[Nonviolenza] Donna, vita, liberta'. 325



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DONNA, VITA, LIBERTA'
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A sostegno della lotta nonviolenta delle donne per la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXIV)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 325 del 21 novembre 2023

In questo numero:
1. One Billion Rising Italia: Una lettera
2. Anna Zafesova: Politkovskaja, l'ultimo oltraggio di Putin
3. Laura Iamurri: Lonzi Renaissance. Abbiamo guardato per 4000 anni, adesso abbiamo visto!
4. Francesca Zanette: Tina Modotti: la fotografia vivente
5. Manuela De Leonardis: Daiara Tukano, le storie delle stelle

1. INIZIATIVE. ONE BILLION RISING ITALIA: UNA LETTERA
[Riceviamo e diffondiamo]

Care attiviste e cari attivisti,
Care compagne e cari compagni di viaggio,
testimoni coraggiose e coraggiosi della lotta alla violenza e agli abusi sul corpo delle donne,
Preziose amiche tutte e preziosi amici tutti di One Billion Rising,
scriviamo queste righe consapevoli del sentimento di sofferenza e di umana impotenza che tutte e tutti voi - che tutte noi - stiamo attraversando in questi mesi. Le notizie che arrivano dal mondo ci lasciano senza fiato.
Come se non bastasse, nel nostro Paese, continua inesorabile la conta delle donne cadute per mano di uomini criminali e violenti.
Eppure in tutto questo, o forse proprio per tutto questo, noi scegliamo di non restare in silenzio, di non tirarci indietro, e vi chiediamo di essere ancora con noi.
Nell'oscurita', facciamo splendere la nostra luce. Uniamo le nostre voci. Non sara' facile, ma non sara' impossibile.
La Campagna mondiale One Billion Rising e' nata proprio per questo: per essere una reale comunita', un appiglio nella tempesta, una rete in cui conoscersi, riconoscersi, trovarsi e forse per qualcuno - come e' stato per noi - persino salvarsi. Salvarsi dalla solitudine, dal silenzio, dall'isolamento, dalla violenza fisica e psicologica che troppo spesso ci vede come prede, ancor prima che ragazze, donne o bambine.
Febbraio non e' lontano, raduniamo le forze, raccogliamo le energie, prepariamoci a far sentire il nostro grido di pace e consapevolezza.
Vi invitiamo a incominciare ad organizzare e a coordinare a livello locale la vostra partecipazione a OBR2024: anche per questo, oggi vi chiediamo con gentile fermezza, di cercare di coinvolgere il piu' possibile il mondo della scuola nelle vostre comunita'.
Crediamo sia infatti particolarmente prezioso e vitale tornare a parlare nelle scuole di come la prevaricazione della violenza di genere porti odio, dolore, mancanza di rispetto, assenza di solidarieta'.
Vi alleghiamo una lettera che volendo potrete usare per contattare le scuole dei vostri territori.
Noi siamo a vostra disposizione per qualunque chiarimento e approfittiamo per anticiparvi che V (Eve Ensler) sara' in Italia per presentare il suo nuovo libro "Io sono un'esplosione" (ed. il Saggiatore) in questi due appuntamenti pubblici:
- Firenze, venerdi' 24 novembre ore 20.30 Teatro Niccolini , V presenta il suo nuovo libro con Serena Dandini
- Milano, domenica 26 novembre ore 11 Teatro Paolo Grassi con Maria Nadotti
Mai come oggi abbiamo bisogno di essere unite e uniti, di farci forza, per continuare a costruire insieme una strada di pace, di gentilezza, di consapevolezza e di profondo rispetto per tutte le donne del pianeta.
Un abbraccio a tutte e a tutti voi.
Con gratitudine.
Nicoletta Billi
3332432777
Luisa Garribba Rizzitelli
3454767246
Margherita Giuliodori Santicchia
3280199958
One Billion Rising Italia
obritalia at gmail.com
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Allegato: Modello di lettera da inviare alle scuole
PROPOSTA COINVOLGIMENTO PROGETTO GRATUITO CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
Oggetto:  Proposta di coinvolgimento del Vostro Istituto nella Campagna Mondiale One Billion Rising  contro la Violenza di Genere
Gentile Sig. o Sig.ra Dirigente Scolastica/o
Gentile Docente,
Ci rivolgiamo a tutti Voi - in ogni parte d'Italia, in ogni ambito e indirizzo disciplinare delle scuole di ogni ordine e grado - con accorata fiducia che tutti siano consapevoli che la situazione sulla violenza alle donne nel nostro paese ha assunto numeri drammatici ed inaccettabili per un Paese civile e democratico. La scia sofferenza e dolore sembra inarrestabile. Una donna uccisa in media in Italia ogni due giorni. Dati impressionanti su tutte le forme di violenza che coinvolgono ragazze e ragazzi sempre piu' giovani. Non possiamo restare ferme e fermi, dobbiamo combattere il rischio di assuefazione e rassegnazione.
In occasione del 25 novembre Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne, il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha speso parole ferme ed inequivocabili: "Un'azione efficace per sradicare la violenza contro le donne deve basarsi anzitutto sulla diffusione della prevenzione delle cause strutturali del fenomeno e su una cultura del rispetto che investa sulle generazioni piu' giovani, attraverso l'educazione all'eguaglianza, al rispetto reciproco, al rifiuto di ogni forma di sopraffazione". Parole che tracciano una strada di speranza e impegno da parte di tutti.
Crediamo fermamente che la Scuola Pubblica, nonostante le difficolta' che affronta ogni giorno, nonostante le battaglie e le sfide che e' costretta a fronteggiare spesso nel silenzio delle Istituzioni, abbia ancora un ruolo cruciale per radicare nelle nuove generazioni una cultura di profondo rispetto verso tutte le donne.
One Billion Rising e' una campagna Mondiale fondata nel 2012 dalla scrittrice e attivista americana Eve Ensler con l'obiettivo di fermare la violenza contro le donne. Aderiscono a questa campagna 128 paesi nei cinque continenti.
Per queste ragioni, proponiamo in modo accorato e amichevole, che il Vostro Istituto aderisca alla Campagna Mondiale ONE BILLION RISING diventando una "OneBillionRising School" nelle due modalita' che seguono:
1) PRIMA DEL 14 FEBBRAIO 2024
Sotto la guida e l'esperienza dei Docenti le classi possono intraprendere dei laboratori o delle attivita' didattiche al fine di promuovere la sensibilizzazione, la formazione, la riflessione e il confronto tra i ragazzi e le ragazze sul tema della violenza di genere.
