il mc mondo e i no global



da repubblica

MARTEDÌ, 29 GENNAIO 2002 
  
  
LE IDEE  
  
Verso Porto Alegre  
  
Il McMondo e i no global dopo l'attacco dell'11 settembre  
  
  
  
  
BENJAMIN BARBER  

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SENZA dubbio gli attacchi terroristici dell'11 settembre hanno cambiato il
mondo per sempre, ma non sono riusciti a cambiare in modo significativo né
la posizione ideologica della destra né quella della sinistra. I guerrieri
unilateralisti della destra continuano a sostenere che la guerra condotta
da un'America eternamente sovrana sia l'unica risposta appropriata al
terrorismo, la sinistra invece ripete che c'è bisogno d'internazionalismo,
d'interdipendenza e d'un approccio ai mercati globali che raddrizzi gli
squilibri economici rendendo l'estremismo meno accattivante anche se, in
un'atmosfera di patriottismo bellico, lo fa in un tono più sommesso
rispetto al passato. La lobby internazionalista può però a buon diritto
alzare la voce, perché quello che è cambiato a seguito dell'11 settembre è
la relazione tra queste argomentazioni e il realismo politico (e il suo
contrario, l'idealismo politico). Prima dell'11 settembre la realpolitik
apparteneva principalmente alla destra che sdegnava i discorsi sui diritti
umani e la democrazia considerandoli utopie senza speranza, il blaterare
d'idealisti romantici di sinistra che preferivano vedere il mondo come
volevano che fosse, piuttosto che come era in realtà.
Se l'unica scelta che ci viene lasciata è tra i mullah e i centri
commerciali, tra l'integralismo e il mercato, non possono più prosperare
libertà e spirito umano  
L'America ora deve cedere parte della sua sovranità per riuscire a unirsi
al mondo, invece di continuare a pretendere che il mondo si unisca a lei  
Dopo l'11 settembre però la tigre realista ha cambiato pelle:
l'internazionalismo "idealista" è diventato il nuovo realismo. Non ci
troviamo di fronte ad un cambio di paradigma, ma all'occupazione di un
vecchio paradigma da parte di nuovi inquilini. I globalisti democratici
sono all'improvviso i nuovi realisti, mentre il vecchio realismo,
soprattutto nel suo abbraccio dei mercati, appare sempre più un dogma
totalmente irrealistico e pericoloso, opaco alle nostre nuove realtà perché
inciso brutalmente sulla coscienza nazionale dai demoniaci architetti
dell'11 settembre. Il problema non è decidere se perseguire una strategia
militare o civile, perché sono entrambe chiaramente necessarie, il problema
è come portarle avanti.
La dottrina del realismo storico aveva il suo fondamento nella politica
internazionale degli Stati sovrani che perseguivano i propri interessi
nell'ambito di alleanze mutevoli in cui i principi potevano solo impedire
il raggiungimento di obiettivi sovrani definiti e serviti solo dagli
interessi. I sui mantra, gli stereotipi di Lord Acton, Henry Morgenthau,
George Kennan o Henry Kissinger, recitavano che le nazioni non hanno amici
o nemici permanenti, solo interessi permanenti; che i nemici dei nostri
nemici sono sempre nostri amici; che seguire gli ideali democratici o i
diritti umani può spesso confondere i nostri reali interessi; che
coalizioni e alleanze in guerra o in pace sono accettabili solo nella
misura in cui noi conserviamo la nostra indipendenza sovrana in tutte le
decisioni e le politiche determinanti e che le istituzioni internazionali
vanno abbracciate, ignorate o abbandonate a seconda di come servono i
nostri interessi nazionali sovrani, completamente separabili dagli
obiettivi di tali istituzioni.
Per quanto accattivanti possano suonare questi mantra, nelle circostanze
attuali non si può più dire che essi rappresentino una strategia, nemmeno
plausibile, figuriamoci realistica. Per capire il perché dobbiamo
comprendere in che modo l'11 settembre ha messo una volta per tutte il
punto finale alla vecchia storia dell'indipendenza americana.
Predoni dal cielo, dall'alto e dall'estero, ma anche dall'interno e dal
basso, gente che dormiva in mezzo a noi e che in qualche modo sfruttava i
poteri della nostra tecnologia per sconfiggere la nostra potenza, si è
fatta beffa della nostra sovranità dimostrando che non c'era più differenza
tra interno e esterno, tra nazionale e internazionale. Ancora non abbiamo
nozione autorevole di chi precisamente stia dietro agli attacchi dell'11
settembre o al bioterrore che ne è seguito. Chiaro è solo che non possiamo
più attribuire la colpevolezza nei termini netti del diciannovesimo secolo,
nazionale e internazionale. Anche se possiamo ancora cercare padrini
sovrani per atti terroristici che di padrini non ne hanno, il mito della
nostra indipendenza è ormai insostenibile. A chi agisce senza essere uno
stato, si tratti di imprese multinazionali o di cellule terroristiche
dall'organizzazione imprecisa, non si applicano i concetti di interno o
estero, nazionale o internazionale, non si tratta né di entità sovrane né
