Rassegna stampa: WTO e OGM



Vi giriamo, proposta nel proprio sito da Green Peace, una interessante
sintesi sullo scontro in atto al WTO di Cancun in relazione alle politiche
dell'amministrazione statunitense sugli OGM.

a cura di AltrAgricoltura Nord Est
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Moratoria sul WTO ( World Transgenic Organization )
WTO e OGM: due acronimi uniti da un ricorso targato USA; due acronimi che
non raccolgono il favore della società civile; due acronimi saldati dall'
interesse di ridefinire l'agenda agricola e alimentare del pianeta secondo
interessi geneticamente manipolati. E' così che si costruisce la World
Transgenic Organization.

Un conflitto come un altro?
Annunciato sin dallo scorso anno dall'Amministrazione statunitense, il
ricorso all'Organo della Risoluzione delle Dispute del WTO contro la
moratoria europea sugli OGM è stato infine ufficializzato. Gli USA hanno
dovuto aspettare il termine delle operazioni belliche in Iraq per non
esasperare le tensioni transatlantiche già messe a dura prova dall'
arruolamento che aveva portato alla costruzione della 'coalizione della
buona volontà. Completata l'occupazione dell'Iraq e regolato il quadro di
interessi per la sua ricostruzione, gli USA hanno raccolto intorno a sé una
nuova coalizione tesa a costringere l'Unione Europea a (ri)aprire le porte
alle colture transgeniche.

Questa vertenza che gli USA hanno voluto presentare al WTO raccoglie l'
appoggio di un numero tutto sommato esiguo di paesi: quello di Canada e
Argentina che co-promuovono l'azione legale (nazioni che con gli USA
totalizzano circa il 95% delle superfici transgeniche mondiali), cui si
somma il sostegno delle anglosassoni Australia e Nuova Zelanda e dei
latinoamericani Cile, Colombia, Salvador, Honduras, Messico, Perù e Uruguay,
paesi con nulle o insignificanti superfici a OGM e in alcuni casi
importatori netti di alimenti, cioè con nessuna esportazione agricola
significativa verso l'Unione Europea. Un elenco che ha già perso pezzi: con
un sorprendente annuncio, l'Egitto - inizialmente in prima fila fra i
proponenti il ricorso insieme a USA, Canada e Argentina - a sole due
settimane dalla conferenza stampa di Washington, ha informato la Commissione
Europea di ritirare la sua adesione, "in cosciente emulazione del bisogno di
garantire adeguata ed efficace protezione ambientale e dei consumatori" .
Una dichiarazione in linea con le posizioni tante volte espresse dalle
organizzazioni della società civile europea e internazionale.

A una prima lettura, questo sugli OGM può sembrare uno dei numerosi
conflitti commerciali fra Europa e Stati Uniti, ma quella che si apre con il
ricorso presso il WTO rappresenta l'acutizzarsi di una vera e propria guerra
contro consumatori e agricoltori a livello mondiale. Il segnale lanciato
dagli USA non è, infatti, indirizzato alla sola 'vecchia Europa', ma a tutti
i paesi del pianeta che osano perseguire politiche agricole e alimentari
autonome, non in sintonia con l'agenda biotecnologica promossa dagli USA, un
mondo dove - stando alle parole di Charles Grassley, Presidente della
Commissione Finanze del Senato statunitense - l'UE avrebbe "diffuso
l'isteria anti-biotecnologica". Già nel gennaio 2002 il rappresentante al
commercio dell'Amministrazione USA, il negoziatore al WTO Robert Zoellick,
aveva inviato a tutte le Ambasciate USA nel mondo un dossier ricco di
istruzioni, indicando le argomentazioni da utilizzare contro eventuali
resistenze dei governi all'adozione di OGM . Parallelamente, si minacciavano
quei paesi che, sul modello europeo, imboccavano la strada di una
legislazione restrittiva in materia di colture transgeniche, i quali
venivano sottoposti a pressioni tali, in alcuni casi, da indurre a ritirare
i dispositivi normativi. In Bolivia una risoluzione che vietava prodotti
agricoli derivati da colture geneticamente modificate, veniva
successivamente ritirata sotto pressione del Governo USA; il Governo dello
Sri Lanka introduceva un divieto per 21 categorie di prodotti OGM e
programmava di rafforzare tale bando con una riformulazione della normativa
alimentare, ma gli Stati Uniti avvertivano che avrebbero fatto ricorso al
WTO contro tali provvedimenti, con il rischio di sanzioni pari a 190 milioni
di dollari, una minaccia troppo onerosa per lo Sri Lanka tanto da far
ritirare le norme. Più vicino a noi, la Croazia ha dovuto subire analoghe
pressioni per gli stessi motivi.