Partendo - a titolo esemplificativo e di suggerimento - da queste domande
"Che cos'e' la violenza di genere per te?", "Cosa sono gli stereotipi e le discriminazioni?", "Perche' secondo te nel nostro Paese ogni due giorni una donna viene uccisa?", "Perche' la violenza contro le donne e' cosi' diffusa? Cosa la genera, cosa la alimenta?", "Cosa fanno i Centri Antiviolenza?", "Cosa e' il 1522?", "Cosa diresti ad un uomo che ha commesso un femminicidio?", "Come fermeresti questa spirale di violenza?", "Nella tua esperienza hai mai assistito a comportamenti violenti verso le donne?", "La violenza e' solo fisica o anche psicologica o verbale?", "Cosa bisognerebbe fare secondo te per fermare la violenza contro le donne?", "La violenza di genere e' qualcosa che ti riguarda?".
I docenti potranno scegliere di coinvolgere le classi, magari anche dividendole per gruppi, attraverso queste iniziative:
- Scrivere dei temi o dei racconti brevi
- Realizzare un podcast
- Dare vita ad una mostra fotografica
- Creare un fumetto
- Disegnare dei quadri e raccoglierli in un'esposizione
- Scrivere e realizzare un cortometraggio amatoriale tutti insieme
- Comporre una canzone o un rap
- Realizzare uno spot video di max 30 secondi
- Ideare uno spettacolo teatrale
- Fare un reportage (audio, video o solo testo) documentando esperienze a loro prossime
- Creare una presentazione power point
- Realizzare una serie di interviste per approfondire l'argomento
- Condurre delle ricerche interdisciplinari sul tema coinvolgendo piu' materie
Crediamo che sia cruciale stimolare i ragazzi e le ragazze al confronto sul tema della violenza.  Come introduzione al tema suggeriamo la lettura di un libro che vi sara' inviato gratuitamente, su richiesta. "I Monologhi della Vagina", scritto da Eve Ensler nel 1996 - tradotto in 35 lingue - e' il testo fondante che ha sdoganato tabu' e resistenze e che ancora oggi e' uno straordinario manifesto contro la violenza, un punto di riferimento fondamentale nella lotta quotidiana di tutte le donne del mondo.
Suggeriamo di promuovere un dibattito nelle classi a partire dal libro, ma ogni docente potra' in alternativa scegliere libri, testi teatrali, video che possano comunque raggiungere lo scopo.
2) IL GIORNO 14 FEBBRAIO 2024: REALIZZARE IL FLASH MOB
Il 14 febbraio 2024 - o in giorni in prossimita' di questa data - insieme ad altre migliaia di persone nel mondo, vi chiediamo di realizzare e documentare il vostro flash mob sulle note della canzone "Break the Chain" della quale la nostra organizzazione internazionale detiene i diritti e che vengono concessi gratuitamente a chi aderisce all'iniziativa. Questa canzone e' una esplosione di energia e forza che unisce uomini e donne, ragazzi e ragazze. Qui il link della canzone e il tutorial per imparare la coreografia:
Video Break The Chain 1 con sottotitoli in italiano
https://www.youtube.com/watch?v=XQgPTA5U86o
Tutorial della coreografia curata da Debbie Allen, lo storico volto di Saranno Famosi:
https://www.youtube.com/watch?v=mRU1xmBwUeA
Vi chiediamo per questo di:
- Lavorare ad una libera coreografia della canzone coinvolgendo le classi e i docenti sulle note di "Break the Chain" ballandola tutti insieme ovunque riteniate sia possibile farlo;
- Precedere l'esecuzione della coreografia con delle brevi letture o testimonianze a tema;
Documentare e riprendere con i cellulari le attivita' svolte, postarle sui social taggando #OBR #OBRItalia o inviando qualche scatto o video amatoriale alla mail del coordinamento nazionale obritalia at gmail.com
E' sicuramente gradita, ma non indispensabile, la capacita' di:
- Coinvolgere, la cittadinanza, i genitori, media e ogni soggetto interessato, perche' possa essere divulgato al massimo il significato della vostra iniziativa e partecipazione
- Diffondere sui propri social/siti dell'istituto le informazioni utilizzando gli hashtag dell'iniziativa
Ad ogni scuola che partecipera', regaleremo 2  t-shirt ufficiali One Billion Rising Italia
La violenza contro le donne riguarda tutti noi. Nessuno puo' chiamarsi fuori. Tutti dobbiamo fare la nostra parte. Abbiamo un disperato bisogno della vostra collaborazione, della vostra energia, del vostro impegno e del vostro entusiasmo. Unitevi a noi. Sara' un cammino forse faticoso, a tratti difficile, ma certamente sorprendente e fertile per la vostra comunita' scolastica. Ce lo dice l'esperienza di questi ultimi dieci anni. I ragazzi e le ragazze hanno un infinito bisogno di essere guidati, di essere accompagnati e stimolati per permettere alla loro creativita', alla loro energia, ai loro pensieri e alle loro parole di sgorgare in tutta la loro unicita' e potenza. Insieme possiamo cambiare la cultura della violenza e del sopruso. Il futuro e' possibile.
Grazie per l'attenzione preziosa,
Cordialmente,
Attivista OBR
Xxxxxxxx xxxxxxxxxx
Mail per adesione: xxxxxxxxxxx
Per aderire mandate una mail a obritalia at gmail.com e verrete contattati da Margherita Santicchia del nostro Coordinamento.

2. MAESTRE. ANNA ZAFESOVA: POLITKOVSKAJA, L'ULTIMO OLTRAGGIO DI PUTIN
[Dal quotidiano "La stampa" del 15 novembre 2023 riprendiamo e diffondiamo]

"Non c'e' nulla da commentare. Nulla da chiedere. Non ha senso cercare giustizia: la giustizia e' stata rinchiusa in una cella di punizione per aver screditato il potere". Le parole dei figli e dei colleghi di Anna Politkovskaja sono piene di una amarezza gelida e disillusa, in un mondo ribaltato in cui loro e gli assassini della loro madre e collega godono della stessa liberta'. Anzi, no: la Novaja Gazeta, giornale per il quale scriveva la giornalista uccisa nel 2006, e' stato chiuso dalle autorita' russe, e la versione della testata pubblicata in esilio, in Europa, e' stata proclamata una "organizzazione indesiderata", la collaborazione con la quale puo' costare a un cittadino russo il carcere. L'uomo che e' stato condannato per il suo assassinio, Sergej Khadzhikurbanov, invece non solo e' uscito dal carcere, ottenendo la grazia e tornando in liberta', ma ha anche ottenuto la promozione a comandante di battaglione, "una carriera da Rambo", commenta una fonte del giornale online russo Baza, che ha rivelato la notizia.