di organizzazioni internazionali. Dichiarare la nostra indipendenza in un
mondo di interdipendenza perversa e malevola appioppataci da gente che ci
disprezza si avvicina molto a fare quello che i duri delle scienze
politiche avrebbero definito pisciare contro vento.
Solo l'assalto di attentatori suicidi ha risvegliato la nazione alle nuove
realtà e alle nuove istanze imposte alla politica dall'interdipendenza.
Ecco perché, dopo l'11 settembre, quanto meno c'è stata una debole finta in
direzione del multilateralismo e di costruire una coalizione. Si sono
finalmente saldati i conti da tempo aperti con l'Onu, è stato consultato il
Consiglio di Sicurezza e alcuni funzionari repubblicani hanno persino
pronunciato sottovoce le terribili parole marchiate Clinton, costruire una
nazione, come possibile esigenza all'interno di una strategia postbellica
in Afghanistan.
Ma resta ancora molta strada da fare. Il realismo, nella sua nuova forma
democratica, suggerisce che l'America deve iniziare ad impegnarsi in
un'impresa lenta e erosiva della sua sovranità, quella di costruire
un'interdipendenza collaborativa e benevola in cui gli Usa si uniscano al
mondo, invece di esigere che il mondo si unisca a loro, pena essere
relegato dalla parte dei terroristi ("O siete con noi o con i terroristi",
salmodiò il presidente nei primi terribili giorni successivi all'11
settembre). Questo realismo ammette che se è vero che il terrorismo non ha
giustificazioni, ha delle cause. Il vecchio realismo seguiva il vecchio
adagio "Tout comprendre, c'est tout pardonner" e evitava di indagare le
cause profonde della violenza e del terrore. Il nuovo realismo sostiene che
comprendere l'astio collettivo non significa perdonarlo, ma far sì che
possa essere affrontato, proibito e forse persino fatto sfociare
preventivamente. Ragionare in termini di i "seme cattivo" da peccato
originale, di "malvagi" rende i colpevoli invulnerabili, soggetti
unicamente a una lotta manichea in cui l'alternativa alla vittoria totale è
la sconfitta totale. Definire Bin Laden e i suoi "i malvagi" non è per
forza sbagliato, ma ci consegna ad un mondo oscuro di jihad e controJihad
(quella che il presidente inizialmente ha definito la sua crociata) in cui
le istanze della democrazia, del rispetto civile, e della giustizia
sociale, lasciando perdere sfumature, complessità e interdipendenza,
semplicemente svaniscono. Si può odiare la jihad senza amare l'America. Si
può condannare il terrore dandogli tutti i torti anche senza pensare che i
bersagli del terrore abbiano tutte le ragioni.
Questa è la premessa alla tesi dell'interdipendenza. Il contesto di
resistenza della Jihad e la sua patologia di terrorismo rappresentano un
mondo complesso in cui sono presenti interrelazioni causali tra la reazione
della Jihad alla modernità e il ruolo americano nel dare forma a
quest'ultima secondo la logica particolare della tecnologia Usa, dei
mercati e della cultura pop all'insegna del marchio (quello che chiamo
"McMondo"). Stabilire rapporti e collegamenti non è la stessa cosa che
distribuire colpe. Il potere conferisce responsabilità. Il potere di cui
godono gli Stati uniti pone loro l'obbligo di affrontare condizioni che
possono anche non aver direttamente creato. In questa prospettiva la Jihad
potrebbe crescere a dismisura e riflettere (tra l'altro) una metastasi
patologica di giustificato malcontento circa gli effetti di un arrogante
materialismo laico che rappresenta la sfortunata concomitanza
dell'espansione del consumismo nel mondo. Potrebbe riflettere una
preoccupazione dagli esiti distruttivi circa l'integrità delle tradizioni
culturali indigene, mal equipaggiate a difendersi dall'aggressività dei
mercati in un mondo di libero commercio. Potrebbe riflettere una lotta per
la giustizia in cui i mercati occidentali sembrano ostacolare, piuttosto
che facilitare il mantenimento dell'identità culturale.
Riuscirà il thè asiatico, e quella che è la cultura religiosa e familiare
che ne accompagna il rito, a sopravvivere all'assalto della
commercializzazione globale della CocaCola? Il pranzo in famiglia
sopravvivrà al fast food, puntato al consumatore singolo, con abitudini
alimentari da rifornimento di carburante, che si nutre a spuntini?
Riusciranno le culture cinematografiche nazionali di paesi come il Messico,
la Francia o l'India a sopravvivere ai colossal di Hollywood tarati sui
gusti universali dei teen agers, radicati nella violenza e nel facile
sentimentalismo? Dov'è lo spazio per la preghiera, per i riti religiosi
comuni, per i beni spirituali e culturali in un mondo in cui l'economia
globale gira grazie alla commercializzazione di beni materiali. Quei
milioni di famiglie di Cristiani Americani che scelgono per i loro figli
l'istruzione a domicilio, perché spaventati dalla cultura commerciale e
violenta che aspetta i ragazzi fuori dalla porta di casa, non sono forse
altro che Taliban americani? E i cosmopoliti laici delle città costiere
