[cultura] L'attivismo pacifista digitale di PeaceLink



La pace? Si fa (anche) online

 Dal 1991 PeaceLink è punto di riferimento per l'attivismo pacifista digitale. Intervista ad Alessandro Marescotti, che ne è fondatore e presidente


di Francesco Bizzini 


Il volontariato digitale è un fenomeno globale. Ne abbiamo parlato nell’ultimo numero della rivista VDossier, sia in termini di opportunità che di possibili rischi. Una delle prime realtà di attivismo digitale nasce nel 1991 con il nome di PeaceLink: un’associazione di volontariato che da allora promuove la cultura della solidarietà e dei diritti umani, l’educazione alla pace, la cooperazione internazionale, il ripudio del razzismo e della mafia, la difesa dell’ambiente e della legalità.

Presidente e fondatore di questa realtà è Alessandro Marescotti: “PeaceLink nasce 30 anni fa come esperienza in un mondo che non era ancora connesso. Stiamo parlando della prima guerra nel Golfo del 1991 e c’era l’esigenza di creare una rete telematica per la pace. Abbiamo poi allargato il tema alla questione ambientale, alla cooperazione internazionale concentrandoci nell’aiuto di chi in Africa doveva fare informazione libera, a budget sostenibile. Nel 2005 ci siamo impegnati altresì sulla questione Ilva, portando le prime prove che furono poi usate per costruire l’avvio del processo. Il nostro essere pionieri nella creazione di reti telematiche per l’attivismo civico raccolse iniziale scetticismo: oggi è un concetto quasi scontato”.

In un mondo dove la connessione è così scontata, qual è ancora il ruolo di PeaceLink? “Tutti hanno un cellulare in mano, vero, ma creare una massa critica, che sia in grado di organizzare mobilitazioni richiede delle competenze di cittadinanza digitale. Rispetto a 30 anni fa quindi non pensiamo più che basti solo la tecnologia in sé, anche perché ci siamo accorti che essa è stata invece utilizzata sapientemente da altri per diffondere fake news e per disorientare la gente anziché unirla. Il nostro impegno oggi è dunque nel verificare le informazioni, fare fact checking, fornire competenze digitali e, in una situazione di guerra come quella in cui siamo oggi, organizzare il movimento per la pace”.

Non si rischia di rimanere intrappolati nella bolla digitale, o addirittura favorire lo slacktivism? “Lo strumento digitale deve essere di supporto all’attività nella società, e tutta l’attività di PeaceLink è stata indirizzata in questo senso. Per esempio, durante questi concitati giorni, abbiamo attivato un database con tutte le iniziative in Italia contro la guerra. Contrastiamo così una bruttura della nostra società digitale, cioè il fatto che tutti siamo connessi ma non esiste un luogo dove condividere l’impegno. Sui social gli eventi, anche perché non sono indicizzati dai motori di ricerca, risultano aghi in un pagliaio: le iniziative ci sono, ma è complicato mapparle. Con il nostro calendario riusciamo oltretutto a controllare, verificare che tutte le informazioni siano corrette, che non vi siano stati dei cambi di programma e questa puntualità, questa ricerca, questa mappatura è premiata dalle lettrici e dai lettori che ogni giorno, in 2.000, ci vengono a far visita”.

Parlate anche ai giovani? “Il sito di PeaceLink è soprattutto letto da giovani e insegnanti e prova ne è che le visualizzazioni crollano quando d’estate le scuole sono chiuse. Noto che proprio lì, nella scuola, esiste un fenomeno molto bello e che si gioca tra ragazzi e insegnanti, generando dialogo costruttivo, per esempio sull’Agenda ONU 2030 e i suoi 17 obiettivi di lotta alla povertà, alle disuguaglianze, ai cambiamenti climatici, per la pace, la tutela delle foreste, degli oceani, per la parità di genere, e per la lotta alla fame. Tutti argomenti che possono essere punti di dialogo formativo con i ragazzi, per spiegare loro che per impegnarsi su queste tematiche serve agire un cambiamento culturale, cambiamento che ha bisogno di tutte e di tutti”.

Fino allo scoppio di questa guerra, il movimento pacifista italiano era stato a lungo lontano dalle piazze. “Vero, ma credo e spero che da questa esperienza bellica in una parte della società si radicherà in maniera permanente un movimento per la pace, movimento che fino a poco tempo fa sembrava essere diventato inutile. In molte città non c’erano più comitati per la pace e quelli che c’erano decenni fa spesso si sono riconvertiti in attività di volontariato, molte volte in campo ecologico. Era come se la tematica della pace fosse stata percepita come una tematica démodé. Invece penso che da questa bruttissima esperienza rinascerà un forte, fortissimo impegno sulle questioni centrali della pace, del disarmo, della redistribuzione equa delle risorse per le fasce più deboli, risorse che oggi vengono bruciate nella guerra e nell’acquisto della armi”.

Pace, ma non è troppo tardi? “Non è mai troppo tardi per fare la pace. In un contesto bellico il volontariato svolge un ruolo importante perché è animato da persone che non hanno nessun rapporto con il mondo delle armi, non ha conflitti di interesse e quindi può esprimere un punto di vista terzo sul conflitto. Quindi non stare né dalla parte di Putin, né dalla parte di chi vorrebbe contrapporsi militarmente a lui, scatenando un conflitto mondiale e una guerra atomica. Chi agisce con il volontariato mette al centro il valore della pace come difesa della centralità della persona, oltre che far sì che la situazione non sfugga ancora di più di mano, tramutandosi in conflitto mondiale. La guerra ipnotizza e ti fa parteggiare per una delle due parti. Bisogna parteggiare per la pace invece, contro ogni opposto nazionalismo”.

15 marzo 2022

Fonte

https://www.vdossier.it/2022/03/15/la-pace-si-fa-anche-online/