[Disarmo] Il coraggio dell’onestà: un’intervista al Dott. Camillo “Mac” Bica – Coordinatore di Veterans for Peace, Long Island, New York.



Il coraggio dell’onestà: un’intervista al Dott. Camillo “Mac” Bica – Coordinatore di Veterans for Peace, Long Island, New York.

01.11.2019 - Pressenza New York

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Il coraggio dell’onestà: un’intervista al Dott. Camillo “Mac” Bica – Coordinatore di Veterans for Peace, Long Island, New York.

Veterans for Peace (veterani per la pace) è un’organizzazione internazionale di veterani militari e alleati i cui sforzi collettivi sono di costruire una cultura di pace usando le loro esperienze e le loro voci. Informano il pubblico delle vere cause della guerra e dei suoi enormi costi, sostenendo l’obbligo di guarire quelle ferite. La loro rete comprende oltre 100 capitoli negli Stati Uniti, in Vietnam e nel Regno Unito. Il loro lavoro include: educare il pubblico, sostenere lo smantellamento dell’economia della guerra, fornire servizi per assistere i veterani e le vittime della guerra e, soprattutto, lavorare per porre fine a tutte le guerre. L’obiettivo è sempre stato quello di virare l’opinione pubblica statunitense da una cultura militarista e consumista insostenibile ad una di pace, democrazia e sostenibilità. Veterans for Peace lo fa principalmente, anche se non esclusivamente, attraverso forme di attivismo ed educazione dal basso e a livello locale. Il suo lavoro è focalizzato nel diffondere la consapevolezza dei veri costi della guerra e sostenere la pace come politica nazionale. https://www.veteransforpeace.org/

Il Dott. Camillo Mac Bica è professore di filosofia ed etica alla School of Visual Arts di New York. Il suo focus filosofico è sull’etica applicata, in particolare sul rapporto tra guerra, morale e guarigione. Il Dott. Bica è un ex ufficiale del Corpo dei Marines degli Stati Uniti e veterano della guerra del Vietnam. È un attivista di lunga data per la pace e la giustizia, un membro dei Vietnam Veterans Against the War (veterani del Vietnam contro la guerra) e coordinatore del capitolo dei Veterans for Peace di Long Island, New York. Oltre ai tre libri della sua War Legacy Series (serie sull’eredità della guerra disponibile in inglese, ndr.), Worthy of Gratitude (degno di gratitudine), Beyond PTSD (oltre il disturbo post-traumatico da stress) e There are No Flowers in a War Zone (non ci sono fiori in una zona di guerra), articoli del Dott. Bica sono stati pubblicati in numerose riviste filosofiche e siti web di informazioni alternative. I suoi libri sono disponibili tramite Amazon, Gumroad e direttamente attraverso il suo sito web – http://www.camillobica.com/

Parlare con Camillo “Mac” Bica fa riverberare la storia con una sensazione di cruda autenticità. Nessuna finzione, niente arie, niente reality. Mi incontra per un’intervista in una ventosa giornata di ottobre nella sua spaziosa casa situata in una stradina tortuosa nella contea di Suffolk, Long Island. Parcheggio la macchina su una ripida discesa e tiro con forza il freno a mano. Mi accoglie cordialmente indicandomi un tavolo da pranzo in legno massiccio. “Può andar bene?” I suoi modi calorosi, il sorriso accomodante e gli occhi chiari si fondono nell’equilibrio di questo insegnante – guerriero. Mentre si siede e si mette comodo, ci si può immaginare quanto debba risultare autorevole in un ambiente accademico. Dopo più di trent’anni, insegna ancora etica alla School of Visual Arts di Manhattan. Esploriamo ciò che pensa su educazione, guerra e pace, autorità e morale.

