TESI sulla guerra nei Balcani



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TESI sulla guerra nei Balcani
PER UNA COSTITUENTE DELLA PACE
Una proposta del Forum delle donne del Prc



1) Una catastrofe storica
La guerra della NATO nei Balcani ha prodotto per il mondo, e per l'Europa
in particolare, una radicale rottura storico-politica su tutti i piani. Ha
annientato infatti in poche settimane i frutti di quella faticosa
sottrazione al paradigma bellico che l'Europa aveva operato dopo le
catastrofi di Auschwitz e di Hiroshi-ma e ha permesso che politica e guerra
tornino a essere collegate, la seconda come possibile articola-zione della
prima, anzi come strumento primario dei nuovi processi di gerarchizzazione
nel mondo, tra le classi, i sessi, i popoli, il centro e le periferie del
pianeta. Così, dopo il bombardamenti della NATO sulla Federazione
Jugoslava, nulla sarà come prima.
Nella metafora rappresentata dall'uccisione dei padri a opera dei figli,
degli odierni governi di sinistra eu-ropei che distruggono ciò che le
sinistre in Europa avevano edificato all'indomani della seconda guerra
mondiale, si conclude l'era che abbiamo ormai alle spalle, fortemente
segnata dal rifiuto morale e giuri-dico della guerra. Una fase durata
cinquant'anni, che è stata un tutt'uno, in Europa, con la storia della
si-nistra e con i percorsi di emancipazione e libertà delle donne e che a
quella storia, a quei percorsi ha offerto il contesto più favorevole al
loro dispiegarsi.
Il ripudio della guerra significava essenzialmente che veniva registrato
sul piano costituzionale ciò che la coscienza aveva interiorizzato a
livello di massa: l'illegittimità giuridica e morale della guerra. Oggi
pro-prio questo è venuto meno col tacito avallo della cultura politica
dominante in Europa e, in molti casi, con l'arrogante propaganda mediatica
di chi ha giustificato questa guerra. Proprio questa è la perdita più
ter-ribile che la guerra ha causato. 
Occultata nelle sue ragioni autentiche dalle grandi campagne mediatiche,
che l'hanno presentata come un'ingerenza "per i diritti umani", la guerra è
stata condotta al di fuori e contro il diritto internazionale. Sono state
stracciate la Carta dell'ONU, la Costituzione italiana negli art. 11 e 78,
le norme sul diritto bellico umanitario alla luce della Convenzione di
Ginevra e degli altri accordi internazionali che regolano l'uso delle armi
a tutela delle popolazioni civili e dell'ambiente. Persino le norme del
trattato NATO, che parlano di difesa del territorio dei paesi atlantici ed
escludono una guerra di aggressione, sono state clamorosamente violate. Di
fatto i diritti umani sono stati svuotati di ragioni giuridiche nel momento
in cui sono stati agitati solo come fini etici, per giustificare lo
stravolgimento di ogni regola e dunque l'arbitrio, l'abuso da parte della
legge del più forte. "La forza  a sostegno dei deboli " diventa puro potere
e onni-potenza militare che uccide altri deboli senza limiti né regole,
proprio perché pretende di autolegittimarsi  al di fuori di ogni diritto e
di ogni patto tra i popoli. Abbiamo così assistito a una specie di
esecuzione di massa in grande stile, ultimo portato tecnologico e mediatico
della cultura della pena di morte. 
Assieme ai danni materiali, alle vite perdute, alle numerose stragi di
civili, alla immensa distruzione di ri-sorse ambientali, di infrastrutture
industriali, opere civili, beni culturali e mezzi di sussistenza,
assistiamo oggi, come effetto di questa guerra, ad un danno antropologico
inestimabile: la corruzione delle coscien-ze e l'arretramento dell'opinione
pubblica democratica a livelli precedenti a quelli raggiunti 50 anni fa,
quando lo sviluppo di un forte spirito costituente democratico diede
impulso a una crescita senza prece-denti della coscienza sociale. Oggi
siamo invece al collasso della coscienza civile e dell'orizzonte
demo-cratico poiché il militarismo si è sostituito alla politica, la
necessità dell'uso delle armi ha travolto i Parla-menti e il loro ruolo e
gli spazi di partecipazione democratica sono stati azzerati dalla
propaganda di guerra e dalle sue menzogne mediatiche. 

