Fw: la sinistra in israele




-----  la sinistra in israele


«In Israele
la sinistra finalmente
è tornata a sinistra»


L'intellettuale israeliano Sternhell: Peretz una svolta
Che delusione vedere Shimon Peres con Sharon


di Umberto De Giovannangeli



«UN PAESE NORMALE, una democrazia in buona salute, hanno bisogno di
una vera dialettica politica tra destra e sinistra, e non di una
mortificante rincorsa al centro, condotta in nome del potere per il
potere. Un Paese normale è quello in cui un uomo di sini-
stra è finalmente tornato a guidare un partito della sinistra. Il
ritorno alla normalità è una sinistra che non prosciughi le sue
riserve di credibilità pensando che il consenso per governare
discenda dalla sua presunta capacità di moderare la politica della
destra. Per troppo tempo Israele è stato un Paese
politicamente "anormale", con un Partito laburista che ha annacquato
la propria identità, sacrificando ad un pragmatismo opportunista i
propri valori. Non so se la sinistra israeliana uscirà vincente
dalle elezioni del 28 marzo prossimo. Quel che so, e di ciò mi
rallegro, è che il Labour ha ritrovato un leader che non rinnega la
propria identità, che non prova imbarazzo, bensì orgoglio, nel
parlare di giustizia sociale, di uguaglianza, di difesa dei più
deboli, che non accetta gerarchie ed esclusioni fondate
sull'appartenenza etnica e religiosa. Per tutto questo ritengo che
Amir Peretz sia la vera novità nella politica israeliana». A
sostenerlo è Zeev Sternhell, docente di Scienze politiche
all'Università Ebraica di Gerusalemme, tra i più autorevoli storici
israeliani. Sternhell è molto duro nella sua analisi dell'altro
elemento di novità della politica israeliana: Kadima, il partito
centrista fondato da Ariel Sharon dopo la sua uscita dal
Likud: «Kadima risponde perfettamente alla logica gattopardesca del
cambiare tutto perché nulla cambi - rileva Sternhell - Il collante
ideologico che tiene insieme l'eterogenea "armata" reclutata da
Sharon nel suo nuovo partito, è il potere. Quel potere a cui Shimon
Peres non ha saputo rinunciare: che triste tramonto è quello di un
politico che iniziò la sua carriera da assistente di David Ben
Gurion per poi finire, mezzo secolo dopo, a fare da spalla di Ariel
Sharon».
Professor Sternhell, il 2005 si è chiuso con un vero terremoto
politico in Israele. Qual è a suo avviso la novità più rilevante
anche in vista delle elezioni legislative del marzo 2006?
«La vera novità è intervenuta nel Partito laburista, un partito che
ha riscoperto l'orgoglio di essere forza di sinistra. Alla base
della vittoria di Amir Peretz nelle primarie del Labour c'è una
rivolta etica, prim'ancora che politica, dei militanti laburisti nei
confronti di una vecchia, non solo anagraficamente, classe dirigente
che, dopo la morte di Yitzhak Rabin, aveva finito per mortificare la
storia del Labour, dilapidando un patrimonio ideale e di
credibilità, e tutto questo per aver fatto coincidere totalmente la
propria ragion d'essere con il Governo, inteso come fine e non come
strumento per realizzare il cambiamento. Questa "sindrome
ministeriale" ha sempre più reciso i legami del Labour, del suo
apparato con la società israeliana. Amir Peretz è stato visto dai
militanti laburisti come un investimento sul futuro proprio perché
rappresentava in qualche modo un ritorno alle origini, un
ancoraggio, aggiornato, a quei valori e principi senza i quali la
sinistra perde cognizione di sé e si annulla, sancendo la propria
subalternità a quella cultura della forza che connota l'agire
politico della destra in ogni campo: la forza contro il più debole
socialmente; la forza contro i palestinesi».
A cosa lega maggiormente l'ascesa di Amir Peretz?
«Alla riscoperta di una grande, e irrisolta, "Questione sociale".
Con Peretz, la sinistra torna a fare i conti con una crescente
ingiustizia sociale, lega se stessa alla realizzazione di una
società più giusta ed equilibrata, non accetta di limitarsi a
temperare politiche neoliberiste che hanno devastato il tessuto
sociale israeliano. Amir Peretz non ha chiuso gli occhi davanti alla
drammatica emergenza sociale che investe Israele, un Paese nel quale
1,5 milioni di persone, vale a dire il 22,4% della popolazione, vive
oggi sotto la soglia di povertà. Peretz ha ricordato ai laburisti la
verità, "antica" ma sempre attuale, che non c'è libertà senza
uguaglianza. Questione sociale e ricerca di una pace giusta con i
palestinesi sono le due facce di una stessa medaglia: è l'altra
importante acquisizione del nuovo leader laburista. Perché il
sostegno delle politiche sociali è possibile solo orientando in
questa direzione le spropositate risorse finanziarie che lo Stato
sacrifica per mantenere in vita gli insediamenti - ed anche per
questa concreta ragione andrebbero smantellati totalmente - e perché
una democrazia che investe sul proprio futuro non può essere
a "chilometraggio limitato", e cioè attuata a Gerusalemme e
inesistente a qualche decina di chilometri di distanza, laddove
Israele si trasforma in uno Stato oppressore. Amir Peretz non è un
sognatore. È un idealista che sa fare i conti, da buon sindacalista,
con la dura realtà del vivere quotidiano».
Quella realtà che ha trasformato l'ex "generale bulldozer", Ariel
Sharon, in uno statista pragmatico, disposto alla pace.
«Disposto semmai alla "sua" pace, che è altra cosa dalla ricerca di
un equo compromesso con una controparte palestinese a cui si
riconosce pari dignità e legittimazione. È la "bomba demografica" ad
aver costretto Sharon al ritiro unilaterale da Gaza, non altro.
Sharon è stato costretto a rinunciare al sogno di Eretz Israel, ma
nel suo dna politico-militare c'è sempre la convinzione la pace
altro non è che la ratifica al tavolo negoziale dei rapporti di
forza imposti sul campo. Ciò significa che nel futuro di Sharon vi
potranno essere altri atti unilaterali sul modello-Gaza, ad esempio
lo smantellamento di una parte delle colonie in Cisgiordania, ma non
sarà lui il premier che porterà Israele a sciogliere i nodi cruciali
di questo interminabile conflitto.».
A cosa si riferisce in particolare, professor Sternhell?
«Alla necessità di definire consensualmente i confini definitivi di
due Stati, Israele e Palestina, alla ricerca di una sovranità
condivisa per Gerusalemme. Questioni dirimenti a cui non credo che
Sharon possa e voglia dare risposte che portino a una soluzione
politica del conflitto israelo-palestinese».