Qual è l’aspetto più significativo dell’insegnamento dell’etica di guerra e pace in una scuola d’arte? In che modo ciò potrebbe differire in un altro istituto di istruzione superiore? La maggior parte degli studenti di una scuola d’arte non si preoccupa dei corsi in scienze politiche, filosofia o attivismo tanto quanto della fotografia, dell’arte, dell’illustrazione, insomma di qualsiasi tipo di arte, almeno all’inizio, suggerisce Bica. “Tuttavia, alcuni hanno potuto apprezzare quanto la loro arte abbia influito su ciò che accade nel mondo: l’arte socialmente impegnata”. Ci sono alcuni studenti, che Bica chiama “candele”, il cui spirito e la cui consapevolezza motivano gli altri a cimentarsi in un’arte socialmente impegnata, nei circoli pacifisti, nelle manifestazioni. “Sono i catalizzatori, i motivatori che stimolano gli altri poi, dopo quattro anni, se ne vanno. E dopo cosa succede? I ragazzi devono essere là fuori a lavorare”, continua, “non solo teorizzare sui problemi.” Ad esempio, Bica ricorda un particolare studente d’arte, anche lui veterano, che aveva realizzato un cartello stradale dall’aspetto molto realistico, diceva: “Attenzione: area droni” e lo aveva piazzato in varie fermate degli autobus in giro per la città, cercando in questo modo di sensibilizzare la popolazione e, ammette Bica, creando anche alcuni disordini. Ci sono alcuni altri veterani alla School of Visual Arts, dice, ma sembrano meno interessati all’attivismo e sono meno disposti ad esprimere le loro opinioni.

Quali sono stati gli insegnamenti più preziosi della tua carriera e della tua esperienza militare? “Gente, è una domanda davvero difficile! Probabilmente diversi… non pensi? “Essere figlio di immigrati siciliani mi ha aperto gli occhi”, riflette Bica. “Mio padre era un interprete d’italiano nella Seconda Guerra Mondiale. Quando mio padre parlava di quell’evento, si faceva serio. Entrambi i miei genitori erano molto riconoscenti… pensavano di essere molto fortunati a vivere negli Stati Uniti d’America. Sono stato educato ad essere estremamente patriottico e ad accettare la responsabilità di restituire al mio paese.” Il Vietnam per Bica non fu ciò che avrebbe dovuto essere. “Non mi ci è voluto molto per capire che ciò che mi ero immaginato non era ciò che stavo affrontando nella realtà. La realtà a volte si rivela deludente. Avevo indossato gli occhiali con le lenti rosa.” Fa una pausa e sembra visualizzare un passato. “Vorrei essermene andato”, dice, “ma non ho avuto il coraggio di andarmene, quindi sono rimasto; me ne sono pentito; me ne pento ancora oggi. Non mi servì molto tempo per capire che l’esperienza in Vietnam non era come avrebbe dovuto essere. Quindi, uno degli insegnamenti della mia carriera militare non riguarda specificamente il servizio o l’addestramento in sé, né mi ha temprato il carattere, ma ho imparato a mie spese a riconoscere la follia della guerra, a mettere in discussione le cose, mentre però imparavo ad essere… un criminale. Questo certamente ha cambiato la mia visione della vita.” Non molto tempo dopo aver lasciato il Vietnam, mi sono unito alle organizzazioni pacifiste – Vietnam Vets against the War, Veterans for Peace”.

Per quanto riguarda il ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria oggi, Bica ha una visione pragmatica e rassegnata. “È solo questione di tempo. Uscire è necessario”, dice. “Molte persone soffrono e muoiono, sì, ma è un passo necessario e inevitabile. Succederà ora o tra dieci anni in Siria… succederà in Afghanistan… come abbiamo fatto in Vietnam. È solo una questione di tempo.” Mentre pensa alla tremenda ineluttabilità della situazione, i suoi pensieri tornano repentinamente alla pace.

“Ricordo un incontro con gli Afghan Peace Volunteers (volontari afgani per la pace) durante una delle mie lezioni, una delle domande che avevo posto a uno dei giovani afgani era proprio questa: cosa succederà quando l’America deciderà di ritirarsi dall’Afghanistan? Cosa succederà alle donne, a tutte le cose che sosteniamo di aver realizzato in Afghanistan? Il giovane afghano ha risposto: “Guardi, prima dovevamo preoccuparci dei talebani per restare in vita e sperare che non ci uccidessero; ora dobbiamo preoccuparci di due cose: dei talebani e degli americani che ci uccidono. Quindi abbiamo raddoppiato la minaccia. Questi sono problemi che dobbiamo risolvere da soli: la democrazia, la libertà e tutte queste cose meravigliose che desideriamo non possono essere imposte dall’esterno. Devono venire da noi e non abbiamo bisogno che voi ci aggiustiate.” Quelle dichiarazioni del giovane afgano illuminarono Bica su come ora lui stesso percepisce la presenza straniera in altre terre.

