con
l'instaurazione dei "diritti di inquinare" e la creazione del mercato della
difesa dell'ambiente. L'economista John Richard Hicks, con la sua
concezione del reddito, sarebbe così, senza saperlo, il primo teorizzatore
dello sviluppo durevole/sostenibile.
Si chiama ossimoro (o antinomia) una figura retorica che consiste nel
giustapporre due parole contraddittorie, come "l'ocura chiarezza", cara a
Victor Hugo, "che vien giù dalle stelle...".
Tale processo inventato dai poeti per esprimere l'inisprimibile è sempre
più utilizzato dai tecnocrati per far credere nell'impossibile. Così una
guerra pulita, una mondializzazione dal volto umano, un'economia solidale o
sana ecc. Lo sviluppo durevole è una di queste antinomie.
Il problema dello sviluppo sostenibile non è tanto con la parola
sostenibile, che è una bella espressione, quanto il concetto di sviluppo
che è decisamente una "parola tossica". In effetti, sostenibile significa
che l'attività umana non deve creare un livello di inquinamento superiore
alla capacità di rigenerazione dell'ambiente naturale. Questo non è che
l'applicazione del principio di responsabilità del filosofo Hans Jonas:
"Agisci in modo che gli effetti della tua azione siano compatibili con la
continuità di una vita autenticamente umana sulla terra". Tuttavia, il
significato storico e pratico dello sviluppo, legato al programma della
modernità, è fondamentalmente contrario alla continuità così concepita.
Si è visto che lo sviluppo è un'impresa che mira a mercificare le relazioni
degli uomini tra loro e con la natura. Si tratta di sfruttare, di
valorizzare, di trarre profitto dalle  risorse naturali e umane. La mano
invisibile e l'equilibrio degli interessi ci assicurano che tutto è per il
meglio nel migliore dei mondi possibili. Perché preoccuparsi? La maggior
parte degli economisti, che siano liberali o marxisti, sono favorevoli alla
concezione che permette allo sviluppo economico di perdurare. Così
l'economista marxista, Gerard d'Estanne De Bernis dichiara: "Qui non si
tratta di fare semantica, né di chiedersi se l'aggettivo "durevole"
(sostenibile) aggiunga qualcosa alle definizioni classiche dello sviluppo,
teniamo piuttosto conto dell'aria che tira e parliamo come tutti quanti.
Beninteso, durevole non rimanda all'idea di lunghezza, ma di
irreversibilità (...). Il fatto è che il processo di sviluppo di paesi come
l'Algeria, il Brasile, la Corea del Sud, l'India o il Messico non si è
rivelato "durevole" (sostenibile): le contraddizioni non tenute sotto
controllo hanno spazzato via i risultati degli sforzi compiuti, e condotto
alla regressione8.
Non si può "salvare" lo sviluppo contrapponendolo alla crescita.
Effettivamente, poiché lo sviluppo viene definito da Rostow come
"self-sustaining growth" (crescita auto-sostenibile), l'aggiunta
dell'aggettivo durevole o sostenibile (allo sviluppo) è inutile e
costituisce un pleonasmo. È ancora più lampante con la definizione di
Mesarovic e Pestel9.
Per questi, è la crescita omogenea, meccanica e quantitativa, che è
insostenibile, ma una crescita "organica", definita attraverso
l'interazione degli elementi sulla totalità, è un obiettivo sopportabile.
Ora, storicamente, tale definizione biologica, è precisamente quella dello
sviluppo.
Le finezze di Herman Daly, che tentano di definire uno sviluppo con una
crescita nulla, non sono sostenibili, né in teoria, né in pratica10. Come
nota Nicholas Georgescu Roegen: "Lo sviluppo durevole non può in alcun modo
essere superato dalla crescita economica (...). In verità, chi ha mai
potuto pensare che lo sviluppo non implichi necessariamente qualche
crescita?".11
In ogni caso per gli autori del rapporto Brumdland che hanno lanciato
l'espressione non vi è alcun dubbio. Essi propongono un volume di crescita
annuale dal 5 al 6% per i paesi in via di sviluppo e dal 3 al 4% per i
paesi industrializzati12.