2) Sessi in guerra
La guerra, mai come oggi, chiama in causa direttamente le donne perché ne
rimette in discussione i percorsi di emancipazione e le acquisizioni di
libertà. Le interroga e interroga la loro storia, perché è nei modi come si
sono sviluppati i rapporti sociali e simbolici tra i sessi che la guerra
affonda le sue radici, costruisce le sue ragioni, riesce a imprigionare
l'immaginario sociale. La guerra infine pone il problema della
responsabilità pubblica delle donne, perché senza di loro come soggetto
della politica non sarà possibile un'autentica politica della pace.
La coppia amico/nemico, la figura dell'Altro (Altro dall'Occidente, Altro
dall'Europa) come esclusione della diversità, la dicotomica
contrapposizione tra i buoni e i cattivi, fino all'odierna maledizione
biblica del ministro inglese Robertson contro i Serbi ("i cattivi non
avranno dove nascondersi"): sono questi gli stereotipi e le simbologie che
hanno fondato ancora una volta l'immaginario sociale della guerra e che ne
hanno reso possibile l'accettazione presso le popolazioni europee. Al
risorgere dei nazionalismi, all'etnicizzazione dei conflitti, fino alle
forme più brutali delle pulizie etniche e degli stupri etnici
trasver-salmente praticati dagli opposti nazionalismi nelle regioni della
ex Jugoslavia, l'Occidente, dopo aver alimentato la disgregazione del
territorio, l'inimicizia tra le popolazioni, il riarmo delle fazioni, ha
contrap-posto e usato con modalità e finalità imperiali - gli Usa cuore, i
Paesi europei satelliti dell'impero - la presunzione fondamentalistica
della propria superiorità etica e del proprio ruolo civilizzatore nei
confronti dell'Altro da sé. Un Altro da sé annidato nel cuore stesso
dell'Occidente, quel Milosevic e quel popolo serbo, segnati dallo stigma
slavo della diversità, fusi in un'unica entità e concettualizzati come
corpo materiale e metaforico del nemico da battere. Alla violenza etnica,
la Nato ha risposto con la violenza etica, con un atto simbolico di
esclusione totale del popolo serbo dal consesso umano, veri e propri
re-ietti del mondo. Un atto primitivo e primordiale, la faccia barbarica
delle modalità iper tecnologiche della guerra, fondato antropologicamente,
quell'atto, su una vocazione, una pratica, una legge patriarcale che
afferma il dominio maschile sul sesso femminile e radicalmente esclude le
donne dalla sfera pubblica, deprivandole simbolicamente e praticamente
dell'accesso all'umano, riducendole a pura natura, a fun-zione di
riproduzione, a contenitore di genealogie maschili.
Nella guerra si evidenzia in maniera emblematica la distanza che corre tra
le donne e gli uomini. Una di-stanza di potere, di ruoli, di
rappresentazione simbolica. Dietro questa distanza c'è la complessa storia
sociale dei due sessi, così diversa ma anche così inestricabilmente
intrecciata. Le donne sono innanzi-tutto le vittime della guerra, nel senso
che per lo più la subiscono. Questo non significa che le donne siano
innocenti rispetto alla guerra. Complicità e connivenza femminile, oltre
che subalternità, sono alla base del sistema di potere maschile che dà
luogo alla guerra. La politica che prende la via della guerra taglia fuori
le donne dalla politica, le riconduce e le riduce a una funzione
riproduttiva biologicamente in-tesa. Subentra con la guerra la più classica
divisione dei ruoli. Agli uomini il potere di decidere, alle don-ne la cura
dei corpi. Vivandiere di guerra sono state le ministre italiane durante la
guerra nei Balcani. C'è ovviamente differenza tra fare la guerra e curarne
le conseguenze. Ma la differenza si riduce a niente politicamente se il
prendersi cura delle condizioni della vita, della sopravvivenza, della
convivenza non si trasforma da funzione naturalisticamente intesa a
pensiero politico e soggettività alternativa e trasforma-tiva dell'ordine
di cose che della guerra sta a fondamento. Che questo avvenga è una
condizione di fon-do, senza la quale la guerra non potrà essere cancellata
dalla storia.


