finanziamento allo sviluppo?



dal manifesto

     
    
 
    
 

20 Marzo 2002 
  
 
   
Le briciole di Monterrey 
Finanziamento allo sviluppo. Oggi in Messico via al vertice Onu. Ma ong e
no global lo condannano senz'appello 
GIANNI PROIETTIS - SAN CRISTOBAL SE LAS CASAS (CHIAPAS) 

Comincia oggi a Monterrey, nel nord del Messico, la conferenza mondiale sul
finanziamento allo sviluppo. Convocata dall'Onu su un tema di enorme
importanza in tempi di globalizzazione accelerata, la conferenza, che
riunirà per cinque giorni i rappresentanti di 180 paesi e una sessantina di
capi di stato e di governo - Bush e forse Castro compresi - dovrà
pronunciarsi su un problema irrimandabile: possono i paesi ricchi salvare
dal baratro della miseria il sud del mondo?
Negli stessi giorni, dal 18 al 22 marzo, Monterrey ospita una grande
assemblea internazionale della società civile, cui partecipano decine di
migliaia di globalifóbicos, come si chiamano qui i no global. La
manifestazione di apertura ha riempito le strade di Monterrey con più di
30mila dimostranti e il tema della prima conferenza, tenuta da Pablo
Gonzalez Casanova, non lasciava adito a dubbi: "Globalización del
neoliberalismo de guerra, resistencias y alternativas". Gli organizzatori
spiegano che, in questi giorni, si tenterà di coniugare proposte e
manifestazioni:"Daremo gli argomenti di risposta al modello di
globalizzazione che si pretende di imporre, ma esistono anche ragioni
perché si scenda in strada a protestare".
Fino a questo momento, però, niente lascia prevedere che finirà come a
Barcellona, con dure cariche della polizia. Il presidente Vicente Fox
esibisce un sorriso soddisfatto, dichiara una grande disponibilità ad
ascoltare "tutte le voci" ed è visibilmente orgoglioso di ospitare la
conferenza dell'Onu, come se questo comportasse un crescente ruolo
internazionale del suo paese. Apparentemente non si rende conto che il
Messico è stato scelto solo per evitare New York, una città ormai tabù per
questo genere di incontri

Il Graal dello 0.7 %
Nel lontano 1969, l'anno in cui l'uomo camminò sulla luna, un'apposita
commissione delle Nazioni unite, la commissione Pearson, si pose il
problema di come i paesi ricchi potevano aiutare in maniera efficace allo
sviluppo del Terzo mondo. Si individuò un meccanismo per cui, se tutti i
paesi industrializzati consacrassero lo 0.7 del loro prodotto interno lordo
per aiutare i paesi più poveri, si creerebbe un volano di sviluppo
irreversibile, capace di mettere fine perlomeno all'estrema povertà che
affligge vaste zone del pianeta.
Lo spirito prevalente era quello della solidarietà disinteressata e la
coscienza di appartenere a un'unica comunità mondiale. Una globalizzazione
"buona", per così dire, con motivazioni di ordine morale. Tempi dorati, a
rivederli oggi, con tutta la guerra fredda.
Il mondo, purtroppo, è andato in un'altra direzione. Quando la commissione
Pearson redigeva il suo rapporto, la media degli aiuti concessi dai paesi
sviluppati era dello 0.8%. Oggi è scesa a un drammatico 0.22%.
L'Europa, che si può vantare di essere l'avanguardia della solidarietà
internazionale, è ferma a un rachitico 0.33 ed ha appena deciso a
Barcellona di aumentarlo allo 0.39 entro il 2006. L'Italia è il fanalino di
coda dell'Unione europea: il suo contributo (0,13%) è poco consono ai sogni
di grandeur berlusconiani e fa francamente arrossire.
Solo gli Stati uniti sono più tirchi, con il loro vergognoso 0.10. Per gli
ultraliberisti nordamericani l'aiuto allo sviluppo è un rimedio inutile,
che va sostituito dalla responsabilità individuale e dal buon governo.
Dalle buone parole, insomma. O dall'elemosina unilaterale dei 5 miliardi di
dollari annunciata ieri da Bush in concomitanza con il rifiuto di accettare
l'imposizione di percentuali fisse del Pil.
I fatti si incaricano di smentire qualunque ottimismo: la distanza fra
paesi ricchi e poveri si sta ampliando tragicamente. Sono gli stessi dati
ufficiali (Pnud) a denunciarlo. Se vent'anni fa i 1300 milioni di abitanti
dei paesi più poveri erano 22 volte meno ricchi dei nordamericani, oggi lo
sono 86 volte meno.
Con la Dichiarazione del Millennio, redatta dall'Onu nel 2000, ci si
proponeva di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015, ma, così come
vanno le cose, l'obiettivo sembra allontanarsi. Nel 2000, le risorse che i
paesi industrializzati hanno trasferito al sud del mondo come "cooperazione
allo sviluppo" - un'etichetta talmente ampia che comprende a volte perfino
le forniture d'armi - ammontavano a 56 miliardi di dollari. Una cifra che
può sembrare considerevole in assoluto ma che rappresenta meno di un sesto
degli interessi pagati annualmente dal Terzo mondo per il debito estero,
che, solo in America latina, ha raggiunto i 737 miliardi di dollari.