americane si accontentano di essere nutriti dallo schermo, dagli
onnipresenti computer, dalle tv e dai multisala?
Il terrore ovviamente non è una risposta, ma chi è davvero disperato può
accontentarsi anche del terrore, in risposta al fatto che non riusciamo
neppure a porci queste domande. Per i guerrieri annientatori della Jihad la
questione si pone naturalmente oltre questi timori: implica devozione
assoluta a valori assoluti. Eppure molti che inorridiscono di fronte al
terrorismo ma restano indifferenti all'America, potrebbero vedere una
dimensione assolutista nelle aspirazioni materialiste dei nostri mercati.
La nostra cultura del mercato globale a noi appare sia volontaria che
salutare, ma ad altri può sembrare sia forzata (nel senso di obbligatoria)
che corrotta, non precisamente coercitiva, ma capace di sedurre i bambini
introducendoli ad un materialismo laico determinato ma corrosivo. Che cosa
c'è di male in Dysneyland e nelle Nike? Non facciamo altro che "dare alla
gente quello che vuole". Ma questo sogno commerciale è una forma di
romanticismo, l'idealismo dei mercati neoliberali, il comodo idillio
secondo cui l'abbondanza materiale può soddisfare il desiderio spirituale
così che la caccia al profitto può diventare sinonimo di conquista della
libertà.
È il nuovo realista democratico ad accorgersi che se l'unica scelta che
abbiamo è quella tra i mullah e i centri commerciali, tra l'egemonia
dell'assolutismo religioso e quella del determinismo del mercato, né la
libertà né lo spirito umano possono prosperare. Considerando i costi sia
del terrorismo fondamentalista che del combatterlo, non dovremmo forse
chiederci come mai quando vediamo che la religione colonizza qualunque
altro campo della vita umana la chiamiamo teocrazia e sentiamo puzza di
tirannia e quando vediamo che la politica colonizza ogni altro campo della
vita umana la chiamiamo assolutismo e tremiamo alla prospettiva del
totalitarismo, ma quando vediamo che le relazioni di mercato e il
consumismo commerciale tentano di colonizzare ogni altro campo della vita
umana li chiamiamo libertà e celebriamo il loro trionfo?
Ci sono troppi John Walkers che iniziano cercando rifugio dall'aggressivo
materialismo laico delle loro vite di periferia e finiscono per scivolare
nell'oscuro complotto di qualcun altro per distruggere il cuore degli
infedeli materialisti. Se uomini così sono anche poveri e disperati,
diventano eccellenti reclute per la Jihad. L'unica guerra che valga la pena
di combattere è la lotta per la democrazia. L'insegnamento del novo
realismo è che solo una lotta simile ha possibilità di sconfiggere i
nichilisti radicali. È una buona notizia per i progressisti, perché
esistono davvero delle opzioni per i realisti democratici in cerca di
strategie civiche che affrontino i mali della globalizzazione e le
insicurezze dei milioni di fedeli fondamentalisti che non sono né volontari
consumatori della cultura commerciale occidentale, né volontari difensori
del terrore jihadico. Ben prima delle calamità dell'11 settembre si
intravedeva un significativo spostamento in direzione di un'interdipendenza
costruttiva e realistica, ad iniziare dai movimenti dei Verdi e a sostegno
dei diritti umani negli Anni '60 e '70, continuando con le Ong e i
movimenti No Global degli ultimi anni.
Il giubileo del 2000 è riuscito a ridurre fino al 30 per cento i pagamenti
di alcune nazioni in restituzione del debito del terzo mondo mentre la
Comunità dei Democratici, avviata dal Dipartimento di Stato sotto Madeleine
Albright è stata abbracciata dall'amministrazione Bush e continuerà a
finanziare gli incontri tra governi democratici e organizzazioni non
governative democratiche. Gruppi a favore di una riforma economica
internazionale, come ad esempio il progetto per lo sviluppo degli
obbiettivi del Millennium Summit, fondato dalle Nazioni Unite per dare
risposta alla povertà, all'analfabetismo e alla malattia globali, come
Inter Action, che punta ad aumentare gli aiuti stranieri, Global
Leadership, una nuova alleanza tra imprese e organizzazioni di base, la
commissione Zedillo, che sollecita i paesi ricchi a devolvere lo 0,7 per
cento del loro Pil agli aiuti allo sviluppo (contro lo 0,2 per cento
attuale, e lo 0,1 per cento degli Usa), stanno facendo di una seria riforma
economica un tema per i governi.
È solo un inizio, e senza il sostegno esplicito di un governo americano con
una mentalità più civica, queste istituzioni difficilmente riusciranno a
dare nuova forma alle relazioni globali. Ci troviamo in una fase embrionale
della nostra storia, una fase in cui un trauma spalanca la possibilità di
nuove forme di azione. L'utopia di ieri è il realismo di oggi, il realismo
di ieri la ricetta per la catastrofe di domani. Questo è il momento della
democrazia, se mai ce n'è stato uno. Se il nostro governo saprà coglierlo
non dipende da George Bush, ma da noi.