Non e' il primo, e sicuramente non e' l'ultimo dei criminali e assassini graziati dal Cremlino in cambio dell'arruolamento sul fronte ucraino. Soltanto pochi giorni fa aveva fatto scalpore la notizia della liberazione di Vladislav Kanjus, autore di uno dei femminicidi piu' efferati degli ultimi anni: aveva ricevuto diciassette anni per aver torturato per tre ore la sua ex fidanzata, prima di strangolarla, ma l'arruolamento nel gruppo Wagner gli ha permesso di "espiare la sua colpa con il sangue", come ha spiegato il portavoce della presidenza Dmitrij Peskov.
Sono mesi che citta' e villaggi russi vivono un'impennata di violenza per mano dei criminali liberati dal carcere e mandati a uccidere ucraini: dopo sei mesi, se sopravvivono in trincea, tornano liberi, ottengono la grazia e ricominciano una nuova vita con tutti gli onori militari. Ma il caso di Khadzhikurbanov e' speciale, e lui non e' un delinquente comune: e' stato condannato a vent'anni per aver organizzato uno degli omicidi politici piu' clamorosi, quello di Anna Politkovskaja. La giornalista aveva denunciato i crimini dei militari russi in Cecenia, ed era stata uccisa a sangue freddo sotto casa sua, a Mosca, nel giorno del compleanno del presidente russo. Stava per consegnare alla redazione un articolo sulle torture e gli abusi compiuti in Cecenia dal suo leader Ramzan Kadyrov. Per molti, la sua morte, il 7 ottobre 2006, ha segnato un punto di non ritorno nell'instaurazione della dittatura putiniana. E in Russia la grazia viene concessa da una sola persona, dal presidente.
Diciassette anni dopo la morte di Politkovskaya, il suo Paese ha messo a tacere o costretto all'esilio praticamente tutti i giornalisti liberi, mentre invece ha bisogno di "Rambo" per una nuova guerra ancora piu' sanguinosa. "Mentre il regime condanna a venticinque anni di carcere per le idee, grazia gli assassini che servono allo Stato", scrivono Ilja e Vera Politkovskaja, che denunciano una "grazia che non testimonia l'espiazione e il pentimento di un assassino, bensi' un atto mostruoso di ingiustizia e abuso, una profanazione della memoria di una persona uccisa per aver fatto il proprio lavoro". Per riuscire a condannare Khadzhikurbanov e i suoi complici, ci sono voluti anni di processi chiusi, cancellati e poi riaperti, di appelli e revisioni, di pressioni dell'opinione pubblica internazionale e di coraggiose inchieste giornalistiche dei colleghi di Politkovskaja, nella consapevolezza che gli uomini sul banco degli imputati erano soltanto gli esecutori materiali di un omicidio che aveva mandanti altolocati rimasti sconosciuti. Per graziarlo, e' bastato farlo uscire dalla prigione e inviarlo al fronte, dove si sarebbe mostrato talmente efficiente da venire promosso, e aver firmato, secondo il suo avvocato, un contratto per rimanere a combattere anche da uomo libero.
Una storia che avrebbe potuto uscire dalla penna della stessa Politkovskaja, che gia' vent'anni fa aveva raccontato la guerra in Cecenia come prova generale di quella che oggi devasta l'Ucraina: stessa crudelta', stesse torture dei civili e bombardamenti indiscriminati, stessi soldati gettati nel tritacarne con indifferenza da generali senza pieta'. Khadzhikurbanov avrebbe dovuto uscire dalla prigione soltanto nel 2034: come ex membro dei corpi speciali, ed ex poliziotto della squadra anti-criminalita' organizzata (gia' licenziato e incarcerato per collusione con bande criminali), era stato assoldato per organizzare la logistica dell'omicidio di Politkovskaja, anche se non ha mai ammesso la sua colpevolezza. Il suo complice ceceno Lom-Ali' Gaitukaev e' morto in carcere, il killer Rustam Makhmudov sta scontando l'ergastolo, i suoi due fratelli sono stati condannati rispettivamente a dodici e quattordici anni. O almeno e' quello che si sa ufficialmente: potrebbero anche loro essere in procinto di "espiare con il sangue" e di tornare liberi. Come scrivono i familiari e i colleghi della giornalista uccisa, liberi "di fare quello che sono abituati a fare, umiliando le vittime, i loro parenti e amici, i testimoni e i giudici, la legge e lo Stato, talmente debole da dover chiedere loro soccorso e dare loro clemenza".

3. MAESTRE. LAURA IAMURRI: LONZI RENAISSANCE. ABBIAMO GUARDA TO PER 4000 ANNI, ADESSO ABBIAMO VISTO
[Da "L'indice" n. 11/2023 riprendiamo e diffondiamo.
Laura Iamurri insegna storia dell'arte contemporanea all’Universita' Roma 3]

Desiderata, invocata, da tempo attesa, la nuova edizione dei testi di Carla Lonzi ha finalmente preso avvio, e ha suscitato un'eco straordinaria. Il primo a tornare in libreria e', e non poteva essere altrimenti, Sputiamo su Hegel e altri scritti, uno dei testi fondativi del femminismo italiano, dirompente e urticante fin dal titolo; il volume esce a cura di Annarosa Buttarelli per "La tartaruga", la collana della Nave di Teseo diretta da Claudia Durastanti che riprende nome e insegna della casa editrice di libri scritti da donne fondata da Laura Lepetit nel 1975: una collocazione particolarmente felice, che riannoda alcuni fili dispersi del movimento delle donne.
Altrettanto felice e' la scelta del Violarosso di Carla Accardi in copertina, che "tradisce" il colore dei "Libretti verdi" di Rivolta Femminile, ma che appare anche come un festoso invito alla lettura. Perche' la ripubblicazione dei testi di Lonzi e' sempre una festa, lo e' per tutto il pubblico delle lettrici e dei lettori ma in particolar modo per le persone piu' giovani che hanno avuto molte difficolta', in questi ultimi anni, a reperirli e che si sono scambiate copie cartacee o file pdf. Se la necessita' di questa nuova edizione emergeva gia' in maniera evidente dalle richieste di prestito delle biblioteche (Sputiamo su Hegel e' il libro piu' richiesto in assoluto alla Biblioteca delle Donne di Bologna), l'esaurimento della prima tiratura in un tempo brevissimo ne ha dimostrato anche l'urgenza: uscito in libreria il 5 settembre, nei giorni immediatamente successivi il libro era gia' introvabile e gia' in ristampa.