3) Guerra costituente
La guerra ha consolidato i fondamenti di ciò che si chiama "il nuovo ordine
mondiale" o nuovo impero del mondo da parte dello Stato più potente e dei
suoi satelliti europei. La messa fuori gioco dell'ONU e l'asservimento
politico dell'Europa e dei suoi governi alla strategia degli Stati Uniti
hanno prodotto un "ordine costituente" che ha visto la sua tappa più
importante nella dichiarazione di intenti di Washington, del 24 aprile
scorso, circa il ruolo che la Nato è oggi chiamata a svolgere. A suon di
bombe e di oltranzi-smo militare i vertici Nato hanno ottenuto
l'acquiescenza dei governanti europei ad una radicale modifica degli scopi
e delle regole della Nato. D'ora in poi, la missione della Nato sarà quella
di "prevenire i con-flitti o, laddove si verifichi una crisi, contribuire
ad una sua efficace gestione, anche sfruttando la possibi-lità di condurre
operazioni non previste dall'articolo 5" (che ammetteva la guerra solo come
risorsa estrema di difesa da attacchi esterni). La guerra oggi viene
considerata un utile mezzo necessario per rispondere "all'incertezza e
all'instabilità nella regione euroatlantica e nella zona limitrofa", in
risposta a "crisi regionali alla periferia dell'Alleanza", a eventi
suscettibili di minacciare la stabilità euroatlantica quali "rivalità
etniche e religiose, controversie territoriali, inadeguatezza o fallimento
degli sforzi di riforma, violazione dei diritti umani e dissoluzione di
Stati".
Questa modifica del trattato Nato non è stata discussa dai Parlamenti
europei, non è a conoscenza dell'opinione pubblica, non è stata denunciata
neanche dalla sinistra alternativa come la minaccia più grande che incombe
sul prossimo secolo. Eppure la guerra dei Balcani ha prodotto il
sovvertimento del precedente patto tra le nazioni che prevedeva l'autorità
sovranazionale dell'ONU per regolare i conflitti, al fine di prevenire e
impedire la guerra. Lo Stato più forte del mondo, cioè gli Stati Uniti,
attraverso la Nato e il nuovo patto tra i governi europei, ha diritto di
muovere guerra ad un altro Stato per ragioni eti-co-umanitarie, stabilendo
da sé quali siano queste ragioni con l'avallo degli altri paesi alleati. La
regola che discende da ciò è che la Nato ha diritto di stabilire quando
sussistono e quando non sussistono ra-gioni umanitarie, intervenendo
militarmente, nelle forme e modi che ritiene più congrue. Questi princìpi
sono in grado di travolgere ogni altra regola di natura giuridica e morale
e se verranno legittimati dai Parlamenti e dall'opinione pubblica di massa
dei maggiori paesi daranno corso a una nuova epoca che, dietro la pretesa
di difendere la civiltà occidentale, ne segnerà invece la totale
dissoluzione nei suoi aspetti più positivi sul versante della democrazia e
del diritto.
Gli effetti costituenti di questa guerra si collegano al quadro generale
della globalizzazione, al trionfo del neo-liberismo e ai processi di
svuotamento della democrazia rappresentativa. La guerra della Nato ha
rivelato in questo i veri interessi da cui è stata mossa: non certo i fini
dichiarati della difesa dei diritti umani ma la nuova strategia di
controllo militare e geo-politico del mondo da parte degli USA.

