Nucleare, Regioni in rivolta Dal governo un piano militare



Nucleare, Regioni in rivolta Dal governo un piano militare

 

Il nucleare sarà pure a scopo civile, ma le nuove centrali saranno realizzate 
in siti militari. E del resto il governo non potrebbe fare altrimenti, visto 
che praticamente tutte le Regioni italiane hanno già fatto sapere che non 
intendono ospitare un reattore. Così, quattro giorni dopo che il Senato ha 
approvato definitivamente la legge che riapre al nucleare, da un lato il 
ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si affretta a dire che «sono 
prematuri i tempi per ipotizzare i siti» dove verranno costruite le centrali, e 
«prematuri» rimarranno fino alle regionali del 2010, per evidenti motivi. Dall’
altro, di fronte al "niet" di governatori sia di centrosinistra che di 
centrodestra, il governo sta lavorando per sottrarre i siti che verranno scelti 
al controllo non solo delle Autonomie locali, ma anche di Parlamento e 
magistratura.

IL NO DELLE REGIONI
Solo così il governo può riuscire a imporre la politica del ritorno al 
nucleare. Il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola sostiene che 
oggi molti enti locali sono pronti ad accogliere centrali sul loro territorio, 
ma chi siano questi fantomatici volontari è un mistero che dura da un bel po’ 
di tempo. Si sa invece che il governatore dell’Emilia Romagna Vasco Errani, che 
ricopre anche il ruolo di presidente della Conferenza delle regioni, critica 
duramente il governo perché «ha imboccato una strada sbagliata e procede in 
modo unilaterale».

Posizione analoga per Mercedes Bresso, Piemonte: «Si tratta di un errore da 
ogni punto di vista, strategico, economico, della sicurezza». Due no che pesano 
doppiamente, visto che tra le ipotesi su cui sta ragionando il governo per 
risolvere in un colpo solo sia il problema delle autorizzazioni che quello 
dello smantellamento dei vecchi impianti, c’è quella di installare i nuovi 
reattori proprio nei siti delle centrali che dopo il referendum dell’87 sono 
state lasciate a girare a basso regime, a cominciare da Caorso (che si trova 
nella prima regione) e Trino Vercellese (seconda). Ma pesanti no arrivano anche 
dalla Toscana («contrarissimo» si dice Claudio Martini), dal Lazio («il futuro 
è nelle tecnologie pulite», sostiene Piero Marrazzo), dalla Basilicata («scelta 
inopinosa e avventurata» è per Vito De Filippo quella del governo), dalla 
Puglia («dovranno venire con i carri armati», promette Nichi Vendola).

Tutte voci di centrosinistra e quindi a rischio passaggio di testimone nel 
2010? Il fatto è che anche dal centrodestra stanno arrivando secchi rifiuti. 
Bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti, ma intanto il presidente 
della Sardegna Ugo Cappellacci sostiene che «dovrebbero passare sul mio corpo» 
per installare un reattore sull’isola e quello dell’Abruzzo Gianni Chiodi fa 
notare che la sua terra non è «idonea per le sue caratteristiche morfologiche e 
sismiche a ospitare un sito».

SITI MILITARI
E allora si spiega perché il governo stia preparando una exit strategy 
ricorrendo all’aiuto dei militari. Ora che è diventato legge il ddl Sviluppo, 
contenente il ritorno al nucleare, può ripartire un altro disegno di legge che 
non casualmente finora è stato tenuto fermo in commissione Difesa al Senato. Si 
tratta di un provvedimento che prevede la creazione di una società di diritto 
pubblico denominata Difesa Servizi Spa.

Il combinato disposto delle due norme consentirebbe la creazione di centrali 
in siti militari, visto che ora la Difesa può utilizzarli «con la finalità di 
installare impianti energetici destinati al miglioramento del quadro di 
approvvigionamento strategico dell’energia». E per farlo il ministero, una 
volta approvato il secondo ddl, «può stipulare accordi con imprese a 
partecipazione pubblica». Proprio come la Difesa Servizi Spa. A quel punto, le 
centrali nucleari sarebbero fuori dal controllo di altre autorità, protette 
dietro il cartello «Zona militare».

 

di Simone Collini f.unità