Il muro di Burlín
La città di Monterrey, capitale dello stato di Nuevo León, costituisce il
polo industriale del Messico, voltato agli Stati uniti e dedicato
all'esportazione. Se si voleva offrire un simbolo dello sviluppo iniquo e
degradante prodotto dall'attuale "dittatura del libero mercato", non si
poteva scegliere di meglio. Di fronte all'area che ospita la conferenza
delle Nazioni unite è stato costruito un muro per nascondere
un'imbarazzante baraccopoli, in lotta da più di vent'anni per la sua
legalizzazione.
L'amministrazione cittadina, come il governo dello stato, è in mano al Pan,
il partito della destra cattolica a cui appartiene il presidente Fox. Di
fronte a un evento che sta attirando l'attenzione internazionale, il comune
ha fatto ritirare dalle strade bambini e mendicanti, relegandoli in rifugi
allestiti per l'occasione e ha mimetizzato, facendole dipingere, le
bidonville che non si potevano nascondere. Più di 6000 poliziotti
presidiano la città per il mantenimento dell'ordine pubblico.
Da alcuni giorni, la città ribolle di iniziative e manifestazioni. Fra il
14 e il 16 marzo, più di 700 ong , invitate dall'Onu, si sono riunite per
discutere gli stessi temi che vengono trattati in questi giorni dai
rappresentanti dei governi. Le loro conclusioni hanno criticato fortemente
quello che viene definito il Consenso di Monterrey, un documento redatto in
anticipo e chiuso, per volontà degli Stati uniti, ad ogni tentativo di
modificazione (che dovrebbe fare da contraltare a quel Cinsenso di
Washington che è stato lo strumento del dominio imperiale sull'America
latina).
"Le ong presenti a Monterrey dichiarano di non avere alcuna fiducia nei
risultati di questa conferenza, visto che nel passato le decisioni adottate
in precedenti riunioni di questo tipo non hanno contribuito
all'eliminazione della povertà e delle ineguaglianze. Oggi, dopo vent'anni
di politiche di aggiustamento strutturale e l'avvio della globalizzazione
neoliberale, i ricchi sono più ricchi e i poveri più poveri".
I due maggiori canali televisivi - Televisa e TvAzteca - dedicano dirette
continue alla conferenza dell'Onu, con qualche sguardo folclorico alle
grandi manifestazioni. Il movimento si esprime con le consuete mille voci
e, dopo Porto Alegre, sembra più propositivo che mai. Chi si dedica a
denigrarlo professionalmente, dovrebbe leggere le sue proposte, sicuramente
più efficaci delle presunte panacee che indicherà la conferenza dell'Onu:
"Annullare totalmente il debito dei paesi poveri; mettere in piedi una
regolamentazione del debito che sia generosa, giusta ed equa; definire le
garanzie per impiegare i finanziamenti futuri in uno sviluppo duraturo;
ottenere che i paesi ricchi stanzino un effettivo 0.7% per il finanziamento
dello sviluppo; riequilibrare i termini dell'intercambio fra il Nord e il
Sud; garantire la sovranità alimentare di tutti i paesi; controllare i
trasferimenti irrazionali di capitali; annullare il segreto bancario;
dichiarare illegali i paradisi fiscali; imporre una tassa internazionale
sulle transazioni finanziarie".