4) Il conflitto in Kosovo e la guerra della Nato.
L'ingerenza "per i diritti umani" ha accelerato e aggravato l'espulsione
dei profughi e le atrocità su di loro, senza per altro che i presunti
salvatori neanche approntassero un'adeguata accoglienza per le popola-zioni
in fuga. Mentre "i salvatori" producevano in Serbia le stragi di civili
vergognosamente chiamate "effetti collaterali", in Kosovo, come reazione,
si scatenava da parte delle milizie di Milosevic, una guerra contro il
popolo dei Kosovari albanesi. Le numerose fosse comuni, le migliaia di
cadaveri, i segni di mu-tilazioni e inaudite violenze, le camere di
tortura, gli eccidi nei villaggi e gli incendi, i saccheggi e gli stupri
etnici: si tratta di atrocità che portano alla luce la natura iniqua e
violenta del regime di Milosevic. L'orrore ha colpito l'immaginario
collettivo producendo una giustificazione della guerra "celeste",
considerata co-me unico mezzo efficace per fermare la pulizia etnica e le
bande di Milosevic. Occorre allora ragionare sugli effetti della guerra,
far comprendere invece che la guerra "celeste" non ha fermato la violenza e
che anzi l'ha moltiplicata e che la colpa occidentale è stata soprattutto
l'omissione di soccorso, la rinuncia a un'efficace azione per la pace.
Rinunciando alle truppe di interposizione (quando per tempo potevano avere
un ruolo), ritirando gli osservatori Osce, impedendo le missioni di
soccorso e le azioni di vigilanza e di pacificazione in Kosovo, si è
consentito che si sviluppasse indisturbato lo sterminio e si accendesse-ro
sempre di più gli odi e le vendette.
Ma nessuna ragione delle popolazioni profughe può giustificare la
catastrofe della guerra.
Sul piano etico la pulizia etnica di Milosevic va ripudiata con la stessa
intensità con cui deve essere ripu-diata la guerra della Nato. Sul piano
politico tuttavia va sottolineata l'abissale differenza tra una guerra
imperiale che pretende di mettere sotto controllo tutto il mondo, di
disporre delle risorse del pianeta e di tenere in soggezione i popoli, ed
una guerra regionale condotta da un dittatore locale, in un contesto di
atroci nazionalismi incrociati, alimentati da quelle stesse potenze
occidentali che pretendono poi di re-golarne e concluderne gli esiti. Le
numerose violazioni dei diritti umani perpetrate in tutto il mondo non
possono mai essere usate per giustificare la guerra, tanto meno per
mistificare e occultare le ragioni autentiche delle guerre di interesse
dell'impero. 
Nessuna politica di pace, nessun intervento di pacificazione potranno
essere possibili se non si blocca alle radici la mistificazione culturale e
di senso della guerra giusta e dell'ingerenza umanitaria. Se si la-scia che
l'eufemismo compia il suo corso producendo quella banalità del male che
altre volte in Europa è stata causa di tragedia.

5) Le sinistre europee e il sonno della ragione
La bancarotta politica e morale delle socialdemocrazie europee è un dato
imprescindibile per la com-prensione di ciò che sta accadendo. Questa non è
stata una guerra "americana". Ai bombardamenti ha concorso potentemente
un'Europa i cui governi sono in massima parte socialdemocratici. In
Germania, in Francia, in Inghilterra, in Italia il partito della guerra ha
nelle sinistre di governo la propria maggioran-za. L'Europa rosso-verde ha
fatto sua la menzogna dell'ingerenza umanitaria e anche in ciò stanno le
ragioni dell'intorpidimento delle coscienze e le ragioni innegabili della
difficoltà di dare sviluppo al movi-mento di opposizione alla guerra, dei
limiti e delle ambiguità che lo hanno attraversato.
La guerra è stata appoggiata dalle socialdemocrazie europee per due
ragioni: una ideologica, l'altra di potere. La maggioranza dei leaders di
sinistra dei governi europei ha giustificato la guerra e ha invocato
l'intervento armato come unica soluzione possibile per effettuare
l'ingerenza umanitaria nei Balcani. Il di-simpegno nella ricerca di
pratiche sociali, politiche, diplomatiche, alternative alla guerra hanno
determi-nato la generale resa alla inevitabilità dell'intervento armato e
su questo si è retto l'imbroglio dei soggetti legittimati a compierlo e
delle forme e dei modi per realizzarlo. La mistificazione sulle azioni di
polizia internazionale, confuse con la guerra "celeste", è l'espressione di
una grave cecità che ha prodotto irre-sponsabilità e comportamenti
schizofrenici (si soccorreva da una parte e si distruggeva dall'altra).
Ma questa caduta delle sinistre socialdemocratiche nella trappola
ideologica del fondamentalismo etico degli Usa è spiegabile anche col vuoto
ideologico seguito al crollo del comunismo e dei regimi sovietici e con la
deriva della ragione che ha investito la sinistra, compresa quella di
origine sessantottina, dalla quale non a caso provengono molti degli
attuali esponenti della sinistra al governo in Europa. In preda ad una vera
crisi della ragione, questi personaggi si sono trasformati in fautori di
una farneticante cro-ciata che dalla giusta stigmatizzazione del diritto ad
uccidere da parte di Milosevic, fanno discendere la legittimazione del
potere di uccidere da parte dell'Alleanza.
L'altro motivo è quello dell'interesse nella cogestione del potere
imperiale. Per sedersi al tavolo dei po-tenti della terra D'Alema,
Schroeder e Jospin, possono trasformarsi in altrettanti Agamennone, pronti
a sacrificare Ifigenia pur di consentire la spedizione a Troia, ciechi di
fronte al fatto che la guerra rappre-senta la bancarotta politica
dell'Europa, che dalla guerra esce fortemente indebolita anche sul versante
monetario, nel rapporto tra dollaro e euro.
Siamo a questo punto: il potere del nuovo ordine mondiale e dei suoi
interessi complessivi, economici e di controllo strategico, ideologico e
geo-politico, richiede il ricorso alle armi. La socialdemocrazia si è
cor-rotta e compromessa fino a questo punto, buttando alle ortiche anche le
ultime remore di cautela e buon senso diplomatico e l'aspirazione a una
democrazia mondiale.
La crisi della ragione non ha travolto solo le sinistre al governo ma anche
una parte della intellettualità, del mondo della cultura e
dell'informazione e del femminismo. Molte donne provenienti dall'esperienza
del femminismo hanno giustificato questa guerra come scelta inevitabile,
estrema ratio per interrompere le violenze di  Milosevic. In ciò si è
manifestata una grave subalternità all'ideologia dominante, l'incapacità di
leggere il nesso che unisce maschilismo e militarismo, l'amnesia della
grande riflessione femminista sull'alternatività dei valori che
l'esperienza umana e simbolica delle donne può rappresentare - se
responsabilmente assunta come bussola dell'agire politico - sia come
cultura che si oppone a quella della morte e della distruzione, sia come
modello non-violento di rapporti umani ispirato all'interscambio con
l'Altro, alla reciprocità, al rispetto delle differenze.

