industria morti in qualira' industriale



dal manifesto

    
    
 
    
 

10 Gennaio 2002 
  
 
    
Morti in quantità industriali 
Ottocento "morti in eccesso" ogni anno rispetto alle attese. Lo dice uno
studio dell'Oms commissionato dal ministero dell'ambiente in tredici aree
ad alto rischio d'inquinamento 
MANUELA CARTOSIO 

Il ministro dell'ambiente Altero Matteoli definisce "spaventosi" i dati sui
morti "in eccesso" rispetto alle attese causati dalle industrie killer
(chimica, petrolchimica, siderurgia ma anche agricoltura e zootecnia
intensiva). Spaventosi, ma non inediti, visto che il nesso tra picchi di
mortalità e impianti chimichi è comprovato da un pezzo dalle analisi
epidemiologiche. Le cifre sono quelle dello studio commissionato dal
ministero all'Organizzazione mondiale della sanità: nel quinquennio
1990-1994 in 13 aree italiane ad alto rischio industriale i morti "in più"
rispetto alle attese sono stati 4.167, pari al 2,64% dei 157.787 decessi
totali. Più di 800 morti in eccesso all'anno nelle zone di Gela, Augusta,
Crotone, Portoscuso, Brindisi, Taranto, Manfredonia, Massa, Delta del Po
(sia nella provincia di Ferrara che di Rovigo), Val Bormida. Tutti nomi
tristemente noti, a cui si aggiunge il "conoide" geologico di Reggio
Emilia, Parma e Modena, dove si combinano industria della ceramica,
porcilaie e agricoltura ad alto impatto chimico.
Gli indici di mortalità più elevata sono stati registrati a Massa tra i
maschi (+15,3%) e a Gela tra le femmine (+17,4%). Il picco più alto di
mortalità da tumore è quello di Augusta, sia per i maschi (+22%) che per le
femmine (+9,2%). A Taranto, tra la popolazione maschile, i casi di tumori
alla pleura (riconducibili all'esposizione all'amianto) sono 4 volte
superiori alle attese. Oltre ai tumori, le cause della mortalità eccedente
sono le malattie circolatorie e cerebrovascolari, dell'apparato digerente e
respiratorio, la cirrosi e il diabete. Tenuto conto dei lunghi periodi di
latenza e della persistenza nell'ambiente di molte sostanze nocive -
osserva Roberto Bertollini dell'Oms - è facile desumere che la mortalità in
eccedenza nelle 13 zone è proseguita negli anni successivi al '94 e
continuerà in futuro. Nelle 13 zone prese in considerazione non ci sono né
Marghera, né Mantova, sedi di petrolchimici. Della bizzarra omissione,
ovviamente, andrebbe chiesto conto non all'Oms ma al committente della
ricerca.
Perché il ministro Matteoli ci ha tenuto a farci ri-sapere quanto mortiferi
sono alcuni impianti e alcune produzioni? Perché ci sono da bonificare 15
mila siti inquinati (dato fornito ieri nella stessa conferenza stampa da
Legambiente) e, dice il ministro, "la mano pubblica non ha risorse per
bonificare tutto a sue spese". E' necessario un "significativo apporto" da
parte di chi ha inquinato, aggiunge, "e molte delle bonifiche, soprattutto
in aree di grande pregio, possono essere finanziate con il plusvalore che
può derivare da un'intelligente utilizzazione turistica". La proposta,
prevede Matteoli, "mi attirerà sicuramente parecchie critiche, ma io vado
avanti", sperando in un clima di collaborazione in parlamento tra
maggioranza e opposizione. 900 miliardi (di lire) stanziati per un triennio
bastano solo a mettere in sicurezza alcune delle zone inquinate. Ci vuole
una legge che faccia partecipare alla spese di bonifica il privato che poi
vuol farci l'affare sopra. Per uscire dalla "stagione dei veleni", dice il
presidente di Legambiente Ermete Realacci, occorrono certezze economiche
per la bonifica e il recupero dei siti inquinati. "Chi ha inquinato paghi"
resta un principio sempre valido per Legambiente, anche se raramente messo
in pratica. Ma cosa fare quando chi ha inquinato è ignoto (succede per
molte discariche) o quando l'azienda ha chiuso i battenti, magari per
fallimento? Per quelli che si chiamano siti "orfani" Legambiente propone
come modello il Superfund statunitense. Ogni azienda versa una quota in un
fondo collettivo al quale si attinge in caso di bisogno. In sostanza, la
bonifica che ora è quasi sempre accollata alla fiscalità generale verrebbe
fatta pagare alle imprese a rischio. Si tratta di una tassa (o di un fondo
di mutuo soccorso tra imprese) e dubitiamo che quello di Berlusconi sia il
governo giusto per imporla.
La ricerca dell'Oms, afferma la dottoressa Lucia Fazzo di Legambiente, va
estesa alle malattie. Le industrie a rischio non provocano solo più decessi
rispetto alle attese. "Non tutte le malattie uccidono, però incidono
pesantemente sulla salute pubblica".