Sputiamo su Hegel e' il primo testo teorico nel quale Lonzi ha sviluppato le premesse esposte in maniera apodittica nel Manifesto di Rivolta Femminile scritto nei primi mesi del 1970. E' anche il testo che, sempre nel 1970, ha inaugurato le pubblicazioni della casa editrice Scritti di Rivolta Femminile. Qualche anno dopo, nel 1974, fu riedito insieme ad altri testi scritti dalla sola Lonzi (La donna clitoridea e la donna vaginale), o insieme a Carla Accardi ed Elvira Banotti (il Manifesto) o ancora elaborati con le compagne di Rivolta e firmati collettivamente (Assenza della donna dai momenti celebrativi della manifestazione creativa maschile, Sessualita' femminile e aborto, entrambi 1971, Significato dell'autocoscienza nei gruppi femministi, 1972), ed e' questa raccolta che viene ripubblicata ora. E' in questi testi che si ritrova, insieme alla magnifica scrittura di Lonzi, tutta la spietata radicalita' del suo pensiero, che scarta da ogni aspirazione paritaria ("l'uguaglianza e' quanto si offre ai colonizzati sul piano delle leggi e dei diritti") a favore dell'affermazione della alterita' delle donne, della non assimilabilita' delle donne agli uomini e dunque della loro estraneita' al patriarcato, alla sua storia e alla sua cultura. "La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia", scrive Lonzi, e questa assenza e' cio' che permette di osservare con crudele disincanto la realta' ("Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto!", si legge nel Manifesto): dunque e' l'intera struttura patriarcale ad apparire come uno strumento generalizzato di oppressione e assoggettamento. La cultura politica marxista assimilata in gioventu' serve a Lonzi per capire che nessuna rivoluzione ha mai risolto la questione femminile: "il proletariato e' rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale"; anche gli obiettivi di altri movimenti femministi - la contraccezione, il divorzio, l'aborto - sono interpretati non come strumenti di autodeterminazione femminile ma al contrario come sistemi di controllo al servizio e a conferma dell'ordinamento sociale patriarcale.
Scrive Lonzi nella Premessa a Sputiamo su Hegel e altri scritti che "il rischio di questi scritti e' che vengano presi come punti fermi teorici": in effetti il suo pensiero negli anni successivi evolve, si modifica, per certi versi si radicalizza ulteriormente, ma questi testi restituiscono la prima fase, quella dello "sdegno" per l'inferiorizzazione delle donne a tutti i livelli e in tutti i contesti, della individuazione della sessualita' come snodo cruciale, dell'attacco ad alzo zero alla cultura patriarcale con la sola, residuale, apertura agli artisti per una "affinita' caratteriale" che sta "nella coincidenza immediata tra il fare e il senso del fare". In questo credito agli artisti filtra naturalmente il passato di Lonzi, segnato prima dalla formazione storico-artistica con Roberto Longhi a Firenze, e poi soprattutto dagli anni di attivita' professionale come critica d'arte: anni importanti, nei quali era maturata una severa analisi politica sul ruolo e la funzione della critica. Alla meta' degli anni sessanta, a fronte di un contesto artistico in rapido mutamento, Lonzi aveva presentato sulla rivista "marcatre'" una forma inedita di critica, che abbandonava l'esercizio solitario del giudizio a favore di una attivita' da svolgere con l'artista, cioe' di fatto una conversazione registrata e poi trascritta con cura, nel rispetto delle parole effettivamente pronunciate e degli argomenti - talvolta in apparenza marginali - trattati in quello che sulle pagine stampate appariva alla fine come un discorso a due piu' che come una intervista, e che inaugurava una sorta di critica d'arte in forma di colloquio, un dialogo alla pari. E' questa orizzontalita' della relazione, questa modalita' all'insegna dell'ascolto reciproco, che Lonzi porta in seguito all'interno dei piccoli gruppi di autocoscienza, laboratorio imprescindibile del femminismo in Italia.
Il pensiero di Lonzi conserva intatto il suo carattere dirompente, la sua capacita' di interrogare e mettere in crisi chi legge sul doppio piano della singolarita' e delle relazioni; e tuttavia ovviamente mostra anche la sua distanza dalla nostra contemporaneita', non fosse altro per lo strenuo binarismo uomo/donna e per la risoluta messa da parte della questione di classe. Sono differenze importanti rispetto alle istanze degli attuali movimenti femministi, formate su una pluralita' di letture ed elaborate intorno ai concetti di intersezionalita', di inclusivita', di messa in discussione del binarismo di genere.
Questo punto in particolare appare oggi cruciale, e ci si puo' chiedere se i testi di Lonzi non rischino di apparire anacronistici, ancorati come sono a una struttura delle definizioni e delle relazioni di genere divenuta ormai inattuale. E tuttavia la curiosita' e l'entusiasmo che Lonzi suscita nelle giovani generazioni ci dicono qualcosa di diverso: il ruolo centrale che la sessualita', e la sessualita' femminile in special modo, assume nel pensiero di Lonzi non cessa di essere un fatto politico perche' li' si apre uno spazio di liberta', di consapevolezza e di rivendicazione del piacere che puo' essere diversamente interpretato in relazione alla propria singolare identita' di genere.
La questione di genere non e' del resto l'unico punto di possibile frizione rispetto alle istanze degli attuali movimenti femministi, formate su una pluralita' di letture ed elaborate intorno ai concetti di intersezionalita' e di inclusivita'.
Per questa ragione la proposta di Annarosa Buttarelli di pubblicare Sputiamo su Hegel, e gli altri testi che seguiranno, senza accompagnamento critico ha suscitato qualche perplessita'; mi e' capitato di parlarne con artiste, giovani studiose, intellettuali di varia formazione, e io stessa mi sono interrogata sull'opportunita' di questa scelta: in fondo, si potrebbe obiettare, una breve prefazione che permetta di contestualizzare il testo non e' una lettura obbligatoria, chi non ha interesse puo' saltarla a pie' pari e chi vuole invece avere qualche informazione in piu' la trova li', nello stesso volume. E pero' l'argomento di Buttarelli non e' eludibile: i testi di Lonzi sono tutti "testi di trasformazione", sostiene la curatrice dell'intero progetto di riedizione nella sua brevissima nota, e come tali non sopportano "commenti, spiegazioni, interpretazioni che spegnerebbero la loro forza travolgente". Non c'e' dubbio che ci sia una forza sorgiva nella radicalita' di Lonzi capace di sradicare secoli di un ordine che appariva "naturale" solo perche' non era mai stato davvero messo in discussione, e non c'e' dubbio che questa forza sia capace di investire con tanta piu' energia quanto piu' arriva in maniera diretta e senza mediazioni. Esiste anche, oggi, una bibliografia ampia e diversificata su Lonzi, sul suo pensiero e sui suoi scritti che permette senz'altro di dotarsi di eccellenti strumenti di lettura, separati dalla materia prima e bruciante degli scritti.