6) La pace come alternativa di sistema
Dobbiamo prendere sul serio il carattere epocale di questa guerra,
accettare di misurarla in tutti i suoi inevitabili effetti, tra cui c'è
quello del dispiegarsi di un dopoguerra segnato dalla cultura della guerra,
su cui è già calato il silenzio mediatico e si esercitano le più diverse
operazioni affaristiche. Dimenticare, ri-muovere o anche semplicemente
derubricare a capitolo di secondaria importanza la guerra nei Balcani
sarebbe un tragico errore politico, perché la guerra è entrata ormai
stabilmente tra le varianti possibili della politica occidentale, in Europa
e dall'Europa, e già segna le più generali dinamiche. La pace va messa al
centro della politica per fondare, costruire, sviluppare una politica della
pace. Va assunta come spartiacque tra due mondi, deve diventare elemento
costitutivo e costituente del mondo per il quale ci battiamo, grammatica
sociale e simbolica fondamentale degli assetti sociali, delle relazioni tra
i popoli, punto focale da cui e per cui praticare qui e ora un'alternativa
di sistema.
Occorre approntare percorsi di apprendimento e riflessione culturale per
sottrarre le coscienze a quel fe-nomeno di continuo slittamento semantico
basato sull'eufemismo (ingerenza umanitaria, effetti collatera-li) e sulla
retorica umanitaria che ha legittimato la guerra presso ampi settori della
società.
Occorre lavorare a una rivoluzione antropologica-culturale sul nesso guerra
pace, sulla coppia ami-co/nemico e sulle ragioni della pace. Non la pace
come cessazione della guerra ma come elemento fon-dativo della comunità
umana, necessità primaria per la sopravvivenza della comunità umana,
dell'equili-brio dell'habitat, della civiltà; la pace come bussola dei
comportamenti sociali, dei fondamenti giuridici, delle pratiche politico
istituzionali. La guerra invece come attentato alla sopravvivenza e alla
convivenza umana, intollerabile scandalo sociale e simbolico su cui
scrivere un divieto giuridico integrale.
Smilitarizzazione, neutralità, rifiuto del nuovo patto atlantico, chiusura
delle basi Nato in Europa: su que-sti obiettivi va avviato un confronto
ampio e diffuso tra i soggetti che si sono mobilitati contro la guerra.
Ricerca di modalità diplomatiche, di istituzioni internazionali deputate
all'intervento per sedare i conflitti, di regole e norme ispirate al
principio della pace: a partire da ciò occorre lavorare a una riconversione
delle menti e delle culture.
La pace inoltre come criterio di orientamento di fronte ai grandi temi
dell'economia e della vita sociale, della democrazia: uso delle risorse,
stato sociale, crescita qualitativa e non quantitativa, democrazia co-me
partecipazione e allargamento delle forme e delle istanze della
rappresentanza e della cittadinanza.
La pace come ricerca di meccanismi di cooperazione condivisa tra i popoli e
le popolazioni, contro gli stati etnici, le secessioni.
Pace come criterio generale di razionalità sociale. Per riordinare
l'educazione, la cultura, l'ideologia, l'immaginario. Le guerre regionali,
i nazionalismi, i conflitti etnici, le sistematiche violazioni dei diritti
umani in ogni parte del mondo, ci interrogano oggi su un nuovo rapporto tra
diritto internazionale e diritti umani. Quali soggetti istituzionali
legittimare per intervenire, attraverso quali forme e modalità.