Il primo vero banco di prova delle regole del WTO sugli alimenti e le
biotecnologie è dunque la moratoria de facto proclamata nell'ottobre del
1998 da un cosiddetto blocco di minoranza di paesi europei: la moratoria non
è uno strumento giuridico, ma una decisione politica (e pertanto ancora più
importante in quanto riconosce la sensibilità diffusa dei cittadini), tesa a
sospendere il processo di autorizzazione di nuovi OGM fino a quando non sia
portato a compimento un quadro legislativo appropriato per regolamentare l'
insieme delle questioni inerenti alla coltivazione e commercializzazione di
prodotti geneticamente modificati, un impianto normativo in via di
definizione. Gli Stati Uniti seguono da vicino l'evoluzione normativa
comunitaria e sanno bene che lo sviluppo del quadro legislativo avrebbe
portato in pochi mesi alla rimozione della moratoria: c'è pertanto da
chiedersi se il ricorso al WTO non risponda soprattutto a intenti politici,
più che commerciali, e al perseguimento di un'agenda sotterranea che, sul
fronte europeo, sembra tesa a rimettere in discussione i regolamenti
attualmente in discussione, in particolare quello su Etichettatura e
Tracciabilità degli OGM, che rappresentano la vera minaccia per le
esportazioni OGM degli e dagli USA . Anche per questa ragione, c'è chi a
Bruxelles - come riportato da 'Agrisole' - avanza il sospetto che il ricorso
al WTO non sia tanto mirato alla moratoria, "ma abbia invece lo scopo di
innescare un braccio di ferro sull'intero sistema di garanzie in corso di
preparazione da parte dell'UE. Un sistema che costringerebbe gli USA a
segregare il prodotto destinato al mercato europeo (soprattutto di mangimi)
o comunque a rivedere l'organizzazione produttiva alla luce degli obblighi
di tracciabilità e sicurezza richiesti da Bruxelles" . Non è un caso che la
Commissione Europea consideri che "gli USA hanno un preciso interesse ad una
deregulation internazionale nei confronti del commercio di OGM e in una
politica di non etichettatura di alimenti e mangimi geneticamente
 modificati" .

A dimostrazione che la questione non si debba circoscrivere alla sola
rimozione della moratoria europea (e nemmeno alla sola Europa), possono
venire in soccorso le illuminanti parole di John Veroneau, braccio destro
del negoziatore Zoellick, il quale alla conferenza stampa di lancio della
vertenza ha fatto sapere che anche qualora si giungesse a una conciliazione
bilaterale con l'Unione Europea, gli USA potrebbero chiedere al WTO di
procedere con l'istruttoria "fino ad arrivare a una decisione finale, al
fine di creare un precedente" . Un intero pianeta sotto scacco della World
Transgenic Organization.

Dal canto suo, la ministra USA per l'Agricoltura Ann Veneman ha affermato:
"con questo ricorso stiamo lottando per tutelare gli interessi dell'
agricoltura americana" . Ma forse la potente lobby agricola statunitense,
importante bacino elettorale repubblicano negli Stati agricoli del centro
del paese, non è la sola beneficiaria della dichiarazione di guerra via WTO.
Il 90% della semente geneticamente modificata venduta nel mondo mette in
commercio tecnologia Monsanto e la renitenza al transgenico di molti paesi
e - in particolare di agricoltori e consumatori che a grande maggioranza
rifiutano idea e prassi biotecnologica nell'alimentazione - rappresenta una
minaccia colossale per gli enormi investimenti realizzati e la relativa
consistente esposizione finanziaria. L'espansione transgenica si trova ormai
in una fase di stallo che si protrae da circa tre anni, con crescite
inferiori al 10% all'anno: nonostante si stimi che ben 58 milioni di ettari
siano seminati nel mondo a OGM, questi sono circoscritti al 99% in soli
quattro paesi (USA, Canada, Argentina e Cina), limitati a quattro colture
(soia, mais, cotone e colza) e con due sole tipologie di manipolazione
(tolleranza di erbicidi e resistenza ad alcuni insetti). E' l'assenza di
mercato per le colture transgeniche che determina il mancato decollo di
altri OGM e costituisce un problema alla cui soluzione guardano interessi
convergenti di parti importanti della filiera agroalimentare nordamericana.
Ne è testimonianza la lettera che il 6 novembre 2001, poco prima del Vertice
del WTO a Doha, 64 gruppi e associazioni in rappresentanza del sistema
agricolo statunitense (incluse le imprese a monte e a valle dell'
agricoltore), fra cui i giganti Monsanto e Cargill, hanno scritto ai
segretari USA al commercio e all'agricoltura per denunciare, oltre al
principio di precauzione, le "misure illegittime e altre barriere tecniche
al commercio" messe in atto dall'Unione Europea . L'obiettivo è naturalmente
l'estensione del controllo sulla filiera alimentare attraverso il cavallo di
troia degli OGM, una battaglia giocata rimuovendo restrizioni e divieti che
garantiscano il diritto dei consumatori alla scelta consapevole e degli
agricoltori a mantenere liberi da transgenico i sistemi agrari: su questa
sfida si gioca il diritto alla sovranità alimentare.