La situazione e' in effetti oggi molto diversa rispetto agli anni intorno al 2010, quando Sandro D'Alessandro, con la sua et al. edizioni, intraprese la prima ripubblicazione dei testi della critica d'arte e teorica femminista. Allora davvero Lonzi era una figura scivolata in una specie di semiclandestinita' e i suoi testi, nella edizione originale di Rivolta Femminile, erano reperibili quasi solo presso la Libreria delle Donne di Milano. Tra 2010 e 2011 uscirono Sputiamo su Hegel e altri scritti, Autoritratto, Vai pure e Taci, anzi parla, con l'aggiunta nel 2012 della corposa raccolta degli Scritti sull'arte, mai riuniti da Lonzi in vita ma rintracciati e radunati da Lara Conte e Vanessa Martini insieme a chi scrive. Nei prossimi mesi, saranno gli stessi libri a tornare in circolazione nella nuova bella edizione di "La tartaruga", con l'aggiunta della raccolta postuma di poesie Scacco ragionato (uscito a cura di Marta Lonzi e Anna Jaquinta per Scritti di Rivolta Femminile, nel 1985 e mai piu' ristampato) e con l'esclusione invece, almeno per il momento, degli Scritti sull'arte.
L'edizione dell'inizio degli anni dieci appare oggi tutto sommato dimenticata: la fine della casa editrice ha fatto si' che i testi andassero esauriti in poco tempo e che non ci fosse la possibilita' di ristamparli, e cosi' e' capitato anche di leggere, nelle numerose recensioni che hanno celebrato il ritorno di Sputiamo su Hegel e altri scritti nelle librerie, della prima ripubblicazione di Lonzi dopo cinquant'anni. Dispiace, questa smemoratezza, non solo perche' non rende giustizia a un editore coraggioso e impegnato quale e' stato D'Alessandro, ma anche perche' quella prima rimessa in circolazione dei testi ha reso possibile, negli anni immediatamente successivi, il moltiplicarsi di corsi universitari nelle diverse discipline della filosofia, della letteratura, della storia dell'arte, che hanno a loro volta generato letture appassionate e studi approfonditi. Di fatto, quella sfortunata edizione e' all'origine dell'attuale "Lonzi Renaissance", e delle traduzioni di alcuni suoi testi in varie lingue che ne sono una delle manifestazioni piu' evidenti; ed era davvero paradossale che, mentre diventavano disponibili in altri paesi, i testi di Lonzi non fossero piu' reperibili in Italia. Ora finalmente, con l'edizione de "La tartaruga", si apre una nuova stagione di letture e di studi, di riflessione e di politica. Carla Lonzi e' tornata.

4. MAESTRE. FRANCESCA ZANETTE: TINA MODOTTI: LA FOTOGRAFIA VIVENTE
[Dal "Doppio zero" riprendiamo e diffondiamo]

Tina era bella. Indiscutibile: lo si vede nei ritratti di Edward Weston a lei dedicati in cui appare abbandonata, oppure intensa e consapevole, o ancora adagiata in una malinconia sognante mentre guarda la strada dal balcone di una finestra. A confermarlo sono anche i tanti personaggi (scrittori, artisti, politici, rivoluzionari) che ne hanno subito l'influenza e testimoniano di lei un fascino ben oltre l'aspetto.
Il poeta German List Arzubide, esponente dell'estridentismo, un movimento messicano d'avanguardia degli anni Venti, fu tra i primi a riconoscere la sua attivita' di fotografa. Cosi' ne scrive: "Non la definirei carina, ma bella. I suoi tratti erano molto italiani, voglio dire che c'era sempre una punta di tragico, di drammatico, nella sua espressione". E ancora Rafael Carrillo, membro del partito comunista: "Notai subito il suo grande interesse, la sua sete di sapere. [...] Era straordinariamente bella, e tutti gli uomini - io non rappresento un'eccezione - si innamoravano di lei, nonostante non fosse affatto civetta, e non facesse niente per provocare queste reazioni. Aveva solo quella stupenda grazia naturale... La parola "innamorarsi" non e' quella giusta; non c'era uno sfondo sessuale. Si sentiva solo il desiderio di starle vicini, di guardarla, di attirare la sua attenzione e di parlare con lei".
Tina. Il suo nome suona veloce e sottile, italiano ma non troppo: Tina affamata d'esperienze, Tina desiderante, pronta a continui slanci, ad affondare le mani nell'impasto dell'esistenza. Arte, amore e politica sono strumenti per afferrare la vita al massimo dell'intensita'; sara' attrice teatrale e cinematografica, fotografa, attivista politica, combattente, animatrice del soccorso Rosso internazionale. Ha talento, impara veloce (le lingue, la recitazione, la tecnica fotografica, i modi per mettersi a servizio della causa), sa entrare in rapporto con gli altri, qualita' che le consentono di inserirsi da protagonista nei circoli intellettuali, di "divenire nel mezzo" la' dove la Storia brulica: Los Angeles, Citta' del Messico, Berlino, Mosca. La sua figura ricorda Marina Cvetaeva, che negli stessi anni, all'altro capo del mondo scrive: "Io voglio tutto, / con anima di zingaro / tra i canti andarmene brigante / per tutti soffrire al suono di un organo, / amazzone, lanciarmi alle battaglie" (da Poesie, trad. di Pietro Zveteremich). Entrambe sono donne autenticamente libere, tanto nel pensiero quanto nelle relazioni.