7) Metodologie di pace
Oggi siamo in grado di ragionare meglio anche sugli effetti reali della
guerra, e non solo sui principi teo-rici del pacifismo. E gli effetti ci
fanno comprendere ancora una volta che la guerra ha aggiunto massa-cro a
massacro rivelandosi come "un male in sé", peggiore di tutti i mali che
pretendeva di rimediare, e dunque oggi possiamo rinnovare a maggior ragione
il ripudio della guerra come mezzo per risolvere le controversie
internazionali e impegnarci a cercarne altri. 
Un primo equivoco è definitivamente caduto a proposito delle cosiddette
azioni di polizia internazionale che non possono esser confuse con la
guerra. Infatti questa ha come scopo l'annientamento del nemico, come la
Nato ha dimostrato in Serbia, e produce crimini contro l'umanità,
distruggendo le vite degli iner-mi. Si può pensare invece a un'azione di
polizia in senso proprio, che escluda il coinvolgimento di popo-lazioni
civili, l'uso di armi pesanti e tecnologiche, la distruzione di fonti di
vita e risorse ambientali, che agisca con l'unico fine di ridurre e
circoscrivere la violenza e controllare il territorio per difendere i
perse-guitati. E' ciò che prevede per l'azione dei caschi blu
internazionali la Carta dell'ONU e che in Jugoslavia non è stato praticato
ed anzi sabotato come i negoziati e le altre pratiche sociali in grado di
prevenire i conflitti. D'altra parte va affrontato complessivamente il
problema del sistema internazionale di regole, meccanismi, istituzioni
riconosciute e legittimate in base al quale interventi di tale natura siano
possibili.
Certamente questo è un terreno di  teoria, di elaborazione giuridica e di
esperienze sociali tutto da esplo-rare ed arricchire. Vanno studiate e
praticate forme di intervento nuove per la difesa dei diritti umani a tutto
campo, purché si basino sul ripudio della violenza e la smilitarizzazione
generalizzata. Occorre pensare a riforme delle diplomazie e dei loro
strumenti, a un radicale rinnovamento delle regole e degli strumenti
dell'ONU, della sua Assemblea e del suo Consiglio di Sicurezza. Ma pensiamo
anche a tante forme di organizzazione della cooperazione, della diplomazia
dal basso, della educazione e dei pro-grammi di socializzazione per una
convivenza pacifica tra i popoli, per una cultura critica diffusa che
sot-tragga consenso sociale e simbolico alle strategie imperiali del nuovo
ordine mondiale che gli Usa e i governi europei vogliono imporre.

8) Proposta per una Costituente della Pace e per un'Internazionale della Pace
Occorre lavorare a una ricomposizione dei soggetti che si sono mobilitati
per la pace, proponendo loro un impegno di riflessione teorica, di
elaborazione politica, di iniziativa costante. Attribuiamo in questo un
ruolo fondamentale alla Convenzione permanente di donne contro la guerra
che si è costituita a Bologna il 5 giugno. 
Un lavoro analogo va esteso su scala internazionale, a partire dall'Europa,
per la costituzione di un'Internazionale della Pace.



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Alessandro Marescotti
c/o PeaceLink, c.p.2009, 74100 Taranto (Italy)
http://www.peacelink.it
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Ipertesto per una cultura della pace:
http://www.peacelink.it/pace2000

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