Come e quando sei stato coinvolto con Veterans for Peace? Bica spiega che (dopo il Vietnam, ndr.) gli ci volle del tempo per acclimatarsi, come la maggior parte dei veterani, per tornare dopo i combattimenti, per una routine priva cameratismo e per comprendere la prospettiva unica di coloro che hanno prestato servizio militare in situazioni di vita o di morte. Col tempo, si unì ai veterani di Vietnam Veterans Against the War (VVAW) e ne è ancora membro. Presto però sentì che avrebbe dovuto essere anche “per” qualcosa, piuttosto che solo “contro”, quindi si avvicinò a Veterans for Peace. Nel tempo ha favorito importanti sinergie ed infine è diventato coordinatore del capitolo di Long Island di Veterans for Peace, che oggi conta altri venti membri attivi.

Secondo te, quali modifiche devono essere apportate alle politiche militari, domestiche ed estere? La domanda interrompe il ricordo del suo passato. “Wow, questa domanda è davvero difficile! Vorrei avere una risposta, ma non ce l’ho.” Il suo sorriso svanisce. “Non penso che sia mio compito trovare le soluzioni, ma bisogna fare qualcosa. Mi ricorda il vecchio detto: “Quando tutto ciò che hai è un martello, ogni problema somiglia a un chiodo”. Sembra che ogni conflitto o disaccordo debba essere risolto con la guerra: abbiamo perso le competenze diplomatiche. Dobbiamo riprendercele. Dobbiamo smettere di proiettare la nostra presenza nel mondo intero. Dobbiamo eliminare le 7-800 basi che abbiamo nel mondo. Dobbiamo portare le nostre truppe a casa. Dobbiamo smettere di intrometterci negli affari altrui.” Bica continua con enfasi.” Se cerchiamo di rintracciare il caos e i tumulti nel mondo nel corso della storia, ci imbattiamo irrimediabilmente nelle impronte degli Stati Uniti, sia per il dominio globale che per le riserve di petrolio…” Bica prende un minuto di riflessione e continua ad argomentare, questa volta offrendo un punto di vista più filosofico.

“Non credo che dovremmo diventare isolazionisti, ma vi immaginate cosa si sarebbe potuto fare con i trilioni di dollari spesi in queste guerre? Voglio dire… cibo, educazione… sentite, le persone non si legano la dinamite al petto facendosi esplodere perché sono contente o perché le cose stanno andando bene. Lo fanno perché soffrono, sono frustrati e non vedono altro modo di risolvere i problemi se non usando la violenza. Terrorismo, e guerriglie sopravvivono perché poggiano sulle frustrazioni della gente. Ma se elimini le frustrazioni della gente, elimini la capacità dei terroristi e dei guerriglieri di operare. Elimini la loro fonte di approvvigionamento di uomini e ricchezza. Ogni volta che attacchiamo coi droni ad un matrimonio o ad un funerale, stiamo andando esattamente nella direzione opposta rispetto a ciò che stiamo cercando di realizzare. Le guerre odierne, così come fu per il Vietnam, sono tutte guerre di logoramento.

A differenza della Seconda Guerra Mondiale, dove entravi, spartivi la terra e andavi a casa – queste guerre sono ben diverse. Non puoi raggiungere il tuo obiettivo se le tattiche che stai utilizzando per raggiungerlo sono controproducenti! Non puoi vincere una guerra di logoramento se le tattiche che stai utilizzando stanno aumentando il numero di persone che stai cercando di eliminare. Quando vai ad attaccare un villaggio coi droni e uccidi due capi di Al Qaida, hai appena creato altri 300 terroristi. Non ha alcun senso! Se diamo uno sguardo ai diciotto anni e più in Afghanistan, di quanto altro tempo abbiamo bisogno per ammettere che i bombardamenti… non… funzionano! Continuare a fare gli stessi errori è pura follia. “Bica non è sicuro se la citazione sia attribuibile a Einstein, “ma”, alza la voce, “ad un certo punto, devi provare qualcosa di diverso! (“Non puoi risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato”, forse era questa la citazione di A. Einstein a cui faceva riferimento? Ndr.) Cosa abbiamo da perdere? Dobbiamo provare qualcosa di diverso, dobbiamo lavorare per la pace e non per la guerra.”

E possiamo trovare altri modi, assicura Bica, citando L’equivalente morale della guerra, di William James: ci sono cose come il cameratismo che vengono incoraggiate nell’esercito e che costituiscono aspetti positivi, ma dice: “dobbiamo trovare un modo alternativo per sviluppare queste cose. E James suggerisce un programma di servizio nazionale.” Ma diversamente da James, Bica crede che la condizione naturale dell’umanità sia quella della pace e che sia lo sviluppo della cosiddetta “civiltà” che porta alla violenza e alla guerra. In un certo qual modo queste affermazioni ricordano gli scritti di Thomas Berry ne The Dream of the Earth, 1988.

