FRANCO FORTINI: MARXISMO



FRANCO FORTINI: MARXISMO

[Abbiamo estratto questo articolo del 1983 da Franco Fortini, Non solo
oggi, Editori Riuniti, Roma 1991 (una bella raccolta di testi brevi e
dispersi curata da Paolo Jachia). Li' il testo che riportiamo e' alle
pagine 145-149. Era primieramente apparso sul "Corriere della sera" del 29
marzo 1983. Franco Fortini (1917-1994) e' stato uno dei nostri maestri piu'
grandi]

Quelli che hanno la mia eta' Marx l'hanno letto alla luce delle nostre
guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi,
del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. "E tu come li
chiami i popoli oppressi o uccisi in nome di Marx?", mi si chiedera' ora;
forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo.
Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal
Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a
Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut... I
cacciatori di "bestie marxiste" (cosi' si esprimono) devono sempre aver
avuto difficolta' ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano,
marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi' via.

Mi spieghero' meglio, per loro beneficio. C'e' una foto russa, del tempo
della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli,
cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall'arm i fucili
dello zar. Questo e' marxismo. C'e' un'altra foto, Varsavia 1956, un
giovane magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una
sterminata folla operaia che il giorno dopo l'Armata rossa, come a
Budapest, puo' volerli morti o deportati. Anche questo e' marxismo. Con chi
queste cose dice di non capirle, di marxismo e' meglio non parlare neanche.

Un certo numero di italiani miei coetanei sparve anzitempo dalla faccia
della terra, combattendo borghesi e fascisti. Grazie a loro se le forze
dell'ordine volessero perquisirmi, potrei mostrare che sul miei scaffali
invecchiano le opere di Marx, di Lenin e di Mao, senza temere, ancora, di
venire trascinato alla tortura e alla fossa com'e' accaduto e ogni giorno
accade a poche ore di aereo da casa nostra. Dieci o quindici anni fa poco
e' mancato che la civica arena o il catino di San Siro non accogliessero,
come lo stadio di Santiago del Cile, le "bestie marxiste". So chi mi
avrebbe aiutato, in quel caso: non sarebbero stati davvero quelli che mi
conoscono perche' hanno letto i miei libri. E ora approfitto di queste
righe per salutare Alaide Foppa, mia collega di letteratura italiana a
Citta' di Messico. La conobbi anni fa. In questi giorni ho saputo chi l'ha
ammazzata, in Guatemala. Anche questo e' marxismo.

Cominciai nel 1940 col Manifesto, per consiglio di Giacomo Noventa e
Giampiero Carocci; senza alcun entusiasmo. Capii poi qualcosa da Trockij e
Sorel. Durante la guerra vissi in fanteria un buon corso di marxismo
pratico. A Zurigo, nell'inverno 1943-44, non so quanti libri lessi,
riassunsi e annotai, che parlavano di socialismo e di materialismo storico.
Si faceva fuoco di ogni frasca, allora. Un opuscolo in francese, ricordo,
mi fu molto utile; l'aveva scritto un tale che firmava con lo pseudonimo,
seppi poi, di Saragat. L'apprendistato comprendeva testi anche troppo
disparati: Malraux e Rosselli, Victor Serge e Silone, Mondolfo e Eluard...

A guerra finita vennero letture meno selvagge: le opere storiche (Le lotte
di classe in Francia, Il diciotto brumaio, La guerra civile in Francia),
parte della Sacra famiglia, i primi capitoli, splendidi di genio e forza
sintetica, della Ideologia tedesca, i due volumi del primo libro del
Capitale, e a partire dal 1949 quei Manoscitti economico-filosofici del
1844 oggi tanto derisi e che mai hanno cessato di stupirmi per la loro
capacita' di guidarci da Hegel fino ai giorni che ancora ci aspettano; e di
dirci parole di incredibile attualita'. E altro ancora.

Dopo vent'anni di diatribe storico-filologiche sul primo e il secondo Marx;
dopo Lukacs e Sartre, Bloch e Sohn-Rethel, Adorno e Althusser, Mao e gli
amici torinesi di "Quaderni rossi", a quelle pagine non ho piu' sentito il
bisogno di tornare se non nei termini di cui parla Brecht in una poesia
intitolata, appunto, "Il pensiero nelle opere dei classici":

Non si cura

che tu gia' lo conosca; gli basta

che tu l'abbia dimenticato...

senza l'insegnamento

di chi ieri ancora non sapeva

perderebbe presto la sua forza rapido decadendo.