Insomma, c'e' qualcosa che brilla, in Tina Modotti. Cosa? La mostra in programma a Palazzo Roverella di Rovigo (fino al 28 gennaio 2024; a cura di Riccardo Costantini) risponde: L'opera, con l'intento dichiarato di ribaltare la narrazione usuale incentrata sulla biografia anziche' sul risultato artistico. Si tratta di una ricostruzione condivisibile se ammettiamo che tra lei e la sua fotografia non ci sia distanza: Tina e' l'opera, l'opera e' Tina. D'altra parte, l'impostazione curatoriale ne e' un'inconscia conferma, poiche' il materiale e' organizzato per nuclei tematici (gli inizi, il rapporto col Messico e il folklore, i reportage, i ritratti, la fotografia politica) fatalmente corrispondenti a passaggi cruciali della vita dell'artista (gli uomini, i viaggi e alcuni eventi per lei determinanti), con l'effetto che lo spettatore ha la sensazione di salire insieme a Tina i gradini della sua evoluzione artistica.
Non deve essere stato facile maneggiare una fotografia vivente; ma l'operazione e' riuscita e la mostra offre in effetti uno sguardo completo sull'artista: la qualita' dell'allestimento, dei cartelli di sala e del catalogo dedicato (con saggi inediti e la traduzione di contributi gia' editi), la quantita' di documenti a corredo (filmati, riviste, scritti, ritagli di quotidiani) riflettono un grande lavoro di ricerca, svolto in collaborazione con Cinemazero, culminato nella mappatura di oltre 500 fotografie attribuibili con certezza a Modotti, molte di piu' di quelle note finora.
Il primo tempo di questo racconto e' dedicato al rapporto di Tina con Edward Weston. Vi sono i ritratti che lei si lascia scattare da lui; le immagini delle feste e dei luoghi condivisi; le foto che lei scatta a lui. Piu' che la relazione amorosa e' interessante la loro reciproca dipendenza. In Messico, Tina rappresenta per lui l'accesso alla parola (Weston non sa lo spagnolo) e la possibilita' di destreggiarsi in una societa' molto diversa da quella americana. Lui, di contro, non solo le insegna a usare la Graflex 4x5 (macchina che finalmente libera il fotografo dal cavalletto e dal panno nero), ma la mette nelle condizioni di fare arte. Ancora una volta, si conferma quanto sostenuto da Linda Nochlin nel suo Perche' non ci sono grandi artiste donne: "si possono in ogni caso rilevare delle caratteristiche comuni tra le artiste: tutte, quasi senza eccezione, erano o figlie di padri artisti o legate a una personalita' artistica maschile piu' forte o dominante, specie tra XIX e XX secolo".
D'altra parte, Tina e' figlia del suo tempo. Weston in quel momento pratica la cosiddetta straight photography, ovvero una fotografia esatta e a fuoco, "pura" rappresentazione della realta' che ha molti seguaci in America ed Europa negli stessi anni. Tina fa propria questa impostazione e ne manterra' l'assunto concettuale lungo tutta la sua produzione, pur variando tecniche e soggetti: realizzare foto oneste, prive di artifici, essere semplicemente "fotografa".
Sono di questa fase i close-up di fiori e piante, le nature morte, le foto di architetture ed elementi dell'ambiente circostante. Immagini che fanno risaltare la bellezza delle strutture, la sinuosita' delle linee, sia che si tratti di due calle o di tetti abbacinati di sole. Oggi siamo assuefatti a questo tipo di estetica, ma negli anni Venti questo sguardo incarnava una precisa, radicale scelta modernista in rottura con il pittoricismo delle generazioni precedenti.
Un secondo capitolo corrisponde al viaggio che Tina e Weston intraprendono nel 1926 su incarico dell'antropologa Anita Brenner per documentare oggetti folkloristici in diverse regioni del Messico. I due si addentrano nella realta' socioculturale del luogo e raccolgono foto di statuette, cerimonie popolari, maschere e pupazzi; un lavoro a quattro mani che confluira' nel 1929 in un libro celebre: Idol behind altars. Modern Mexican Art and Its Cultural Roots. Oltre ad essere un precoce esempio di etnografia fotografica, le immagini del volume testimoniano il compimento di un nuovo sguardo: Tina e' attratta dall'energia della strada, dal magico racchiuso negli oggetti, dall'eccesso della festa.
Dal 1923 al '29 la sua produzione artistica si lega a doppio filo con il Messico e la mostra ne raccoglie una parte cospicua. La fotografia diventa per lei strumento di indagine della concreta realta' umana, della condizione sociale e del lavoro. Con personale sensibilita', le immagini rivelano la bellezza selvatica dei volti e la tenacia nella poverta': c'e' in esse molto amore per il popolo e la vita di ciascuno. Un uomo che porta un grande carico di fieno sulle spalle sembra l'emblema della fatica accolta in quanto destino ineluttabile. Braccia conserte e busto leggermente piegato in avanti. Resiste. Lo sguardo e' rivolto verso il basso mentre pensa, prega, o forse cerca di fare il vuoto nella sua testa per sopportare il peso e le corde che gli segano lo sterno. Un cappello messicano e' fissato al covone; sta sopra la sua testa, come un crocifisso appeso alla parete.
Mani segnate, piedi luridi, gente distesa sulla strada: per Tina il corpo e' denuncia politica. Un grido, le sette bare allineate di campesinos uccisi dai reazionari. Dietro, le famiglie sono una barricata. Tengono la posa di un ritratto di gruppo, guardano in camera e accettano di sospendere il dolore per il tempo dello scatto, perche' la foto testimoniera' l'ingiustizia di cui sono stati vittime i loro familiari.
L'interesse di Tina per l'umano e' ribadito dalla sezione con le foto scattate durante il suo viaggio in solitaria nell'Istmo di Theuantepec. Resta abbagliata dalla fierezza delle donne tehuane che lavorano e prendono decisioni, godendo di liberta' maggiori rispetto ad altri luoghi grazie a una societa' di stampo matriarcale. Da questa esperienza usciranno molti dei suoi scatti piu' famosi, tra tutti l'icona della ragazza che porta un cesto sulla testa, consapevole della sua bellezza e del suo ruolo nel mondo.
L'attenzione che Tina Modotti dedica alle donne fa di lei una femminista? Si sarebbe tentati di seguire l'interpretazione di Federica Muzzarelli che, nel suo contributo al catalogo scrive: "e' femminista nel senso piu' pieno e aggiornato della parola, quello che ci permette di guardare alle fotografie verificando se siano state capaci di introdurre punti di vista nuovi, di suggerire immaginari trasgressivi, di proporre una visione differente e uno sguardo non omologato". E ancora, "e' l'attenzione focalizzata ai corpi, ai gesti, e alle persone, ai volti, all'umanita' quello che sostanzia il suo essere stata una fotografa femminista". Tuttavia, questa lettura mi pare ben poco avvalorata dalle immagini (militanza politica e denuncia sociale non sono in Modotti specificamente for feminism) e piu' che altro funzionale al dibattito suscitato da gender e feminist studies. D'altro canto, quali sono (se esistono) i tratti specifici di uno sguardo femminile che consentono l'attribuzione a priori di un'immagine a una donna? Non saranno invece quelli evocati da Muzzarelli caratteri comuni a tanta fotografia e cinema coevi (Walker Evans e Sergei Eizenstejn, su tutti), esaltati certo da un temperamento originale ma non per questo "di genere"?