Hai pubblicato tre libri estremamente franchi nella collana War Legacy Series riguardanti il servizio militare, Worthy of Gratitude?: Why Veterans May Not Want to be Thanked for their “Service” in War; Beyond PTSD: The Moral Casualties of War; e There Are No Flowers in a War Zone. Delle tue tre pubblicazioni, qual è stata quella che ti ha permesso di esprimerti al meglio e perché? Prendendosi il tempo di ripensare ai suoi scritti, ognuno ha il suo valore, dice. Ma il più importante, a suo avviso, è stato il suo secondo libro, Beyond PTSD: The Moral Casualties of War (Oltre il disturbo post-traumatico da stress, le vittime morali della guerra) . “La guerra è un affronto al nostro senso morale”, spiega Bica. Il mio campo di studio è la guerra e la violenza e mi offre la possibilità di muovermi tra queste mie due personalità: quella del filosofo e quella del veterano di guerra. Beyond PTSD è stato un libro fondamentale penso, perché la lesione morale non è stata presa sul serio per molti, molti anni.” Continua sottolineando che prima del riconoscimento odierno del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) e del danno morale, gli psichiatri sostenevano che la morale fosse clinicamente irrilevante… ovvero che non fosse realmente un problema da considerare per la guarigione dei veterani. C’è una differenza tra PTSD e danno morale, sostiene. “Il danno morale non è necessariamente la conseguenza di un evento traumatico. È la conseguenza della realizzazione della violazione e trasgressione di un principio morale profondamente radicato, una parte importante del nostro essere, di ciò che siamo… e noi lo violiamo. Quindi, penso che Beyond PTSD sia stato molto importante per me personalmente, proprio per poter tirare fuori quel danno.”

Sembra esserci una crescente consapevolezza del ruolo che la politica, gli Stati e le lobby svolgono nella promozione della guerra e degli armamenti. In che modo le persone interessate possono cercare soluzioni contro la guerra perpetua? Bica fa un respiro profondo e si appoggia la schiena sulla sedia. “In primo luogo penso che dobbiamo renderci conto del coinvolgimento a tutti I livelli del complesso militare-industriale. Eisenhower aveva ragione quando raccomandò di stare attenti al complesso militare-industriale. Dobbiamo tenere i soldi fuori dalle elezioni: le lobby e i loro immensi capitali comprano l’influenza politica. Quando le società prosperano nella guerra, la guerra diventa molto comune e molto frequente.” Ecco perché abbiamo la guerra perpetua. “Avere una macchina da guerra che rimane intatta e produce più armamenti che mai in un momento in cui non siamo effettivamente in guerra è un unicum nella storia dell’umanità. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le nostre fabbriche si resero conto di quanto fosse redditizia l’industria bellica, quindi piuttosto che tornare a produrre frigoriferi, stufe e lavatrici, abbiamo continuato a produrre armamenti, e per realizzare profitti bisogna essere in grado di vendere sempre più armi e sistemi d’arma, bisogna essere in guerra. Quindi la guerra seguirà i bisogni e i dettami delle lobby. Il denaro e l’avidità sono un problema serio.”

L’intervista si conclude con un altro sorriso spontaneo e un pensiero finale. “Le persone semplicemente non si rendono conto”, sottolinea. “Se c’è qualche critica (alle alternative allo stato vigente delle cose, ndr.), forse è dovuta al fatto che alcune idee non siano facilmente realizzabili”, scherza quando pensa alla reazione del pubblico ai programmi sociali per prendersi cura del prossimo: “Immagino già l’argomentazione sugli esseri umani egoisti. Non si può sostenere questo, è del tutto ingiusto… se non altro, è un’auspicabile alternativa in cui le persone non muoiono di fame,non soffrono per la mancanza di un tetto e per la povertà; un mondo dove ci si prende cura di tutti.”

Alla conclusione nel pomeriggio, è naturale chiedersi se e quando la visione di questo filosofo-guerriero sulla violenza e sulla pace, il caos e l’ordine nel nostro mondo deliberatamente sbilanciato possa raggiungere le menti di coloro che sono in grado di ascoltare, finché c’è ancora tempo per agire.

Articolo di J. Jill

Traduzione dall’inglese da Veronica Tarozzi

Franco Avati
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