Stona, quindi, sotto questa luce, la 'preoccupazione' di W. Bush circa le
sorti degli affamati del sud del mondo, impossibilitati a uscire dalla
spirale della fame a causa del rifiuto europeo di importare colture GM, un
rifiuto che blocca l'adozione di tecnologie così promettenti per i paesi in
via di sviluppo. Questo tipo di dichiarazioni costituiscono l'arsenale
retorico a giustificazione del ricorso al WTO e sono state anche
recentemente reiterate da W. Bush durante un intervento all'United States
Coast Guard Academy in occasione della presentazione delle iniziative
legislative a favore della lotta alla povertà e all'AIDS . Sarà un caso, ma
proprio pochi giorni prima il Senatore Repubblicano Bill Frist aveva
emendato questa proposta di legge al fine di sospendere la donazione di
farmaci antiretrovirali a quei paesi africani rei di essersi rifiutati di
accettare aiuti alimentari contaminati da OGM . La Monsanto e altre aziende
biotech sono state finanziatrici della campagna elettorale di Frist e ora il
suo capo-segreteria lavora come lobbista per la Biotechnology Industry
Organization (BIO, l'associazione di categoria delle industrie biotech).
Sapendo che nello Zambia, paese che più tenacemente ha respinto l'offerta
alimentare transgenica, un terzo della popolazione è positivo all'HIV,
questa proposta risulta ancor più odiosa e la presunzione umanitaria di W.
Bush indegnamente ipocrita.

L'argine europeo al transgenico

E' la stessa Commissione Europea che respinge con fermezza la retorica della
fame nelle argomentazioni statunitensi: "l'aiuto alimentare alle popolazioni
affamate dovrebbe soddisfare i bisogni umanitari immediati degli individui
in difficoltà. Non dovrebbe essere strumento di promozione di alimenti
geneticamente modificati oltre confine (…) o uno sbocco per il surplus
interno, come accade in modo deplorevole nel caso della politica di aiuto
alimentare degli USA". E aggiunge: "per quanto riguarda l'aiuto alimentare,
la politica della Commissione è di fornire alimenti in situazioni di
emergenza reperiti nella stessa regione, quale contributo allo sviluppo dei
mercati locali, incentivo per i produttori e garanzia dell'appropriatezza
culturale dei cibi distribuiti. La politica statunitense è di distribuire
aiuto alimentare tal quale (e non in contributi finanziari, NdA) e di usare
il surplus produttivo" .
La Commissione Europea ha dunque reagito in maniera irritata all'annuncio
della vertenza statunitense: qualificando come "legalmente ingiustificata,
economicamente infondata e politicamente inutile" , la Commissione sembra
voler tenere conto di quel 70% di cittadini europei che, secondo l'ultimo
sondaggio di Eurobarometro , esprime il loro rifiuto agli alimenti
transgenici. E questo apre scenari che negli ultimi mesi sembravano
insperati. E' nota la buona disposizione di molti Commissari europei alle
biotecnologie, eppure nelle 10 pagine di comunicato che la Commissione ha
diffuso a poche ore dall'annuncio di Washington, si può apprezzare l'
intervento di suoi due importanti esponenti, notoriamente 'aperti' agli OGM:
da una parte il Commissario al Commercio Lamy, sottolinea come il sistema
regolatorio comunitario per le autorizzazioni di OGM sia in linea con le
regole del WTO, dall'altra quello per la Protezione dei Consumatori Byrne si
spinge fino ad affermare che la perdita di mercato per gli OGM in Europa sia
frutto della mancanza di domanda dei consumatori e che "fino a quando i
consumatori non vedranno che il processo autorizzativo è aggiornato e prende
in dovuta considerazione tutte le preoccupazioni, questi continueranno a
rimanere scettici sui prodotti OGM" . Non male per chi si è dato parecchio
da fare per rassicurare i consumatori sull'innocuità degli OGM e sui loro
potenziali vantaggi; una interessante presa di coscienza!