Al centro del percorso espositivo si trova una "mostra nella mostra", con la ricostruzione nella forma piu' completa mai realizzata (41 scatti dei 57/60 originali) della personale del 1929 presso l'Università Nazionale del Messico. La mostra rappresento' il pieno riconoscimento della fotografa e delle sue idee, espresse nell'introduzione a mo' di manifesto di poetica. L'unica fotografia possibile per Tina e' quella che si pone come mezzo per registrare il presente. Antiestetica e oggettiva. Senza pretese. Perche' ogni qual volta la fotografia ricorre a imitazioni artistiche, rivela "una specie di complesso di inferiorita'" dando l'impressione che "l'autore quasi si vergogni di fotografare la realta'".
Il percorso della mostra di Rovigo prosegue con una selezione di ritratti che Tina scatta ad amici, colleghi artisti e che dimostra la varieta' dei suoi contatti intellettuali, oltre a rievocare il fervore culturale dell'epoca. Da Majakovskij a Eizenstejn, Freeman, Vidali, Charlot, Beals e molti altri; sono immagini in cui la fotografa si concede una certa liberta', riuscendo, seppur nella linearita' della composizione, ad aprire uno spiraglio sulla personalita' del soggetto.
La fotografia di Tina evolve insieme al suo crescente impegno politico. Si iscrive al partito comunista messicano nel 1927 e da questo momento in poi porta avanti un'arte esplicitamente impegnata, conservando tuttavia una qualita' estetica genuina e un intento documentaristico. Sono frequenti le fotografie delle masse di manifestanti, dei simboli rivoluzionari, dei partecipanti al dibattito, immagini che compaiono sui giornali, primo fra tutti "El machete", ma anche la rivista tedesca "Aiz", e il magazine "New Masses".
Nel 1930 Tina raggiunge Berlino, espulsa dal Messico con la falsa accusa di avere avuto un ruolo nell'attentato contro il presidente Rubio. In Germania le viene proposto di lavorare come fotogiornalista, ma non riesce ad adattarsi ai nuovi formati e alla velocita' che si stanno imponendo in Europa, con le Leica compatte capaci di 36 pose a rullino contro il caricamento singolo della Graflex. Di fatto, la sua carriera fotografica e' conclusa. Lascia Berlino per Mosca, in seguito si reca a Parigi, di nuovo a Mosca, poi in Spagna durante la guerra civile, infine torna in Messico, dove morira' nel 1942 a soli 46 anni.
Al di la' della biografia e della sua stessa opera, quali sono i motivi del fascino che Tina Modotti continua a emanare? Forse proprio il suo essere in perenne conflitto tra arte e vita, tra impegno e passione? In una lettera a Weston del 1925 - vale la pena citare per intero il passaggio - scrive: "E parlando di 'me stessa': io non posso - come tu una volta mi hai proposto - 'risolvere il problema della vita col perdermi nel problema dell'arte'. Non solo io non posso farlo ma sento che il problema della vita ostacola il mio problema dell'arte. Ma cos'e' 'il mio problema della vita'? E' principalmente uno sforzo per distaccarmi dalla vita e riuscire a dedicarmi completamente all'arte. E qui io so che tu risponderai: 'L'arte non puo' esistere senza la vita'. Si', lo ammetto, ma ci deve essere un giusto equilibrio tra i due elementi mentre nel mio caso la vita lotta continuamente per predominare e l'arte ne soffre. Per arte intendo una creazione di qualsiasi tipo. Potresti dirmi che siccome in me l'elemento della vita e' piu' forte di quello dell'arte dovrei semplicemente rassegnarmi e trarne il meglio. Ma non posso accettare la vita cosi' com'e' - e' troppo caotica - troppo inconscia - da qui deriva il mio resisterle - la mia guerra con essa - sono sempre in lotta per plasmare la mia vita secondo il mio temperamento e i miei bisogni - in altre parole metto troppa arte nella mia vita - troppa energia - e di conseguenza non mi resta molto da dare all'arte". In fondo, nonostante la sua fama, meritata, Tina non e' sicura di poter essere l'artista che desidera essere: la passione per il reale, per la vita al presente, e' in lei troppo forte. L'arte non ne puo' essere che un riflesso, fascinoso ma insufficiente.

5. MAESTRE. MANUELA DE LEONARDIS: DAIARA TUKANO, LE STORIE DELLE STELLE
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'8 novembre 2023 riprendiamo e diffondiamo]

Per Daiara Tukano (Sao Paulo 1982, vive e lavora a Brasilia), artista e attivista indigena brasiliana, l'arte e' lo strumento per riconnettersi con il suo popolo ma anche per riallacciare un legame con il padre Alvaro Fernandes Sampaio Tukano, uno dei piu' importanti leader politici del movimento in difesa dei diritti dei popoli indigeni. Nella sede romana della Richard Saltoun Gallery (fino al 22 dicembre) - prima personale in Europa - Daiara Tukano, erede spirituale di Feliciano Lana (1937-2020) tra i principali artisti indigeni brasiliani, presenta una nuova serie di opere su carta, visionaria esplorazione della mitologia e della spiritualita' della comunita' Tukano e del suo profondo legame con la natura.
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- Dopo il master in Diritti umani all'Universita' di Brasilia, cosa l'ha spinta a agire nel campo dell'arte?
- Il mio rapporto con l'arte comincia dal nome che ho ricevuto dalla mia famiglia Daiara Hori Figueroa Sampaio Duhigo'. "Hori" nella lingua Tukano indica cio' che e' piu' vicino al significato di arte, l'espressione visiva della spiritualita' ma anche colore, profumo, luce e "Duhigo'" vuol dire primogenita. Mia madre mi ha chiamata anche "Daiara" che, in un'altra lingua, vuol dire "la mia piccola amica". Ho avuto il grande privilegio di nascere nella nazione indigena. Mio padre Alvaro Tukano e' un leader storico del Movimento indigeno brasiliano che si e' battuto per l'approvazione dei loro diritti, riconosciuti per la prima volta solo nel 1998. E' stato perseguitato dalla dittatura militare e accusato di essere un ribelle. Fino al '79, la popolazione indigena veniva considerata incapace di intendere e come i bambini era sotto la tutela legale dello stato. Non eravamo considerati cittadini. Non avevamo il diritto di avere un passaporto e per poter uscire dal paese bisognava avere l'autorizzazione dello stato. Eravamo gli ultimi della societa' ad avere accesso ai diritti civili. Questa e' stata la lotta principale di mio padre come capo indigeno. Sao Paulo, dove sono nata, e' un centro molto importante dal punto di vista politico e il movimento per i diritti civili delle popolazioni indigene e' avvenuto soprattutto nelle sue universita'. Li' mia madre e mio padre si sono incontrati.