Non stiamo commemorando la nostra giovinezza. Anche se fondamentale, quel
pensiero non e' se non un passaggio dell'ininterrotto processo che porta da
luce a oscurita' poi ad altra luce, e dal credere di sapere al sapere di
credere. Se ne compone (come quella di chiunque) la nostra esistenza. O per
la gioia dei piu' sciocchi dovremmo ripetere qual che ci sembra di aver
detto sempre e cioe' di non aver creduto mai che il pensiero di Marx
potesse fungere da chiave interpretativa del mondo piu' o meglio di quanto
lo faccia, ad esempio, la poesia dell'Alighieri?  Una educazione alla
storia ci faceva almeno intravvedere quel che era stato detto e fatto ben
prima e sarebbe stato detto e patito molto dopo di noi.

Quando, per l'Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene
ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx e' filosofia superata, non ho
difficolta' ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa
superare la filosofia di Platone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la
teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di
profitto sono manifestamente errate, non ho difficolta' ad ammetterlo;
anche perche' mai l'ho impiegata per capire come vadano le cose di questo
mondo. Quando mi si dimostra che l'idea, certo marxiana, di un passaggio
dalla preistoria umana alla storia mediante la fine della proprieta'
privata, dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia
fallace e senz'altro smentita dai "socialismi reali", apertamente lo
riconosco; anche perche' ho sempre attribuita la figura d'un progresso
illimitato all'errore che afferma la indefinita perfettibilita' dell'uomo,
un errore illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare.

Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie e' falsa, che la lotta
delle classi e' una favola e che il socialismo e' una utopia senza neanche
l'utilita' pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di
istruttoria. Primo, perche' il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla
critica psicanalitica del soggetto fino alla semiologia, conferma la fine
d'ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realta', come fra mondo e
concezioni del mondo; secondo, perche' a tutt'oggi e' difficile negare - e
lo si sapeva ben prima di Marx - l'esistenza di ininterrotti conflitti di
interessi fra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la
ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del
produrre e determinanti l'assetto, o lo sconvolgimento, dell'intera
societa'. Per quanto e' del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che
esso rinvia ad una persuasione indimostrabile.

La volonta' di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie
alla mediazione dell'etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna
ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si
debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre piu'
sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il "sogno di una
cosa" e' la realizzata capacita' dei singoli e delle collettivita' di
operare sul rapporto fra necessita' e liberta', fra destino e scelta, fra
tempo e attimo.

Il movimento socialista e comunista si e' fondato per cent'anni su quel che
si chiamava l'insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l'idea che il
passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle
forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe
operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi
di verita' e di errore si e' legato il "socialismo reale". Oggi gli esiti
del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non
solo per cadute politiche, economiche o culturali ne' solo per costi umani;
ma perche', anche al di fuori dei paesi comunisti, il "marxismo reale" ha
accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia,
etica della efficienza, sfruttamento dei piu' deboli. Sembrano falliti
tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese.
Eppure, Bloch dice, non e' stata data nessuna prova che quella uscita sia
impossibile. L'eredita' marxiana e' divisa: una meta' e' ancora nostra,
l'altra e' dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera,
anche rossa.

Quanto alla mente geniale morta cent'anni fa, e' anche grazie ad essa che
e' stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalita' e dei loro
sepolcri. Pero' ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a
Nanchino la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi
fosse possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una
medesima parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici.
Marx ci ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera
implacabile gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le
societa' che preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli
scavino, quali fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per
aver voluto qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a
volere. Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta,
interpretata, "salvata". E o lo sara' o non ci sara' piu' - sappiamo che e'
possibile - nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti "salvi" o
non sarai esistito mai.

L'amico di Federico Engels non e' stato davvero il primo a dircelo.
L'ultimo si'. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, "il
movimento reale che abolisce lo stato di cose presente" (Ideologia tedesca,
1845-46, I, a). Anche questo e' marxismo.