Queste parole non devono però far trascurare la costante pressione che
proprio la Commissione Europea esercita e ha esercitato sui paesi comunitari
che costituiscono il blocco di minoranza che ha dato vita alla moratoria de
facto, di cui - è utile ricordarlo - l'Italia fa parte. Una scelta, quella
della moratoria, che la Commissione Europea ha dovuto subire e che ha
portato le istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio) a
negoziare un pacchetto di provvedimenti ancora da completare.

La vertenza USA contro la moratoria rimescola dunque le carte: il
Commissario Lamy, pur interessato a sgombrare la strada dai contenziosi
transatlantici e a giocare una partita aggressiva e non difensiva nel
negoziato commerciale complessivo, si trova a difendere l'approccio
normativo europeo come "chiaro, trasparente e non discriminatorio,"
domandando "qual è il reale motivo statunitense nell'avanzare il ricorso?" .
Queste dichiarazioni suonano come una redenzione: solo pochi giorni dopo la
fine del Vertice di Doha, infatti, lo stesso Lamy scriveva a Zoellick: "Lei
mi ha espresso le profonde preoccupazioni del Suo governo, con particolare
riferimento al commercio di prodotti biotecnologici e all'implementazione
degli aspetti commerciali contenuti negli attuali e futuri accordi
multilaterali sulla biosicurezza, non nascondendo il timore che l'Europa
intenda servirsi dei negoziati di Doha quale strumento per giustificare
illegittime barriere commerciali. Al riguardo, e in qualità di negoziatore
della Commissione Europea per il commercio, Le scrivo per assicurarLa che
ciò non avverrà. Voglio inoltre garantirLe che non mi servirò di queste
negoziazioni per alterare l'equilibrio dei diritti e degli obblighi previsti
dal WTO in relazione al principio di precauzione ".

Già, il principio di precauzione.
Un principio non riconosciuto dal WTO e non menzionato negli accordi che lo
compongono. Un principio, però, adottato sia nei Trattati fondanti dell'
Unione Europea che nel Protocollo di Cartagena sulla Biosicurezza che
discende dalla Convenzione sulla Biodiversità stipulata a Rio nel 1991.
E' oggi indispensabile che a livello globale il principio di precauzione sia
adottato in via prioritaria anche in riferimento a vertenze di carattere
commerciale: se così fosse l'attuale disputa fra USA e UE sugli OGM non
dovrebbe cadere sotto il mandato del WTO, ma dovrebbe essere discussa nel
quadro degli accordi multilaterali sull'ambiente, come il Protocollo di
Cartagena. Il Protocollo, firmato da 102 paesi con l'esclusione degli USA e
ratificato da 50 di questi, sancisce una procedura per l'importazione di
organismi viventi modificati (LMOs, l'acronimo inglese) suscettibili di
essere rilasciati nell'ambiente. Palau e' stato il 50esino Stato a
ratificare, il Protocollo entra in vigore e l'Italia, che non lo ha ancora
ratificato, ha perso un'importante occasione, potrebbe giocare un ruolo
altamente simbolico aggiungendo l'ultima ratifica necessaria alla sua
operatività, un compito gratificante per chi cerca nella Presidenza dell'
Unione Europea un'occasione per qualificare il profilo internazionale del
nostro paese.
L'Italia ha dunque un ruolo da giocare, nell'auspicio che come già avvenuto
per la guerra in Iraq, il governo non voglia ancora silenziosamente mettersi
al fianco degli USA, abiurando all'interesse nazionale (e comunitario) di
garantire la cautela che i cittadini richiedono in materia di biotecnologie
e di tutelare il grande patrimonio agroalimentare che ha tutto da perdere
dall'avanzata transgenica. Il Ministro delle Politiche Agricole e Forestali
Alemanno ha fatto sapere di voler seguire di persona i lavori del Vertice di
Cancun, consapevole della delicatezza del negoziato agricolo e del pericolo
che l'agricoltura europea possa diventare merce di scambio dei negoziatori
comunitari: lo invitiamo a inviare da subito al Commissario Lamy un
messaggio di indisponibilità a qualsiasi rimpiattino, a partire da un netto
rifiuto a rimuovere la moratoria sugli OGM.
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