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- Durante l'infanzia ha studiato all'estero, quando ha cominciato ad avere rapporti diretti con il popolo Tukano?
- Non ho avuto l'opportunita' di nascere nel villaggio indigeno di Balaio nell'Alto Rio Negro, al confine tra Brasile, Colombia e Venezuela ma li' ho imparato a camminare e nuotare. La comunita' indigena Tukano e' tra le piu' grandi del paese e anche tra le meglio preservate, ma si trova veramente molto lontano. Ho trascorso l'infanzia in Colombia, paese di madre. Anche lei e' attivista per i diritti delle popolazioni indigene, ricercatrice, antropologa ed e' stata una delle principali organizzatrici del sistema sanitario pubblico per le popolazioni indigene. Quando si e' trasferita a Parigi, per il suo master, ho potuto vivere li' frequentando la scuola pubblica francese. Ho studiato la storia, la storia dell'arte, la filosofia. Amo l'antichita' greca e romana, egiziana, cinese, giapponese e in generale la mitologia, soprattutto quella indigena. A 15 anni, quando sono tornata in Brasile, mi sono riconnessa con mio padre. E' stato duro venire a conoscenza di tutte quelle violenze subite dalla mia gente (sono perpetrate ancora oggi). Ho cominciato anche ad apprezzare la bellezza della complessita' narrativa delle origini, della lingua. Mio padre proviene da una famiglia che custodisce la sapienza tradizionale. Nonostante la persecuzione, siamo una delle nazioni indigene che e' ancora molto legata alle tradizioni, come quella medica conosciuta come "ayahuasca" di cui si parla nelle leggende della creazione. Nella nostra "biografia" c'e' stato un momento di rottura con le tradizioni che coincide con l'arrivo della chiesa cattolica nella regione dell'Alto Rio Negro. La strategia dell'integrazione e' stata prevalentemente condotta con un accordo tra lo stato del Brasile e la chiesa cattolica, attraverso la congregazione salesiana che ha aperto i suoi collegi per educare gli studenti indigeni. Prima avevamo le nostre case comunitarie dove si viveva insieme e si celebravano i nostri riti: sono state distrutte per costruire chiese. I salesiani hanno condannato e demonizzato ogni tradizione. Nei loro collegi hanno fatto studiare i bambini indigeni a partire dai 4, 5 anni. Molti di loro, strappati alle famiglie di origine, sono morti. Era vietato parlare la lingua madre e sono stati obbligati a usare il portoghese. Mio padre e' stato uno di quei bambini, vittima e testimone di ogni genere di tortura. Malgrado cio', ha ereditato la tradizione da mio nonno e dal bisnonno. Da quando mio nonno e' morto a 110 anni, all'inizio della pandemia di Covid-19, e' mio padre a incarnare la figura del saggio. Quando finalmente ho capito veramente l'importanza di tutto cio', ho cercato di fare qualcosa per il mio popolo attraverso il potere dell'arte. Dipingere per rivisitare la storia non e' soltanto un modo per farla conoscere alle persone non indigene, m'interessa come attraverso le mie opere ci si possa ricollegare con il passato e la narrativa delle origini. E' un'azione politica di resilienza e continuita' culturale. Il modo di porre quest'arte in un modo diverso, non piu' demonizzata ma come cultura dal valore condivisibile, che puo' essere collocata in uno spazio di dignita' e autonomia, permette di collaborare alla ricostruzione della memoria della cultura indigena.
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- La relazione con la natura che e' cosi' importante per gli indigeni lo e' anche nel suo lavoro?
- Per gli indigeni e' tutto. Non abbiamo il dominio sulla natura, ne siamo parte. Tutta la nostra conoscenza proviene dalla natura, dal dialogo tra i diversi elementi. I Tukano - letteralmente "gente del tempo o della terra" - chiamano "gente" (mahsa) qualsiasi cosa: "wai mahsa" la gente delle acque, i pesci; "yunku mahsa" la gente della foresta, i boschi; "nohkoa mahsa" la gente delle stelle; "owe mahsa" la gente dell'aria; "uhta mahsa" la gente della pietra, le rocce... Sono tutte persone con le loro sapienze, la loro storia, i sentimenti e possono parlare con noi e noi con loro, instaurando un dialogo.
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- Quindi per voi non c'e' gerarchia tra l'essere umano e la natura...
- La gerarchia e' una visione dei bianchi. La relazione che abbiamo con la natura e' proprio all'opposto di quella occidentale ed e' cio' che cerco di condividere attraverso il mio lavoro. Una stella nella mente limitata degli occidentali puo' essere bellissima e poetica, noi invece proviamo a immaginarla mentre si riflette e canta per tutto il tempo nella luminosita' dell'universo. Le stelle possono raccontare storie antichissime perche' vivono molto a lungo.

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DONNA, VITA, LIBERTA'
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A sostegno della lotta nonviolenta delle donne per la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani
a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Supplemento a "La nonviolenza e' in cammino" (anno XXIV)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com
Numero 325 del 21 novembre 2023
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Il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo e' una struttura nonviolenta attiva dagli anni '70 del secolo scorso che ha sostenuto, promosso e coordinato varie campagne per il bene comune, locali, nazionali ed internazionali. E' la struttura nonviolenta che negli anni Ottanta ha coordinato per l'Italia la piu' ampia campagna di solidarieta' con Nelson Mandela, allora detenuto nelle prigioni del regime razzista sudafricano. Nel 1987 ha promosso il primo convegno nazionale di studi dedicato a Primo Levi. Dal 2000 pubblica il notiziario telematico quotidiano "La nonviolenza e' in cammino". Dal 2021 e' particolarmente impegnata nella campagna per la liberazione di Leonard Peltier, l'illustre attivista nativo americano difensore dei diritti umani di tutti gli esseri umani e dell'intero mondo vivente, da 47 anni prigioniero innocente.
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