In definitiva, si può dire che affiancando l'aggettivo durevole al concetto
di sviluppo, è chiaro che non è proprio il caso di rimettere in discussione
lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da due
secoli, al massimo occorre aggiungervi una componente ecologica. È più che
discutibile che ciò sia sufficiente a risolvere i problemi. È perché, in
fin dei conti, lo sviluppo durevole, questa contraddizione in termini, è
terrificante e desolante! Almeno, con lo sviluppo non durevole e
insostenibile , si poteva conservare la speranza che tale processo
mortifero avrebbe avuto una fine. Si sarebbe arrestato un giorno, vittima
delle sue contraddizioni, dei suoi fallimenti, del suo carattere
insopportabile e per l'esaurimento delle risorse naturali... Si poteva così
riflettere e lavorare per un post-sviluppo meno desolante, costruire una
postmodernità accettabile. In particolare reintrodurre il sociale, la
politica nel rapporto di scambio economico, ritrovare l'obiettivo del bene
comune e di una qualità della vita nel commercio sociale. 
Lo sviluppo durevole ci sottrae ogni prospettiva di uscita, ci promette lo
sviluppo per l'eternità!
George W. Bush dichiarava, il 14 febbraio 2002 a Silver Spring davanti ai
responsabili della meteorologia, che "poiché questa è la chiave del
progresso ambientale, poiché questa fornisce le risorse che permettono di
investire sulle tecnologie proprie, la crescita è la soluzione, non il
problema"13. Noi invece affermiamo che, lungi dall'essere il rimedio alla
mondializzazione, lo sviluppo economico costituisce la sorgente del male.
Esso deve essere analizzato e denunciato come tale. La nostra sovracrescita
 economica supera già largamente la capacità di carico della terra. Se
tutti gli abitanti del mondo consumassero come l'americano medio, i limiti
fisici del pianeta sarebbero largamente superati14. Se si prende come
indice del "peso" ambientale del nostro stile di vita "l'impatto" ecologico
di questo sulla superficie terrestre necessaria, si ottengono risultati
insostenibili sia dal punto di vista dell'equità rispetto ai diritti di
prelievo sulla natura, sia da quello della capacità di rigenerazione della
biosfera. Se si considerano i bisogni di materiali e di energia necessari
per assorbire i rifiuti e gli scarti della produzione e dei consumi, e a
ciò si aggiunge l'impatto ambientale e delle infrastrutture necessarie, i
ricercatori che lavorano per il World Wide Fund (WWF) hanno calcolato che
lo spazio bioproduttivo dell'umanità è di 1,8 ettari a testa, mentre un
cittadino degli Stati Uniti consuma in media 9,6 ettari, un canadese 7,2,
un europeo medio 4,5. Siamo dunque molto lontani dall'uguaglianza
planetaria è più ancora da uno stile di civilizzazione durevole che
dovrebbe limitarsi a 1,4 ettari, ammesso che la popolazione attuale resti
stabile15. Queste cifre si possono discutere, ma esse sono sfortunatamente
confermate da un numero considerevole di indici (che d'altra parte sono
serviti a stabilirle).
Così, perché l'allevamento intensivo in Europa funzioni, bisogna che
un'area, per quelle che si chiamano "culture a fasce" equivalenti a sette
volte quella di questo continente, sia impiegata in altri paesi per
produrre l'alimentazione necessaria per gli animali così allevati su scala
industriale16. 
Per sopravvivere o andare avanti, è dunque urgente organizzare la
decrescita. Quando si è a Roma e si deve prendere il treno per Torino e si
sale per errore su quello per Napoli, non è sufficiente rallentare la
locomotiva, frenare o anche fermarsi, bisogna scendere e prendere un altro
treno nella direzione opposta. Per salvare il pianeta e assicurare un
futuro accettabile per i nostri figli, non bisogna soltanto moderare le
tendenze attuali, bisogna decisamente uscire dallo sviluppo e
dall'economicismo, come bisogna uscire dall'agricoltura produttivista, che
ne è parte integrante, per smetterla con le mucche pazze e le aberrazioni
transgeniche.

Conclusione.
Sia lo sviluppo, sia la mondializzazione sono "macchine" per affamare i
popoli. Prima degli anni '70, in Africa, le popolazioni erano "povere"
rispetto ai criteri occidentali, nel senso che esse disponevano di pochi
beni manifatturieri, ma nessuno, in tempi normali, moriva di fame. Dopo 50
anni di sviluppo è cosa fatta. Meglio, in Argentina, paese di tradizionale
allevamento bovino, prima dell'offensiva sviluppentista degli anni '80, si
sprecava sconsideratamente la carne bovina, abbandonando le carni di
secondo taglio. Oggi, la gente saccheggia i supermercati per sopravvivere,
e i fondi marini, sfruttati senza vergogna dalle navi straniere, tra l''85
e il '95, per accrescere esportazioni senza grandi profitti per la
popolazione, non possono più costituire una risorsa17. Come dice Vandana
Shiva: "Sotto la maschera della crescita si nasconde, in effetti, la
creazione della penuria"18.

Serge Latouche